Germania – Le lotte dei/delle migranti nei centri di accoglienza a Berlino e Monaco di Baviera.

Molti credono che le proteste nell’ambito della cosiddetta “accoglienza” dei e delle migranti avvengano solo in Italia, in alcune strutture gestite da privati. Chi invece pone attenzione alle lotte portate avanti dalle persone segregate ovunque in Europa in questi tipi di centri non può che apprendere da queste stesse lotte le reali condizioni di segregazione, violenza e sfruttamento insite in un sistema che ha come presupposto la gestione e il controllo delle vite delle persone.

Traduzione da: Oplatz.


Berlino – Nel centro di accoglienza di via Brienner, le persone hanno detto basta. 22 maggio 2017. 

Negli ultimi giorni, la vita nel lager a Brienner Str. 16, Berlino, è diventata insostenibile. È ben noto che le condizioni dei lager a Berlino siano sempre pessime, ci sono sempre problemi con la salute, il cibo, il maltrattamento da parte degli agenti di sorveglianza assunti dai gestori del lager, l’igiene, ecc…

Ora nel centro di via Brienner le persone hanno detto basta. L’avvio della protesta è avvenuto qualche giorno fa: un padre stava portando un po’ di pane dalla cucina al suo bambino, che era malato, e gli agenti di sicurezza lo hanno trattato nel modo che potete vedere nei video qui di seguito, e cioè, come spesso dicono i migranti, come un animale. Continue reading

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Egitto – Il regime sa solo reprimere

L’Egitto sta attraversando una settimana particolarmente dura che ha visto arresti di attivisti, figure dell’opposizione e operai in sciopero, la detenzione di Khaled Ali (figura di spicco dell’opposizione laica, possibile candidato alle prossime elezioni, in prima linea contro la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita), la distruzione di case, strutture e villaggi, oltre alle consuete sparizioni forzate, torture e abusi di ogni tipo. Infine, l’ultima delle misure repressive messe in atto dal regime egiziano è il blocco di 21 siti di informazione accusati di “supportare il terrorismo”. Tra questi anche Mada Masr, media egiziano del tutto indipendente e da sempre non allineato.

Una settimana che coincide con l’incontro tra Sisi, Trump e il re Salman, in cui il dittatore ha avuto conferma di beneficiare ancora di quel sostegno politico ed economico internazionale che, di fatto, mantengono in vita lui e il regime che lo appoggia.

Tuttavia, poiché la crisi economica ha ormai ridotto il paese alla fame, il malcontento è diffuso, la possibilità di sommosse popolari non è da escludere e le elezioni presidenziali ormai vicine, il regime ha scelto di proseguire nell’unica cosa che gli riesce bene: la repressione. 30 attivisti e membri di partiti dell’opposizione sono stati arrestati ad Alessandria e in altri governatorati del paese con l’accusa di “terrorismo” e in alcuni casi per “insulto al Presidente” via social media. Molti di loro sono stati prelevati a casa di notte e interrogati per diverse ore senza la presenza dei loro avvocati. Altre 40 persone sono state arrestate per non meglio specificati “crimini su internet”. Qualche giorno fa, di ritorno da un suo viaggio a Roma dove era stato pedinato da agenti del regime, l’avvocato Khaled Ali, è stato arrestato e poi rilasciato con cauzione, ma il suo processo continua “per violazione della morale pubblica”.

A essere presi di mira, come consueto, sono anche i sempre più numerosi episodi di lotta dei lavoratori. Dopo aver indetto uno sciopero iniziato il 03/04/2017, 32 operai del cementificio di Tora, sono ora sotto processo e rischiano di perdere il posto di lavoro. Le loro richieste sono quelle di essere assunti, hanno occupato il cementificio dove lavoravano, ma 24 sono stati arrestati e prelevati dal presidio che durava da 55 giorni. L’inizio del processo è previsto per il 28/05.

