Rivolta nel CPR di Gradisca d’Isonzo

La scorsa notte le persone recluse nel CPR di Gradisca, e in sciopero della fame da alcuni giorni, hanno fatto sentire ancora una volta la loro rabbia e disperazione, appiccando degli incendi in varie celle.

Per reprimere la protesta sono intervenuti rinforzi di polizia ed esercito, e i vigili del fuoco sono accorsi per spegnere le fiamme alle 21, 22, a mezzanotte e alle 2 di notte. A bruciare sono stati arredi, materassi e lucernai di plastica, e alcune celle sono state danneggiate. L’altro ieri sera la persona positiva al coronavirus, portata nel lager il 19 marzo da Cremona e messa in isolamento secondo le autorità, aveva subito un aggravamento, con febbre alta, ed era stata ricoverata all’ospedale di Cattinara.

A quanto risulta, anche alcuni agenti sono stati messi in quarantena, ma nulla si è fatto per
le altre persone recluse nel CPR.

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Nell’emergenza perenne, a passo di gambero: la situazione nei ghetti del Made in Italy ai tempi del COVID-19

fonte: Campagne in lotta

Nei distretti agroindustriali del Made in Italy poco o nulla sembra essere cambiato da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza. I lavoratori stranieri di queste enclavi, di fatto, nell’emergenza sono costretti da sempre. In Capitanata si aspetta l’inizio della raccolta degli asparagi, stipati in ghetti e campi di lavoro. Chi come l’USB lo scorso 25 marzo ha proclamato lo sciopero per questi lavoratori evidentemente non ha il polso del calendario agricolo. La Prefettura di Foggia sembra avere finalmente desistito dai suoi folli e criminali intenti di sgombero degli ‘abusivi’ nel CARA di Borgo Mezzanone, che avevano dato luogo ad una grande protesta spontanea. A Casa Sankara, nel comune di San Severo, si riempiono i container, inaugurati in pompa magna ad agosto e finora privi di allaccio elettrico, trasferendo chi viveva nella tendopoli-ghetto creata dai gestori della struttura con il placet della Regione. Gestori che, in piena pandemia, continuano ad insistere sullo sgombero della palazzina dell’Arena, dove vivono altre decine di lavoratori. Anche nel Gran Ghetto si riempiono, previo pagamento di 60 euro di ‘tessera’ all’USB, i container installati dopo l’ultimo incendio. A Foggia, gli abitanti del quartiere ferrovia continuano a lamentarsi degli ‘assembramenti’ di immigrati, che però non possono fare a meno di andare in città a fare la spesa – anche qui, nulla di nuovo. Nella Piana di Gioia Tauro la stagione degli agrumi è ormai terminata, ma chi ci ha lavorato non si può spostare altrove per la nuova stagione e rimane così senza reddito. Chi lavora nelle serre, da nord a sud, invece è esposto senza sosta a rischi di vario genere. Non solo non esistono protezioni sul lavoro, un lavoro sempre più indispensabile e al contempo del tutto martoriato e iper-sfruttato, ma per questa mancanza di tutele a pagare sono, ancora una volta, i lavoratori, e non soltanto in termini di salute e salario. È del 19 marzo scorso la notizia che 25 braccianti di origine bengalese, stipati in tre furgoncini fermati dalle forze dell’ordine di Terracina, sono stati denunciati perché non rispettavano le misure di distanziamento. Nessuno sembra essersi indignato per il trattamento riservato a chi notoriamente è costretto a subire i ricatti di intermediari e padroni per poter sopravvivere, e di certo non può scegliere se e come lavorare. Tra l’altro, proprio nell’Agro Pontino, a Fondi, è scoppiato un focolaio, e nonostante la cittadina sia stata dichiarata zona rossa il mercato ortofrutticolo, tra i più grandi d’Italia, continua a lavorare a pieno ritmo. Ovviamente, la maggior parte dei braccianti stranieri sarà esclusa dal bonus governativo di 600 euro previsto dal decreto Cura Italia, che richiede un minimo di 51 giornate in busta paga, una chimera per molti. Contemporaneamente, giornalisti pennivendoli di presunte autorevoli testate come la Repubblica del 27 marzo riprendono, accreditandole, aberranti opinioni secondo le quali ‘gli extracomunitari non si ammalano di COVID19’ – le ‘etnie’, si teorizza, forse rispondono in modo diverso al virus. Nessuno avanza l’ipotesi che forse le categorie meno tutelate sono anche quelle con minore accesso alle cure…? Ma allora perché non farla finita con le ipocrisie, chiamiamole ‘razze’ e riprendiamo le teorie che hanno sostenuto per centinaia di anni l’estrazione brutale di lavoro nelle piantagioni di mezzo mondo. Gli africani, si sa, sono più resistenti.

