Nuova Zelanda – Terrorismo nero nella terra della lunga nuvola bianca

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo dalla Nuova Zelanda. Riteniamo che le informazioni e le considerazioni riportate possano aiutarci a comprendere la situazione nel paese oltre le poche notizie comparse (brevemente) sui media dopo la strage di Christchurch.
Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Aotearoa, il nome in lingua Māori per la Nuova Zelanda che significa “Terra della Lunga Nuvola Bianca”, ha subìto il suo primo attentato di natura fascista. Sono passati 5 giorni dall’attentato alle due moschee che ha causato la strage nella città di Christchurch e la risposta del paese è stata di solidarietà, shock e amore.

La Prima Ministra Jacinda Ardern, nella prima conferenza stampa dopo l’attentato del 15 Marzo, ha dichiarato “Questo non siamo noi” riferendosi al manifesto del terrorista fascista e al livello di violenza raggiunto.

Da una parte ha ragione, in queste due isole in mezzo dell’oceano Pacifico di solito non si vive una violenza di tale livello. Parte del trauma collettivo deriva da una violenza inimmaginabile per questo paese.

Per quanto la Prima Ministra, Jacinda Ardern, parli del giorno più buio per la Nuova Zelanda, ricordiamoci i secoli di colonizzazione.

Contesto storico politico

La prima nave europea ad arrivare sulle sponde di Aotearoa nel 1642 era dell’olandese Abel Tasman. Ma solo agli inizi del 1800 i primi Europei cominciano a stabilirsi. Nel 1835 la Nuova Zelanda si dichiara protettorato dell’Impero Britannico. Nel 1840 viene firmato Te Tiriti o Waitangi, il Trattato di Waitangi, il documento legale più vicino ad una costituzione che ha questo paese.

Te Tiriti o Waitangi, scritto in lingua Māori e Inglese, venne firmato da rappresentanti della corona inglese, guidati dalla Regina Vittoria e 540 capi di Māori, tra cui 13 donne. Nella versione nella lingua indigena I Rangatira (capi) consentivano di mantenere la loro autonomia e autodeterminazione sulle loro Iwi (tribù) e hapu (clan) e la corona inglese manteneva piena autonomia sui propri sudditi. La versione inglese dice ben altro e riconosce la Nuova Zelanda come parte dell’Impero Britannico con a capo la Regina Vittoria. Dal 1860, dal periodo delle guerre sanguinose e violente per la conquista delle terre Māori e fino ai giorni nostri, il trattato in lingua Māori è stato continuamente violato. Il fatto che il governo neozelandese non si sia mai scusato per il massacro dimostra le radici, sia storiche che contemporanee, del razzismo insito nella società e il contesto in cui avviene questo attentato.

Contesto attuale

Anche la Nuova Zelanda negli anni ‘80, come molti altri paesi ricchi, si è immessa sulla traiettoria neo-liberista, nonostante la sua piccola popolazione e la sua distanza geografica dai grandi centri del potere capitalista. Ciò ha continuato ad aumentare le ineguaglianze sociali tra ricchi e poveri, tra indigeni e coloni bianchi. Sempre in quegli anni, iniziano il movimento di lotta per i diritti Māori, e il primo movimento anti-razzista dei Pākehā (bianchi neozelandesi).

Dopo la recessione del 2008 la Nuova Zelanda fu duramente colpita e 9 anni di politiche neo-liberiste del Governo del National Party, con a capo John Key che portò avanti una guerra mediatica contro i poveri, si traducono in una nuova guerra coloniale contro i Māori. Si osserva un innalzamento del tasso di disoccupazione, aumentano le persone senza casa e il numero delle famiglie che pur lavorando non riescono a dar da mangiare ai propri figli.

Le fasce più povere di questo paese sono i Māori e le persone dalle isole del Pacifico, “importate” come manodopera a basso costo in Nuova Zelanda tramite politiche di immigrazione dal dopoguerra a oggi. Altro capitolo buio della storia di questo paese sono le Dawn Raids (retate dell’alba) in cui ci furono deportazioni di massa di Samoani, Tongani, Cook Islanders.

In concreto le conseguenze di queste politiche per i Māori sono:
– Avere un’aspettativa di vita intorno ai 65 anni, vivendo 20 in meno dei Pākehā.
– Vivere in condizione di povertà.
– Morire di malattie curabili legate soprattutto alle condizioni disastrose in cui sono costretti dalla povertà.
– Le donne e le/i bambine/i (tamariki) Māori subiscono più violenza domestica e sessuale, ed è più probabile che i tamariki vengano tolti dalle famiglie creando un’altra “stolen generation” (generazioni di sottratti alla cultura indigena) in nome dell’assistenza sociale.

I maori rappresentano il 15% della popolazione, il 60% di loro vive in carcere. Innumerevoli ricercatori locali hanno dimostrato che Māori e persone dal Pacifico vengono arrestate più frequentemente e ricevono sentenze più lunghe.

