Spagna – Sciopero della fame per protestare contro il trattenimento a Tenerife

Traduzione da https://www.elsaltodiario.com/migracion/huelga-hambre-continente-tres-meses-espera 

Uno sciopero della fame per arrivare alla penisola dopo tre mesi di attesa

Ieri, sabato 16 gennaio, più di 175 persone, la maggior parte delle quali provenienti dal Senegal, hanno iniziato uno sciopero della fame per protestare contro il loro trattenimento a Tenerife.

Alcuni si trovano da tre mesi nell’hotel Tenerife Ving, una soluzione di accoglienza provvisoria dopo il loro arrivo via mare sull’isola. Il loro obiettivo continua a rimanere lo stesso di quando sono partiti dal Senegal mettendo a rischio la propria vita e passando svariati giorni di angoscia in mezzo al mare: ricongiungersi ai propri familiari in Spagna e trovare un lavoro. Però le settimane passano, e anche se molti dispongono del proprio passaporto, gli viene impedito di arrivare alla penisola dove si trovano i familiari che potrebbero ospitarli e sostenerli. Quando escono in strada sanno di essere esposti al rischio della detenzione, di finire in un CIE (Centro de Internamiento de Extranjeros – i nostri CPR) e di essere deportati. Per tutti questi motivi – dopo lunghe settimane di attesa e tre periodi consecutivi di quarantena dovuti all’arrivo di nuovi gruppi di persone – la mattina di sabato hanno deciso di iniziare uno sciopero della fame, senza prevedere una data di fine. Questa mattina, secondo quanto comunicato a El Salto dall’hotel, una persona ha dovuto essere trasportata in ospedale per le conseguenze dello sciopero. 

Khalifa Ibrahima Ndiaye è arrivato a Tenerife alla fine di ottobre. “Un miracolo”, assicura, dato che sul gommone, di piccole dimensioni, viaggiavano duecento persone. “Mangiavamo un piatto di riso e bevevamo un bicchiere di acqua al giorno”. Hanno avuto fortuna visto che ci hanno messo “solo” sei giorni ad arrivare. Nell’hotel, racconta, ci sono persone che ci hanno messo dieci, dodici giorni ad arrivare. Pensa anche a tutti quelli che si sono fermati lungo il cammino.  Questo studente di diritto, che parla uno spagnolo perfetto, appare in un video nel quale, circondato da altri giovani senegalesi, spiega i motivi per cui ha scelto di smettere di alimentarsi come forma di protesta. Parlando con El Salto, racconta la frustrazione che si respira nell’hotel, una delle infrastrutture turistiche dove sono state distribuite le persone che arrivavano alle isole e il cui utilizzo come luogo temporaneo di accoglienza per i migranti ha suscitato critiche xenofobe e razziste. Però Ndiaye e le oltre 175 persone che si sono unite allo sciopero non desiderano stare in un hotel di Tenerife. “Qui ci danno da mangiare, possiamo dormire. Le lavoratrici della Croce Rossa ci trattano bene. Però non siamo animali, non vogliamo solo mangiare e dormire, siamo esseri umani, vogliamo lavorare, vogliamo essere liberi per avere una vita migliore”. 

Da settimane, Ndiaye ha i soldi necessari per pagarsi un volo per la Spagna e ricongiungersi con la sua famiglia che lo sta aspettando a Huesca. Il suo progetto personale, come quello di tutti coloro con cui condivide la sensazione di limbo e la paura di essere rispedito al punto di partenza,  si scontra con la ferrea volontà dello stato di impedire che chi arriva sulle coste delle isole Canarie (circa 22.000 persone nel 2020) prosegua verso il continente. 

Il caso dei senegalesi è complesso perché non gli viene riconosciuto il diritto di asilo come avviene invece per coloro che arrivano dal vicino Mali – anche se sono stati denunciati rimpatri verso la Mauritania anche di cittadini maliani – e la Ministra degli Esteri, Arancha González Laya, è già andata in Senegal lo scorso novembre per negoziare con il presidente Macky Sall la ripresa delle deportazioni verso questo paese. 

