Milano – Aggiornamenti dal CAS di via Corelli

fonte: Punto di Rottura – Contro i Cpr

In occasione di alcuni volantinaggi davanti alla struttura per informare sulla sanatoria truffa e, soprattutto, sulla probabile imminente apertura del Cpr, abbiamo raccolto alcune informazioni. Prima di riportarle ricordiamo che il Cpr verrà riaperto nella stessa struttura in cui si trovava precedentemente il Cie, reso inagibile dalle rivolte e chiuso nel 2013. È situato dietro al Cas, separato da un cancello di acciaio e ora anche da un muro alto più o meno 4 metri. I lavori sono terminati, la ristrutturazione è avvenuta a opera del Genio militare e la gestione è stata appaltata alle cooperative Versoprobo di Vercelli e Luna di Vasto di Chieti.

La gestione del Cas è passata dalla Croce Rossa alla GEPSA S.A. SOCIETÈ ANONYME con aggiudicazione datata settembre 2019. Il passaggio dovrebbe però essere avvenuto solo pochi mesi fa e qualche operatore della Croce Rossa è rimasto a lavorare lì.
Tutti i cosiddetti “ospiti”, che abbiamo nelle diverse occasioni incontrato, sono bloccati lì in attesa delle risposte alle domande d’asilo da non meno di tre anni. Vite rubate.
Ci hanno riferito delle, purtroppo solite, condizioni difficili da sopportare all’interno della struttura. Dopo il cambio di gestione sono addirittura peggiorate. Ora non hanno più nemmeno WiFi, quindi chi non ha il cellulare con il contratto non ha accesso alla rete. Continue reading

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CPR di Gradisca – Pestaggi e feriti nella notte del 14/8

fonte: nofrontierefvg.noblogs.org

Questa sera alcuni detenuti raccontano che ci sono stati degli incendi a seguito del pestaggio di alcuni altri detenuti nella zona rossa. Il fuoco, nel CPR di Gradisca, ci raccontano che c’è ogni sera! Ogni sera, a seguito di una giornata di pesanti soprusi, nel CPR di Gradisca avvengono piccole rivolte. Ma oggi la repressione sembra essere stata più violenta ed i fuochi un po’ più grandi: nel video che alleghiamo si vede un ragazzo che uscendo un po’ dalla cella viene preso di mira da due forze dell’ordine una in seguito all’altra, una volta rientrato in cella ci rimane insanguinato e richiedendo il suo zainetto. Condividiamo anche le foto di un altro detenuto a terra con la bava alla bocca. Per tutelare la sua identità non metteremo i video da cui sono stati estratte queste immagini, ma questa persona sembra avere urgente bisogno d’aiuto. Non sappiamo né come stia ora né dove sia! Chiunque possa faccia qualcosa!

Sappiamo che è possibile che abbiano ritirato i cellulari ad alcuni detenuti. Alle 2 la situazione sembrava essere più calma ma fino a dopo la mezzanotte non sembrava essere finita. Stavano venendo tagliate delle inferriate con una radiale e pompieri e f.d.o. sono entrate in alcune stanze. I media locali, per l’ennesima volta, hanno prontamente diffuso una narrazione della vicenda imparziale che, in questo caso, vedeva come vittima un carabiniere e come carnefici i detenuti.

Senza il coraggio dei detenuti che, rischiando la loro sicurezza, diffondono le notizie con l’esterno, non sapremmo mai le atrocità quotidiane del lager, e la storia dei CPR la scriverebbero solo le loro guardie.

I CPR sono luoghi di morte e oppressione anche quando non ci muore nessuno, ma a Gradisca sono già morte due persone. Oggi è passato un mese dalla morte di Orgest Turia. La violenza nei CPR è costante, ad un trattenimento ingiusto e al terrore di essere deportati, si aggiungono costanti soprusi (secondo quanto ci raccontano nel CPR di Gradisca il cibo viene passato sotto le sbarre, le persone sono costrette tutto il giorno in gabbie, non vengono forniti cambi vestiti o lenzuola, l’attenzione medica è scadente e difficilmente accessibile, il cibo causa problemi intestinali e molto altro).