D’altra parte, si moltiplicano i proclami dell’associazionismo, dei sindacati e delle istituzioni, che sembrano finalmente accorgersi dell’esistenza di un esercito di lavoratori e lavoratrici in condizioni abitative drammatiche, spesso senza acqua corrente né la possibilità di mantenere minimi standard igienici o di contenimento, i quali peraltro non sono stati adeguatamente comunicati. Addirittura, senatori e ministri parlano apertamente di regolarizzazione, forse perché l’emorragia di braccia stagionali dall’Est Europa rende urgente trovare altre soluzioni. Molti lavoratori e lavoratrici giustamente si rifiutano di rischiare una volta di più la vita, la prigione e il confinamento per un lavoro sottopagato. Per ora, di certo c’è soltanto la proroga dei permessi di soggiorno scaduti o in scadenza fino al 15 giugno, ben poca cosa rispetto alle reali esigenze. Certo, oltre ai soliti africani ipersfruttati si affaccia anche l’ipotesi, sostenuta dalla ministra Bellanova in persona, di ‘volontari’ tra chi percepisce il reddito di cittadinanza da impiegare nelle campagne (Coldiretti, ricordiamolo, aveva dal canto suo proposto di arruolare pensionati e studenti allentando i vincoli sull’uso dei voucher). La CGIL, sempre prodiga di idee d’avanguardia, per svuotare i ghetti propone di trasferire i loro abitanti in caserme dismesse, che incomprensibilmente vengono ritenute più sicure. A Rosarno continuano a languire, disabitate, le palazzine di contrada Serricella destinate ai braccianti stranieri (ed ora anche a italiani con problemi abitativi, dopo lunghe polemiche), mentre si annuncia lo stanziamento da parte della Regione Calabria di 2 milioni di euro per una non meglio specificata ‘assistenza ai migranti di San Ferdinando e Sibari’. La tendopoli ad alta sicurezza è stata ‘sanificata’, e all’esterno è stata adibita una tenda per le quarantene, mentre alle decine di persone che vivono nei casolari abbandonati di Russo, a qualche chilometro di distanza, si minaccia di togliere anche l’unico pozzo disponibile per l’approvvigionamento d’acqua. Infine, a Saluzzo la Caritas e il comune, in largo anticipo sull’inizio della stagione, già mettono le mani avanti ventilando l’ipotesi di non riaprire il PAS – una ex caserma, tanto per cambiare, che negli ultimi due anni ha fornito servizio di dormitorio per alcune delle centinaia di braccianti che ogni anno si accampano nella cittadina piemontese per la raccolta della frutta.

Insomma, si procede a passo di gambero. Dal canto nostro, oltre a ribadire quel che andiamo dicendo da anni, e cioè che l’unica soluzione sono documenti, case, contratti e trasporti per tutte e tutti, ci auguriamo che questo rinnovato interesse verso le condizioni di lavoratrici e lavoratori delle campagne porti ad un sostegno più ampio alle loro richieste di quanto sia stato finora. Quando l’emergenza tornerà ad essere appannaggio esclusivo delle categorie più marginali, toccherà ricordare a tutte e tutti che chi sta alla base delle filiere agroalimentari non può essere lasciato indietro, e che le loro legittime lotte e la solidarietà che le accompagna non possono essere criminalizzate.

Qui potete ascoltare due corrispondenze di Radio Onda Rossa con un compagno che vive a San Ferdinando (RC) e una compagna che racconta la situazione nel foggiano.

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Le stesse maledette sbarre: invito a una sera di battitura [mercoledì 1 aprile ore 18]

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[a]autistici.org

LE STESSE MALEDETTE SBARRE: INVITO A UNA SERA DI BATTITURA
MERCOLEDÌ 1 APRILE – ORE 18:00

È oramai palese che le istituzioni italiane non hanno intenzione di salvaguardare la salute delle persone ristrette nelle oltre 200 carceri del territorio nazionale.