Mentre ciò avviene a livello locale, a livello globale si osserva un avanzamento delle destre razziste e fasciste. Questi segnali dimostrano che il razzismo colonialista non è mai scomparso e un radicalismo di destra sta aumentando.

Il razzismo colonialista si è spesso presentato sotto forma di leggi, che legittimavano la supremazia dei bianchi e negavano l’esistenza della cultura e della lingua Māori. Nel 2018 il paese ha avuto un dibattito sulla necessità (o meno) dell’insegnamento della storia del colonialismo nelle scuole, e sull’obbligo dell’insegnamento della lingua Māori nelle scuole. Durante questo dibattito le parti politiche conservatrici hanno mostrato tutte le loro posizioni ignoranti e razziste.

Il rifiuto sistematico di insegnare la storia della colonizzazione di questo paese crea una vulnerabilità verso le politiche dell’odio. L’Australia, da questo punto di vista, è ancora peggiore e per questo il terrorista poteva credere che queste terre siano un’ “estensione” dell’Europa e non che lui sia un ospite, anche non gradito, su terre indigene e aborigene.

Nel 2017 Taika Waititi, regista Kiwi/Māori, lanciò una campagna contro il razzismo insieme alla Commissione per i Diritti Umani neozelandese. La sottile ironia riflette un razzismo subliminale e nascosto, come una tortura della goccia cinese per chi la subisce, composta di sguardi, battute e uso di un linguaggio esplicitamente razzista solo quando si è al sicuro solo tra bianchi. Insieme a questa campagna la Commissione per i Diritti Umani e il Consiglio Nazionale delle Donne Musulmane (qui in NZ) da 5 anni chiedono a polizia e intelligence di monitorare e agire contro l’aumento di minacce verso la comunità musulmana e altre comunità come migranti, rifugiati e LGBTQI+.

Nell’ agosto 2018 due rappresentanti della destra canadese si sono presentati su queste sponde, esprimendo ideologie di odio razziale, islamofobico, omo/transfobico e misoginia. Questi avevano affittato un locale del comune di Auckland e l’evento era tutto esaurito (più di 300 biglietti). Quando il comune di Auckland ha scoperto chi fossero questi soggetti li ha cacciati da tutti i locali di proprietà del comune, con il messaggio chiaro che la città più multiculturale del paese non può ospitare chi propaganda odio e intolleranza.

Riposta del paese

Per quanto eravamo coscienti dei problemi di questo paese nessun@ poteva immaginarsi un attentato di quella brutalità. A cinque giorni di distanza tutte le parti sociali e politiche parlamentari hanno condannato l’atto di terrorismo fascista. Ci sono state diverse manifestazioni e sit-in in memoria delle 50 vittime e in solidarietà alla comunità musulmana.

Mentre leggo un articolo di Moana Jackson, accademico e leader Māori, le sue parole chiariscono le sensazioni che sto provando. Rifletto che le parole di Martin Luther King riecheggiano nei tanti gesti di amore che avvengono in questi giorni successivi alla strage, ma ci ricorda che anche Martin Luther King parlava di azione politica per cambiamenti concreti e reali.

Per me è importante che Jacinda Ardern, senza esitazione e riferendosi al manifesto del terrorista, ha dichiarato “Questo non siamo noi” in un mondo dove odio, razzismo diventano sempre più accettati e normalizzati. Altrettanto è importante che i neozelandesi bianchi non lo usino come scudo dietro cui nascondersi per evitare che avvengano dei cambiamenti concreti, oltre la riforma delle armi da fuoco.

In un paese dove culturalmente si evita a tutti i costi il conflitto sociale attraverso la “Tyranny of Politeness”, la tirannia delle buone maniere, che di fatto proibisce di parlare di politica e espressioni di rabbia. Dalla mia esperienza politica e personale la rabbia di fronte alla politica dell’odio ha il suo posto nella lotta quanto l’amore e la solidarietà. Mentre riflettevo ieri mi chiedevo in che altro modo si esprimerà questa rabbia repressa, che qui di solito si manifesta negli alti numeri di violenza sessuale, domestica e suicidi.

La mia speranza, come sempre in questo paese, sono i leader e la cultura Māori che combattono la supremazia bianca da quando era chiaro che i colonizzatori inglesi avevano intenzioni ignobili. Spesso hanno scelto la via della non violenza, per assicurarsi la sopravvivenza del proprio popolo. I loro valori culturali come Tino Rangatirotanga (auto-determinazione), Aroha (amore), Manaakitanga (ospitalità e supporto), Turangawaewae (sapere la propria identità e posto nel mondo) e Whanaungatanga (legami umani sanguigni e oltre) sono valori che mi aiutano nel mio quotidiano ad agire in modo da riflettere il cambiamento che voglio vedere. Quindi mi unisco alla Ka whawhai tonu mātou – la lotta continua.