Ndiaye incolpa le autorità di Dakar di non aver mobilitato la diplomazia a Madrid per aiutare i suoi cittadini migranti bloccati nell’arcipelago. Persone che, dopo aver trascorso più di 60 giorni di detenzione, dovrebbero poter circolare senza paura della deportazione. Le critiche al governo senegalese per la sua indifferenza di fronte alla tragedia che colpisce gran parte della gioventù del paese, spinta all’emigrazione dall’assenza di futuro, ha generato lo scorso autunno un’ondata di proteste. 

Però, da quanto racconta Ndiaye, lo sciopero intende interpellare il governo spagnolo. Spiega che, essendo la Spagna un paese democratico, si aspettavano un trattamento più umano. Non è solo una questione di solidarietà, ma di giustizia. “Come persone migranti, siamo venute a reclamare la nostra fetta della torta. Per secoli si sono portati via la ricchezza dell’Africa, ci hanno usato come schiavi. E ora ci respingono quando veniamo a lavorare dopo aver rischiato le nostre vite sui gommoni”.

Il giovane senegalese e i suoi compagni sperano di riuscire a dare visibilità alla situazione in cui si trovano. “Al governo spagnolo chiediamo di lasciarci arrivare alla penisola per ritrovare le nostre famiglie. Sia per coloro che hanno un passaporto in regola che per coloro che non ce l’hanno. Nessun essere umano è illegale”, racconta il pomeriggio di sabato, prima di passare la sua prima notte di digiuno. Per ora, i media senegalesi hanno già dato copertura alla protesta. 

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Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

fonte : FB Comitato lavoratori delle campagne

Della rivolta nella ex caserma Serena a Treviso e della sua repressione: non lasciamo solo chi lotta per la libertà

