Trapani – CIE, poi Hotspot e ora CPR: cambiano i nomi ma nel lager di stato continuano i tentativi di fuga e le rivolte

Secondo quanto riporta il blog Borderline Sicilia “l’hotspot di Trapani dal primo ottobre è ufficialmente un CPR, quindi la prefettura ha sospeso il bando esistente affidando la gestione a Badiagrande, che a suo tempo aveva vinto il bando quando la struttura era un CIE (prima di essere trasformata in hotspot)”.

Il nome della struttura è cambiato 3 volte in tre anni ma rimane inalterata la realtà di un campo di concentramento per la selezione e la deportazione delle persone migranti, così come le continue resistenze di chi vi è recluso.

Lo scorso 10 febbraio una sessantina di reclusi aveva tentato la fuga e dato fuoco a delle suppellettili. Un nuovo tentativo di fuga collettivo è avvenuto l’8 ottobre: “novanta immigrati hanno cercato di scappare in massa dall’hotspot di Milo, a Trapani. Si tratta di un grosso numero di tunisini trattenuti nel centro per lo smistamento e l’identificazione della città siciliana. Come scrive TrapaniOggi, si è reso necessario l’intervento della polizia (agenti della questura di Trapani e il reparto mobile di Palermo) per arginare le loro velleità e per riportare la situazione nei ranghi. Non è escluso che nel caos creatosi all”interno dell”hotspot – e durato diversi minuti – qualcuno sia effettivamente riuscito a darsela a gambe. Pare, infatti, che qualcuno sia riuscito a scavalcare le recinzioni e far perdere le proprie tracce alle forze dell”ordine intervenute.
Il giorno successivo, 9 ottobre, 20 tunisini sono stati deportati nel paese di provenienza, con uno dei consueti voli programmati due volte a settimana, in base agli accordi col governo della Tunisia, dall’aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo verso l’aeroporto di Enfida-Hammamet

In un comunicato, i sindacati di polizia si sono lamentati della situazione nel lager: “il personale dei reparti mobili della polizia è spesso in numero inadeguato per fronteggiare le continue rivolte poste in essere dagli ospiti extracomunitari, “si susseguono gli episodi di violenza, vere e proprie azioni di guerriglia organizzata. Oltretutto, a rendere ancora più difficile la situazione c’è il fatto che la struttura, al momento, non è ancora adeguata alle caratteristiche richieste per un Cpr”.

In Sicilia rimangono ora tre hospot sui quattro presenti in Italia: Messina, Lampedusa e Pozzallo. In quest’ultimo lager 72 persone (e tra di loro una donna incinta e bambini di età compresa tra i 5 mesi e i 5 anni) sono segregate da tre mesi, malgrado il trattenimento negli hospot sia autorizzato per 48 ore, tempo aumentato dal recente decreto sicurezza ad un massimo di 30 giorni. Anche a Pozzallo, nel maggio scorso, un tentativo di fuga era stato represso dall’intervento delle forze dell’ordine.

A Lampedusa l’hotspot, con una capienza ufficiale di 95 posti e ancora non completamente ristrutturato dopo la rivolta del marzo 2018, continua a recludere quasi 200 persone – sbarcate direttamente sull’isola – in disastrose condizioni di sovraffollamento e mancanza dei minimi servizi: anche i minori sono costretti a dormire per terra e negli uffici del personale.
In Sicilia è presente anche un altro CPR, quello di Caltanisetta – Pian Del Lago, a quanto ne sappiamo ancora chiuso in seguito ai danneggiamenti provocati dalla rivolta del 9 dicembre 2017. Per questa rivolta, che ha temporaneamente chiuso un lager dal quale nel 2017 erano state deportate 1.565 persone, due tunisini sono detenuti in carcere e sotto processo con l’accusa di “devastazione e saccheggio”.

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Claviere – Sgombero del rifugio autogestito Chez Jesus e del presidio

Fonte: Chez Jesus – Rifugio Autogestito

15 ottobre 2018
+++ STANNO SGOMBERANDO IL PRESIDIO DAVANTI ALLA CHIESA A CLAVIERE +++

Da mercoledì dopo lo sgombero alcun* solidali avevano attrezzato la piazza davanti alla chiesa con alcune tende, bevande calde e cibo per chi si ritrovava bloccat* alla frontiera. I respinti sono numerosi ogni notte e il freddo della montagna e’ forte.
Dallo sgombero di Chez Jesus, la polizia italiana presidia la chiesa e quando hanno visto pochi solidali – o volevano provocare – sono venuti a identificare tutti. Un paio di volte si sono imbarcati coloro che il documento non lo avevano, portando delle persone a Bardonecchia per controllo di identità.
In questo momento la celere e la Digos stanno procedendo allo sgombero della piazza identificando tutte le persone. La solidarietà non si SGOMBERA, chi può venire a dare supporto accorra.

