Egitto – La complicità italiana col regime e aggiornamenti dalle carceri

Lo scorso 5 agosto il ministro degli esteri italiano ha incontrato il suo omologo egiziano. Oltre a discutere dell’assassinio di Giulio Regeni ostentando tutta la loro complicità, i due ministri hanno affrontato sia la questione della guerra e delle elezioni in Libia, sia il tema del blocco dei flussi migratori. Non si tratta di una novità: già nel dicembre 2017 l’allora ministro degli interni Minniti aveva incontrato il presidente dittatore al-Sisi per parlare degli stessi argomenti. Nel settembre dello stesso anno è stato firmato un accordo tra i due ministri degli interni in cui l’Italia si impegna ad addestrare al Cairo personale di polizia di 22 paesi africani specializzati in “migrazione illegale”.
Durante l’ultimo incontro non si sono registrate sostanziali novità. Il ministro Shoukry si è limitato a confermare gli “ottimi rapporti con il governo italiano”, sottolineando che fin dal settembre 2016 l’Egitto ha mantenuto i suoi impegni come partner di primo piano dell’Unione Europea nella gestione e controllo di quella che chiamano “crisi migratoria”. Nonostante ciò il paese rifiuta di installare (insieme a Tunisia e Algeria) nel proprio territorio dei campi per rifugiati(i campi richiesti dall’Ue dove trattenere e selezionare le persone migranti). Continue reading

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Marocco – Dopo accordi bilaterali, violenze e deportazioni di migranti subsahariani

In questi ultimi giorni le autorità marocchine hanno rastrellato gli accampamenti siti nelle foreste nei dintorni delle città, e in alcuni quartieri  di Nador, Tangeri e Tétouan – vicino alle città spagnole di Ceuta e Melilla  – e arrestato centina di migranti. È proprio nei pressi di queste due città che negli ultimi mesi sono nati dei grandi accampamenti di persone migranti. Testimonianze dal posto parlano di “caccia all’uomo” e dicono che almeno 1600 – 1800 persone sono state arrestate e poi dislocate con la forza nella città di Tiznit (a 800 km di distanza da Tanger, circa 10 ore di viaggio in bus), o più a Sud nelle città di Agadir, Errashidia e Marrakesh nel deserto a sud del paese. Alcunx di loro sono statx abbandonatx lungo il tragitto nella zona desertica di Benguerir a oltre 500 km da Tanger, dove risiedevano. Almeno due persone sono morte. I due hanno cercato di lanciarsi dal bus che li stava deportando. I/le migranti, tuttx di origine subsahariana, hanno subito forti violenze da parte della polizia e successivamente da bande di criminali che hanno saccheggiato anche i loro averi e le loro case. Decine le persone ferite. Nemmeno donne incinte e bambini sono stati risparmiatx. Lo scenario è lo stesso di quello accaduto nelle città costiere algerine qualche mese fa. Del resto, lo stesso Marocco non è nuovo a questo tipo di operazioni di deportazione o trasferimento forzato di persone migranti verso accampamenti al Sud del paese. Negli ultimi mesi, le autorità marocchine hanno anche distrutto diversi spazi auto-organizzati, come il campo di Fes, dove la gente si rifugiava per scappare dalle continue violenze di Stato e razziste. Secondo l’Associazione marocchina per i diritti umani (AMDH) questi arresti sono del tutto illegali anche perché avvengono senza alcun mandato giudiziario, specificando soprattutto che “il Marocco, la Spagna e l’Unione Europea ne sono i responsabili”.  Continue reading

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Torino – Proteste, tentativi di evasione e un presidio venerdì 17 agosto davanti al CPR

Fonte: Macerie

Dopo la rivolta di settimana scorsa non si raffreddano gli animi nel Cpr di Torino; la struttura continua a essere stracolma con quasi 200 persone rinchiuse. Nonostante le forti proteste e l’inutile visita dell’ispettore intervenuto successivamente a rassicurare, nulla è cambiato delle condizioni di detenzione: la razione giornaliera di acqua è sempre di un litro a testa, sempre calda, il cibo fa schifo e le richieste di visite mediche vengono costantemente negate. Anche in altri centri i reclusi non stanno con le mani in mano ad attendere la fine dell’estate: a Palazzo San Gervasio (Pz) scioperi della fame e proteste contro le deportazioni sono all’ordine del giorno.

A Torino molti reclusi si tagliano per protesta, altri preferiscono salire sui tetti tra lo sguardo annoiato dei charlie, mentre qualcun altro tenta la via della fuga.