Il 19 agosto Mohammed, Amadou, Abdourahmane e Chaka vengono arrestati per devastazione, saccheggio e sequestro di persona e portati nel carcere di Treviso. Il 7 novembre Chaka, 23 anni, viene trovato morto nel carcere di Verona.
Secondo le accuse, sono colpevoli di aver “capeggiato” le proteste che tra giugno e luglio hanno travolto il Cas ex caserma Serena di Treviso.
In un periodo in cui per molti il lockdown sembrava finito, le persone costrette a vivere dentro i luoghi di reclusione continuavano a restare ammassate, senza che venisse presa nessuna misura di tutela della loro salute.
Questo è il caso dell’ex caserma Serena di Treviso, adibita a Cas e gestita dalla cooperativa Nova Facility, dove ancora a giugno, più di 300 persone continuavano a vivere in spazi sovraffollati, senza che venisse loro fornita alcuna informazione sui contagi né alcuna protezione come mascherina e disinfettante. Molti di loro lavorano sfruttati in diversi settori della zona, dalla logistica all’agricoltura. Già da ben prima dell’emergenza Covid chi era costretto a vivere in quel luogo aveva denunciato le terribili condizioni di vita all’interno della struttura: le condizioni igieniche degradanti, le cure mediche assenti, le camere-dormitorio, la rigidissima disciplina con cui sono applicate le regole dell’accoglienza, la collaborazione tra operatori e polizia, il lavoro volontario all’interno del centro. Un luogo perfetto per la diffusione del Covid.
L’ex caserma Serena, infatti, nel giro di 2 mesi diventa un focolaio,e i contagiati passano da 1 a 244. E’ proprio per questo che prima a giugno, poi a fine luglio e infine ad agosto si susseguono proteste da parte degli ospiti della struttura. Le ragioni sono molto chiare, nonostante le notizie sui giornali e le inchieste giudiziarie vogliano storpiarle in tutti i modi possibili: si protesta perché non viene fornita nessuna informazione sugli aspetti sanitari, né alcuna misura di tutela della salute, perché da un giorno all’altro viene comunicato a tutti l’isolamento, ma senza che venga data alcuna spiegazione. Solo dopo due giorni di vero e proprio sequestro degli ospiti si scopre che la ragione è il contagio di un operatore. Si protesta perché molti perdono il lavoro senza poter nemmeno comunicare coi propri padroni; perché vengono fatti a tutti i tamponi, ma poi positivi e negativi vengono rinchiusi insieme e quindi l’isolamento si rinnova continuamente. Si protesta perché chi lavora lì continua ad entrare e uscire, mentre i contagiati all’interno aumentano di giorno in giorno, ad alcuni vengono fatti anche 4 o 5 tamponi ma nessuno, tra operatori, personale sanitario e polizia, si interessa di fornire informazioni a chi dentro la caserma ci vive e di virus si sta ammalando. Ad alcuni è anche impedito di vedere l’esito del proprio tampone. Si protesta anche perché gli ospiti chiedono di parlare coi giornalisti per raccontare le loro condizioni, e polizia e operatori glielo impediscono.
Nel frattempo, già dopo le prime manifestazioni di giugno, la prefettura preannuncia 3 espulsioni e almeno una ventina di denunce pronte per quando finirà l’isolamento. L’annunciata repressione si avvera il 19 agosto, quando quattro persone che vivono dentro l’ex caserma vengono arrestate. Altre 8 risultano indagate. Le accuse sono pesanti, ed è molto chiaro che l’intento è punire Abdourahmane, Mohammed, Amadou e Chaka in modo esemplare, per dare un segnale a tutti gli altri. Per trovare dei colpevoli, dei capi, degli untori, per spostare la responsabilità dal Ministero dell’Interno, dalla Prefettura, dalla cooperativa e dal comune agli immigrati. Tutti e 4 vengono portati nel carcere di Treviso. Mohammed viene ricoverato in urgenza allo stomaco proprio per l’assenza di cure, Amadou si ammala di Covid in carcere.
Dopo un mese circa – per ordine del Ministero dell’Interno- vengono trasferiti in 4 carceri diverse e messi in regime di 14bis (sorveglianza particolare). Il 7 novembre il più giovane di loro, Chaka, viene trovato morto nel carcere di Verona. Su di lui viene spesa qualche parola in qualche articolo di giornale, si parla di suicidio e poi, come per tantissime altre morti, cala il silenzio.
Le ragioni di questa protesta, la repressione che ne è seguita e la morte di Chaka sono un’espressione molto chiara di quanto è accaduto nell’ultimo anno e dell’ordine assassino a cui vogliono sottoporci. Se abbiamo conoscenza di questa storia è soltanto grazie al fatto che delle persone continuano a lottare. E per questo ora stanno pagando, rischiando di rimanere isolate e sole.
Dall’inizio della pandemia nei centri di accoglienza di tutta Italia si sono susseguite proteste scatenate da ragioni del tutto simili a quelle di Treviso: la mancanza di informazioni chiare, l’ammassare positivi e negativi insieme in una tendopoli, in un centro o su una nave, le quarantene continuamente rinnovate, la mancata tutela della salute. Le proteste, le fughe, gli scioperi della fame non si sono mai interrotti, contro uno Stato che nei mesi ha noleggiato 5 navi-prigione, ha inviato militari a presidiare i centri di accoglienza, ha stretto accordi di rimpatrio con la Tunisia, ha denunciato ed espulso centinaia di persone, avallato da fascisti e rappresentanti locali che gridavano all’untore, all’espulsione, agli sgomberi.
A marzo, in seguito alle lotte per i documenti che le persone immigrate soprattutto nelle campagne portano avanti con coraggio, lo stesso governo ha varato una sanatoria che ha coinvolto solo poche persone, lasciandone tantissime altre in condizione di irregolarità o semi-irregolarità. Eppure di questa sanatoria le istituzioni si sono fatte vanto, così come della modifica dei decreti sicurezza di Salvini (in realtà questi prevedono ancora misure per favorire la repressione dei reati commessi dentro i cpr, mentre è stata lasciata completamente intatta tutta la parte relativa alla criminalizzazione delle lotte in generale).
Così nelle carceri, dove dopo le rivolte di marzo e le morti, si è cercato di imporre in tutti i modi un muro di silenzio. Mentre le prigioni continuano ad essere focolai, i contagiati raddoppiano (come ad esempio il carcere di Vicenza dove tuttora è rinchiuso Amadou), e aumentano i morti di Covid tra i detenuti, sulle rivolte di marzo e sui 14 detenuti morti nelle galere di Modena, Bologna e Rieti si cerca in tutti i modi di far calare il silenzio; levando di torno le persone e mettendo a tacere in qualsiasi modo la voce dei detenuti e dei testimoni delle violenze e torture che si sono consumate in questi mesi nelle galere. Non a caso proprio le persone straniere che hanno partecipato alle rivolte di Modena sono state espulse.
Ma per quanto si voglia liquidare tutte queste morti, da quella di Salvatore Piscitelli a quella di Chaka Outtara, come dovute a overdose o suicidi, sono proprio le denunce, i racconti e le lotte di questi mesi ad aver permesso di non farne dei casi singoli. Per quanto si voglia dividere e isolare chi ha lottato nei campi, nei centri di accoglienza, nei cpr, sulle navi, nelle carceri con enorme coraggio in tutti questi mesi, i legami di solidarietà e di lotta non smettono di intrecciarsi.
La morte di Chaka, come quella di tanti altri, non deve essere dimenticata, perché quello di Chaka è un omicidio e gli assassini sono l’accoglienza, le leggi razziste che governano la vita delle persone immigrate, lo sfruttamento, il carcere.
Attualmente Mohammed e Amadou sono nelle carceri di Treviso e Vicenza, mentre Abdourahmane è agli arresti domiciliari. Invitiamo a scrivere loro e a far sentire la nostra vicinanza in tutti i modi possibili, perché continuare a lottare significa anche non lasciare solo nessun davanti alla repressione, e non lasciare che la morte di Chaka si aggiunga solo ad una lista ormai troppo lunga.
Per Chaka
Mohammed, Amadou e Abdou liberi! Tutti e tutte libere!
Sanatoria per tutti, repressione per nessuno!
Per scrivere loro:
Mohammed Traore
Via S. Bona Nuova 5/b
31100 Treviso (TV)