Negli ultimi giorni sembra siano state trasportate nel CPR, direttamente da Lampedusa, diverse persone appena arrivate.

I CPR sono dei lager letali. Che i muri dei cpr possano cadere e tutti i detenuti siano liberati!

(Attenzione : video ed immagini con contenuti forti)

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Dall’invisibilità alla repressione: denunce e fogli di via per i braccianti di Saluzzo

Fonte: Enough is Enough – braccianti in lotta Saluzzo

La questura cerca di isolare i lavoratori che rivendicano un alloggio facendoli passare per criminali.

Apprendiamo in queste ore che la questura di Cuneo ha deciso di notificare 4 procedimenti penali assieme ad un foglio di via ad alcuni dei braccianti protagonisti della giornata di mobilitazione di giovedì 18 Giugno.

Assieme alle accuse di danneggiamento, invasione di terreni e manifestazione non autorizzata, la questura ha deciso di utilizzare lo strumento del foglio di via, dispositivo repressivo ben conosciuto da lavoratori e solidali nella lotta delle campagne, tramite il quale questi lavoratori possono essere immediatamente espulsi dal territorio con l’accusa di essere dei soggetti pericolosi e antisociali.

Il 18 giugno si è infatti tenuto un presidio di fronte al comune di Saluzzo volto a richiedere una soluzione abitativa per i lavoratori impegnati nelle campagne,che da settimane dormono per strada esposti alle intemperie e alla prepotenza delle forze dell’ordine. Viste le deludenti risposte da parte di associazioni datoriali e istituzioni, rappresentate in particolare dal sindaco di Saluzzo Mauro Calderoni e dalla viceprefetta, dopo l’incontro i lavoratori hanno deciso di muoversi in corteo per la città, dirigendosi infine verso il PAS del Foro Boario, ovvero la struttura adibita all’accoglienza dei lavoratori, quest’anno tenuta chiusa.

Si intende colpire chi ha alzato la testa per chiedere delle soluzioni abitative adeguate e per tutti, chi ha tentato di forzare l’apertura di una struttura chiusa con la scusa dell’emergenza sanitaria, chi ha preso parola in maniera libera e auto-organizzata.

Nonostante l’importanza pubblicamente ribadita della manodopera agricola per l’economia nazionale, ecco che oggi si riprende la costruzione di teoremi diffamatori e criminalizzanti che delegittimano e puniscono ogni forma di dissenso e di riconoscimento a questi stessi lavoratori.

Nel frattempo, il 24 giugno gli esponenti della giunta comunale hanno avuto il coraggio di andare a Parco Alberti, dove dormono i lavoratori, a promettere, di fronte alla stampa, soluzioni che non solo non arrivano, ma non sono state nemmeno definite.

Il 30 di giugno il sindaco di Saluzzo commentava tronfio la firma di un protocollo di intesa tra le parti nella gestione dell’ “emergenza migranti”.

“Emergenza” che, andrebbe sottolineato, da 10 anni puntalmente si ripropone ad inizio stagione, per isolare i braccianti e contrapporli, in quanto “migranti”, al resto della cittadinanza e dei lavoratori. Un’operazione di governo secondo linee razziali. L’emergenza viene quindi invocata per nascondere responsabilità e volontà politiche mirate allo sfruttamento economico e legittimare la gestione poliziesca di un problema sociale.

Nel frattempo alcune importanti realtà del terzo settore, del mondo sindacale e associativo hanno preso parola sui giornali, hanno promosso conferenze stampa e perfino delle petizioni online, denunciando la disumanità delle condizioni vissute dai lavoratori in quanto emergenza umanitaria, ma evitando di prendere posizione sulle lotte portate avanti dai diretti interessati.

Tale atteggiamento paternalista, nonostante si ponga l’obiettivo di dare visibilità a una condizione ritenuta intollerabile, rischia di essere complementare alla gestione emergenziale.