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Da Bologna a San Ferdinando contro i complici dello sfruttamento

Riceviamo e pubblichiamo.

Balletti con Coldiretti. Racconto del presidio a Bologna

Nel pomeriggio di martedì 19 marzo 2019 un gruppo di persone che odiano le frontiere e le politiche ad esse connesse si è trovato in una delle piazze in cui la Coldiretti, dietro al simbolo ben ripulito di “Campagna amica”, fa i banchetti di vendita di prodotti agricoli. Il luogo e il momento non sono stati scelti a caso poiché nel discorso della produzione agricola “etica”, “corretta” e “amica”, la voce di chi nelle campagne ci lavora non esce mai. La voce dei lavoratori delle campagne del sud italia, come è stato ribadito con volantini e interventi al megafono, viene messa a tacere da politiche repressive e controllanti. Così come viene messa a tacere ogni rivendicazione di documenti, case e contratti, il minimo sindacale per una vita dignitosa, il minimo sindacale su cui si passa sopra con le ruspe e le guardie, sgombero dopo sgombero.

Il 6 marzo a San Ferdinando è infatti andato in scena l’ennesimo sgombero fortemente voluto dal sindaco, dal governo e dai sindacati, con la scusa dell’illegalità non più sopportabile i primi e con la scusa della vita indecente i secondi, perché sanno che su queste persone si può trarre guadagno. In questa azione di guerra ai poveri, lo stesso giorno, la Coldiretti si faceva bella con i suoi discorsi su un’agricoltura made in italy pulita e giusta. La Coldiretti, proprio quella rappresentante delle associazioni padronali che lucrano sul lavoro dei tanti braccianti che vivevano in quella tendopoli e che, come il governo, preferisce averli a testa china e controllati all’interno di campi in cui poterli schedare e addestrare alle regole dello sfruttamento. Va ribadito che la maggior parte degli e delle abitanti della tendopoli ha scelto di andarsene altrove e sfuggire quindi alla deportazione nei campi e centri d’accoglienza statali o nei lager. Perchè la scelta per chi vive sul territorio di questo paese senza un pezzo di carta chiamato “permesso di soggiorno” è questa: deportazione, controllo e lager.

Come è successo a Tomi, un ragazzo algerino in sciopero della fame da 40 giorni in protesta contro la reclusione all’interno del CPR di Torino e di cui in questo pomeriggio di protesta è stato mandato l’audio delle sue interviste. Tomi ha continuato a resistere anche dopo i pestaggi subiti nel CPR, ha continuato a resistere anche se i medici, complici del sistema di controllo, hanno dichiarato che il suo stato di salute (perde un kg al giorno da quando ha iniziato la protesta) è perfettamente compatibile con la detenzione amministrativa, ovvero il lager e continua a resistere nella sua dura protesta nonostante, per allontanarlo dalla solidarietà espressa a Torino, sia stato trasferito al CPR di Bari.

La presenza di chi ad alta voce e in una maniera visibile ha tirato fuori le contraddizioni di questo sistema di sfruttamento ha interessato e spinto molte persone a fermarsi e chiedere informazioni ma ha anche fortemente disturbato, generando reazioni così esagerate che la digos ha delegato il suo compito di filmatori compulsivi ad alcuni associati della coldiretti che lì avevano il proprio banchetto. Questi hanno anche cercato di contattare alcuni dei piani alti, con cui ci siamo poi trovati a dover improvvisare balletti per sfuggire al loro tentativo di zittire ciò che avevamo da esprimere al megafono.

Le persone sconvolte dal fatto che la loro bella associazione potesse essere complice di siffatte nefandezze e soprattutto dal fatto che qualcuno potesse disturbare il loro tranquillo mercato, sono state invitate a contattare direttamente Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, per chiedere delucidazioni in merito alle scelte fatte dall’associazione di cui fanno parte e prendere posizione. Il silenzio è complice!

nemici e nemiche delle frontiere

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San Ferdinando – Un altro morto nel lager di stato

Fonte Campagne in lotta

Anche oggi la giornata inizia con immensa rabbia e dolore. Il feroce business dei lager di Stato ci ha portato via un altro fratello. Non conosciamo ancora il suo nome perché l’ordine è quello di non far avvicinare nessuno, per coprire l’ennesima strage e le forze dell’ordine hanno sequestrato i telefoni per evitare ogni forma di testimonianza.
Il giovane uomo, che aveva circa 20 anni, è morto bruciato vivo per un corto circuito del sistema elettrico, che dal giorno dello sgombero non ha mai funzionato. Infatti le persone che erano costrette a vivere nell’ennesima (nuova ) tendopoli, da diversi giorni stavano facendo pressione sul sindaco di San Ferdinando perché venisse a far riparare la corrente, per avere almeno luce e l’acqua calda, soltanto ieri i tecnici si sono presentati e questa mattina avrebbero dovuto finire i lavori… Che il dolore si trasformi in rabbia, pagherete tutto! Continue reading