Amadou Toure

Via B. Dalla Scola 150

36100 Vicenza (VI)

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Torino – Domenica 24 Gennaio presidio al CPR di Corso Brunelleschi

riceviamo e pubblichiamo

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CPR di Brindisi-Restinco: due notti di rivolta

Ancora una volta solo la lotta delle persone recluse accende i riflettori sulla situazione nei lager italiani. Nel CPR di Brindisi intorno alle 3 della notte tra domenica e lunedì i reclusi hanno dato fuoco a materassi e suppellettili nelle sezioni B e C della struttura, rendendole la prima inagibile. Anche i media locali sono stati costretti ad ammettere che la protesta è divampata dopo settimane di inascoltate richieste, da parte di reclusi in pessime condizioni di salute e dei loro compagni di prigionia, di ottenere assistenza medica. Dopo l’incendio, delle 46 persone presenti nel centro, sembra che 3 siano state arrestate, 14 trasferite nel CPR di Gradisca d’Isonzo e un’altra decina siano state fatte uscire dalla sezione B ormai impraticabile e ammassate, insieme a altri reclusi, nella sezione C, che aveva avuto meno danni. Di fronte a questa situazione ulteriormente peggiorata, la notte successiva verso le 22.30 i reclusi hanno ripreso a far sentire la loro voce, incendiando di nuovo i materassi.

Anche all’inizio del 2020, a febbraio e marzo, erano avvenute rivolte nel centro di espulsione di Restinco, e una persona lì presente aveva raccontato l’angoscia e la rabbia di chi si trova recluso per mesi in celle sovraffollate, senza distanziamenti e cure, durante una pandemia.

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Egitto: L’EU complice della dittatura. La situazione nelle carceri.

Il 7 dicembre scorso, un tribunale del Cairo ha rinnovato la detenzione di circa 750 persone accusate di terrorismo (50 casi) in una singola udienza.
Tra di loro anche Patrick Zaki, lo studente dell’Università di Bologna arrestato all’aeroporto del Cairo a febbraio del 2020.
Non si conosce il numero delle persone detenute in Egitto. Decine di migliaia sono i/le prigioniere politiche ammassate in celle piccole, senza servizi, senza assistenza medica mentre nel paese e nelle carceri dilaga la pandemia. Un altro recente rapporto internazionale dice che le persone morte nelle carceri sono più di 1000 dal 2013. Tra di loro anche Giulio Regeni, torturato a morte dai servizi egiziani. Questo, tuttavia, non impedisce al criminale al-Sisi di essere riverito da Macron all’Eliseo, o di ricevere chiamate docili e condiscendenti di Conte o di altri capo di stato Europei. Del resto l’UE tutta non solo è complice del regime egiziano, ben foraggiato con soldi, armamenti e sostegno internazionale, ma dimostra di condividerne anche le politiche autoritarie vista la repressione e le violenze poliziesche di questi ultimi anni e la condizione in cui versano le carceri europee.

