Dall’invisibilità alla repressione: denunce e fogli di via per i braccianti di Saluzzo

Fonte: Enough is Enough – braccianti in lotta Saluzzo

La questura cerca di isolare i lavoratori che rivendicano un alloggio facendoli passare per criminali.

Apprendiamo in queste ore che la questura di Cuneo ha deciso di notificare 4 procedimenti penali assieme ad un foglio di via ad alcuni dei braccianti protagonisti della giornata di mobilitazione di giovedì 18 Giugno.

Assieme alle accuse di danneggiamento, invasione di terreni e manifestazione non autorizzata, la questura ha deciso di utilizzare lo strumento del foglio di via, dispositivo repressivo ben conosciuto da lavoratori e solidali nella lotta delle campagne, tramite il quale questi lavoratori possono essere immediatamente espulsi dal territorio con l’accusa di essere dei soggetti pericolosi e antisociali.

Il 18 giugno si è infatti tenuto un presidio di fronte al comune di Saluzzo volto a richiedere una soluzione abitativa per i lavoratori impegnati nelle campagne,che da settimane dormono per strada esposti alle intemperie e alla prepotenza delle forze dell’ordine. Viste le deludenti risposte da parte di associazioni datoriali e istituzioni, rappresentate in particolare dal sindaco di Saluzzo Mauro Calderoni e dalla viceprefetta, dopo l’incontro i lavoratori hanno deciso di muoversi in corteo per la città, dirigendosi infine verso il PAS del Foro Boario, ovvero la struttura adibita all’accoglienza dei lavoratori, quest’anno tenuta chiusa.

Si intende colpire chi ha alzato la testa per chiedere delle soluzioni abitative adeguate e per tutti, chi ha tentato di forzare l’apertura di una struttura chiusa con la scusa dell’emergenza sanitaria, chi ha preso parola in maniera libera e auto-organizzata.

Nonostante l’importanza pubblicamente ribadita della manodopera agricola per l’economia nazionale, ecco che oggi si riprende la costruzione di teoremi diffamatori e criminalizzanti che delegittimano e puniscono ogni forma di dissenso e di riconoscimento a questi stessi lavoratori.

Nel frattempo, il 24 giugno gli esponenti della giunta comunale hanno avuto il coraggio di andare a Parco Alberti, dove dormono i lavoratori, a promettere, di fronte alla stampa, soluzioni che non solo non arrivano, ma non sono state nemmeno definite.

Il 30 di giugno il sindaco di Saluzzo commentava tronfio la firma di un protocollo di intesa tra le parti nella gestione dell’ “emergenza migranti”.

“Emergenza” che, andrebbe sottolineato, da 10 anni puntalmente si ripropone ad inizio stagione, per isolare i braccianti e contrapporli, in quanto “migranti”, al resto della cittadinanza e dei lavoratori. Un’operazione di governo secondo linee razziali. L’emergenza viene quindi invocata per nascondere responsabilità e volontà politiche mirate allo sfruttamento economico e legittimare la gestione poliziesca di un problema sociale.

Nel frattempo alcune importanti realtà del terzo settore, del mondo sindacale e associativo hanno preso parola sui giornali, hanno promosso conferenze stampa e perfino delle petizioni online, denunciando la disumanità delle condizioni vissute dai lavoratori in quanto emergenza umanitaria, ma evitando di prendere posizione sulle lotte portate avanti dai diretti interessati.

Tale atteggiamento paternalista, nonostante si ponga l’obiettivo di dare visibilità a una condizione ritenuta intollerabile, rischia di essere complementare alla gestione emergenziale.

Se per gli attori della società civile prendere parola è infatti scontato, le parole dei lavoratori acquistano forza e rompono l’invisibilità solo nella lotta. I lavoratori non parlano di emergenza: parlano di razzismo, parlano di sfruttamento, parlano della violenza della polizia.

Il tentativo della questura è proprio quello di zittire queste voci, reprimere questa lotta, lasciare che si torni, come ogni anno, a parlare di emergenza.