Se per gli attori della società civile prendere parola è infatti scontato, le parole dei lavoratori acquistano forza e rompono l’invisibilità solo nella lotta. I lavoratori non parlano di emergenza: parlano di razzismo, parlano di sfruttamento, parlano della violenza della polizia.

Il tentativo della questura è proprio quello di zittire queste voci, reprimere questa lotta, lasciare che si torni, come ogni anno, a parlare di emergenza.

Possiamo dire con certezza che chi vive e lavora nelle campagne non è disposto ad essere strumentalizzato e sfruttato e non vuole più restare muto e passivo di fronte a tutto questo.

Non basteranno queste accuse ad arrestare la determinazione dei lavoratori delle campagne.

I lavoratori possono contare su qualcosa di infinitamente più forte della repressione: la solidarietà!

Chi lotta non è mai solo!

 

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Nuoro – 7 luglio presidio No CPR

Fonte: No CPR Macomer

A fine gennaio del 2020 lo Stato italiano nelle vesti della prefettura di Nuoro, in accordo con la società privata Ors Italia e con l’amministrazione di Macomer, ha deciso di aprire nella stessa città un C.P.R., ovvero un Centro di Detenzione e Rimpatrio, una struttura atta a rinchiudere gli immigrati irregolari. Questa decisione si è dimostrata quanto mai infelice: da subito hanno cominciato a verificarsi “incidenti” all’interno del C.P.R.  che si traducono in ambulanze che vanno e vengono da Macomer al pronto soccorso di Nuoro o a quello di Sassari.

Risse, ferimenti, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e molto altro hanno continuato a susseguirsi in tutti questi mesi: ricordiamo l’episodio che ha visto protagonista uno dei prigionieri, che esasperato dal rinvio del suo rilascio dalla struttura è salito  su un muro  per urlare il suo desiderio di libertà precipitando poi giù. Ancora pochi giorni fa, un uomo si è cucito la bocca con ago e filo, e a questi episodi si aggiungono gli scioperi della fame e i tanti momenti di una rivolta ininterrotta all’interno del C.P.R. che porta spesso le persone rinchiuse a salire sul tetto della struttura in segno di protesta per condizioni di vita disumane.

Dalla viva voce delle persone recluse abbiamo la certezza del superamento del limite di detenzione per alcuni, abbiamo notizie di violenze da parte della polizia, di cibo non buono, della continua somministrazione di psicofarmaci e visite mediche scarse e superficiali. Abbiamo ricevuto richieste di beni di prima necessità assenti all’interno e ci è stato raccontato dell’ingiustizia di non poter stare davanti al giudice di pace che decide della loro vita e della quasi impossibilità di comunicare con l’esterno. Queste violenze sono all’ordine del giorno per chi è rinchiuso in un Cpr colpevole di essere immigrato/a irregolare. Tortura legalizzata oltre la legge!

La Prefettura di Nuoro che amministra questa prigione rifiuta di esporsi, mantenendo un totale silenzio stampa circa la questione. Ostacola qualunque tentativo di comunicazione con l’esterno, rimane indifferente davanti alle rivendicazioni delle persone costrette all’interno. Lo Stato si nasconde dietro ad un dito di fronte a questo lager legalizzato. Il silenzio assordante è rotto solo dalle sirene delle ambulanze, dalle urla e dai rumori degli abusi e dei pestaggi che arrivano dall’interno, di cui gli abitanti della zona di Bonu Trau sono testimoni. Un comportamento che in altra sede meriterebbe l’apertura di un’inchiesta.

Il C.P.R. è una voragine di violenza e vessazione in cui la legge scompare per fare spazio alla tortura e alla coercizione ed è per questo che come assemblea No CPR né a Macomer né altrove, abbiamo deciso di indire un presidio, invitando tutte le realtà, associazioni ed individui/e con l’intento di portare sotto la prefettura di Nuoro le nostre domande e le nostre richieste di chiarimenti e spiegazioni, finora rimaste inevase e inascoltate.