14 ottobre 2018
SULLO SGOMBERO DI CHEZ JESUS

Hanno sgomberato Chez Jesus.
14 camionette, verie macchine di polizia e carabinieri, il solito gregge numeroso di digossini impettiti. Sono arrivati per le 7.40 di mercoledì mattina. Hanno sfondato la porta con un ariete e un martello, e sono entrati.

Il prete che ci ha denunciato, Don Angelo Bettoni, non si è fatto vedere. Il sindaco si, invece. Era con la polizia a ispezionare i locali mentre buttavano fuori vestiti, tavoli, coperte, i materassi restanti. Mentre arrivava la ruspa per prendersi le cose e mettevano le griglie alle finestre.
Ma si conosceva la posizione del sindaco, che da sempre voleva lo sgombero, in quanto Chez Jesus “minacciava le attività economiche del paese e faceva aumentare il flusso di migranti (rendendolo più visibile) dato che si dava cibo e posto per dormire.”

Hanno subito diviso, come secondo le loro categorie, quelli che considerano “migranti” e quelli che considerano “anarchici”, “No Border”, o come gli pare. I primi se li sono portati via, per un “controllo d’identità”, probabilmente alla questura di Bardonecchia. Pare che due di loro siano stati rilasciati perché “in domanda di asilo”. Il terzo, invece, ha ricevuto un decreto di espulsione.
Gli altri sono stati bloccati per ore tra cordoni di polizia e hanno ricevuto una denuncia.

Ci hanno sgomberato perché, come approvato all’unanimità dal Consiglio della Città Metropolitana di Torino il 5 ottobre, bisogna “restituire alla Politica vera” il “tema dell’immigrazione” (cit. Monica Canalis, consigliera PD, direzione marketing Intesa Sanpaolo). Che significa, come esplicitato dal nuovo decreto sicurezza-immigrazione di Salvini, il controllo e la gestione totale di chi arriva in Italia senza il documento considerato “giusto”. Significa rendere “illegali” nuove migiaia di persone grazie alla eliminazione della Protezione Umanitaria. Significa più retate, centri di detenzione, deportazioni.
Vogliono dei nuovi schiavi, disposti a lavorare per niente, sotto la minaccia costante del documento o del CPR. E che se provano a ribellarsi si vedranno bloccata o revocata la richiesta di asilo, dato che ormai anche solo partecipare alle manifestazioni significa essere categorizzato “soggetto pericoloso”.

Chez Jesus si è sempre opposto a ogni forma di selezione e controllo. In quel rifugio, nessuno chiedeva i documenti, nessuno gestiva, nessuno controllava. Era uno spazio per organizzarsi insieme contro le frontiere, chi le vuole oltrepassare e chi le vuole distruggere, in modo libero e autogestito, affinché ciascunx potesse scegliere dove e come vivere, senza che una frontiera spezzasse vite e scelte. Lontano dal business dell’accoglienza e dell’espulsione, lontano dal business dei passeur.

Anche il vescovo di Susa, A. B. Confalonieri, ha espresso la sua soddisfazione per l’operazione di sgombero svolta dalle alle forze di polizia. É un prete che ci ha denunciato. È con la Chiesa che la Prefettura ha preparato lo sgombero, pulendosi la faccia con l’apertura di un posto a Oulx. E come ricorda lo stesso vescovo, “la chiesa valsusina ha collaborato con altri enti per aprire il nuovo centro di accoglienza di Oulx, più adatto alle esigenze degli stranieri”. Ossia: un luogo aperto dalle 20 di sera alle 8 del mattino a 15 chilometri da quella frontiera che chi vuole andare in Francia cerca di attraversare e dove le persone vengono respinte.

La Chiesa possiede circa il 20% del patrimonio immobiliare presente in Italia, per un valore di circa mille miliardi di euro. Un impero del mattone, in pratica. Una multinazionale immobiliare, piena di strutture e soldi.
Che da una parte si fa propaganda con la sua retorica “dell’accogliere”, dall’altra sgombera un sottochiesa che ha dato rifugio a migliaia di persone in questi quasi 7 mesi.

Anche per questo hanno sgomberato Chez Jesus. Questione di soldi, oltre che politica.
E sono tutti contenti. Lo Stato francese e le sue guardie, che riescono a tenere meglio sotto controllo il flusso di persone diretto in Francia. Lo Stato italiano, che non ama luoghi né spazi di autegestione, fa rispettare la sua legge e “riconsegna regolarmente alla proprietà” i locali del sottochiesa. La Chiesa, proprietaria dei locali; le sue cooperative che andranno a guadagnarci dalla gestione del luogo aperto a Oulx. Le attività commerciali di Claviere, che sperano di vedere così scomparire i migranti di passaggio diretti in Francia che rovinano il turismo.
Il fabbro di Gravere, che si è fatto i soldi mettendoci le griglie alle finestre. L’impresa che ha sgomberato fisicamente il luogo e buttato tutto in discarica.
Ognunx ha le sue responsabilità. Non ce lo dimentichiamo.