Lo Stato le vorrebbe rassegnate, a testa china, di fronte ai provvedimenti – totalmente insufficienti – presi dal Ministero della Giustizia per limitare il contagio del virus all’interno. Invece no, la giusta rabbia dei detenuti esplode per ricordare a lor signori, e alle guardie (capaci solo di rispondere con la solita, vigliacca, violenza), che qualsiasi pena non contempla ancora la condanna a morte.

Una strana coincidenza storica costringe le popolazioni di interi continenti ad assaggiare un minimo di quella condizione che i nostri cari vivono normalmente, tutti i giorni, per legge: lo stare CHIUSI. La riduzione della nostra libertà non è certo paragonabile con la loro, ma qualche sensazione la comincia a percepire anche chi con questo mondo di sbarre e cemento non ha alcuna confidenza…

Allora COSA FARE? La proposta è questa: appendiamo striscioni in solidarietà con i detenuti e le detenute sui nostri balconi e rompiamo questo silenzio assordante. Tra i vari modi di far sentire la propria voce, uno dei più simbolici è la BATTITURA.

In alcune carceri è già in corso. Perché non farla anche fuori?

ORGANIZZIAMO UNA BATTITURA RUMOROSA per amplificare quella dei nostri cari. Per dare voce all’urgente richiesta dei prigionieri: SVUOTARE LE GALERE SUBITO.

Esattamente come loro. Con pentole e pentolini sulle grate delle finestre, o dai balconi. Altro che inno d’Italia!! Perché, in fondo non stiamo tutti un po’ carcerati anche noi?

Ecco…la BATTITURA è un modo PACIFICO ma determinato per protestare.

Il carcerato la fa quando ha qualcosa da dire a chi non vuole sentire. La fa quando un compagno di cella, o della cella a fianco, sta male e le guardie non vogliono arrivare. La fa per fare sentire dentro e fuori, per le strade, alla gente di passaggio o comoda a casa che lui esiste. E che non si può fare finta di niente.

Allora uniamoci a quel coro che viene da dentro, così, con gli stessi modi, e la cosa ideale sarebbe che tale manifestazione avvenisse simultaneamente, CONTEMPORANEAMENTE, dentro quanto fuori!

Dentro comunichiamo il più possibile l’iniziativa ai nostri cari.

Fuori facciamo in modo che si sappia in ogni città il motivo di questa iniziativa.

È il momento che sentano che dietro ogni prigioniero/a c’è una famiglia, una strada, un quartiere, migliaia di voci e pentole che sbattono sulle stesse maledette sbarre!

VOGLIAMO TUTTE E TUTTI SALVI! VOGLIAMO TUTTE E TUTTI A CASA!

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Coronavirus: proteste e scioperi nei Centri di espulsione in Italia

Nei CPR in Italia sono ancora recluse 381 persone, 33 donne e 348 uomini, secondo l’aggiornamento comunicato il 24 marzo dal Garante nazionale delle persone private della libertà. Nonostante una pandemia stia sconvolgendo il mondo, nessun provvedimento è stato adottato dalle autorità per scongiurare il rischio che l’epidemia divampi nelle ristrette celle dove sono ammassate le persone nei CPR, come d’altronde nelle carceri.
Le deportazioni sono ferme da settimane, per la chiusura delle frontiere anche nei paesi d’origine (Algeria, Tunisia, Marocco etc.) e del blocco dei voli di rimpatrio, tuttavia le persone recluse nei lager di stato non vengono tutte liberate. Solo 44 persone sono state rilasciate tra il 12 e 24 marzo.
Al contrario, alcune persone continuano irresponsabilmente a essere portate nei CPR.
Proprio ieri, 25 marzo, la sindaca di Gradisca d’Isonzo ha confermato che una persona, condotta il 19 marzo dalla Lombardia nel locale CPR, è risultata positiva uno o due giorni prima al tampone per rilevare il covid19, e messa in isolamento.
Queste settimane di quarantena collettiva impediscono di tenere presidi solidali, e i CPR sono circondati, ancora più del solito, da un muro di silenzio e indifferenza. Nonostante questo giungono notizie di proteste delle persone recluse.