Per non essere silenziosi complici di questo meccanismo e solidali con chi lo subisce ogni giorno, abbiamo deciso di incontrarci il giorno 7 luglio alle ore 17:30 davanti alla Prefettura di Nuoro in via Deffenu 60. Durante il presidio raccoglieremo donazioni per l’acquisto di schede telefoniche da utilizzare all’interno del Cpr di Macomer per agevolare le persone recluse all’interno a comunicare con l’esterno, soprattutto con familiari e legali.

Vi chiediamo gentilmente di indossare le mascherine durante lo svolgimento del presidio e di mantenere la distanza di sicurezza.

Per info e/o adesioni contattare: nocprmacomer@distruzione.org

 

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Roma – 9 luglio Black lives matter – Incontro in piazza con Silvia Baraldini

Fonte: Rete Evasioni

INCONTRO IN PIAZZA CON SILVIA BARALDINI

Negli Stati Uniti prendono ancora forza e si sedimentano le lotte contro il razzismo, lo sfruttamento, la violenza della polizia e del sistema carcerario.

In Italia ci sono state rivolte in carcere come mai prima e continuano le lotte delle persone immigrate nelle campagne e nella logistica.
Incontriamoci e parliamone in piazza.

Rete Evasioni e Campagne in Lotta

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Claviere – Caccia all’uomo in frontiera

Fonte: Chez JesOulx – Rifugio Autogestito 

(al link originale anche le traduzioni in inglese, francese e arabo)

Qui una testimonianza diretta:

‘’Nella scorsa notte siamo arrivati in cinque a Claviere con il pullman. Dopo aver camminato per tre chilometri, ho visto a lato del sentiero una persona nascosta dietro gli alberi che è subito saltata fuori puntandoci una torcia accecante ed urlando: “stop, polizia, fermatevi!” Abbiamo provato a girarci e scappare, ma c’era un’altra persona che ci puntava con una torcia. L’unica possibilità è stata di rifugiarci tra gli alberi. Il bosco era troppo buio e pericoloso, inoltre stava diluviando, ma ci siamo comunque precipitati giù per nasconderci. Le due persone hanno provato ad impaurirci minacciandoci: “se non uscite, mandiamo i cani!” Eravamo spaventati e non volevamo uscire. In seguito, abbiamo visto altre persone munite di torcia che ci venivano incontro. Quindi, ci siamo addentrati ancor di più nel bosco, sapendo che rischiavamo parecchio inoltrandoci nel buio più totale. Siamo rimasti nascosti per più di un’ora. Nel frattempo gli agenti continuavano a cercarci mentre dal nostro nascondiglio si vedevano le luci muoversi. A quel punto eravamo quasi accerchiati e non ci è rimasta altra soluzione che tornar indietro. Quando siamo tornati a Claviere, eravamo affaticati e affamati. Ci siamo addormentati sotto il ponte di Claviere fino al mattino, poi verso le 5 ci siamo svegliati e tornati a Oulx.’’

In relazione a questa vicenda, il testimone aggiunge inoltre che:

1) ieri sera alla stazione di Oulx (alle 19.45), l’autista di ResAlp (l’azienda dei pullman che collegano Oulx e Briançon) chiede loro i passaporti, secondo il testimone, quindi, l’autista potrebbe aver collaborato con la polizia;

2) non è stata la prima volta che la sua vita è stata messa in pericolo per mano della polizia. Tramite una caccia all’uomo o di altri metodi di tortura sulle zone di frontiera europee. Ancora una volta, questo episodio mostra che tali pratiche non sono un’eccezione ma piuttosto una dinamica di collaborazione e di persecuzione che sono sistematicamente normalizzate in Europa.

Non dimentichiamo. Possiamo dar voce a questa testimonianza solo perché la persona è riuscita a fuggire dalle stesse pratiche infami che in questa frontiera hanno portato alla morte di almeno cinque persone negli ultimi tre anni:

Blessing Matthew
Mamadou-Alpha Diallo
Tamimou Derman
Mohamed Fofana
Mohamed Alì Bouhmadi. Continue reading

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Le voci delle persone imprigionate nel CPR di Torino

Fonte: Radio Blackout

Abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi di poter registrare la loro voce e raccontarci ciò che sta accadendo all’interno della prigione per senza documenti di corso Brunelleschi.