Negli ultimi giorni sono stati due i tentativi di evasione che hanno avuto, purtroppo, esito negativo con uno dei due ragazzi sbattuto in isolamento. Mentre ieri un altro ragazzo si è tagliato costringendo gli operatori a chiamare l’ambulanza per portarlo all’ospedale. Da dentro ci fanno sapere che in giornata la polizia è entrata per prendere la sua roba e di lui al momento non si sa nulla.

Al momento gli atti di protesta si concretizzano per lo più in maniera isolata e attraverso azioni di autolesionismo non si può negare che l’aria che si respira all’interno del Cpr sabaudo sia piuttosto tesa.

Come pure la repressione in città che non molla la morsa sopratutto intorno alla stazione di Porta Nuova. Da diversi mesi i controlli della stazione sono più serrati e agenti di polizia pattugliano dentro e fuori alla ricerca di “molesti e accattoni”, per lo più dalla pelle scura. Giovedì 9 agosto poi è andata in scena un’operazione in grande stile tra il pop e il grottesco: la “Summer clean station” che ha visto impegnati oltre 50 sbirri in stazione e nelle vie limitrofe e ha portato all’identificazione di 158 persone. Se la quotidiana guerra ai poveri in città non si placa con la calura estiva sta anche a chi è rimasto incastrato tra le torride architetture urbane fare la sua parte. Di fronte alle urla di libertà che si levano dal Cpr torinese, ai numerosi episodi di insubordinazione e ai pestaggi, quotidiani o straordinari, che chi si ribella subisce come reazione da parte della polizia, si dovrebbe perlomeno provare a farsi sentire.

Invitiamo tutte e tutti venerdì 17 agosto alle ore 16 sotto le mura del Cpr per un presidio in solidarietà ai reclusi.

macerie @ Agosto 13, 2018

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Palazzo San Gervasio (Pz) – Nel CPR ancora proteste e resistenze contro le deportazioni

Dopo lo sciopero della fame portato avanti il 23 luglio dai reclusi nel CPR di Palazzo San Gervasio, lo scorso mercoledì 8 agosto una nuova protesta ha visto protagoniste due persone, le quali intorno alle 19.30 si sono arrampicate sul tetto dei moduli della struttura, hanno divelto una telecamera, spostato verso l’alto i fari che illuminano il piazzale e resistito come potevano ai tentativi delle forze dell’ordine di farli scendere. La situazione purtroppo si è conclusa con l’arresto dei due e il loro trasferimento nel carcere di Potenza, con l’accusa di violenza, minacce e resistenza a pubblico ufficiale. 

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Belgio – Violenta deportazione impedita dai e dalle passeggerx

Sabato 11 agosto è entrato in vigore il decreto reale che permette di nuovo la detenzione di famiglie con minori al seguito, al fine di espellerli dal paese. Dei nuclei familiari sono stati già trasferiti presso il CIE 127bis di Steenokkerzeel (Bruxelles), accanto alle piste dell’aeroporto nazionale. Nei prossimi giorni è previsto il loro trasferimento nella sezione del lager per migranti riservato alle famiglie. Una grossa mobilitazione di singoli, gruppi e associazioni è in atto da mesi. Negli scorsi giorni sono state fatte alcune azioni. Un sit-in nel centro di Bruxelles è previsto il giorno in cui la prima famiglia varcherà i cancelli del lager.

Maggiori informazioni si possono trovare in questi indirizzi facebook: Collectif Crer, Semira Adamu 2018.

La scorsa domenica 5 agosto la polizia ha tentato di espellere per la terza volta un migrante di nazionalità algerina, in Europa da 13 anni. L’espulsione è fallita solo grazie alla tenacia e al coraggio dell’uomo aiutato dalla mobilitazione di un gruppo di solidali che si è recato in aeroporto per avvisare della deportazione i passeggeri del volo. L’uomo è stato comunque aggredito, percosso e offeso dalla polizia. Qui di seguito la traduzione del resoconto scritto dai/dalle solidali.

Deportazione violenta impedita dai/dalle passeggerx.

Traduzione da Getting the voice out

Un uomo detenuto nel CIE (centre fermé) Caricole ci chiama d’urgenza. È il 5 agosto alle 10 del mattino. Gli è stato detto che sarà espulso alle 4 dello stesso giorno sul volo TUI in partenza da Charleroi verso Algeri. L’uomo viene messo immediatamente in prigione.