Ma non cessano nemmeno i soprusi di un regime il cui consenso è orami basato solo sul terrore. Il 06/05/2017 una donna, Hanan Badr, in cerca del marito sottoposto a sparizione forzata dal 27/07/2013, è stata arrestata mentre faceva visita a uno dei detenuti internati nel carcere di Al-Qanater nei pressi del Cairo, con l’accusa di raccogliere informazione sui luoghi di detenzione con finalità terroristica. Hanan è stata internata illegalmente per 15 ore all’interno di una cella nel carcere di al-Qanater, poi trasferita in un commissariato e poi la procura ha deciso la carcerazione preventiva per 15 giorni alla fine dei quali sono stati nuovamente confermati.

Libertà per tutt*!

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Saronno – 3 giugno presidio contro il Daspo Urbano

Fonte

CONTRO IL DASPO URBANO, DIFENDIAMOCI DALLA POLIZIA

Più ci si allontana da uno sguardo poliziesco sull’ambiente, più ci si avvicina allo scontro con la polizia.

Viviamo tempi mediocri.
Un’epoca orfana del sogno e della dignità, un’epoca di barbarie e di costante guerra e distruzione.
Un’epoca in cui non desta scalpore il fatto che un quotidiano nazionale di fronte ad un suicidio (ci riferiamo al ragazzo che si è tolto la vita in stazione Centrale a Milano impiccandosi) grida al degrado.
“Un corpo penzolante in pieno centro? Parbleu! Levate quella carcassa, se no arrivano le mosche!”
Ecco cosa sono le città in cui viviamo: un palcoscenico di recitanti. Ognuno ha il suo posto, ognuno ha il suo ruolo, nella grande recita collettiva di questa società che deprime le nostre vite ed esporta armi e morte in giro per il mondo. In questa fiera dell’apparenza recitiamo a tal punto la nostra parte da non riuscire nemmeno più ad individuarci come tali: attori, comparse, grazie alle quali è possibile il mondo per come è. Continue reading

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Giappone – proteste e sciopero della fame nei centri di detenzione per migranti

Pubblichiamo questo articolo che spiega brevemente la situazione vissuta nei centri di detenzione in Giappone e le proteste e lo sciopero della fame che 90 reclusx stanno portando avanti nei due più grandi lager giapponesi. In assenza di contatti diretti, ci troviamo obbligatx a utilizzare l’unica fonte al momento disponibile.

fonte: eastwest.eu

Giappone: nei centri di detenzione per migranti è scoppiata la protesta

Diverse decine di persone detenute in strutture per l’immigrazione in Giappone hanno avviato la scorsa settimana uno sciopero della fame. Chiedono alle autorità giapponesi un trattamento più umano.

È circa l’una di notte del 26 marzo quando una guardia del centro per l’immigrazione di Ibaraki, un centinaio di chilometri a nordest di Tokyo, si accorge che nella cella di Nguyen The Hung, un detenuto vietnamita sulla quarantina, c’è qualcosa di strano. L’uomo è per terra, sembra non respirare più. La guardia chiama i soccorsi. Troppo tardi, a nulla servono i primi soccorsi. Nguyen è morto.

Nelle prime ore dopo il ritrovamento, si fa strada l’ipotesi del suicidio. Ma la verità è più violenta. L’uomo, ha rivelato Reuters a inizio maggio, aveva avuto un infarto rimanendo per ore riverso sul pavimento della sua cella: la sua morte era stata completamente ignorata dal personale di guardia nella struttura.

Arrivato in Giappone nel 1998 per cercare asilo, il 47enne era stato arrestato per aver prolungato la sua permanenza nel paese del Sol Levante oltre la scadenza del suo visto e per traffico di droga. Da una settimana era stato trasferito in una cella d’isolamento per essere «monitorato» dopo aver lamentato dolori continui al collo e alla testa.

Nella struttura mancava infatti un medico di servizio a tempo pieno che lo potesse visitare e dargli un quadro completo del suo stato di salute e così il monitoraggio si traduceva nella mera somministrazione di antidolorifici da parte del personale di guardia.