Invitiamo tuttx ad azioni diffuse. Contro le frontiere, e il loro dispositivo. Ricordiamo inoltre che la Chiesa ha comunque un ruolo di primaria importanza nel nostro sgombero.

La lotta alle frontiere non si arresta.
Il primo apputamento è sotto le mura del CPR di Torino, questa domenica, ore 16.

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Marocco e Spagna: il regime della frontiera

Lo scorso l’11 agosto è entrato in vigore un accordo segnato tra il primo ministro dello stato spagnolo Pedro Sanchez (partito socialista) e la cancelliera tedesca Angela Merkel. Il piano, che è entrato in vigore l’11 agosto, prevede che i richiedenti asilo arrivati in Germania ma registrati in Spagna possano essere riportati indietro entro 48 ore.
In cambio, la Germania ha garantito il suo appoggio affinché l’Unione Europea sblocchi dei fondi – almeno 30 milioni di euro dei 130 richiesti– “per aiutare” il Marocco a bloccare le partenze di persone migranti verso l’Europa.

Nel 2018 il paese con più sbarchi in Europa è stata la Spagna con circa il 40% di tutti gli arrivi. Di questi, la maggior parte sono persone provenienti dalla regione subsahariana ma una buona parte sono anche persone di nazionalità marocchina, tra cui anche numerosx esuli che fuggono dalla repressione militare in atto nella regione del Rif.

In realtà, per quello che concerne il tema delle migrazioni non esiste un accordo definitivo tra Marocco e Spagna e per estensione con l’Unione Europea. Piuttosto esistono dei negoziati permanenti tra le parti che durano dal 2003. È dal 2000, infatti, che il Marocco mette sotto pressione l’Unione Europea facendo leva sulla sua posizione strategica di paese limitrofo (14 km di mare nel punto più stretto) e presentandosi come un potenziale alleato “nella lotta all’emigrazione clandestina” (come fa anche l’Egitto del generale al-Sisi o la Turchia di Erdogan). I termini della relazione possono essere riassunti così: da una parte c’è l’UE che vuole difendere/estendere le proprie frontiere chiedendo misure sempre più ferree ai paesi del Nord Africa (e non solo); dall’altra i benefici in termini economici (investimenti economici o facilitazioni nello stanziamento di prestiti FMI), militari, diplomatici (il riconoscimento internazionale) e politici che la sottoscrizione di tali accordi porta a paesi in forte crisi economica e a governanti senza alcun sostegno popolare. È su queste basi che a partire dagli anni 2000 è cominciata la cosiddetta “esternalizzazione della gestione delle migrazioni da parte dell’UE”. Il che in termini economici è valso al Marocco diversi vantaggi (accordo sulla pesca di cui si discute inevitabilmente proprio in questi giorni), un programma di 40 milioni previsto per la gestione delle frontiere, diversi finanziamenti (476 milioni 2000-2006) contro la disoccupazione, la povertà e lo sviluppo delle regioni del Nord del paese. Compreso il Rif in cui da almeno un anno la popolazione non smette di scendere in strada nonostante una repressione brutale. In cambio, l’Unione Europea ha sempre utilizzato il Marocco come un suo braccio armato nella gestione dei fenomeni migratori, nonché territorio dove espellere le persone che abbiano transitato sul suolo marocchino. Quest’ultimo punto sembra essere uno dei nodi centrali nel proseguo delle negoziazioni e la sottoscrizione di un accordo definitivo. Il Marocco, infatti, è intenzionato a riprendere solo le/i proprx cittadinx ma non chi ha nazionalità differenti. E in effetti, il 5 ottobre scorso il governo ha fatto sapere all’UE di non essere disposto ad accettare la costruzione di centri di detenzione sul proprio territorio.

Tuttavia, il 23 agosto scorso è successo qualcosa che apre degli scenari del tutto nuovi. 116 persone migranti arrivati nell’enclave di Ceuta il giorno prima,sono stati tutti espulsi in massa, senza preavviso, senza che abbiano potuto presentare domanda d’asilo, dunque senza il minimo rispetto di alcun tipo di diritto, verso il Marocco. 10 di loro sono stati anche arrestati dalla guardia civile con l’accusa è di “aver organizzato e diretto l’intrusione massiccia e violenta” a Ceuta. I reati contestati sono di violenza contro gli agenti di sicurezza, appartenenza a un’organizzazione criminale e danneggiamento.