Il signor A. è un uomo di 35 anni, nato ad Algeri, in Europa dal 2004. Ha vissuto prima in Italia e da 6 anni vive in Belgio. Lavora in un cantiere edile come manovale. Ha sempre lavorato, soprattutto nei grossi cantieri edili di Anversa e del centro commerciale del canale a Bruxelles per 9 mesi, prima di essere recluso a Merksplas, poi a Bruges e infine al Caricole presso Steenokkerzeel (Bruxelles). L’uomo non ha mai avuto un contratto di lavoro e dunque non possiede né documenti, né protezione sociale.

Il 5 agosto è il suo terzo tentativo di espulsione, gli è stata promessa una scorta di polizia. In effetti, egli aveva rifiutato già i primi due tentativi di espulsione. Risiede in Europa da 13 anni e non desidera ritornare in Algeria.

Un appello ai/alle militanti era stato lanciato per recarsi all’aeroporto di Charleroi per informare i passeggeri dello stesso volo della sua presenza e spiegargli la sua situazione.

Noi abbiamo deciso di non diffondere questi appelli sul nostro sito, dal momento che l’Ufficio di Stato lo sorveglia, il che potrebbe generare delle reazioni securitarie e interrompere la mobilitazione.

Tante persone erano presenti all’aeroporto per sensibilizzare i passeggeri e ci sono arrivati numerosi messaggi. Scrive un contatto: “l’aereo per Algeri non è mai decollato. I/Le passeggerx sono piuttosto nervosx e per ora sembra che sia impossibile imbarcare l’uomo”.

Poi: “È stato riportato al CIE. È stato massacrato dalla sua scorta. Dei passeggeri hanno rifiutato di viaggiare con loro. Una donna ha gridato molto forte dicendo che non si possono trattare le persone come degli animali. Il comandante dell’aereo ha preteso di lasciare l’apparecchio”.

Al suo ritorno un detenuto del centro ci ha detto: “è stato massacrato dalla sua scorta, è pieno di colpi su tutto il corpo e hanno insultato la sua religione. È questo che gli ha fatto più male”.

Estratto del rapporto medico che descrive le violenze della polizia.

“Domenica 5 agosto 2018, Mr Allag è stato trasferito dal centro Caricole al commissariato federale, poi al commissariata a Charleroi. Durante quest’ultimo trasferimento, è stato attaccato con delle cinture. La sua descrizione fa pensare a una camicia come quella utilizzata per i pazienti aggressivi. Dice di aver avuto dei dolori perché le cinture erano troppo strette. Al commissariato di Charleroi, gli hanno legato anche le gambe. E’ stato trasferito nell’aereo da sei poliziotti federali. Gli sono state legate le mani vicino alla vita, poi ancora con le mani sono state cinturate davanti alla pancia e alla fine è stato attaccato ai braccioli. L’immobilizzazione che descrive rendeva ogni movimento impossibile.

L’uomo ha cercato di gridare per avvertire i passeggeri della sua espulsione contro la sua stessa volontà ma dei poliziotti gli hanno schiacciato il collo e la cassa toracica per impedirgli di gridare. Gli hanno anche spinto la testa tra i due sedili incastrandolo come in una morsa.

Uno dei poliziotti l’ha insultato: “fotti tua madre”. Poi gli ha detto che il suo Corano doveva essere gettato alla spazzatura. Un altro poliziotto che egli identifica come il responsabile del gruppo con gli occhi blu e una t-shirt arancione ufficiale l’ha chiamato “miserabile” e “coglione”. […]

Bisogna dunque continuare…continuare a denunciare perché i passeggeri possano essere messi al corrente e possano reagire rifiutando di sedersi, o non mettendo i loro bagagli nel posto previsto. Continuare a denunciare per aggirare i piani messi in atto dalla polizia per far passare tutto nel silenzio. Continuare a denunciare per mettere fine a altre espulsioni.

Stop deportation!!!

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Castiglione di Garfagnana (LU) – Le donne del centro di accoglienza bloccano la strada per documenti e libertà

Ieri mattina un gruppo di donne provenienti dalla Nigeria ha portato avanti un blocco stradale a singhiozzo per ottenere documenti e libertà, protestando contro l’obbligo di vivere in un centro di accoglienza posto in una frazione di Castiglione di Garfagnana, mal collegata con Lucca tanto da renderle completamente isolate da due anni esatti.