Tredici morti in dieci anni

Quella di Nguyen The Hung è solo l’ultimo e più recente episodio di questo tipo nei centri di detenzione ed espulsione dei migranti illegali in Giappone. A novembre 2014, Niculas Fernando, originario dello Sri Lanka arrivato in Giappone per trovare la sua famiglia e rinchiuso in un centro per l’immigrazione di Tokyo dopo che le autorità aeroportuali avevano notato irregolarità nel suo visto turistico, muore in circostanze simili a quelle di Nguyen.

Fernando aveva fatto in tempo a vedere il figlio George dietro una barriera di plexiglass in una stanzetta dell’ufficio immigrazione dell’aeroporto di Haneda, a Tokyo. Meno di dieci giorni dopo, il suo corpo veniva ritrovato nella cella di isolamento dove era stato spostato anche lui per essere «monitorato», disteso a faccia in giù in una pozza di urina. Per giorni aveva lamentato forti dolori al petto, senza poter essere visitato da un medico. Pochi mesi prima di Fernando, un 57enne birmano e un camerunese di 43 anni, e un 33enne iraniano erano morti rispettivamente d’infarto e per soffocamento durante il pasto — probabilmente una reazione provocata dall’eccessiva assunzione di farmaci e psicofarmaci.

Proteste nei centri

Il governo giapponese ha però finora sempre smentito che le morti fossero imputabili alla negligenza del personale e tantomeno alla mancanza di assistenza sanitaria all’interno delle strutture di detenzione. Eppure un fondo di verità sembra esserci. A poco meno di due mesi dalla morte di Nguyen in due delle principali strutture di detenzione per clandestini del Giappone — a Tokyo e Nagoya, dove si contano rispettivamente 576 e 150 detenuti provenienti principalmente da Cina, Asia sudorientale e Medio Oriente — infatti è scoppiata una rara ma quanto mai significativa protesta.

Circa 90 detenuti hanno avviato uno sciopero della fame in segno di protesta contro le condizioni «disumane» in cui sono tenuti e contro la mancanza di assistenza medica. Dal 2006 sono state 13 le morti di detenuti stranieri, di cui quattro suicidi accertati. Almeno in cinque casi — compreso quello di Nguyen — la mancanza di un’assistenza sanitaria in loco — solo ad aprile, ad esempio il centro di detenzione di Ibaraki ha assunto un medico full-time e solo per i giorni feriali — ha giocato una parte fondamentale. L’aumento di questi casi tra il 2013 e il 2017 rispecchia l’aumento delle richieste d’asilo al governo giapponese, circa 8mila nel 2015, di cui solo 20 accettate.

Oltre a un miglioramento generale delle condizioni di detenzione, i migranti chiedono al governo di concedere il rilascio e la sospensione della pena detentiva. Ma tra riforma della costituzione e la storia d’amore a lieto fine della principessa Kako l’attenzione pubblica in Giappone — come anche all’estero — sembra rivolta da altre parti. Almeno per ora.

@Ondariva

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Torino – Sul presidio al CPR del 21 maggio: nulla di nuovo sotto il sole

Fonte: Macerie

Davanti al rinominato Cpr si sono ritrovati questo pomeriggio una cinquantina di nemici delle espulsioni, ostinati come sempre a tener compagnia per qualche ora ai reclusi dentro, vicini a loro nell’odio per quelle mura detentive.

Interventi al microfono hanno inneggiato alla libertà, cori si sono alzati contro tutte le prigioni, rulli di tamburi e qualche canzone hanno risuonato nell’aria primaverile del mesto parchetto che costeggia il Centro. Ogni tanto, a rompere quest’alternanza, un boato forte di qualche petardo.