Qui di seguito abbiamo tradotto uno scritto della sorella della compagna Mahienour al-Masry, rapita dai servizi di fronte alla procura di Alessandria. Da quel momento la sua detenzione è stata rinnovata illegalmente. Il 30 agosto scorso un nuovo processo è stato aperto nei suoi confronti con l’accusa di “far parte di un’organizzazione illegale”.

L’8 dicembre si è svolta l’udienza per il rinnovo della detenzione preventiva di Mahienour.
I suoi legali e nello specifico la sua legale, Wafaa al-Masry, sono venuti a sapere che Mahienour e Esraa Abdel Fattah hanno denunciato il poliziotto che le ha trasferite dal carcere al tribunale.
Sono state spinte dentro al blindato a forza perché volevano che togliessero loro le manette, come avviene di solito, ma questo non è successo e hanno affrontato un trasferimento difficile e faticoso senza potersi reggere, né muoversi.
Purtroppo è stato lo stesso poliziotto a trasferirle nuovamente in carcere. Non riesco a non essere preoccupata al pensiero di cosa possano aver subito durante il rientro in carcere, soprattutto dopo che il poliziotto è stato denunciato personalmente.
I legali hanno scritto un verbale di denuncia al procuratore generale con la richiesta di aprire un’indagine per abuso di potere.
Durante l’udienza di rinnovo Mahienour ha raccontato del sovraffollamento all’interno del carcere femminile di al-Qanater. Se prima ogni detenuta dormiva su un letto proprio, ora sono obbligate a condividerlo in due, durante la diffusione della pandemia. Ovviamente in queste condizioni è impossibile rispettare il distanziamento e il sovraffollamento aumenta di giorno in giorno.
Mahienour racconta anche delle restrizioni sulla corrispondenza, i libri e le perquisizioni avvenute all’interno delle varie celle. Alcune detenute sono state private di tutti i loro beni e anche delle coperte in pieno inverno.
La famiglia di Mahienour farà una denuncia ufficiale come da lei richiesto, per le pessime condizioni all’interno del carcere.

Libertà per Mahienour,
Libertà per tutti e tutte.

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Torino – Aggiornamento dal CPR di Corso Brunelleschi

fonte: No CPR Torino

In settimana un gruppo di solidali si è avvicinato alle mura del CPR di corso Brunelleschi per dare sostegno ai reclusi con un rumoroso saluto. Per alcuni minuti cori, slogan e fumogeni hanno riscaldato i rivoltosi all’interno che da subito hanno risposto calorosamente con urla e battiture dimostrando quanto sia forte la volontà di fare uscire la loro voce fuori da quelle infami mura.
Ieri siamo riusciti a sentire al telefono quattro ragazzi all’interno del CPR.

Ci hanno raccontato che continua il divieto di poter utilizzare il proprio cellulare e l’unico modo per comunicare con l’esterno rimane quello di utilizzare le schede telefoniche che vengono acquistate a loro spese direttamente dall’ente gestore (la multinazionale francese Gepsa, specializzata nel fare profitto con i luoghi detentivi).
La cabina telefonica presente in ogni aerea del centro continua ad essere disattivata per le chiamate in entrata.
La situazione dei pasti è sempre ignobile. Molti reclusi sono costretti a nutrirsi solo di latte in polvere annacquato e biscotti per diverse settimane in quanto il cibo fornito due volte al giorno è spesso marcio e maleodorante.
Dopo mangiato molti si addormentano entrando in uno stato di catalessi dovuto ai soliti medicinali che vengono aggiunti agli alimenti. La scorsa settimana alcuni reclusi dell’area VERDE hanno protestato durante la consegna del cibo e per tutta risposta sono stati picchiati e insultati dalle guardie.