Il blocco stradale diquattro ore ha probabilmente riguardato l’unica via principale e i residenti, a detta della stampa locale, piuttosto che ascoltare, comprendere e unirsi alla protesta, hanno pensato unicamente di allertare le forze dell’ordine che sono intervenute ripristinando la quiete tombale con qualche difficoltà.

La loro deportazione in questa frazione aveva destato polemiche nella giunta locale proprio nell’agosto 2016, quando il sindaco Daniele Gaspari l’aveva considerata, infatti, un’imposizione della Prefettura.
Imposizione prefettizia che ha fatto gola a un privato che guadagna affittando 4 immobili adibiti a centro di accoglienza, e alla cooperativa che gestisce, a detta stessa delle donne in lotta, la vita delle persone costrette a viverci.

L’arrivo di queste donne a Castiglione di Garfagnana è da ricondursi alle operazioni di “alleggerimento” che hanno riguardato, a più riprese, la tendopoli-hub delle Tagliate (Lucca), gestita dalla Croce Rossa.
Vi abbiamo recentemente parlato di questa tendopoli nel caso di un TSO a cui una ragazza nigeriana è stata recentemente costretta, proprio perché voleva lasciare il campo e scegliere dove vivere con sua figlia.

Sembra evidente che anche a Lucca e provincia sia chiaro il business legato alle cosiddette “categorie vulnerabili”, etichetta attribuita alle donne costrette a fare richiesta di protezione internazionale per entrare nel territorio europeo, bollino prezioso per chi gestirà il loro percorso a tappe nel sistema campo.
Di fatto, se da una parte questa denominazione e la conseguente infantilizzazione permettono alle cooperative di guadagnare più soldi sull’accoglienza di queste donne, dall’altra le commissioni che decidono sulla protezione internazionale non si fanno problemi a diniegare le richieste di regolarizzazione, spingendo queste donne a diventare clandestine.

Nel caso della protesta di ieri, fortunatamente non era una sola donna a lottare e a ricevere quindi una pesante rappresaglia, la forza di tutte loro speriamo che smuova presto qualcosa.

Vi lasciamo alle loro parole riportate nei giornali e alle foto dei cartelli portati nel blocco stradale, con le loro chiare rivendicazioni:


“Siamo qua da due anni e ancora siamo in attesa di una risposta dalle commissioni. Otto di noi hanno ricevuto una prima risposta negativa, mentre le altre ancora aspettano. Lo Stato italiano non ci riconosce. Nel frattempo ce ne stiamo quassù, dove d’inverno il freddo e la nebbia fanno paura, senza fare niente e senza documenti. Abbiamo solo soggiorno e tessera sanitaria.

Quello che chiediamo sono però i documenti per la residenza. Stiamo per di più in una zona remota con scarsi collegamenti con i mezzi pubblici. Basti pensare che il pullman per Castelnuovo, da noi, passa solo due volte.
La mattina, alle 10, e il pomeriggio, alle 15.20. Se qualcuna di noi dovesse recarsi a Lucca, il primo treno disponibile sarebbe alle 11.50, ma, al ritorno, non saremmo in grado di prendere l’ultimo pullman disponibile per tornare a casa”.

e ancora:

“Stamattina abbiamo manifestato davanti a casa nostra – concludono – ed è intervenuta anche la cooperativa che ci gestisce, oltre ai carabinieri. Ci è stato detto che cercheranno di risolvere il problema. Noi però non vogliamo stare più qui senza fare niente”.

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Libia – Rivolta nel lager di Tarek al Matar

Ieri lunedì 6 agosto, la camera dei deputati, dopo il voto favorevole del Senato, ha approvato definitivamente a larghissima maggioranza il cosiddetto “decreto Libia”, che prevede la fornitura alla guardia costiera libica di 12 motovedette, al fine di rafforzare ulteriormente la caccia alle persone che provano a raggiungere l’Europa.
Sono ufficialmente almeno 13.000 quelle fermate quest’anno, tutte recluse nei campi di concentramento supportati da Italia e UE.

Le persone nei lager, come raccontavano qui, continuano malgrado tutto a lottare per la libertà. Domenica scorsa una rivolta è avvenuta nel centro di detenzione di Tarek Al Matar, nei pressi di Tripoli, che reclude attualmente circa 1.800 persone.
È lo stesso lager dove hanno operato nei mesi scorsi le Ong italiane vincitrici del bando predisposto dal Ministero.
La notizia della protesta e della sanguinosa repressione è stata diffusa da eritrei che vivono in Italia, in contatto con alcune persone recluse nel lager.
Di seguito riportiamo alcuni estratti dall’unico articolo pubblicato in Italia su quanto avvenuto.