Era dal 2005 che il Marocco non riammetteva persone di altre nazionalità 24 ore dopo la loro entrata in Spagna. Per farlo il governo socialista di Sanchez ha rispolverato un vecchio accordo tra i due paesi siglato nel febbraio 1992 dopo che 800 persone migranti riuscirono ad entrare a Melilla. Da quel momento il patto è stato applicato in rari casi e dal 1999 al 2003 totalmente sospeso (114 casi di espulsione dal 1992 all’agosto 2018). Le autorità marocchine hanno sottolineato che “l’accordo riprende all’interno della nuova politica migratoria europea”. Ossia, decine di migliaia di milioni di euro per aumentare il controllo delle frontiere. Ma non è tutto.

Il 27 settembre scorso, una nave della marina reale marocchina spara su una piccola imbarcazione che si dirige verso la Spagna. Hayat, marocchina, studentessa di diritto rimane uccisa. Altri passeggeri, tutti marocchini, sono gravemente feriti. Hayat e gli altri vengono da Tetouan, una città del nord del paese, nel Rif occidentale. Si tratta di una regione ormai militarizzata a causa delle proteste popolari che vanno avanti da un anno e che hanno portato decine di militanti (anche minori) a riempire le carceri del Makhzen. La risposta della gioventù locale non si fa attendere. Al grido di “uccideteci tuttx”, “il popolo rinuncia alla nazionalità marocchina” in migliaia scendono per le strade della città e si scontrano con la polizia. L’esodo dei/delle giovani del Marocco è un fenomeno sempre più massiccio. A questi si aggiungono gli/le esuli che fuggono dalla repressione militare nel Rif. Molti di loro finiscono nei CIE (centri di identificazione ed espulsione) del governo socialista spagnolo. Tanti sono anche espulsi direttamente nelle galere del Marocco. Moltx finiscono sfruttatx nei campi della Spagna. Ed è proprio in questo contesto che le lavoratrici stagionali marocchine, in gran parte provenienti proprio dal Rif in rivolta, hanno messo in atto una dura protesta contro un sistema che le sfrutta, ne abusa sessualmente, le utilizza a fini propagandistici (è il caso del Sindacato andaluso dei Lavoratori).

Ma le conseguenze degli accordi tra Marocco, Spagna e UE hanno effetti ancora più tragici. Da questa estate, infatti, delle vere e proprie milizie di polizia sotto il comando del ministero degli interni marocchino effettuano sistematicamente continui rastrellamenti in tutte le principali città del nord del Marocco a caccia di persone migranti provenienti dalla regione subsahariana. Secondo un modello attivo anche in Algeria (dove tuttx sanno che c’è la mano dell’Unione Europea) donne, uomini, minori, vengono catturatx, i loro beni rubati da bande criminali e dalla stessa polizia, percossx, messx su autobus e portatx nei lager o nelle carceri delle città a Sud del paese. Spesso sono abbandonatx a loro stessx nel deserto. Finora si contano due morti durante le deportazioni. Tuttavia, è difficile avere dati attendibili di quello che avviene nei lager del paese.

Quanto alle persone che riescono a lasciare le coste del Marocco, spesso sono lasciate morire in mare dalle autorità militari. La Spagna (e dunque l’UE) stanzia milioni di euro affinché il Marocco faccia il gioco sporco, presentandosi agli occhi di tuttx come un governo umanitario. Il 3 ottobre scorso la guardia costiera spagnola ha accusato di aver lasciato volutamente affondare un’imbarcazione con almeno 34 persone. Come sempre l’Unione Europea scarica su altri le responsabilità di massacri di cui è il mandante. Vicende già viste in Egitto, in Libia, in Algeria e in Marocco da anni e anni.

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Roma – Sul presidio solidale e la situazione nel CPR di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Domenica 7 ottobre un gruppo di persone solidali ha partecipato al presidio di fronte al CPR di Ponte Galeria per portare solidarietà alle donne rinchiuse all’interno.

Nella cornice della Fiera di Roma dove si stava svolgendo il Romics (la fiera del fumetto), centinaia di persone sono passate accanto alle mura di un lager senza conoscere e interessarsi della reclusione forzata di donne che, per il fatto di non possedere una carta che ne legittimi la presenza sul suolo italiano, sono state rapite dalla loro vita quotidiana, il lavoro, gli affetti, le speranze di trovare una nuova vita altrove.

In continuità con i governi passati, presenti e futuri, la politica dell’oppressione colpisce gli elementi più deboli, le persone appena arrivate dopo viaggi pericolosi in mare o le lavoratrici residenti in italia da anni, sfruttate dal padrone, in fuga delle violenze di un compagno, ricattate per il permesso di soggiorno. All’interno dei CPR la reclusione si vuole estendere dagli attuali 90 a 180 giorni, raddoppiando così l’isolamento e la sofferenza dell’attesa di una decisione che potrebbe ricondurre la loro esistenza al punto di partenza.
Accanto, nella sezione maschile, ormai chiusa da tre anni grazie alle rivolte di chi vi era recluso, proseguono i lavori di ristrutturazione.