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Roma – Sul presidio del 16 marzo a Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Sabato 16 marzo una ventina di persone si sono ritrovate di fronte al Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Ponte Galeria per portare solidarietà alle donne recluse e per urlare il loro disprezzo per le frontiere. Nonostante l’assenza di un impianto di amplificazione, i cori e le letture in più lingue delle solidali sono arrivate all’interno e le recluse hanno risposto con urla che sono giunte nitide. Anche se per poco gli sprazzi di dialoghi tra dentro e fuori hanno dato almeno la certezza che il numero telefonico usato per mantenere i contatti fosse stato percepito chiaramente.Le voci da dentro parlano di una 50ina di detenute e di condizioni come sempre difficili.
Da fuori si è raccontato delle lotte negli altri centri d’Europa e della solidarietà nelle strade, della rabbia per ciò che accade nei ghetti; oltre alla storia del ragazzo che ha resistito per 40 giorni in sciopero della fame nonostante il pestaggio ed il trasferimento dal cpr di Torino a quello di Bari.
Nel frattempo un ben attrezzato manipolo di sbirri ha pensato bene di passare il pomeriggio fotografando e riprendendo il presidio.

Da quello che si puo vedere dall’esterno Le barriere sopra il tetto della struttura, del cpr romano, in ristrutturazione dopo le rivolte nella sezione maschile sembrano completate dopo mesi di lavori. Purtroppo non si hanno notizie dello stato dei lavori all’interno; il momento della riapertura probabilmente si avvicina, ma non c’è nessuna certezza.

Nessun occhio digitale potrà immortalare ciò che abbiamo da dire né la rabbia che proviamo!
Solidali e complici con Tomi e con tuttx le reclusx che lottano.
No nation No border Fight law and order

nemiche e nemici delle frontiere

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Modena – 25 Aprile corteo contro i lager di Stato

BASTA LAGER DI STATO.

25 APRILE CONTRO IL RAZZISMO E CONTRO I FASCISTI

Se lo Stato avanza la libertà recede.
Lo Stato avanza chiudendo i porti, respingendo alla frontiera chi emigra e finanziando i lager libici, aumentando la ricattabilità degli sfruttati (stranieri o italiani che siano), inasprendo la repressione verso marginali e ribelli, rafforzando i poteri di polizia, allargando e diffondendo sul territorio galere e zone detentive d’eccezione. Lo Stato costruisce consenso intorno a un clima di rancore e paura, garantendo lauti profitti a chi finanzia e gestisce le strutture di controllo.
I CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), campi detentivi per emigranti, sono l’espressione più brutale di questo avanzamento: migliaia di persone considerate irregolari saranno internate nei lager di Stato in attesa della deportazione nei presunti luoghi d’origine. L’Europa li ha chiesti, il PD li ha creati e la Lega li riempirà: non c’è governo che si salvi.
Il CPR così come le deportazioni rimangono gli strumenti centrali di deterrenza per le persone emigranti. Il CPR è l’ultimo anello di un sistema di controllo, sfruttamento e messa a valore degli individui che passa attraverso il costante ricatto dei documenti, le forme di disciplinamento del sistema d’accoglienza e le forme di lavoro gratuito, propagandato dietro false promesse.
A Modena l’ex CIE diverrà il CPR per l’Emilia-Romagna, una struttura già nota per la durezza dei trattamenti riservata agli internati, da questi ultimi definita “peggio della galera” e da essi stessi chiusa a suon di rivolte nel 2013.
È necessario contrastare questa ennesima espressione del razzismo di Stato e ricordare a chi governa che ancora una volta simili strutture troveranno opposizione. Se le nostre condizioni sono miserabili e le nostre libertà sempre più limitate è perché c’è chi, sotto di noi, subisce sfruttamento e privazione della libertà in modo ancora peggiore.

Ci opponiamo ai CPR perché:

SONO ESPRESSIONE DELLA SVOLTA AUTORITARIA

attuata dagli ultimi governi e tesa a colpire chi sta ai margini, chi non si adegua o chi si ribella, avvisaglie di un vero e proprio Stato di polizia.

RENDONO CHIUNQUE PIÙ RICATTABILE

La minaccia dell’espulsione porta ad accettare anche le peggiori condizioni pur di mantenere il lavoro necessario per il rilascio dei documenti, producendo un generale peggioramento delle condizioni lavorative e di vita di tutti.

DIFFONDONO XENOFOBIA E RAZZISMO

Se chi emigra è trattato da nemico, la solidarietà fra sfruttati va in pezzi a tutto vantaggio di chi ci sfrutta e su ciò l’attuale governo continuerà a guadagnare consensi.

E se paura e rancore dilagano il neofascismo prolifera.