“La tensione accumulata da mesi è esplosa domenica nel sovraffollato centro di detenzione libica di Sharie (o Tarek) al Matar, nei sobborghi di Tripoli, con scontri con le guardie e tre feriti. […] l’esasperazione e la protesta dei prigionieri per le condizioni da tutti gli osservatori considerate inumane di prigionia e contro trasferimenti in altri centri per paura di essere venduti ai trafficanti di esseri umani.
Paura giustificata dalla sparizione di 20 detenuti nei giorni scorsi e di 65 donne con bambini che i libici giustificano come alleggerimento dell’affollatissima struttura e sulla quale sta compiendo verifiche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati.

Per protesta i prigionieri eritrei, molti in carcere da mesi, parecchi intercettati e sbarcati dalla guardia costiera libica dopo la chiusura delle coste di questi mesi, hanno incendiato due materassi provocando la repressione durissima della polizia libica, la quale ha ferito tre richiedenti asilo, due dei quali hanno dovuto essere ricoverati in ospedale. Negli stanzoni roventi, lerci e stipati come pollai sono stati sparati lacrimogeni e le guardie hanno picchiato i detenuti con i fucili per riportare la calma. “

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Torino – Rivolta nel CPR di Corso Brunelleschi

fonte macerie

Quasi una tradizione la rivolta estiva in c.so Brunelleschi.

Ieri sul fare della sera, appena arrivati sotto al Cpr torinese, alcuni compagni respirano ancora la rabbia che fuoriesce da quelle mura: urla, battiture e grida inneggianti alla libertà ancora si riverberano nell’aria estiva e si uniscono a quelle solidali fuori.

Sono ore che dentro al centro i reclusi hanno deciso di interrompere la generale asfissia della reclusione amministrativa. La scintilla non è solo una e le motivazioni della rabbia non possono essere stilabili  così facilmente in un elenco, ma da quello che raccontano i ragazzi dentro possiamo solo immaginare cosa significhi stare in un recinto per bestie da soma con 40°, l’acqua potabile razionata a un litro al giorno e consegnata immancabilmente calda, pasti avariati e alla mercé di forze dell’ordine e di un’azienda, la multinazionale francese Gepsa, che ricava il suo profitto dalle miserevoli condizioni quotidiane che riesce a imporre.

Ieri, all’ennesimo pranzo di merda, all’ennesimo rifiuto di condurre un ragazzo all’ospedaletto per delle cure, in mensa è partito un lancio di oggetti e cibo contro i lavoranti, responsabili come i militari di lavorare instancabilmente con ricatti e pestaggi affinché chi è privato della propria libertà tenga la testa bassa. Infatti il primo intervento delle forze dell’ordine presenti nella struttura è stato quello di impartire una lezione fisica al detenuto che chiedeva di essere visitato, così da levare il problema alla radice lasciandolo steso a terra. Gli altri compagni dello sventurato non sono rimasti con le mani in mano e dando sfogo all’umanità più bella, quella della ribellione nonostante tutto l’apparato attorno, sono usciti insieme in cortile a dare fuoco ad alcuni materassi, hanno spaccato i vetri delle aree e sono saliti sul tetto per resistere il più possibile ai rinforzi dello Stato in procinto di arrivare.

Come da aspettativa, la celere non si è fatta attendere.

Un centinaio di agenti in antisommossa hanno fatto irruzione e hanno distribuito le sante manganellate della pace e dell’ordine per calmare se non certo gli animi, di sicuro i corpi. E dopo le manganellate, i calci e i pugni, come da manuale, l’opera di divisione: molti sono stati rinchiusi nelle diverse stanze, mentre dei ragazzi sul tetto alcuni sono scesi alle 19, quando le minacce contro di loro e il caldo estivo sono diventati gravosi, altri, ostinati, ci sono rimasti fino a stamane.

A fine giornata il conto delle botte prese dai detenuti è lungo e le procedure di cura all’interno del Cpr sono come al solito interessanti. Tra i tanti ematomi, tra le numerose ferite, il caso esemplare è quello di un ragazzo a cui hanno rotto la mano; gli hanno detto esplicitamente che aspetteranno almeno 30 ore prima di portarlo in un ospedale, perché così, rimarginate un po’ le lesioni, si può sostenere che la causa non siano le manganellate dirette prese dalla polizia.

Nonostante tutto al centro l’aria rimane calda e oggi tutti i cosiddetti ‘ospiti’ dell’albergo stellato di c.so Brunelleschi sono in sciopero della fame.