Durante il presidio numerosi cori, musica e interventi dal microfono hanno cercato di mettere in contatto i/le solidali all’esterno con le donne all’interno. Quest’ultime si sono fatte sentire prima con saluti, poi richiedendo il numero di telefono con cui è stato possibile comunicare e ricevere notizie più dettagliate.

Le donne si sono passate il telefono permettendoci di parlare con molte di loro.
Al momento ci sono circa 80 recluse di diverse nazionalità. Molte di loro si trovano da tanti anni in Italia, alcune ci sono nate, hanno qui famiglia e affetti, la loro vita.
I racconti che giungono da dentro sono già tristemente noti: cibo che fa schifo, continui malesseri, medici che rispondono alle loro richieste somministrando farmaci a caso, impossibilità di parlare con i familiari, avvocati che prendono tanti soldi per non fare nulla, le menzogne degli operatori, che hanno provato a nascondere alle donne la nostra presenza lì fuori raccontando che le grida che sentivano venivano da un campetto di basket!

Nonostante i continui tentativi di infantilizzarle e trattarle da ingenue, le donne comprendono benissimo l’ingiustizia di uno stato razzista che le imprigiona, le sottrae per mesi ai propri cari con l’intento di costringerle a tornare nei propri Paesi d’origine, che a malapena conoscono, da cui mancano da anni e che, evidentemente, hanno scelto di lasciare. Così come hanno capito che eravamo lì per loro ed è stata grande la gioia che ci hanno manifestato, e lo è altrettanto la nostra ogni volta che riusciamo a sentire le loro voci oltre quelle alte e pesanti mura.

Restiamo accanto a chi lotta in ogni prigione.

nemic* delle frontiere.

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Torino – Presidio sotto alle mura del CPR – domenica 14 ottobre

fonte: Macerie

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Udine – Di accoglienza si muore

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Da qualche giorno è circolata la terribile notizia di alcuni fatti accaduti a Udine negli ultimi otto mesi: da febbraio a oggi, con un picco nel mese di agosto, sarebbero morte in circostanze poco chiare tra le cinque e le sedici persone richiedenti asilo, tutte residenti in alcuni Cas situati a Udine, tra cui l’ex caserma Cavarzerani, una struttura gestita dalla Croce Rossa e quotidianamente controllata da ingenti presidi di forze di polizia che, secondo gli ultimi numeri di cui si ha notizia, avrebbe ospitato nei mesi estivi circa 700 persone, a fronte di una capienza di 300. Le morti sarebbero avvenute tra i Cas stessi, il carcere e l’ospedale di Udine.

I media ufficiali riportano soltanto due di questi episodi, liquidandoli in poche righe: uno riguardante il presunto suicidio da parte di una persona di origine afghana che sarebbe avvenuto proprio nei locali dell’ex caserma Cavarzerani il 12 agosto; l’altro relativo al suicidio, anche in questo caso presunto, di una persona di origine pakistana, avvenuto il 19 agosto in una cella singola della sezione protetta del carcere di Udine, sotto la stretta sorveglianza delle guardie penitenziarie. Le autorità carcerarie hanno dichiarato che la persona deceduta sarebbe stata trasferita lì su decisione del medico dell’infermeria, dove era stata condotta per medicare delle lievi lesioni procurate, secondo la versione ufficiale, in seguito a un diverbio avvenuto con altri detenuti il giorno precedente alla morte, cioè quello del suo ingresso in carcere.

Due notizie gravissime, soltanto accennate da alcuni quotidiani locali, che riportano le versioni ufficiali date dalle autorità. Con buona pace di (quasi) tutti, il caso è chiuso e risolto. Insomma, l’importante è non porsi domande, non farle, non vedere. Tacere.
E invece di interrogativi ce ne sono proprio tanti. Sappiamo che storie così accadono quotidianamente nei luoghi del controllo e della repressione. La versione ufficiale dei suicidi non è nuova e mai crederemo alle versioni ufficiali del braccio armato del potere e dell’autorità.

Certo, sappiamo che forse non potremo mai conoscere la verità, dal momento che chi avrebbe potuto dircela non c’è più, ma non per questo restiamo indifferenti. E non lo resteremmo nemmeno se si trattasse veramente di suicidi, tantomeno se avvenuti all’interno di luoghi di confinamento e detenzione, sotto il controllo repressivo di guardie e sbirri, dopo mesi, spesso anni, di attesa di commissioni e documenti che non arrivano mai, privati della libertà di gestire e organizzare la propria esistenza e di vivere in autonomia, in condizioni materiali e psicologiche spesso devastanti. Proprio quando, insomma, il suicidio resta l’ultimo atto possibile di libertà.
Ma il segnale ancora più allarmante su ciò che sta accadendo dentro questi luoghi è la coltre di silenzio che ha circondato tutte queste morti, che fa sorgere ulteriori dubbi su chi, o che cosa, le abbia provocate.