A Modena esso gode di luoghi sicuri, come “Terra dei Padri”, dove i fascisti in camicia nera, l’altra faccia del razzismo di Stato, si preparano a venir fuori appena padroni e governanti lasceranno le briglie. Scendere in strada contro lo Stato di polizia significa scendere in strada anche contro i suoi fiancheggiatori.

Scendiamo in strada il 25 aprile contro tutto ciò.

Solidali con chi è prigioniero perché ha lottato e si è ribellato contro tutto ciò.

OPPORSI AI LAGER DI STATO!

OPPORSI AL RAZZISMO E ALLO STATO DI POLIZIA!

OPPORSI AI FASCISTI!

CONTINUARE A LOTTARE!

Evento FB

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Torino – In lotta al fianco di Tomi

Aggiornamento su Tomi da Macerie in data 21/o3

Ieri ha avuto udienza con il giudice, il quale si è limitato a firmare la proroga del trattenimento, una proroga di 30 giorni; il togato non gli ha rivolto parola, ha lasciato che parlassero gli sbirri e che spiegassero a Tomi come mai non uscirà, adducendo scuse riguardo alla sua querela sul pestaggio subìto in c.so Brunelleschi. In pratica lo tengono dentro perché sostengono che c’è chi sta prendendo tempo per capire come affrontare la querela contro ignoti da lui sporta. I soliti ignoti.

In questi giorni qualcun altro che ha fatto visitava Tomi c’è stato, stiamo parlando di un gruppetto di capi sbirri che si sono palesati facendo domande sul pestaggio e chiedendogli quali pensa siano le ragioni dell’essere stato picchiato.
Oltre che il danno, la beffa.

Ieri ha interrotto lo sciopero della fame perché a questo punto sa che non lo lasceranno uscire a breve e quindi per non morire ha deciso di riprendere a mangiare. Ha chiesto di ricevere del cibo e gli è stato detto di aspettare l’orario di cena, nessuno gli avrebbe portato da mangiare al di fuori dell’orario stabilito.
Nessuno infatti l’ha fatto.

Diretta di oggi, 21 marzo, su Radio Blackout con Tomi.

La storia del suo trasferimento dal CPR di Torino a quello di Bari e il resoconto della sua udienza davanti al giudice. Da un lato il suo coraggio e la solidarietà, dall’altro lato sbirri infidi, medici indifferenti e giudici meschini. Ha spiegato perché ha deciso di interrompere lo sciopero della fame, e perché non smetterà di lottare.

Fonte: Macerie

Né i medici dell’ospedale Martini, né Sonia Schellino, né Bruno Mellano, né la Prefettura, nessuno nei palazzi torinesi si assume la responsabilità della continuazione della prigionia di Tomi.

Il suo sciopero della fame continua, è arrivato al giorno numero 38 e la sua salute è fortemente a rischio. A Torino le iniziative in sua solidarietà continuano, nonostante per isolarlo l’abbiano trasferito al Cpr di Bari Palese: dopo un presidio fuori dall’ospedale, in cui l’hanno ignorato invece che registrare le sue condizioni allo stremo, e un’incursione nell’ufficio dell’assessora del Welfare in cui un lurido portaborse ha detto letteralmente che “se schiatta” non è colpa loro, oggi un folto gruppo di nemici e nemiche delle espulsioni è tornato a far visita a Sonia Schellino, questa volta con l’intenzione di rimanerci nel suo ufficio e bloccare il lavoro dei burocrati comunali. Alcuni si sono addentrati di fretta sino al piano della signora con urla e slogan, altri sono rimasti fuori a volantinare e a raccontare la storia di Tomi ai passanti.

Dentro a quell’ufficio si svolgono più funzioni di quelle di San Pietro, in ordine:

  • Funzioni attinenti all’assistenza sociale di competenza del Comune e conseguente programmazione e coordinamento di tutti i presidi socio-assistenziali comunali
  • Stranieri e nomadi
  • Tutele
  • Edifici per il sociale
  • Presidenza della Commissione per l’emergenza abitativa
  • Politiche abitative di Edilizia Pubblica
  • Coordinamento delle relazioni con le Aziende Sanitarie e delle attività di indirizzo in capo al Comune verso tali aziende
  • Atti connessi ai Trattamenti Sanitari Obbligatori

Ma l’assessora non c’è, la sedia è vuota, a interfacciarsi è la stessa faccia di merda dell’altra volta, Angelo Leto, lo stesso lacchè che qualche giorno fa con disprezzo e noncuranza ha proferito : “se schiatta non è colpa nostra”. Un rimpallo continuo di responsabilità che questi grigi funzionari mettono in campo, costoro pensano alla vita e alla morte delle persone come carte da passarsi tra uffici, di scrivania in scrivania, per finire poi in cassetti con timbro e firma dell’Eichmann di turno. Che schifo fanno, è inenarrabile.