Possiamo dire con certezza che chi vive e lavora nelle campagne non è disposto ad essere strumentalizzato e sfruttato e non vuole più restare muto e passivo di fronte a tutto questo.

Non basteranno queste accuse ad arrestare la determinazione dei lavoratori delle campagne.

I lavoratori possono contare su qualcosa di infinitamente più forte della repressione: la solidarietà!

Chi lotta non è mai solo!

 

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Nuoro – 7 luglio presidio No CPR

Fonte: No CPR Macomer

A fine gennaio del 2020 lo Stato italiano nelle vesti della prefettura di Nuoro, in accordo con la società privata Ors Italia e con l’amministrazione di Macomer, ha deciso di aprire nella stessa città un C.P.R., ovvero un Centro di Detenzione e Rimpatrio, una struttura atta a rinchiudere gli immigrati irregolari. Questa decisione si è dimostrata quanto mai infelice: da subito hanno cominciato a verificarsi “incidenti” all’interno del C.P.R.  che si traducono in ambulanze che vanno e vengono da Macomer al pronto soccorso di Nuoro o a quello di Sassari.

Risse, ferimenti, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo e molto altro hanno continuato a susseguirsi in tutti questi mesi: ricordiamo l’episodio che ha visto protagonista uno dei prigionieri, che esasperato dal rinvio del suo rilascio dalla struttura è salito  su un muro  per urlare il suo desiderio di libertà precipitando poi giù. Ancora pochi giorni fa, un uomo si è cucito la bocca con ago e filo, e a questi episodi si aggiungono gli scioperi della fame e i tanti momenti di una rivolta ininterrotta all’interno del C.P.R. che porta spesso le persone rinchiuse a salire sul tetto della struttura in segno di protesta per condizioni di vita disumane.

Dalla viva voce delle persone recluse abbiamo la certezza del superamento del limite di detenzione per alcuni, abbiamo notizie di violenze da parte della polizia, di cibo non buono, della continua somministrazione di psicofarmaci e visite mediche scarse e superficiali. Abbiamo ricevuto richieste di beni di prima necessità assenti all’interno e ci è stato raccontato dell’ingiustizia di non poter stare davanti al giudice di pace che decide della loro vita e della quasi impossibilità di comunicare con l’esterno. Queste violenze sono all’ordine del giorno per chi è rinchiuso in un Cpr colpevole di essere immigrato/a irregolare. Tortura legalizzata oltre la legge!

La Prefettura di Nuoro che amministra questa prigione rifiuta di esporsi, mantenendo un totale silenzio stampa circa la questione. Ostacola qualunque tentativo di comunicazione con l’esterno, rimane indifferente davanti alle rivendicazioni delle persone costrette all’interno. Lo Stato si nasconde dietro ad un dito di fronte a questo lager legalizzato. Il silenzio assordante è rotto solo dalle sirene delle ambulanze, dalle urla e dai rumori degli abusi e dei pestaggi che arrivano dall’interno, di cui gli abitanti della zona di Bonu Trau sono testimoni. Un comportamento che in altra sede meriterebbe l’apertura di un’inchiesta.

Il C.P.R. è una voragine di violenza e vessazione in cui la legge scompare per fare spazio alla tortura e alla coercizione ed è per questo che come assemblea No CPR né a Macomer né altrove, abbiamo deciso di indire un presidio, invitando tutte le realtà, associazioni ed individui/e con l’intento di portare sotto la prefettura di Nuoro le nostre domande e le nostre richieste di chiarimenti e spiegazioni, finora rimaste inevase e inascoltate.

Per non essere silenziosi complici di questo meccanismo e solidali con chi lo subisce ogni giorno, abbiamo deciso di incontrarci il giorno 7 luglio alle ore 17:30 davanti alla Prefettura di Nuoro in via Deffenu 60. Durante il presidio raccoglieremo donazioni per l’acquisto di schede telefoniche da utilizzare all’interno del Cpr di Macomer per agevolare le persone recluse all’interno a comunicare con l’esterno, soprattutto con familiari e legali.

Vi chiediamo gentilmente di indossare le mascherine durante lo svolgimento del presidio e di mantenere la distanza di sicurezza.