Tutto questo accade a Nord-Est dell’Italia dove i migranti, per la maggior parte in arrivo dalla rotta balcanica, si scontrano nella ricostituita frontiera tra Friuli Venezia Giulia e Slovenia. Salvini e Fedriga hanno annunciato con fierezza l’istituzione di un presidio permanente delle forze dell’ordine su quella frontiera per il pattugliamento continuo della fascia confinaria di Trieste e provincia, soprattutto sul Carso. Per l’occasione, sono stati radunati gli agenti della mobile di Padova, gli equipaggi del Reparto prevenzione crimine sempre di Padova, fino al corpo regionale Fvg della forestale. Una vera e propria caccia ai migranti istituzionalizzata tra i boschi di confine, dove non sembrano mancare casi in cui i respingimenti avvengono direttamente tramite la riconsegna di mano in mano alle polizie dei vari paesi, in un percorso a ritroso che li riporta di nuovo in Bosnia e in Serbia. Questi ennesimi respingimenti di polizia non sono altro che la versione alternativa, senz’altro più efficiente ed economica, del ping pong legalizzato dei migranti previsto dal sistema di trasferimenti Dublino e delle espulsioni, previsti dalle leggi europee e nazionali.
Mentre le istituzioni leghiste annunciano gli sgomberi di tutti i migranti che dormono sulle Rive a Trieste, il vicesindaco della città Polidori gira di notte registrando video di se stesso intento a cacciare ai migranti che dormono sulle rive e sui sagrati delle chiese, minacciando di chiamare gli sbirri per ripristinare la sua idea di ordine pubblico. Intanto, Forza Nuova continua a chiamare ronde per presidiare il centro città e la val Rosandra, nella zona di confine.

La regione leghista dichiara, inoltre, la volontà di riaprire il CPR di Gradisca d’Isonzo, fatto chiudere nel 2013 dai migranti reclusi a colpi di rivolte. In più, si dice favorevole ad aprire un CPR per ogni capoluogo di provincia: strutture più piccole, più capillari ed efficienti per effettuare i rimpatri o anche soltanto per il confinamento dei migranti. I campi dovrebbero essere più piccoli di quelli del passato in modo da essere più controllabili e per poter reprimere qualsiasi rivolta con facilità. Inoltre, l’approvazione dei tagli ai fondi per l’integrazione, che fino a poco fa finanziavano vari servizi destinati ai migranti fuori accoglienza e alcuni progetti di accoglienza diffusa nella regione, ha suscitato la reazione non soltanto delle cooperative dell’accoglienza, chiaramente interessate a mantenere il proprio posto di lavoro, ma anche dei quattro prefetti della regione, che ne hanno fatto una questione di pubblica sicurezza, dal momento che i servizi del territorio finanziati con questi fondi garantivano il controllo e la gestione capillare dei migranti.

Di carcere si muore, così come di “accoglienza”. Sulle frontiere geografiche e in quelle dei grandi centri di confinamento dei migranti sparsi sul territorio. La notizia di così tante, troppe morti avvenute in così poco tempo, non può passare sotto silenzio, né essere dimenticata. Il clima di terrore e l’omertà imposta dai protettori di questo sistema non basterà a far calare l’attenzione su ciò che accade quotidianamente sui nostri territori e nei centri di confinamento, qualsiasi sia il nome attribuitogli. Non basterà a sedare le lotte contro ogni frontiera.

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Roma – Domenica 7 ottobre – Presidio al CPR di Ponte Galeria

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L’estate appena trascorsa ha visto media e opinione pubblica concentrarsi in modo particolare sul tema immigrazione. La presenza di Matteo Salvini al Ministero dell’Interno, e la forte propaganda mediatica razzista degli ultimi mesi, hanno senza dubbio dato man forte agli innumerevoli atti di violenza contro persone di altre etnie e Paesi di provenienza che si sono susseguiti da nord a sud, causando spesso gravi ferimenti e uccisioni. Grande spazio hanno avuto poi i testa a testa del governo italiano con i rappresentanti degli altri Paesi europei sulla questione degli sbarchi, con i noti slogan che ritraggono la situazione italiana in perenne emergenza immigrazione.