I detenuti hanno sentito bene questo calore, tant’è che un ragazzo ha provato a rispondere alle urla solidali e a buttare a terra i pochi suppellettili della camera come protesta contro la reclusione. In una manciata di minuti sono entrati dieci agenti antisommossa e manganello alla mano l’hanno portato nell’isolamento dove gli hanno rotto la testa di botte. All’infermieria interna gli hanno messo un po’ di nastro adesivo con della garza e l’hanno lasciato dolorante con unbenestare. Invece qualche solidale fuori, in contatto con lui telefonicamente, ha provato a chiamare un’ambulanza affinché potesse raggiungerlo per migliori cure. Peccato che il reticente operatore telefonico del 118 abbia intavolato scuse di procedura: a suo dire un’ambulanza non può soccorrere qualcuno dentro al Cpr senza l’autorizzazione della questura. Vero o no, poco importa, speriamo solo che mai qualcuno dentro a quell’infausta prigione abbia bisogno di cure veloci, perché di celeri ci sono solo le botte della polizia. Come dimenticare del resto che nel maggio 2008, nell’allora Cpt, Hassan fu lasciato morire sul suo letto con la schiuma alla bocca? Continue reading

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CPR di Caltanissetta: Adriana in sciopero della fame

Fonte: Radio Black Out

Ad oltre un mese dal trasferimento al CPR di Caltanissetta, Adriana comincia uno sciopero della fame per denunciare il perdurare della propria condizione di detenzione e per gettare luce sulla situazione dei migranti detenuti nei centri di detenzione amministrativa in generale.
Ascolta la corrispondenza con Adriana:

Per chiarire la dimensione legislativa e giurisprudenziale che viene attraversata da questo emblematico, ma non unico, caso, abbiamo raggiunto ai microfoni Enrica Rigo, docente di diritto presso l’università di Roma3:

Di seguito, una trascrizione parziale della corrispondenza con Adriana.

“Buongiorno a tutti quelli che ci ascoltano, io sono qui in qualità non soltanto di transgender ma anche come persona, come essere umano, perché […] la mia vita è stata rubata dalle istituzioni italiane, io sto chiedendo soltanto la mia libertà, che mi ridiano la mia vita […].
Perché quello che sto passando io, ogni persona che è migrante in Italia oggi può passare per le stesse cose. Perché adesso esiste un nuovo apparato repressivo: anche se una persona ha speso tutta la sua vita a lavorare in Italia, ha versato più di 30 anni di contributi, perché gli era scaduto il permesso di soggiorno da 15 giorni, è andato a finire in un CIE. Tutto questo per la mancanza di lavoro, lo sappiamo tutti che esiste la mancanza di lavoro oggi in Italia […] Ci sono alcune persone che si trovano dentro il CIE che hanno anche il permesso di soggiorno valido, e si trovano qui, non perché hanno commesso un reato, non perché hanno commesso niente […].
Io voglio dare voce a questa storia, che non è solo la mia storia, perché è la mia sofferenza, quello che sto vivendo io, perché lo sto vivendo in prima persona: qui è un Auschwitz, è un vero campo di concentramento, legalizzato e attualizzato nell’anno 2017. Ormai gli immigrati sono presentati soltanto come dei numeri e dei quattrini […]. Quindi noi parliamo qui di milioni di euro e io denuncio anche questo perché lo stato in cui vivono gli altri ragazzi è invivibile, come persone, e stiamo tornando alle leggi razziali nell’anno 2017. Anche io come cittadina emigrante, come cittadina brasiliana, anche io sto pagando e quindi quello che è capitato a me può capitare a qualunque persona domani, anche alla mia mamma, che è sposata: ci sono persone qui che sono sposate, che hanno figli, che sono cittadini italiani e si trovano dentro un CIE per essere rimandati a casa […]. Ho iniziato lo sciopero della fame per la mia libertà perché non ritengo giusto che io stia qui […].”

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Torino – Presidio al CIE/CPR domenica 21 maggio

Fonte: Macerie

Dal governo centrale asseriscono che entro luglio saranno messi in funzione sette nuovi Cpr: Brescia per la Lombardia, Gradisca d’Isonzo per il Friuli, Modena per L’Emilia-Romagna, Santa Maria Capua Vetere per la Campania, Palazzo San Gervaso per la Basilicata, Cosenza per la Calabria, Iglesias per la Sardegna. Alcune strutture sono già state in passato prigioni per senza-documenti, danneggiate dalle rivolte dei reclusi fino alla loro chiusura; altre, come il sito sardo e quello lombardo, erano prigioni canoniche o caserme.