L’assistenza sanitaria all’interno del CPR continua ad essere assente. Le condizioni igieniche sono pessime, le unità abitative non vengono mai pulite o disinfettate. Viene ignorata dal punto di vista medico ogni forma di disabilità, come ci ha raccontato un signore marocchino con un problema alle articolazioni inferiori che più di un mese fa è stato scaricato come un pacco all’interno dell’area ROSSA e da allora abbandonato senza una sedia a rotelle e senza una stampella. Può andare in bagno solo grazie all’aiuto de suoi compagni di stanza che gli hanno costruito un supporto di polisterolo.
Secondo una stima dei reclusi ci sarebbero più di cento persone all’interno del CPR.
Al momento su sei aree totali, due sono completamente inagibili, la BLU e la VIOLA, a causa delle rivolte scoppiate ad inizio anno che hanno distrutto e dato alle fiamme varie stanze del centro. Anche nelle aree ROSSA, BIANCA e GIALLA molte unità abitative sono ancora inagibili causando un continuo e pericoloso sovraffollamento all’interno delle stanze in funzione, dove sono presenti sette letti e in media attualmente dormono tra le dieci e le quindici persone. Anche nell’area VERDE, dove tutte le unità abitative sono agibili e sovraffollate, c’è molta preoccupazione tra i reclusi per un possibile contagio. Un ragazzo marocchino ci ha raccontato che viene fornita una sola mascherina chirurgica quando entri nel centro e non viene mai più cambiata. Continue reading

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Protesta al CAS di Terzigno

La pandemia di sars-covid19 ha mostrato in Italia con la massima chiarezza, se ancora ce ne fosse stato bisogno, la realtà del sistema concentrazionario di gestione delle persone che migrano, chiamato impropriamente e ipocritamente, anche a sinistra, “accoglienza”. Con il pretesto di presunte misure sanitarie hanno intensificato il mortifero filtro delle frontiere, l’immediato isolamento e segregazione delle persone al momento dello sbarco o del rintraccio ai confini, negli hotspot e sulle navi prigioni, i trasferimenti coatti, la reclusione di massa in strutture sovraffollate, la ripresa delle deportazioni, il controllo militare e poliziesco dei vari campi di concentramento, causando così il conseguente prevedibile insorgere di focolai di contagio, usati dai partiti per inasprire ulteriormente queste misure. L’apartheid sanitario di stato non ha incontrato nella “società civile” un effettivo contrasto, come al solito invece sono state le persone costrette nelle strutture di confinamento a continuare a lottare, con proteste, rivolte e evasioni di massa.

Pubblichiamo, scusandoci per il ritardo, il racconto di una delle tante proteste avvenute in Italia, invitando a supportare queste lotte e scriverci per descrivere le situazioni locali.

Oggi, 12 ottobre 2020, continuano le proteste nel CAS “Villa Angela” a Terzigno (NA), dove da due settimane gli “ospiti” del centro, sono in confinamento forzato, e sembra che polizia e gestori vogliano continuare la reclusione per un altro mese. Le persone migranti avevano già manifestato venerdì scorso, 9 ottobre.
I migranti rinchiusi sono usciti dalla struttura per protestare contro una reclusione ingiustificata (dato che non sono mai stati riportati i risultati dei tamponi), ma anche contro la mancanza di cibo, di acqua potabile, di servizi igienici. (6 gabinetti di cui uno solo funzionante per 80 persone). Denunciano non solo il fatto di non ricevere alcun pagamento dei soldi che gli spettano da mesi, ma anche gli allagamenti delle stanze nelle quali sono costretti a vivere, e il clima generale di soprusi e intimidazione da parte della polizia e del gestore Massimo Esposito. Questo personaggio è proprietario oltre che del CAS di Terzigno, anche di un CAS a Trecase, entrambi ottenuti con appalto della prefettura di Napoli. Per questo, l’obiettivo della protesta di oggi era di arrivare sotto la prefettura di Napoli, ma le forze dell’ordine hanno impedito alle persone migranti di raggiungere la stazione dei treni. Le persone in protesta sono consapevoli che la situazione che vivono è la stessa che viene imposta in altre parti d’Europa, in Francia e Germania ad altre persone migranti.
Nonostante l’invisibilizzazione da parte dei media nazionali, questa protesta non è isolata:
Solo settimana scorsa, in Campania un altro gruppo di persone migranti rinchiuse arbitrariamente in un centro a Palinuro hanno bloccato la strada per protestare contro questa misura e in Sicilia ad Agrigento gli abitanti del Centro di accoglienza Mose hanno dato vita a forti rivolte per gli stessi motivi.
Se lo stato di controllo e repressione nei centri di accoglienza e negli hotpost era già insostenibile prima dell’apparizione del virus, e le forme di resistenza erano varie e molteplici, il suo inasprirsi sistematico con la scusa del contenimento della pandemia ha reso ancora più frequenti le resistenze e proteste contro queste misure.
Ora più che mai portiamo la nostra solidarietà attiva a chi lotta.