In realtà i dati riportati dal Viminale nel dossier sulla sicurezza ci dicono che durante il periodo 1 agosto 2017-31 luglio 2018 sono sbarcate in Italia 42.700 persone, il 76,6% in meno dell’anno precedente, quando le coste italiane erano state raggiunte da quasi 183.000 migranti. Sappiamo bene che fine hanno fatto le persone che non sono mai arrivate, lasciate morire in mare o respinte in Libia, rinchiuse nei lager nati in seguito all’accordo con l’Italia dell’estate 2017 avente l’intento di frenare e controllare l’immigrazione dall’Africa e dall’Asia. Continue reading

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Roma – Giovedì 4 ottobre – Presentazione e discussione opuscolo “Migrazione e detenzione delle donne nel Cpr di Ponte Galeria” @BAM

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Qui il link per leggere e stampare l’opuscolo.

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Belgio – Quando la polizia spara, lo Stato mente e i media rilanciano

Il 23 settembre si è tenuto un presidio sotto le mura di recinzione del lager per migranti (CIE) di Bruxelles. Centinaia di persone hanno così commemorato i vent’anni dell’assassinio di Semira Adamu, una migrante soffocata dalla polizia durante il suo sesto tentativo di espulsione. Le persone recluse hanno risposto come potevano dalle grate delle loro celle alle grida, musica e battiture dei/delle solidali. La manifestazione sotto al lager fa parte di una serie di azioni organizzate in queste settimane e che proseguiranno anche la prossima settimana con un sit-in a Jumet (Charleroi) dove sarà costruita un’altra prigione per migranti.

Nei giorni scorsi, tuttavia, nel quartiere in cui si trova anche il parc Maximilien la polizia ha sparato a un uomo belga di origini egiziane che dormiva per strada. In molti, anche in Italia, hanno rilanciato la notizia diffusa dalla polizia che l’uomo avrebbe attaccato le guardie con un coltello. Le cose, tuttavia, non stanno affatto così. Qui di seguito la traduzione di un comunicato scritto da compagni e compagne e diffuso per le strade di Bruxelles:
“Lunedì 17 settembre alle 9, nella via chaussée d’Anvers, vicino alla torre WTC (non lontano dalla stazione del Nord N.d.T). Un uomo che dormiva sul marciapiede, cade sotto i colpi da fuoco della polizia. 3 pallottole. Il “perimetro di sicurezza” circondato da teloni istallato in tutta fretta dopo il fatto rappresenta bene la non trasparenza del caso. Dal momento in cui il fatto è reso pubblico, la procura diffonde delle informazioni che mettono l’uomo, senza fissa dimora, nella posizione dell’ “aggressore” colpevole. La stampa rilancia il comunicato ufficiale, e titola già in prima pagina “un uomo pugnala un poliziotto al parc Maximilien”.

Due giorni dopo, un vicino che aveva filmato la scena dopo i tre colpi da fuoco della polizia spiega ai giornalisti di BX1 che “l’aggressore” era già immobilizzato quando i poliziotti gli hanno sparato: “Abbiamo visto tutta la scena e l’uomo era già immobilizzato quando i poliziotti gli hanno sparato addosso. Questi hanno prima usato lo spray lacrimogeno, poi gli hanno sparato. Erano dodici poliziotti attorno a lui, non due. L’uomo è stato ancora percosso dopo. Un altro uomo in borghese è arrivato dopo e gli ha fatto i primi soccorsi, ma non so se era un poliziotto”.
A.E., 43 anni si trova tra la vita e la morte da lunedì, vittima delle leggi belghe, sempre più repressive contro migranti ma anche, contro tuttx i/le belgx quando hanno a che fare con il controllo sociale, il diritto al lavoro, l’accesso ai servizi, etc. Quanto accaduto è il frutto delle politiche razziste, di sfruttamento e d’oppressione condotte dallo Stato. La giustizia protegge la sua polizia. E le/i policitx, continuano ancora e sempre i loro discorsi di odio e di esclusione.

La situazione ricorda tristemente il dramma del 17 maggio passato, quando una guardia ha aperto il fuoco sul conducente di una camionetta che trasportava delle famiglie di migranti e la pallottola si conficcò nella testa di una bambina di 2 anni, Mawda. Anche su questo episodio la giustizia si tiene in un’opacità inquietante.
Noi rifiutiamo la propaganda di Stato che criminalizza la vittima e riaffermiamo che svegliando brutalmente un uomo che dorme per strada e sparandogli addosso per ucciderlo, la polizia si è ancora una volta resa colpevole di una violenza di cui ha illegittimamente il monopolio. La violenza non viene affatto da un uomo che dorme per strada, ma da un governo che persevera nella sua impresa di criminalizzazione e di invisibilizzazione delle persone già marginalizzate, e il cui braccio armato può permettersi tutto senza preoccuparsi affatto”.

Fuoco alle galere!