Alla macchina delle espulsioni cercano di fornire nuovi ingranaggi ma ci saranno sempre dei nemici pronti a organizzarsi per farli saltare e dei reclusi che non si arrendono alla violenza della privazione della libertà.

Venerdì 19 maggio, ore 18 alle Serrande di corso Giulio Cesare 45: discussione con alcune compagne sulla lotta contro le prigioni per immigrati a Barcellona e contro le frontiere.

Domenica 21 maggio, ore 16 in corso Brunelleschi all’angolo con via Monginevro: presidio in solidarietà ai reclusi del Cpr torinese.

Cie o Cpr, fuoco a tutte le prigioni!

macerie @ Maggio 15, 2017

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Roma – Sul presidio al CPR di Ponte Galeria di sabato 13 maggio

Il nostro silenzio, le loro menzogne

Sabato 13 maggio, in poco più di dieci siamo tornatx sotto le mura del CPR di Ponte Galeria per portare solidarietà alle recluse ed esprimere ancora una volta il nostro odio per quel lager e chi lo gestisce e ne legittima la presenza. Ad aspettarci una folta schiera di soliti noti stalker, in divisa e non, che evidentemente smaniavano dalla voglia di trovare la prossima preda da dare in pasto allo stato.
La comunicazione con le donne detenute è stata purtroppo unidirezionale, nonostante le nostre speranze di trovarle fuori in cortile dopo l’ora di pranzo. Supponiamo quindi che, come al solito, per spezzare il già fragile legame di solidarietà che cerchiamo di stabilire durante i presidi, i gestori del lager abbiano nuovamente costretto le recluse a rimanere dentro le celle impedendo loro di rispondere ai nostri saluti e cori.
Abbiamo provato per due ore a raccontare alle detenute chi siamo e cosa succede fuori da quelle mura, delle lotte portate avanti dai/dalle migranti, dello stato fascista che uccide.
Sappiamo poco di quello che sta accadendo all’interno del CPR in questo momento, poiché le ultime donne recluse con cui eravamo in contatto, Olga e R.  (che intanto ha passato le scorse settimane a Rebibbia), hanno finalmente riconquistato la libertà e siamo felici di poterle riabbracciare entrambe fuori da quell’inferno che è Ponte Galeria. Continue reading

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Modena – Basta sfruttamento! Manifestazione lunedì 15 maggio alla Stazione

Fonte: evento fb

DOCUMENTI E DIGNITA’ PER I/LE MIGRANTI

Noi, richiedenti asilo di modena e provincia, soffriamo il problema dei documenti, delle attese infinite senza alcuna certezza. E’ molto doloroso restare per anni in questo stato: abbiamo paura per il nostro futuro. In più non riusciamo a vivere normalmente con il poket money, siamo trattati male dagli operatori e dai capi dei progetti, e ci fanno pure lavorare gratis!
Abbiamo rischiato le nostre vite per venire in Italia e salvarci, abbiamo abbandonato i nostri paesi e la Libia in guerra a causa dei maltrattamenti subiti. Siamo venuti qui per vivere normalmente. Come ci accogliete?
Attendere degli anni e poi sbatterci fuori senza documenti né niente.
Oltre a ciò, siamo perfettamente consapevoli che la nuova legge Minniti va a peggiorare le nostre condizioni di vita: diventa più probabile diventare clandestini, e diventa più probabile essere rinchiusi nelle prigioni per migranti, i CPR (ex CIE).
Hanno aperto una di queste prigioni proprio a Modena, ma noi ci opporremo con tutte le nostre forze.
L’accoglienza guadagna dalla nostra presenza e quando finiscono di guadagnarci ci gettano via e ci lasciano senza documenti. Noi rifiutiamo questo destino. Continue reading

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Torino – Aggiornamenti sui recenti arresti

Fonte: Macerie

Con le carte arriva anche il nome del settimo compagno ricercato e non trovato, è Greg. Ci auguriamo che rimanga uccel di bosco, senza tante ansie.

Il resto sono diciassette pagine di carta stampata e parole legnose volte a definire le condotte e motivare l’esigenza della custodia in carcere. Le accuse rivolte agli arrestati sono, con precisione, resistenza aggravata verso pubblico ufficiale, sequestro di persona e danneggiamento.