Sono così piccoli e miseri, respirano dentro a labirinti di procedure e quando posti con le spalle al muro, davanti alle proprie responsabilità, non sanno che balbettare di rivolgersi a qualcun altro, se messi alle strette addirittura arrivano a proporre di protestare con qualcun altro. E così è accaduto anche oggi, di fronte alle pressioni e all’occupazione dell’assessorato che andava avanti da ore il piccolo funzionario ha chiamato la Prefettura – secondo lui per far spiegare ai manifestanti come funzionano certe cose. Anche da lì parole a caso, scomposte, roba inutile.

Che farsene del resto del prodotto fetente delle loro corde vocali?

Così qualcuno ha pensato di spostarsi a fare un’incursione anche al Palazzo della Regione Piemonte, dove si aggirano altri personaggi come Bruno Mellano, il garante piddino dei reclusi.

Un po’ di scompiglio dentro ai palazzi torinesi di varia risma e colore, terminato nella centrale piazza del castello, dove interventi e registrazioni hanno raccontato la storia di Tomi e la voglia di vedere i Cpr distrutti.

Che i burocrati della morte non stiano tranquilli, saranno stanati, a costo di entrare in tutti gli uffici, irrompere nei loro convegni.

Devono essere messi davanti alle proprie responsabilità, a partire da quello che sta accadendo in questi giorni.

E che quel mitomane clinico di Alberto Airola non rivendichi oltre che lo sgombero dell’Asilo anche la responsabilità sulla situazione di Tomi, per favore. Il senatore di Aurora – si sa –  è uomo dalle strane abitudini, non sia mai che oltre a inscenare suicidi per attirare l’attenzione o innalzarsi a eroe contro gli anarchici per i like non voglia un riflettore anche mentre sparla di Cpr.

macerie @ Marzo 19, 2019

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Francia – Sciopero della fame nel CRA di Lione e presidio solidale

Traduzione da: Rebellyion

Per denunciare la reclusione e le condizioni della loro detenzione (violenza delle guardie, nessun accesso alle cure…) i detenuti del centro di detenzione per migranti (CRA) di Saint – Exupéry (Lione) hanno iniziato un nuovo sciopero della fame collettivo dal 16 marzo scorso. Scrivono i detenuti in sciopero:

“Siamo dentro al centro, le cose sono fatte male, non abbiamo alcun diritto, né con le guardie, né con associazioni dei rifugiati. Siamo come degli animali. Non c’è televisione, non ci sono più passeggiate, il cibo è guasto, ci lasciano litigare con dei coltelli.

Siamo qua da tre mesi e non abbiamo alcuna notizia. Basta! Non abbiamo documenti e non siamo dei criminali.

Ci danno delle medicine per le persone veramente pazze senza prescrizione e senza niente (Diazépam, Lyrica, Valium, Prazépam, Tercian, Zopiclone, Théralène, Subutex) e anche le infermiere sono al corrente di tutto.

Le persone fanno lo sciopero ma gli danno delle medicine per avvelenarle. Ci sono anche dei padri di famiglia qui. Si feriscono. Chi ha dei punti di sutura viene lasciato  in isolamento così senza cure. C’è chi ha una malattia al fegato e ha bisogno di cure.

E ma no … siccome non abbiamo documenti non abbiamo diritti ma siamo degli esseri umani come tutti.

Grazie di passare a trovarci”.

In risposta a questo comunicato il 17 marzo, una sessantina di persone solidali si sono ritrovate al CRA (prigione per stranieri in attesa di espulsione) di Lione per sostenere lo sciopero della fame dei detenuti. Scrivono i/le compagnx :

“Le persone detenute si rivoltano contro la detenzione e i mezzi di repressione che vi sono associati. Denunciano le violenze fisiche e psicologiche esercitate dalla PAF (polizia delle frontiere, a cui è affidato il compito di mantenere l’ordine nell centro di detenzione); l’assenza di cure di prima necessità pur essendo imbottiti di farmaci (distribuzione abusiva di ansiolitici come il valium…); il cibo è infetto e scaduto…

Per rompere l’isolamento e sostenere la mobilitazione dei detenuti, i loro cari, delle famiglie e delle/dei militanti contro i CRA si sono ritrovatx davanti al centro di detenzione. Ci sembra necessario rendere visibile e denunciare la violenza che struttura questi luoghi di detenzione. Donne e uomini manifestano contro la criminalizzazione, la detenzione e la deportazione degli e delle stranierx, organizzate dalle politiche migratorie dello stato francese.

I detenuti e le persone solidali hanno potuto comunicare attraverso le mura del CRA. Avevano dei tamburi, dei darboukas, pentole e un megafono per fare sentire la loro solidarietà. Delle famiglie hanno anche potuto farsi sentire e fare passare dei messaggi ai loro cari incarcerati.

È stato letto il comunicato di chi sciopera, sono stati scanditi degli slogan di sostegno. I detenuti hanno risposto con le loro voci e battendo contro le mura del carcere. Di fronte a questo sostegno, la PAF ha represso i detenuti con colpi di manganelli e spray urticanti.