Qui il link a un video della protesta.

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Incontri e passeggiata resistente Claviere Montgenevre

Fonte: Chez JesOulx Rifugio Autogestito

APPELLO 31 OTTOBRE – 1 NOVEMBRE
INCONTRI & PASSEGGIATA RESISTENTE CLAVIERE MONTGENEVRE
(francais dessous, english below)

Il Rifugio Solidale Autogestito ChezJesOulx CHIAMA TUTTI E TUTTE PER UNA CAMMINATA RESISTENTE DOMENICA 1 NOVEMBRE A CLAVIERE ALLE 11
La passeggiata sarà preceduta da una giornata di confronto su temi correlati quali: la frontiera e la repressione che ne deriva, le detenzioni nei CPR, lo sfruttamento connesso ai flussi migratori nelle campagne saluzzesi e non solo,
ALLA CASA CANTONIERA OCCUPATA il 31 OTTOBRE ALLE 11
La solidarietà è sotto attacco su entrambi i lati della frontiera, dall’alta ValSusa al Briançonnais.
In italia, la Casa Cantoniera Occupata continua da ormai due anni a fornire uno spazio libero e autodeterminato per tutte le persone che vogliono LOTTARE PER LA PROPRIA LIBERTÀ DI MOVIMENTO. I principi di autogestione, antiautoritarismo e solidarietà diretta guidano il nostro progetto politico. Nell’ambito di una investigazione che coinvolge più di 170 persone, 17 di queste hanno ricevuto un divieto di dimora dal territorio frontaliero, la prima volta che una misura cautelare viene confermata ai danni di un’ occupazione.
In Francia, la casa occupata a Gap, Cesai, è stata recentemente sgomberata, sebbene questo non abbia impedito la riapertura di un nuovo spazio, Chez Roger. A Briançon, il nuovo sindaco Arnaud Murgia, ha dichiarato aperta ostilità a tutte le iniziative solidali, con l’intenzione di chiudere il locale delle maraudes e il rifugio della CRS, legalmente sotto sfratto a partire dal 28 ottobre. Inoltre, a fine estate sono state mobilitate 60 nuove unità di gendarmerie, impiegate al confine tra Monginevro e Claviere per aumentare in modo capillare il livello di sorveglianza e respingimenti, con il supporto della polizia italiana. Ma, come già diversi casi dimostrano, chiudere le frontiere, i luoghi associativi e di lotta non è mai stato un deterrente per le migrazioni.
Riteniamo necessario riportare l’attenzione sulle frontiere e i paradossi che le caratterizzano. Con questo intento abbiamo ripreso ad organizzare da diverse settimane passeggiate in montagna da Claviere a Monginevro, per far riemergere le evidenti ingiustizie generate dalle aberranti politiche migratorie europee. Da un lato la privatizzazione dei boschi e dei sentieri per far posto a campi da golf e piste da sci, ad uso e consumo del turismo, dall’altro la massiccia presenza poliziesca piazzata a difesa degli stati-fortezza, tenta di impedire il passaggio dei migranti, operando su basi razziali e limitando la libertà di movimento in modo discriminatorio.
Di fronte a tutto ciò, noi crediamo che sia urgente ampliare la rete di solidarietà attiva internazionale in grado di opporsi politicamente a questo ipocrita regime frontaliero e le sue regole arbitrarie e repressive.
In base a tutte queste ragioni, lanciamo una due giorni di riflessioni e lotta tutt* insieme contro queste infami galere, fisiche e non, e contro ogni stato e autorità.
LA SOLIDARIETA’ E’ LA NOSTRA MIGLIOR ARMA!
FUOCO ALLE FRONTIERE!
NO BORDERS! NO NATIONS! STOP DEPORTATIONS!
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Egitto – Nuove proteste, repressione e condanne a morte

Il 20 settembre scorso sono scoppiate delle proteste in tutto l’Egitto. Nella città di Assuan sono durate per giorni. Nel quartiere al-‘Awameya, circondato per giorni, la polizia ha assassinato a colpi di pistola Ueis al-Rawy, proprio sotto casa sua.