Per info e/o adesioni contattare: nocprmacomer@distruzione.org

 

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Roma – 9 luglio Black lives matter – Incontro in piazza con Silvia Baraldini

Fonte: Rete Evasioni

INCONTRO IN PIAZZA CON SILVIA BARALDINI

Negli Stati Uniti prendono ancora forza e si sedimentano le lotte contro il razzismo, lo sfruttamento, la violenza della polizia e del sistema carcerario.

In Italia ci sono state rivolte in carcere come mai prima e continuano le lotte delle persone immigrate nelle campagne e nella logistica.
Incontriamoci e parliamone in piazza.

Rete Evasioni e Campagne in Lotta

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Claviere – Caccia all’uomo in frontiera

Fonte: Chez JesOulx – Rifugio Autogestito 

(al link originale anche le traduzioni in inglese, francese e arabo)

Qui una testimonianza diretta:

‘’Nella scorsa notte siamo arrivati in cinque a Claviere con il pullman. Dopo aver camminato per tre chilometri, ho visto a lato del sentiero una persona nascosta dietro gli alberi che è subito saltata fuori puntandoci una torcia accecante ed urlando: “stop, polizia, fermatevi!” Abbiamo provato a girarci e scappare, ma c’era un’altra persona che ci puntava con una torcia. L’unica possibilità è stata di rifugiarci tra gli alberi. Il bosco era troppo buio e pericoloso, inoltre stava diluviando, ma ci siamo comunque precipitati giù per nasconderci. Le due persone hanno provato ad impaurirci minacciandoci: “se non uscite, mandiamo i cani!” Eravamo spaventati e non volevamo uscire. In seguito, abbiamo visto altre persone munite di torcia che ci venivano incontro. Quindi, ci siamo addentrati ancor di più nel bosco, sapendo che rischiavamo parecchio inoltrandoci nel buio più totale. Siamo rimasti nascosti per più di un’ora. Nel frattempo gli agenti continuavano a cercarci mentre dal nostro nascondiglio si vedevano le luci muoversi. A quel punto eravamo quasi accerchiati e non ci è rimasta altra soluzione che tornar indietro. Quando siamo tornati a Claviere, eravamo affaticati e affamati. Ci siamo addormentati sotto il ponte di Claviere fino al mattino, poi verso le 5 ci siamo svegliati e tornati a Oulx.’’

In relazione a questa vicenda, il testimone aggiunge inoltre che:

1) ieri sera alla stazione di Oulx (alle 19.45), l’autista di ResAlp (l’azienda dei pullman che collegano Oulx e Briançon) chiede loro i passaporti, secondo il testimone, quindi, l’autista potrebbe aver collaborato con la polizia;

2) non è stata la prima volta che la sua vita è stata messa in pericolo per mano della polizia. Tramite una caccia all’uomo o di altri metodi di tortura sulle zone di frontiera europee. Ancora una volta, questo episodio mostra che tali pratiche non sono un’eccezione ma piuttosto una dinamica di collaborazione e di persecuzione che sono sistematicamente normalizzate in Europa.

Non dimentichiamo. Possiamo dar voce a questa testimonianza solo perché la persona è riuscita a fuggire dalle stesse pratiche infami che in questa frontiera hanno portato alla morte di almeno cinque persone negli ultimi tre anni:

Blessing Matthew
Mamadou-Alpha Diallo
Tamimou Derman
Mohamed Fofana
Mohamed Alì Bouhmadi. Continue reading

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Le voci delle persone imprigionate nel CPR di Torino

Fonte: Radio Blackout

Abbiamo chiesto ad alcuni ragazzi di poter registrare la loro voce e raccontarci ciò che sta accadendo all’interno della prigione per senza documenti di corso Brunelleschi.

Di seguito alcune estratti e l’audio completo.