CPR di Palazzo San Gervasio

Tra il 10 e l’11 marzo, nei giorni delle rivolte nelle carceri, la polizia preallarmata, insieme alla celere arrivata di rinforzo da Bari e Bologna, ha represso un tentativo collettivo di evasione, perquisendo tutte le celle e sequestrando delle corde intrecciate già pronte e degli arpioni di alluminio artigianali.
A partire dal 15 marzo i reclusi hanno cominciato uno sciopero della fame, che continua da più di una settimana.

Parenti e compagne dei detenuti hanno raccontato che nel Cpr non si sentono protetti, le 55 guardie di turno e gli operatori che entrano e escono dal lager non indossano mascherine e guanti e ai circa 30 reclusi “Non viene data nessuna protezione contro il coronavirus. Molti soffrono di varie patologie che non vengono in modo opportuno controllate e curate, in presenza di dolori vengono somministrate medicine di cui non sanno nome ed effetti. I riscaldamenti sono assenti, acqua fredda, coperte già utilizzate e non disinfettate che hanno già provocato allergie ad alcuni di loro, i vestiti vengono consegnati raramente. Non vengono permessi colloqui con i propri avvocati”.

Che questo Centro rimanga aperto è ancora più cinico considerando che tra qualche settimana ne era stato già previsto lo svuotamento in vista dell’avvio dei lavori di ristrutturazione dovuti ai danni provocati dalle rivolte.

CPR di Ponte Galeria a Roma

Nel lager attualmente dovrebbero essere presenti 98 uomini e 33 donne. Nell’ultima settimana 7 donne sono state rilasciate.
Il 16 marzo una donna tunisina ha bevuto della candeggina ed è stata ricoverata in ospedale.
Il 18 marzo le recluse nella sezione femminile hanno dato vita a una protesta.
Nella scorsa settimana almeno 5 uomini sono stati reclusi nel lager, e girano voci di un recluso, positivo al coronavirus, in isolamento. [link ultimo aggiornamento]

CPR di Gradisca d’Isonzo

Dal 22 marzo alcuni reclusi hanno iniziato uno sciopero della fame, che è stato attuato nei giorni successivi da tutte le 45 persone prigioniere nel CPR e che continua tuttora.
Come riporta l’assemblea No CPR del Friuli Venezia Giulia:
“I reclusi ribadiscono di non essere né animali né criminali, di essere stati messi nel CPR a causa di problemi con i documenti che non possono risolvere stando chiusi nel CPR. Dichiarano che il CPR è ancor peggio di una prigione e che, se il virus entra, si ammalano tutti. Hanno paura, nel caso si ammalassero, che nessuno li aiuterebbe e li lascerebbero morire lì. I reclusi inoltre hanno smesso di mangiare anche per la paura che il cibo sia infetto poiché sia le guardie della struttura sia i lavoratori, che consegnano il cibo sotto le sbarre delle gabbie, escono ed entrano dal centro e potrebbero essere portatori del virus.
I reclusi sanno che altrove ci sono CPR che hanno chiuso e chiedono di essere rilasciati anche loro per poter tornare nelle loro case.”

Che sia necessario svuotare ogni luogo detentivo è sotto gli occhi di tutti e le persone detenute stanno lottando coraggiosamente nelle carceri e nei centri di espulsione per ottenere l’unica sicurezza per la propria incolumità: la libertà. In alcuni CPR l’impossibilità di comunicare con l’esterno è aggravata dal sequestro di telefoni cellulari, per questo facciamo appello a chiunque fosse in contatto con le persone recluse (parenti, affetti, avvocati etc.) di scriverci a hurriya[at]autistici.org per far circolare informazioni e aggiornamenti, anche mantenendo l’anonimato, riportandoci le voci dirette di chi è imprigionatx.

Che sia l’inizio della fine per chi ha creato un mondo di violenza, sfruttamento e esclusione.

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La situazione in diversi CRA in Francia all’epoca del coronavirus

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Mentre la gestione dell’emergenza dell’epidemia di coronavirus si diffonde in tutta la Francia, con l’imposizione dell’isolamento e i controlli di polizia nelle strade, all’interno dei luoghi di prigionia la violenza e la repressione dello Stato si fanno sempre più dure. E a essere toccate più duramente saranno le persone più vulnerabili: quelle che vivono per strada e/o che non hanno documenti.