Il sit-in è terminato alle 21 dopo che 4 camion della polizia sono arrivati per mettere fine alla mobilitazione. Prima di partire, i/le solidali hanno denunciato la repressione esercitata dalla polizia all’interno del CRA”.

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Torino – Tomi trasferito nel CPR di Bari

Fonte: Macerie

Nelle ultime settimane abbiamo raccontato della protesta di Tomi, ragazzo di origine algerine che vive da anni in Inghilterra e i cui documenti in Italia non sono validi. La validità o meno di un pezzo di carta, di cellulosa, i cui parametri cambiano di paese in paese, porta alla reclusione, così come è accaduto a lui.

Siamo arrivati al giorno di sciopero della fame numero 36, in città gruppi di solidali si sono mossi per organizzare presidi e proteste, fino ad arrivare dentro all’ufficio dell’assessora factotum Sonia Schellino per sputarle in faccia un po’ di responsabilità.

A quanto pare a certi personaggi che decidono sull’altrui sorte non piace ricevere pressioni da vicino e hanno pensato bene di tranciare i legami di solidarietà intorno a Tomi trasferendolo ieri in un’altra prigione per senza documenti, il Cpr di Bari Palese. Gli hanno tolto il telefono per interrompere anche le comunicazioni telefoniche, peccato che lui ricordasse a memoria il numero di telefono di alcuni compagni e compagne e ha riferito di ciò che stava avvenendo. Da che ha potuto capire, non può essere deportato il Algeria, deportazione che preferirebbe alla reclusione di sei mesi, perché, come spesso accade, le burocrazie dei due paesi non sono sulla stessa lunghezza d’onda. Così a Tomi sembra di essere in un limbo indefinito, la prigionia dovrà forse arrivare fino al termine amministrativo, data lontana e insopportabile solo al pensiero.

Intanto i solidali fuori non si sono fatti scoraggiare e si sono già messi in contatto con alcuni compagni pugliesi.

Chi lotta non è mai solo, neanche se trasferito.

macerie @ Marzo 17, 2019

 

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Torino – Aggiornamenti sullo sciopero della fame di Tomi nel CPR e sulle iniziative di solidarietà

Fonte: Macerie

A oggi sono oramai trentacinque i giorni che Tomi sta passando in sciopero della fame. Il ragazzo recluso dentro il carcere per senza documenti sta protestando contro le condizioni disumane a cui è costretto e per conquistarsi la libertà, vuole uscire da lì. Lo sciopero della fame l’ha ridotto all’osso, ha alterato i parametri vitali e ora non riesce più a deambulare sulle sue gambe, ma è costretto a essere trascinato su una sedia a rotelle, esausto.

Le condizioni di salute sempre più compromesse hanno obbligato, due giorni fa, le guardie a spostarlo nell’area sanitaria del Cpr, la zona meglio nota come”ospedaletto”. Stanze dalle pareti lisce che sono più punitive che sanitarie, celle in cui i reclusi sono abbandonati a loro stessi dopo i purtroppo frequenti atti di autolesionismo, dopo i pestaggi curati alla bell’e meglio per coprire quanto accaduto o che sono il luogo migliore per somministrare sedativi a chi deve essere espulso senza troppe lamentele.

Dopo essere stato infilato dentro una delle cellette lisce, dopo aver rifiutato acqua e zucchero, Tomi è stato preso a calci e pugni dalle guardie, per poi essere abbandonato lì per ore prima di essere tradotto all’ospedale Martini.

Piantonato a vista da un folto numero di poliziotti per corridoi e stanze ambulatoriali del pronto soccorso, Tomi non è riuscito a interfacciarsi direttamente con i medici, che hanno fatto finto di non capire il suo idioma – Tomi parla un buon inglese e francese – e si sono rivolti solo ai piantoni. Il controllo è stato forfettario, stabilendo la diminuzione degli zuccheri e della pressione sanguigna, i medici hanno evitato di verificare le tumefazioni provocate dalle percosse o un check dei valori più approfondito. Hanno frettolosamente dichiarato che le condizioni non sono incompatibili con la detenzione dentro i Cpr, senza lasciar alcun esito scritto degli esami al diretto interessato. Così ancora oggi Tomi si trova dentro il Centro di corso Brunelleschi.

A quanti hanno deciso di essere solidali con chi lotta per essere libero, spetta la ricerca di chi è responsabile della miseria che si vive dentro il Cpr, di chi è colpevole del peggioramento delle condizioni di Tomi e del silenzio che permea questo lager.

Ieri sera un pò di persone si sono date appuntamento davanti all’ospedale Martini con volantini e uno striscione. La voce di Tomi registrata in due interviste echeggiava da dentro la cassa, qualcuno si inoltrava dentro l’ospedale a parlare con il personale pretendendo chiarimenti, altri sostavano fuori a raccontare la storia a tu per tu a chi entrava e usciva. Il nugolo di solidali si è poi spostato sotto le mura di corso Brunelleschi per un saluto gridato ai reclusi.