“Le mascherine ce le hanno date il 17 aprile, e basta, e senza cambiarle. Senza neanche il disinfettante per le mani che è previsto dalla legge. Quello non l’abbiamo mai visto qui“

“Amico la situazione è drammatica. La sanità quasi non c’è proprio. Da mangiare fa schifo, e questo è l’importante. E poi la gente qui non è che hanno fatto reati fuori. Se non hai il permesso di soggiorno mi porti qui, fai sei mesi gratis. Anzi, c’è gente che è la terza volta che li portano qua “
“Io sono andato direttamente a chiedere i miei documenti, non ho fatto niente di male, e mi hanno bloccato. Come ti senti? Non so neanch’io, dovrei fare sei mesi qua, se mi togli mezzo anno della vita non è facile.”

“E’ troppo brutto qua, troppo brutto. La situazione è brutta sai. Il mangiare è tutto asciutto, tutto brutto. La pulizia, non è pulito. Poi se uno ha mal di denti, non lo cacano neanche, lo lasciano lì a morire. La medicina: non c’è un dottore, questo qua è solo uno psichiatra, quello che vuole è che tutti dormono, tutti con la bocca aperta, tutti, come dire, pazzi. Loro non sono pazzi però li fanno diventare pazzi. Stai come un animale, così, con la bocca aperta capisci. Io non li uso, per quello sono sveglio, ma agli altri li danno a tutti. Tutti dormono poverini, tutti come animali qua, anzi peggio degli animali. Ci sono carabinieri, polizia, ma non c’è nessuno che si interessa a vedere noi come stiamo, niente, nessuno ti caga”.

“Questa è giustizia? Questa è l’Europa? Ti dicono “il terzo mondo”. È qua il terzo mondo! Finché questa mentalità c’è ancora, è questo il razzismo, davvero. Io non capisco che significava razzismo quando stavo nel mio paese, l’ho capito qua che significa razzismo”.

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CPR di Torino – Finalmente qualche aggiornamento

Fonte: Macerie

Le comunicazioni con i reclusi della prigione amministrativa torinese sono difficoltose a causa del fatto che spesso vengono disattivate le chiamate in entrata che sarebbe possibile fare componendo il numero fisso associato alla cabina telefonica presente in ogni area del centro. L’unico modo che hanno i reclusi per comunicare con l’esterno è quello di utilizzare le schede telefoniche che dovrebbero comprarsi a loro spese perché – lo ricordiamo – che da qualche mese è proibito loro avere telefoni propri. Nella saletta c’è un televisore da cui hanno seguito e continuano a seguire quello che succede fuori, un palliativo irrisorio rispetto al fatto che i colloqui con amici e familiari sono ancora sospesi, sono permessi solo quelli con il proprio legale.

Al momento le aree aperte sono la blu, la viola e la gialla per un totale di circa una cinquantina di reclusi; non tutte le stanze di queste tre aree sono agibili a causa dei danni causati dalle rivolte dell’autunno; le gabbie dell’isolamento vengono utilizzate per mantenere quindici giorni i nuovi arrivi in quarantena forzata. A metà aprile è stata consegnata ad ogni recluso una mascherina che non è stata più cambiata da allora nonostante le continue richieste e non sono state fornite ulteriori protezioni come gel e disinfettante, come del resto non sono mai state date informazioni riguardanti le modalità e i rischi del contagio. I detenuti non hanno segnalato casi di covid all’interno del centro mentre è da segnalare il consueto e sempre più pernicioso avvelenamento con gli psicofarmaci nel cibo e di terapie a base di medicinali che causano uno stato comatoso in cui la persona mantiene per alcune ore la stessa posizione “con la bocca spalancata come se stesse dormendo”.

L’assistenza sanitaria è assente, la disperazione a causa delle continue provocazioni delle guardie e la condizione di isolamento hanno spinto in questi mesi i reclusi a compiere più volte gesti estremi come lo sciopero della fame pur di ricevere delle cure mediche. Dopo il periodo di lockdown “la normalità” è ritornata anche dentro il CPR: da inizio giugno i nuovi arrivi sono in aumento mentre alcune frontiere, tra cui quella marocchina, sono ancora chiuse. Un ragazzo ci ha raccontato che la scorsa settimana, durante un’udienza con il giudice di pace gli hanno prolungato la permanenza nel centro di altri 30 giorni concludendo che a loro giudizio “l’ospite non ha mai collaborato con le autorità durante i sei mesi di permanenza”. Purtroppo secondo lui non è il primo caso del genere in queste ultime settimane. Ieri ci hanno chiamato dall’area viola dicendo che in mattinata tutte le persone che erano nell’area blu sono state spostate in blocco all’interno dell’area bianca appena ristrutturata perché dovrebbe arrivare a breve un nuovo gruppo, probabilmente dal centro di Macomer. Nei giorni scorsi infatti il Cpr sardo è stato sede di rivolte e contro i detenuti considerati agitatori è già in azione la macchina repressiva.