Nelle prigioni e nei centri di detenzione amministrativa vi è la sospensione dei colloqui e di ogni altra attività collettiva, misure sanitarie ridicole e nessuna informazione data alle persone recluse. Tutto questo anche se dopo la diffusione massiva del Covid-19, molti paesi hanno chiuso le loro frontiere ai voli provenienti dalla Francia, impedendo i rimpatri e rendendo i CRA delle prigioni a tutti gli effetti.

Nei tribunali, mentre la maggior parte delle udienze è stata annullata e la maggior parte dex avvocatx ha smesso di andarci, JDL [giudicx per la libertà e la detenzione] lavorano e le convocazioni immediate continuano ad avere luogo, la prova che i sogni di prigionia dello Stato vanno ben al di là dell’isolamento per contenere il virus.

Alcune associazioni umanitarie che lavorano nei centri (Cimade, Assfam, France Terre d’Asile, Forum Réfugiée, l’Ordre de Malte) hanno smesso di venire nei Cra. Il personale addetto alle pulizie non è più nei centri, e in molti edifici non c’è più sapone disponibile per le persone prigioniere. Nella maggior parte dei centri di detenzione non c’è più o quasi più l’OFFI dunque non si possono più comprare sigarette o ricariche telefoniche. Infermierx e dottorx continuano a disprezzare le persone detenute, gli sbirri si tengono a metri di distanza da loro, nonostante sia evidente che gli unici che escono dai centri e che possono portare il virus all’interno sono loro…

Di fronte a tutto ciò le persone prigioniere non smettono di lottare e resistere in molti modi diversi. Il 16 Marzo, lunedì, a Vincennes, Mesnil-Amelot, Lyon e Lille-Lesquin le persone prigioniere hanno iniziato lo sciopero della fame. In alcuni centri sono anche stati appiccati incendi, vi sono state evasioni collettive, blocchi e ogni genere di sommossa (Metz).

Le persone detenute denunciano la mancanza di igiene, nessuna maschera né guanti per gli sbirri né per loro stessx, la violenza da parte della polizia e il disprezzo dex medicx, e chiedono la liberazione di tuttx.

Ecco diversi comunicati e testimonianze pubblicati dopo lunedì 16 Marzo, da far circolare il più possibile!

Comunicato dei prigionieri di Mesnil-Amelot:
CRA2
https://abaslescra.noblogs.org/de-toute-facon-le-resultat-pour-nous-cest-la-misere-communique-de-prisonnier-du-cra2-du-mesnil-amelot/
CRA3
https://abaslescra.noblogs.org/vraiment-on-nous-a-oublie-ici-comminuque-de-greve-de-la-faim-des-retenus-mesnil-amelot/
Comunicato dei prigionieri del centro di detenzione di Lille-Lesquin :
https://abaslescra.noblogs.org/on-prefere-mourir-de-faim-que-de-cette-merde-communique-des-prisonniers-du-centre-de-retention-de-lille-lesquin-du-15-mars/
Comunicato dei prigionieri del CRA1 di Vincennes del 16 Marzo :
https://abaslescra.noblogs.org/greve-de-la-faim-et-foutage-de-gueule-paroles-de-linterieur-du-cra-de-vincennes/
Testimonianza di un prigioniero di Lyon St Ex il 17 Marzo:
https://crametoncralyon.noblogs.org/temoignage-au-cra-de-lyon-st-ex-greve-de-la-faim-face-a-la-suppression-des-visites-et-des-audiences-et-la-crainte-des-prisonnier-es-face-au-coronavirus/

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Dopo la grande giornata di lotte del 16 Marzo la situazione resta calda. La buona notizia è che dopo martedì un discreto numero di persone prigioniere in diversi centri sono state liberate, specialmente le persone comparse davanti al giudice, quelle che hanno potuto pagarsi un avvocato e quelle che sono in contatto con le associazioni che lavorano nei centri e che hanno chiesto la liberazione dex prigionierx. Ma le altre persone prigionierx sono rimaste rinchiuse in condizioni che erano disgustose già prima del virus, e come se la situazione non fosse già abbastanza grave, gli sbirri continuano a provocare x prigionierx, fanno circolare voci, lx fanno innervosire. Continue reading

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Egitto – Arresti durante un presidio in solidarietà con i/le detenute

Ieri 18 marzo, davanti al palazzo del consiglio dei ministri del Cairo, c’è stato un presidio per richiedere il rilascio di Alaa (di cui non si hanno notizie da due settimane) e di tutte le persone detenute nelle carceri egiziane anche a causa del rischio della diffusione del contagio da Coronavirus.