Di seguito alcune estratti e l’audio completo.

“Le mascherine ce le hanno date il 17 aprile, e basta, e senza cambiarle. Senza neanche il disinfettante per le mani che è previsto dalla legge. Quello non l’abbiamo mai visto qui“

“Amico la situazione è drammatica. La sanità quasi non c’è proprio. Da mangiare fa schifo, e questo è l’importante. E poi la gente qui non è che hanno fatto reati fuori. Se non hai il permesso di soggiorno mi porti qui, fai sei mesi gratis. Anzi, c’è gente che è la terza volta che li portano qua “
“Io sono andato direttamente a chiedere i miei documenti, non ho fatto niente di male, e mi hanno bloccato. Come ti senti? Non so neanch’io, dovrei fare sei mesi qua, se mi togli mezzo anno della vita non è facile.”

“E’ troppo brutto qua, troppo brutto. La situazione è brutta sai. Il mangiare è tutto asciutto, tutto brutto. La pulizia, non è pulito. Poi se uno ha mal di denti, non lo cacano neanche, lo lasciano lì a morire. La medicina: non c’è un dottore, questo qua è solo uno psichiatra, quello che vuole è che tutti dormono, tutti con la bocca aperta, tutti, come dire, pazzi. Loro non sono pazzi però li fanno diventare pazzi. Stai come un animale, così, con la bocca aperta capisci. Io non li uso, per quello sono sveglio, ma agli altri li danno a tutti. Tutti dormono poverini, tutti come animali qua, anzi peggio degli animali. Ci sono carabinieri, polizia, ma non c’è nessuno che si interessa a vedere noi come stiamo, niente, nessuno ti caga”.

“Questa è giustizia? Questa è l’Europa? Ti dicono “il terzo mondo”. È qua il terzo mondo! Finché questa mentalità c’è ancora, è questo il razzismo, davvero. Io non capisco che significava razzismo quando stavo nel mio paese, l’ho capito qua che significa razzismo”.

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CPR di Torino – Finalmente qualche aggiornamento

Fonte: Macerie

Le comunicazioni con i reclusi della prigione amministrativa torinese sono difficoltose a causa del fatto che spesso vengono disattivate le chiamate in entrata che sarebbe possibile fare componendo il numero fisso associato alla cabina telefonica presente in ogni area del centro. L’unico modo che hanno i reclusi per comunicare con l’esterno è quello di utilizzare le schede telefoniche che dovrebbero comprarsi a loro spese perché – lo ricordiamo – che da qualche mese è proibito loro avere telefoni propri. Nella saletta c’è un televisore da cui hanno seguito e continuano a seguire quello che succede fuori, un palliativo irrisorio rispetto al fatto che i colloqui con amici e familiari sono ancora sospesi, sono permessi solo quelli con il proprio legale.

Al momento le aree aperte sono la blu, la viola e la gialla per un totale di circa una cinquantina di reclusi; non tutte le stanze di queste tre aree sono agibili a causa dei danni causati dalle rivolte dell’autunno; le gabbie dell’isolamento vengono utilizzate per mantenere quindici giorni i nuovi arrivi in quarantena forzata. A metà aprile è stata consegnata ad ogni recluso una mascherina che non è stata più cambiata da allora nonostante le continue richieste e non sono state fornite ulteriori protezioni come gel e disinfettante, come del resto non sono mai state date informazioni riguardanti le modalità e i rischi del contagio. I detenuti non hanno segnalato casi di covid all’interno del centro mentre è da segnalare il consueto e sempre più pernicioso avvelenamento con gli psicofarmaci nel cibo e di terapie a base di medicinali che causano uno stato comatoso in cui la persona mantiene per alcune ore la stessa posizione “con la bocca spalancata come se stesse dormendo”.