L’accusa di sequestro di persona è supportata da numerose citazioni di materia giuridica che definiscono l’esistenza del reato quando la condotta del reo priva di libertà fisica e di locomozione una persona, anche se non in maniera assoluta, per un tempo apprezzabile. Quindi sono bastati dieci minuti. Il tempo che i carabinieri hanno passato chiusi dentro le loro autovetture prima di abbandonare il luogo.

Le condotte e la responsabilità degli imputati è tenuta assieme dal concorso sia materiale che morale, “la semplice presenza sul luogo dell’esecuzione del reato può essere sufficiente ad integrare gli estremi della partecipazione criminosa quando, palesando chiara adesione alla condotta dell’autore del fatto, sia servita a fornigli da stimolo all’azione e un maggiore senso di sicurezza”.

L’esigenza di mettere gli accusati sottochiave tra le mura carcerarie è motivata, secondo il giudice Arianna Busato, dalla gravità del fatto e dalla pericolosità sociale degli imputati e dal rischio di recidivanza. Non basterebbe la custodia ai domiciliari con controllo tramite apparecchi elettronici poiché all’interno dell’ambiente domestico, secondo la togata, potrebbero continuare le condotte delittuose.

Tra le righe che motivano le misure affibbiate a Greg, Giada, Antonio, Antonio, Camille, Fabiola e Francisco si svela lo zampino di Rinaudo e i suoi fantasmi. Ancora una volta nelle carte tribunalizie che descrivono alterchi e piccoli scontri con le forze dell’ordine si accenna alla percezione di uno spazio ritenuto franco, in mano agli anarchici.

Per fortuna non è un senso di proprietà a caratterizzare la presenza in strada, i tentativi nell’ostacolare le retate, la resistenza agli sfratti, ma l’impellenza di vivere il posto in cui si abita cercando di allentare i meccanismi di repressione e sfruttamento, creando legami capaci di stringersi e creare le condizioni per  difendersi, a tratti contrattaccare contro le minacce quotidiane che incombono. Del resto anche questo pezzo di città ha dei proprietari: nuovi e rampanti padroni che con i loro investimenti e progetti intensificano la frequenza  delle minacce repressive e di controllo – non solo verso chi cerca di lottare in quartiere, ma anche contro chi non può far altrimenti che essere abusivo, non pagare l’affitto o il biglietto sul tram.

Questi arresti non sono stati perfettamente piani: Ros, Carabinieri, Polizia e Digos hanno trovato un’ennesima occasione per entrare all’interno delle case occupate in quartiere e capire come orientarsi al loro interno, superando e distruggendo barricate. Ormai la scadenza è semestrale e rischia di diventare una triste ricorrenza nella percezione di chi abita le case e il circondario, di chi accorre in solidarietà e di chi si ferma solo a sbirciare.

Utilizzando gli arresti come leva, hanno infilato di straforo perquisizioni, tagli al gas e la distruzione totalmente gratuita, all’interno dell’Asilo, di porte, arredi e parti della struttura. Non ci lamentiamo, immagazziniamo rabbia e calibriamo quanto tempo ed energie saranno necessarie nel rimettere in sesto le cose e togliere i segni del passaggio della polizia.

Ancora più moleste, così, suonano le felicitazioni e l’applauso della sindaca infingarda all’operazione di sbirri.

Stasera all’asilo, in via Alessandria 12, alle ore 19 ci sarà l’occasione di incontrarsi, parlare e organizzarsi. Intanto si può scrivere ai compagni arrestati che sono tutti rinchiusi nel carcere delle Vallette, sicuramente in attesa dell’interrogatorio di garanzia che si terrà venerdì.

Antonio Pittalis

Antonio Rizzo

Camille Casteran

Fabiola De Costanzo

Francisco Esteban Tosina

Giada Volpacchio

c/o casa circondariale Lorusso e Cutugno

via Maria Adelaide Aglietta 35

10151 Torino

macerie @ Maggio 4, 2017

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