Al presidio c’erano 4 donne, 3 della famiglia di Alaa la madre la dott.a Laila Sueif, la zia la prof.a Ahdaf Sueif, la sorella maggiore Mona Seif e la dott.a Rabab al-Mahdy.

Nel giro di qualche minuto mentre il presidio veniva ripreso in diretta da una di loro, le guardie si sono avvicinate, hanno preso il telefono con la forza e le hanno arrestate tutte e quattro. Sono state portate prima al commissariato di Qasr al-Nil per poi essere trasferite alla procura ordinaria per l’interrogatorio. La prof.a Laila ha rifiutato la presenza degli avvocati e delle avvocate e si è rifiutata di essere interrogata, così come sua figlia Mona che si è appellata al diritto di non rispondere. Dopo estenuanti ore di attesa la decisione è stata l’assoluzione con il pagamento di una cauzione di 5.000 lire egiziane  per ciascuna di loro, per un totale di più di 1000 euro.

Ciononostante, dopo il pagamento della cauzione, nessuna di loro è stata liberata. Anzi, poche ore fa hanno prelevato la dott.a Laila per trasferirla alla procura dei servizi segreti, mentre le altre 3 donne continuano ad essere internate nel commissariato di Qasr el-nil, dove sono state riportate dopo l’interrogatorio in procura. Sia prof.a Laila che Mona sono in sciopero della fame e della sete da ieri.

Famiglia, amicx e solidali sono molto preoccupati per la loro salute dal momento che si sospetta la presenza di persone contagiate all’interno del commissariato. 

Con la scusa del Coronavirus dal 10 marzo sono vietate tutte le visite nelle carceri del regime dove sono detenutx più di 60.000 persone in condizioni brutali. Molti di loro sono anzianx e soffrono di malattie. 

Del resto, sono anni che le persone vengono lasciate morire per negligenza medica. Lo stesso ex presidente Morsi è morto di carcere, perchè vietavano le cure mediche. 

Nelle carceri come nei commissariati le persone sono ammassate in celle piccolissime, senza aria, senza possibilità di uscita, senza alcun tipo di igiene. 

Molte compagne e compagni sono rinchiusi in carcere preventivo, in attesa di sentenza. Tra loro anche Mahienour, Patrick, Ahmed Douma, Esraa Abdel Fattah, Haitham Mohamadeine e migliaia di compagne e compagni dentro per motivi politici

I tribunali da qualche settimana hanno smesso di fare trasferimenti durante tutte le sentenze di rinnovo a causa del virus, ma non si hanno contatti da dentro e non sappiamo che cosa sta succedendo, né quali misure siano state prese durante questo periodo in cui arrivano continuamente notizie di contagi dentro. 

Ricordiamo anche che sono centinaia le persone tutt’ora sottoposte a sparizione forzata.

SEGUIRANNO AGGIORNAMENTI

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Belgio – Centri di detenzione: la minaccia del virus, la violenza dello Stato e delle rivolte come risposta

Traduzione da: Getting the voice out

18/03/2020

Ecco la testimonianza di una persona reclusa a Vottem: Ascolta.

All’ombra della copertura mediatica del coronavirus, le persone detenute nei centres fermé (CPR) si ribellano contro l’amministrazione razzista che li rinchiude e, come logica conseguenza, li abbandona in tempi di pandemia.

Questo articolo cerca di fare un sommario delle resistenze e delle lotte che lo Stato vorrebbe rendere invisibili. La maggior parte delle informazioni raccolte martedì 17 marzo provengono dai detenuti che, come spesso accade, danno l’allarme, oltre che dai solidali e dai loro parenti all’esterno.