Qui un video della rivolta inviatoci da dentro.

macerie @ Agosto 7, 2018

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San Ferdinando – Prosegue la lotta di chi vive in tendopoli: l’autorganizzazione risponde a abusi e repressione

fonte: Campagne in lotta

Oggi noi, gli e le abitanti della tendopoli di San Ferdinando abbiamo organizzato una manifestazione perché siamo stanchi e stanche di abusi, di repressione e di false promesse mai mantenute da parte delle istituzioni.

Abbiamo bloccato la strada e abbiamo così ottenuto un incontro con il sindaco. Al comune abbiamo presentato un documento in cui abbiamo scritto le nostre richieste: casa e documenti per tutti, basta con le tendopoli e che tutti i nostri diritti in materia di salute e lavoro vengano rispettati. Abbiamo anche ribadito che non vogliamo più repressione da parte delle forze dell’ordine contro di noi e contro chi ci sta vicino.
Il sindaco, come ogni volta, ha evitato di dare risposte chiare e ha affermato di non essere il responsabile della baraccopoli, ma alla domanda “e di chi è quindi la responsabilità?” ha risposto “Non lo so”.

È chiaro che anche se noi siamo gli abitanti e i lavoratori di questo posto sono altri che decidono sulle nostre vite. Le parole del sindaco hanno riconfermato la certezza di uno sgombero imminente senza peró volerci dare i tempi né tantomeno le alternative abitative che stanno preparando. Ha anche negato la possibilità per chi vive in baraccopoli di avere la carta d’identità, un diritto che dovrebbe essere di tutti.

Di fronte alla nostra insistenza ha concesso un incontro in tendopoli domani alle 4, a cui parteciperà anche il commissario di Gioia Tauro per parlare della questione dei documenti. Siamo usciti dall’incontro convinti più che mai che dalle istituzioni non avremo altro che parole vuote e che dobbiamo continuare a lottare, prendendoci ció che ci spetta.
Andremo avanti fino alla fine!

Ascolta qui una delle corrispondenze radiofoniche di questa giornata di lotta.

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Roma – Sul rastrellamento al campo rom di Castel Romano

riceviamo e diffondiamo:

Questa mattina ingenti forze di Polizia e Polizia Roma Capitale, con volanti, fuoristrada , unità cinofile e camionette, si sono presentate al campo Rom di Castel Romano per dar via al tanto sbandierato censimento voluto dal ministro degli interni Salvini. Le modalità di esecuzione degli ordini sono state semplici: prelevare da tutti i container i residenti, radunare adulti e minori al centro del piazzale del campo e, documenti alla mano, fotografare stile foto segnaletica persona per persona. Il tutto è durato diverse ore, con i bambini piccoli rimasti nei container separati dalle mamme, con la polizia che bloccava chi doveva dirigersi al lavoro facendogli subire umiliazioni e mortificazioni ,ironizzando sul fatto che”uno zingaro lavorasse” . Infatti dal racconto di chi ha subito questa schedatura emergono provocazioni da parte delle forze dell’ordine, forti del fatto che ora ”c’è Salvini” come i gendarmi hanno spesso ripetuto nella mattinata.

Il campo Rom di Catel Romano è un’isola in mezzo al nulla, confinante con campi di terra bruciata e la strada regionale Pontina, voluto dall’ex sindaco di Roma Alemanno e praticamente condanna i suoi residenti a una realtà di emarginazione e ghettizzazione: non vi sono servizi adiacenti facilmente raggiungibili senza macchina e non vi è garantita nessun tipo di socialità.

L’isolamento geografico e sociale ha permesso che l’operazione di schedatura avvenisse lontano dagli occhi degli altri cittadini , anche se di questo se ne parlerà come un’operazione indolore e necessaria, come editto salviniano pretende.

Questo cosiddetto ”censimento” si inserisce nel puzzle della politica anti migrante del Ministro Salvini, con i cinquestelle al seguito che assecondano il carrozzone razzista. Una propaganda anti povero, più che anti straniero, che passa dai controlli e dai sequestri sulle spiagge dei venditori ambulanti, ai blocchi delle navi cariche di migranti naufraghi. Politica atta più a distogliere dalle vere cause della crisi che colpisce in base al ceto e non al colore della pelle, e dal fatto che il partito leghista della legge e dell’ordine debba restituire 50 milioni di euro di fondi pubblici trafugati dai suoi precedenti amministratori.

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