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Palmi (RC) – A processo due solidali che sostengono le lotte di chi vive nelle tendopoli di San Ferdinando

Lunedì 1 ottobre, avrà inizio a Palmi uno dei processi contro chi supporta le lotte autorganizzate dalle persone immigrate che vivono nei ghetti e sono sfruttate nelle campagne.
In questo caso, l’accusa rivolta a due nostre compagne è di aver aiutato una persona a sfuggire all’identificazione e, per una di loro, di averlo fatto con l’uso della forza contro un carabiniere, durante la giornata di lotta del 22 marzo 2017 a San Ferdinando.

Questo processo, così come alcune segnalazioni e i verbali di perquisizione che attestano il ritrovamento di volantini e striscioni, è alla base del foglio di via impartito la scorsa estate a 3 compagnx, conseguentemente alla giornata di resistenza che ha visto gli abitanti della tendopoli puntare i piedi davanti all’ennesimo tentativo di sgombero. Operazione umanitaria-militare che ha solo prodotto il moltiplicarsi di ghetti, tra cui il campo di lavoro inaugurato il giorno stesso dallo stato: un insieme di tende ministeriali perimetrato da recinzioni, telecamere, con accesso e orari gestiti dal controllo tecnologico e dall’assedio delle forze dell’ordine e numerose altre limitazioni.

Il teorema che la questura continua a ricamare sui nostri compagni e compagne è che farebbero parte di una regia occulta che incita e pilota le persone immigrate a ribellarsi. Con gli stessi presupposti altri solidali sono stati denuncianti in seguito ad un’altra giornata di lotta, tenutasi sempre nelle strade di San Ferdinando. Così come a Foggia, dove alcuni compagni e compagne, per le stesse lotte, subiranno un processo nelle prossime settimane. Infatti, anche nella provincia pugliese, le persone costrette a vivere nei ghetti da anni si sono autorganizzate per cambiare le proprie condizioni di vita e di lavoro.
Qui, come in Calabria, le risposte sono stati sgomberi, campi di lavoro e denunce.

In questi casi allo stato serve raffigurare gli immigrati e le immigrate come incapaci di intendere e di volere, manovrate da cattivi consiglieri. Non sarebbero dunque gli abusi delle guardie, l’assenza di documenti, la sopravvivenza in baracche e tende senza luce e acqua, il passaggio obbligatorio nei campi di stato, lo sfruttamento nelle campagne, l’impossibilità di scegliere dove e come vivere, a spingere le persone a lottare, a fuggire davanti un controllo, a rifiutare deportazioni e compromessi.

Per accompagnare militarmente anche l’introduzione della Zona Economica Speciale (ZES) nell’area industriale del porto di Gioia Tauro, lo stato ha scelto di regolamentare i campi di concentramento per lavoratori immigrati e, cosciente che le rivendicazioni delle dure lotte portate avanti vanno ben oltre la sopravvivenza nei ghetti, ha deciso di isolarle totalmente da una presenza solidale, da occhi indiscreti.
Fino a oggi il lavoro della questura sembra piuttosto semplice perché ben pochi/e compagni e compagne hanno risposto agli appelli di chi lotta nelle campagne.

Mentre le forze dell’ordine s’impegnano ad attaccare qualsiasi presenza solidale con denunce, minacce e umiliazioni, lo stato ha scelto un suo referente, un soggetto che deve rappresentare, con una sola voce, tutte le persone costrette nei ghetti.
All’USB (Unione Sindacale di Base) vengono quindi date le sale del comune di San Ferdinando per inscenare i monologhi dei propri dirigenti, davanti ad una silenziosa platea di lavoratori; così come gli è stata affidata la gestione di uno sportello per agevolare le pratiche dell’ufficio anagrafe, e concesso l’ingresso nel campo di stato inaugurato solo un anno fa.
Di fronte alla quotidiana repressione che riguarda le persone che vivono nelle tendopoli, compare la mano rassicurante di un sindacato, che parla con lo stato e “ottiene qualcosa”.

In forma episodica sono state raccontate le numerose occasioni in cui l’USB ha affiancato gli interessi dello stato, dimenticando le rivendicazioni delle persone direttamente coinvolte. Forse, la più eclatante, fu proprio nel tentativo di sgombero della vecchia tendopoli accompagnato dalla mediazione e l’invito a lasciare le tende per
cercare, in futuro, di cambiare le cose.
Un invito perpetuo alla calma, anche davanti a vere e proprie tragedie, che descrive “il consentito” fuori dal quale resta solo la repressione frontale. Lo raccontano bene le testimonianze e i comunicati scritti in più lingue da chi vive e lotta nella piana di Gioia Tauro.

Noi crediamo a quelle voci e a quelle persone non smetteremo di dimostrare che siamo al loro fianco nonostante i tentativi di questure e tribunali.

Settembre 2018

Rete Evasioni
Rete Campagne in lotta
Le compagne e i compagni di Hurriya

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