L’assistenza sanitaria è assente, la disperazione a causa delle continue provocazioni delle guardie e la condizione di isolamento hanno spinto in questi mesi i reclusi a compiere più volte gesti estremi come lo sciopero della fame pur di ricevere delle cure mediche. Dopo il periodo di lockdown “la normalità” è ritornata anche dentro il CPR: da inizio giugno i nuovi arrivi sono in aumento mentre alcune frontiere, tra cui quella marocchina, sono ancora chiuse. Un ragazzo ci ha raccontato che la scorsa settimana, durante un’udienza con il giudice di pace gli hanno prolungato la permanenza nel centro di altri 30 giorni concludendo che a loro giudizio “l’ospite non ha mai collaborato con le autorità durante i sei mesi di permanenza”. Purtroppo secondo lui non è il primo caso del genere in queste ultime settimane. Ieri ci hanno chiamato dall’area viola dicendo che in mattinata tutte le persone che erano nell’area blu sono state spostate in blocco all’interno dell’area bianca appena ristrutturata perché dovrebbe arrivare a breve un nuovo gruppo, probabilmente dal centro di Macomer. Nei giorni scorsi infatti il Cpr sardo è stato sede di rivolte e contro i detenuti considerati agitatori è già in azione la macchina repressiva.

Seguiranno aggiornamenti.

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Malta – Proteste ed evasioni nei centri di detenzione per migranti

Sabato mattina 20 giugno, alle 8, dopo la consueta conta mattutina, le guardie del centro di detenzione di Ħal Far a Malta si sono accorte della scomparsa di 21 persone. L’evasione è avvenuta sfondando un muro di recinzione del lager. Una ricerca è in corso su tutta l’isola ma dopo 2 giorni per fortuna ancora nessun fuggitivo è stato rintracciato.

La fuga segue quella avvenuta nello stesso lager il 14 giugno, quando 5 persone erano riuscite ad evadere ma 4 erano state successivamente ricatturate in giornata.

Nei campi di concentramento a Malta le proteste e le rivolte sono frequenti, l’ultima si era svolta il 16 aprile: tutte le persone recluse avevano cominciato a fare battiture e cantare slogan alle finestre reclamando libertà e nel centro erano subito accorsi rinforzi di polizia in assetto antisommossa

Nei vari centri dell’isola sono recluse le persone appena sbarcate, ufficialmente per un massimo di sei settimane ma in realtà a tempo indeterminato, fino ad una risposta alla loro domanda d’asilo o al ricollocamento.

Le ultime persone arrivate a Malta sono le 425 sbarcate il 6 giugno. Con il pretesto della pandemia da covid19 il governo maltese aveva chiuso ad aprile i porti dell’isola e noleggiato una serie di imbarcazioni private da diporto per segregarvi i migranti soccorsi nella zona SAR di Malta nel periodo tra il 28/29 aprile e il mese di maggio. Le persone migranti intercettate da navi private e dalle forze armate maltesi erano state trasferite e segregate per settimane su quattro battelli turistici trasformati in prigioni galleggianti, ancorati ad alcune miglia dalla costa, al di fuori delle acque territoriali. Su queste imbarcazioni turistiche la situazione a bordo si è velocemente aggravata: non erano assolutamente attrezzate per trattenere persone a bordo per lunghi periodi di tempo, essendo navi destinate a brevi tour turistici dell’isola, e alle persone imprigionate in mare non era stata data nessuna informazione né la possibilità di consultare avvocati, traduttori o di fare richiesta d’asilo. Dopo varie proteste inascoltate solo una coraggiosa rivolta a bordo delle navi aveva costretto il governo maltese ad accettare lo sbarco sull’isola.

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Egitto – Aggredita la famiglia del prigioniero Alaa mentre protestava fuori dal carcere

Da tre mesi le visite per i detenuti della prigione di Tora, al Cairo, sono annullate. Da due settimane circola anche la notizia che ci siano casi di Covid-19 dentro la galera. Ma non esiste alcuna comunicazione ufficiale. Il regime impedisce ad Alaa e a tanti altri prigionieri ogni tipo di comunicazione con le famiglie o i loro avvocati. 