Nel centro chiuso di Merksplas :

Un guineano è stato portato all’aeroporto martedì 17 marzo, senza alcun esame medico o informazione sul virus. Una rivolta si sta svolgendo anche nel centro chiuso di Merksplas, dove i detenuti si sono rifiutati di mangiare. Ora ci sono almeno sei persone recluse nei sotterranei dopo l’intervento della polizia. Alcuni detenuti sono stati rilasciati dall’amministrazione. La voce all’interno dice che tutti saranno rilasciati. Il personale del centro non indossa mascherine. A quanto pare, “qui è un casino”.

Al centro chiuso di Vottem:

Alcuni detenuti hanno avuto una conversazione con il direttore, che ha chiesto loro perché si rifiutassero di mangiare. Ci sono solo una o due persone che mangiano in ogni ala. “Ci sono state alcune uscite ieri e circa 5 o 6 uomini sono stati rilasciati martedì 17 marzo, secondo le nostre informazioni. Le voci di corridoio dicono che circa 30 persone saranno presto rilasciate. A. è rinchiuso da quattro mesi e mezzo. Malato, dice di avere un nodulo allo stomaco, è stressato e non va in bagno. “Sono qui, non so perché”.
Il CRACPE (Collectif de Résistance Aux Centres pour Étrangers) ha riassunto la situazione a Vottem in un comunicato stampa dal quale si ricava quanto segue: “Da lunedì è iniziato uno sciopero della fame tra gli uomini detenuti nel centro chiuso per stranieri di Vottem. Denunciano la loro reclusione e la loro pericolosa promiscuità di fronte all’epidemia di coronavirus. In questo periodo difficile, soffrono anche di non poter stare con i loro parenti, le loro famiglie, molte delle quali vivono in Belgio. Alcuni di loro sono stati rilasciati con il contagocce dalla fine della scorsa settimana, per esempio coloro che avevano problemi di salute molto gravi, o tra coloro che sarebbero dovuti essere deportati in Italia. Tutti coloro che rimangono non ne capiscono le ragioni, e hanno iniziato questo movimento di sciopero della fame per ottenere il rilascio. La situazione è molto tesa; alcuni sono disperati, come dimostra il tentativo di fuga di sabato e due tentativi di suicidio negli ultimi giorni. Ci hanno chiesto di diffondere questa dichiarazione perché si sentono dimenticati e non possono farsi sentire” https://www.facebook.com/collectifderesistanceauxcentrespouretrangers/

Nel centre fermé 127bis : Continue reading

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Appunti sull’epidemia in corso

fonte macerie

Il testo che segue è stato scritto da alcuni compagni, in parte redattori del blog e in parte no, nel tentativo di capire come orientarsi attraverso questa nuova bufera. Potete scaricare qui la versione in PDF.

Questi giorni, forzatamente chiusi in casa, ci sembrano un’ottima occasione per provare a riflettere e a mettere nero su bianco alcune considerazioni su ciò che sta accadendo, sui possibili scenari che si apriranno e verso cosa, come compagni, sarà il caso di volgere la nostra attenzione.

Gli appunti che leggerete sono delle riflessioni a caldo su cui cercheremo di tornare e continuare a ragionare nei prossimi tempi, e non hanno quindi alcuna pretesa di esaustività.

Una precisazione iniziale sulle tante voci che tendono a minimizzare questa epidemia ci sembra doverosa. Non siamo medici né infermieri ma a nostro avviso l’assurdità di tale posizione può essere contestata nell’ambito della teoria rivoluzionaria. Chi si prefigge come obiettivo di vita lo stravolgimento del presente dovrebbe essere il primo a sapere che dal rapporto tra Capitale e Natura nascono inevitabilmente sciagure e catastrofi che, a dispetto della narrazione dominante, nulla hanno di “naturale”, che non sono dei cigni neri ma, a seconda dei periodi, hanno una certa periodicità, come le crisi economiche. Terremoti in zone popolose, desertificazione, inquinamento falde acquifere, allagamenti ed epidemie sono fenomeni figli della stessa logica. L’epidemia che ci troviamo davanti, pur con tutte le sue specificità, non ci sembra sia di altra natura rispetto a questa serie di catastrofi prodotte dal regime capitalistico. Specificità che, naturalmente, sono tutt’altro che trascurabili e su cui varrà la pena soffermarsi nel corso di queste righe.