Stamani c’è stato un nuovo appuntamento. La meta è stata il 22 di via Giulio dove, dentro all’assessorato alle politiche sociali, dietro una porta blindata, c’è l’ufficio dell’assessore Sonia SchellinoLa stessa che si occupa di elargire Tso, di far sbaraccare i campi Rom, dello sgombero dolce del Moi, di centellinare case a affitti calmierati per pochi e obbedienti bisognosi, si occupa anche degli “stranieri” nella città di Torino. Ci è parso azzeccato andare a bussare alla sua porta e chiederle qualcosa su quello che succede dentro le mura di corso Brunelleschi. Dopo una scampanellata all’uscio corazzato una risposta ha gracchiato al citofono, nma una volta manifestatasi la presenza di un buon numero di persone determinate ad avere chiarimenti, nessuna voce è più trapelata dall’interno dell’ufficio. E’ stato invece spedito a dialogare con i manifestanti il tirapiedi dell’assessora. Uno pagato proprio per questo, ascoltare le lamentele, le istanze, le urla infuriate di tutti quelli che esausti e furibondi possono far capolino negli uffici del Comune a chiedere spiegazioni, a pretendere soluzioni oppure semplicemente a sfogarsi, pagato per cercare con supercazzole piroettanti di mescolare le carte in tavola, dichiarare che i responsabili sono altri, che bisogna rivolgersi a un altro ufficio, che purtroppo loro non possono fare nulla, che l’assessore ora è proprio impegnato.

Bene, ha tentato anche oggi di contenere le ire contro la mal gradita assessora. In maniera alquanto maldestra ha cercato di declinare qualsiasi responsabilità dicendo “Bè, se schiatta è colpa del medico non nostra”. Difendendo l’operato di questa giunta ha domandato “Fatemi un nome di una persona sgomberata in questa città?”. Intanto, attorno altri impiegati degli uffici comunali si avvicinavano e chiedevano per cosa fosse quel baccano;”Ah sì? Ma cos’è il Cpr, una casa alloggio?” “Ma questi centri non sono stati chiusi?”.

Che la classe politica formata dal Movimento 5 stelle, composta da “gente comune”, non abbia la formazione e la struttura comunicativa che altri partiti hanno costruito e si sono impegnati a dare ai loro uomini, appare evidente: se la prima cittadina non è capace a fare la faccia da pesce lesso, e dire due frasi vuote che non accennino invece all’intervento della polizia per risolvere qualsiasi problema, o non rendano palese il rapporto di sudditanza che c’è tra il governo e i governati, è ovvio che uno dei portaborse non possa fare di meglio. Invece, fa venire l’orticaria che queste anime belle che si occupano di gestire le scartoffie che regolano la vita materiale di tante persone non sappiano neanche dell’esistenza del Cpr o ne abbiano al limite un’idea molto confusa.

Dopo vari botta e risposta con il citrullo, ecco che è giunta la soluzione del rompicapo: la polizia in borghese ha riempito il piano, al che si decide di ritornare in strada, sotto questo precocemente caldo, sole.

Per ora, attendiamo notizie da Tomi e osserviamo come e chi si passerà la patata bollente.

Pronti a raccoglierla da terra, a cercare chi è responsabile della produzione di miseria, della carcerazione e sofferenza di tanti, e a rigettargliele indietro.

macerie @ Marzo 15, 2019

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Torino – Oggi 14 marzo presidio solidale con un recluso in sciopero della fame da 34 giorni nel CPR

Fonte: Macerie

Da 34 giorni un recluso del Cpr di corso Brunelleschi è in sciopero della fame. Ieri è stato portato all’Ospedale Martini dove i medici non hanno ritenuto fosse necessario ricoverarlo nonostante le sue condizioni di salute continuino a peggiorare. Come se non bastasse, al suo rientro nel Centro, quando il ragazzo si è rifiutato di rientrare nella fredda celletta d’isolamento in cui le guardie lo tengono rinchiuso per punizione, è stato picchiato. Quello che sta succedendo è inaccettabile e sono tanti gli uomini responsabili dei rischi che questo recluso sta correndo. Alcuni di questi sono i medici che lavorano al Pronto Soccorso del Martini. Ci vediamo lì davanti questa sera alle 18, numerosi è incazzati. Un ragazzo sta rischiando di morire per la sua libertà!!!

Evento FB

Il racconto di quanto accaduto ieri direttamente dalla voce del recluso in sciopero della fame in collegamento telefonico con la trasmissione ACAB andata in onda ieri, mercoledì 13 marzo su Radio BlackOut

Acab – Recluso al Cpr al 34simo giorno di sciopero della fame

 

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