A maggio Alaa ha fatto anche uno sciopero della fame di 37 giorni per chiedere che ai detenuti fosse permesso di partecipare alle udienze, di comunicare con i propri familiari e per il rilascio dei prigionieri durante l’epidemia di Coronavirus.

Alaa si trova nel carcere di massima sicurezza di Tora, una sorta di 41 bis, in isolamento, senza ora d’aria, libri, posta, e privato di tutto.

Il regime, tuttavia, continua a percorre la sua strada di violazioni e repressione. Così dopo tre settimane senza ricevere alcuna notizia da parte del figlio Alaa, sabato scorso, la dott.a Soueif ha deciso di protestare – per l’ennesima volta – davanti al carcere. 

È lei stessa a raccontare come sono andate le cose:

 Mi hanno fatto aspettare più o meno 5 ore, di modo che tutte le persone venute a fare i colloqui se ne fossero già andate e il confronto con i responsabili davanti alla porta del carcere di Tora non fosse visto da nessuno.

Allora hanno preso quanto avevo portato, cibo, medicine, vestiti intimi e hanno rifiutato di far entrare disinfettanti. Poi però hanno detto “non c’è lettera” da parte di Alaa e allora ho rifiutato di andarmene.

Cercano sempre di far passare la questione come se lasciar entrare le cose dentro il carcere  sia una gentilezza da parte loro. Dopo un po’ di tempo mi hanno detto che avrebbero fatto entrare la mia lettera, ma non ce ne sarebbe stata alcuna da parte sua.

Chiaramente, ho provato a spiegargli che le loro parole sono ridicole dal momento che se non mi danno una lettera di risposta io non posso sapere se consegnano veramente ad Alaa quello che prendono.

Finita la fase delle richieste è iniziata quella della prevaricazione.

 All’inizio mi hanno detto che se rimanevo dentro non potevo avere il telefono con me, al che glielho consegnato (queste erano le ore in cui Mona non riusciva a raggiungermi).

 Dopo hanno iniziato a dire che dovevano chiudere e che dovevo andare fuori, e quando mi sono rifiutata, il colonnello Muhammad al-Nashar mi ha detto che mi avrebbe denunciata. Io ho risposto di farlo pure, poi ha detto che aveva chiamato il commissariato di al-Maadi e che ero in stato di fermo, quindi mi ha preso la mano e ha iniziato a tirarmi verso la porta perché qualcuno del commissariato sarebbe venuto a prendermi. Mi ha strattonato il braccio finchè non mi ha fatto uscire. Io essendo una persona pacifica non reagisco a questo tipo di violenza 🙂 

 Appena mi ha fatta uscire hanno chiuso la porta del carcere, lui è sparito e basta.

 Alcuni di loro hanno cercato di convincermi ad andarmene poi sono spariti anche loro.

 Io rimango qua e non me ne vado!

 

Nella notte tra il 21 e il 22, la dott.a Leila raggiunta dalle sue due figlie Mona e Sanaa hanno deciso di continuare la protesta dormendo in presidio fuori dalle mura del carcere. Più o meno alle 5 di mattina sono state aggredite da un gruppo di donne che le ha malmenate rubando tutto quello che avevano – le borse, i soldi, i telefoni e i documenti – di fronte gli sguardi delle guardie che nonostante le richieste di aiuto hanno deciso di non muoversi, perché in realtà le hanno mandate loro.  

Sanaa scrive su FB:

Hanno mandato delle criminali per picchiarci davanti alla prigione, mentre gli ufficiali e gli uomini stavano lì a guardare. Un uomo in borghese ha soltanto detto: portatele fuori dalla barriera, non picchiatele qui“.  

Scrive Mona in un altro post: 

Credo che ciò che è appena accaduto spiega perché siamo davvero molto molto preoccupate per Alaa e per il fatto di non avere sue notizie“.

 

Libertà per Alaa

Libertà per tutte e tutti.

Solidarietà a tutta la famiglia di Alaa che nonostante tutto continua a lottare per ricevere sue notizie.

 
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