Le origini

La malattia si è sviluppata nel mercato di Wuhan, capitale dello Hubei, una delle regioni più popolose della Cina. Regione che è diventata la fornace del paese: proprio qui c’è il cuore pulsante fatto di altiforni e fabbriche di cemento che ha supportato la crescita industriale del gigante asiatico. La grande quantità di materiale edile e la formazione di ingegneri qualificati di cui la regione è la culla, hanno supportato tutto il periodo post crisi del 2008: lo Stato cinese ha infatti varato in quegli anni imponenti progetti infrastrutturali ed edili. Continue reading

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Francia – Informazioni dal CRA di Lesquin

fonte: abaslescra.noblogs.org

Venerdì, 13/03/2020, abbiamo appreso che almeno un caso di coronavirus è stato confermato all’interno del CRA. Sebbene la persona sia stata evacuata, non sono state prese misure per la nostra sicurezza riguardanti l’epidemia.
Gli agenti della polizia di frontiera (PAF) hanno guanti e maschere e noi non abbiamo nulla.
Abbiamo quindi deciso di non utilizzare più gli spazi collettivi del centro di detenzione, al fine di proteggerci, il che include anche il refettorio.
Noi non mangiamo più da tre giorni.
Altre conseguenze:
– L’associazione, solitamente presente per aiutarci ad affermare i nostri diritti, è assente. Come possiamo difenderci e informarci?
– Sono proibite anche le visite dei nostri parenti e dei nostri sostenitori, rafforzando il nostro isolamento.
– Molte udienze del giudice delle libertà e della detenzione sono rinviate, ed è in occasione di queste udienze che possiamo essere liberati. Non possiamo rimanere rinchiusi senza l’autorizzazione di un giudice.
– La maggior parte dei voli internazionali (soprattutto verso l’Italia e il Marocco) sono cancellati. Se in ogni caso non possiamo essere espulsi, che senso ha trattenerci?

Per la nostra sopravvivenza e il rispetto dei nostri diritti, chiediamo l’immediata libertà di tutte le persone rinchiuse nel CRA di Lesquin e in tutti i centri di detenzione!

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Spagna – Comunicato dei detenuti del CIE di Aluche dopo la rivolta del 17 marzo

Riceviamo e pubblichiamo la traduzione. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Questo è il comunicato che hanno fatto arrivare i detenuti del CIE di
Aluche, Madrid, dopo la rivolta di questo 17 marzo,
Non lasciamoli soli, facciamo arrivare loro tutta la nostra solidarietà!
Fuoco ai CIE!
———————–
Giudici, stampa, giornalisti, cittadini di Madrid, con la presente comunichiamo lo stato in cui ci troviamo oggi, 17 marzo 2020, con una pandemia mondiale.
Il nostro stato di salute è in grave pericolo, poiché ci sono molti detenuti con sintomi di questa pandemia nota come Coronavirus. Siamo a rischio 145 interni e vogliamo far presente i seguenti punti:

1. Il cibo che stiamo ricevendo è preparato da persone che stanno tornando a casa come niente fosse e entrando di nuovo dentro la struttura e quindi ci espongono al Coronavirus. Se i bar, le sale da pranzo e i ristoranti sono chiusi, perché noi, che siamo imprigionati per una questione amministrativa, dobbiamo esporci a questo rischio? Chiediamo il diritto all’uguaglianza.
2. C’è una pandemia e i poliziotti che sorvegliano i detenuti svolgono le loro funzioni e cambi di turno in completa normalità, tornando quotidianamente nelle loro case e in
questo modo possono infettarci.
3. C’è un medico che ci ha trattato con antidolorifici ma molti di noi presentano i sintomi di questa malattia e non abbiamo avuto test clinici medici per sapere se siamo infetti.
4. Inoltre, il dottore va anche a casa sua in totale normalità, anche le infermiere. Non sappiamo se lavorano in altre istituzioni e il rischio aumenta ancora di più.
5. Chiediamo aiuto immediato poiché siamo esseri umani e non siamo trattati come tali.
6. Alleghiamo su altri 2 fogli la firma di tutti i detenuti.
7. Da questo momento ci dichiariamo in sciopero della fame.

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