Come già successo precedentemente nei giorni successivi le proteste il regime ha messo in atto una dura repressione. Si contano più di 1943 arresti (almeno le persone ritrovate nei commissariati e procura dei servizi segreti). Tra loro anche la giornalista Basma Mustafa fermata mentre si recava a coprire quanto stava succedendo ad Assuan. Dopo alcune ore di fermo è stata rilasciata. 

Sempre negli stessi giorni il regime ha eseguito le condanne a morte di 49 persone (fonte); 15 di loro erano prigionieri politici; 13 avevano preso parte – secondo l’accusa – ad una ribellione dentro il carcere di Tora al Cairo in cui erano rimaste uccise anche 3 guardie. Quello che è successo in quei giorni di fine settembre non è stato mai chiarito. Ma la rapidità con cui gli imputati sono stati impiccati è la prova che il regime vuole nascondere per sempre la verità.  Continue reading

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Milano – Sulla rivolta nel CPR di Via Corelli

riceviamo e pubblichiamo

Appena riaperto il CPR di Milano si ritrova già con una bella rivolta

Non devono aver avuto una bella cera le facce del sindaco Sala e del questore Bracco quando, lunedì mattina, persi in grattacapi tra un focolaio di Covid e l’altro, sono stati accolti con la notizia di un ben più preoccupante focolaio di rivolta scoppiato nell’appena inaugurato Centro di Permanenza per il Rimpatrio di via Corelli.

Da quello che si è appreso dai giornali infatti, dalla notte di domenica fino al pomeriggio di ieri una trentina di reclusi ha dato vita a una rivolta svuotando gli estintori, danneggiando la struttura e salendo sui tetti. Alcuni avrebbero anche tentato la fuga e qualcuno sembra essere riuscito a far perdere le proprie tracce, mentre quattro migranti sarebbero stati feriti dalla polizia accorsa in forze.

Nei giorni successivi è giunta notizia che 27 reclusi sono stati rimpatriati. Tra essi molti partecipanti alla rivolta

Appena saputa la notizia anche un gruppetto di nemici delle frontiere ha cercato di raggiungere il centro iper-militarizzato per portare la propria solidarietà ai reclusi. Mentre una parte dei solidali si raggruppava in presidio nei pressi del centro bloccando a singhiozzo il traffico su via Corelli e dribblando i goffi tentativi della Digos di portarsi via lo striscione, altri con una non indifferente abilità acrobatica e vocale cercavano di farsi sentire dai reclusi urlando a gran voce dal cavalcavia della tangenziale. Nel frattempo alcuni hanno raggiunto i campi che fiancheggiano il Cpr dando conferma che le urla dalla tangenziale arrivavano forti e chiare.

Verso sera poi un rumoroso corteo improvvisato si è snodato tra le vie adiacenti alla stazione di Lambrate per raccontare con megafono, striscione e fischietti quello che stava succedendo nel vicino centro.

Al di là della cronaca però, una breve riflessione è doveroso farla. Sono solo quindici i giorni trascorsi dalla riapertura del CPR di Milano e già c’è stata la prima rivolta dei reclusi. Due settimane sono bastate per rammentare a tutti, se ce ne fosse ancora bisogno, che nonostante i decreti sicurezza, l’inasprimento delle pene, le inchieste e gli arresti, rivolte ed evasioni continuano a essere le armi più affilate a disposizione degli harraga per riprendersi un pezzo di libertà.

In tutti questi anni chiunque fosse al potere si è trovato a dover fare i conti con l’impossibilità di coniugare una facciata ipocritamente accogliente con la gestione manu militari di questi centri. La città di Milano in questo senso ne è testimonianza, con un CPR chiuso anni fa grazie alla determinazione di chi lo distrusse pezzo dopo pezzo, e che anche oggi si ritrova nel solco di quella stessa storia che sembrava essere stata dimenticata.

Sempre a fianco dei rivoltosi e contro tutte le galere

Nemici delle frontiere

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