Seguiranno aggiornamenti.

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Malta – Proteste ed evasioni nei centri di detenzione per migranti

Sabato mattina 20 giugno, alle 8, dopo la consueta conta mattutina, le guardie del centro di detenzione di Ħal Far a Malta si sono accorte della scomparsa di 21 persone. L’evasione è avvenuta sfondando un muro di recinzione del lager. Una ricerca è in corso su tutta l’isola ma dopo 2 giorni per fortuna ancora nessun fuggitivo è stato rintracciato.

La fuga segue quella avvenuta nello stesso lager il 14 giugno, quando 5 persone erano riuscite ad evadere ma 4 erano state successivamente ricatturate in giornata.

Nei campi di concentramento a Malta le proteste e le rivolte sono frequenti, l’ultima si era svolta il 16 aprile: tutte le persone recluse avevano cominciato a fare battiture e cantare slogan alle finestre reclamando libertà e nel centro erano subito accorsi rinforzi di polizia in assetto antisommossa

Nei vari centri dell’isola sono recluse le persone appena sbarcate, ufficialmente per un massimo di sei settimane ma in realtà a tempo indeterminato, fino ad una risposta alla loro domanda d’asilo o al ricollocamento.

Le ultime persone arrivate a Malta sono le 425 sbarcate il 6 giugno. Con il pretesto della pandemia da covid19 il governo maltese aveva chiuso ad aprile i porti dell’isola e noleggiato una serie di imbarcazioni private da diporto per segregarvi i migranti soccorsi nella zona SAR di Malta nel periodo tra il 28/29 aprile e il mese di maggio. Le persone migranti intercettate da navi private e dalle forze armate maltesi erano state trasferite e segregate per settimane su quattro battelli turistici trasformati in prigioni galleggianti, ancorati ad alcune miglia dalla costa, al di fuori delle acque territoriali. Su queste imbarcazioni turistiche la situazione a bordo si è velocemente aggravata: non erano assolutamente attrezzate per trattenere persone a bordo per lunghi periodi di tempo, essendo navi destinate a brevi tour turistici dell’isola, e alle persone imprigionate in mare non era stata data nessuna informazione né la possibilità di consultare avvocati, traduttori o di fare richiesta d’asilo. Dopo varie proteste inascoltate solo una coraggiosa rivolta a bordo delle navi aveva costretto il governo maltese ad accettare lo sbarco sull’isola.

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Egitto – Aggredita la famiglia del prigioniero Alaa mentre protestava fuori dal carcere

Da tre mesi le visite per i detenuti della prigione di Tora, al Cairo, sono annullate. Da due settimane circola anche la notizia che ci siano casi di Covid-19 dentro la galera. Ma non esiste alcuna comunicazione ufficiale. Il regime impedisce ad Alaa e a tanti altri prigionieri ogni tipo di comunicazione con le famiglie o i loro avvocati. 

A maggio Alaa ha fatto anche uno sciopero della fame di 37 giorni per chiedere che ai detenuti fosse permesso di partecipare alle udienze, di comunicare con i propri familiari e per il rilascio dei prigionieri durante l’epidemia di Coronavirus.

Alaa si trova nel carcere di massima sicurezza di Tora, una sorta di 41 bis, in isolamento, senza ora d’aria, libri, posta, e privato di tutto.

Il regime, tuttavia, continua a percorre la sua strada di violazioni e repressione. Così dopo tre settimane senza ricevere alcuna notizia da parte del figlio Alaa, sabato scorso, la dott.a Soueif ha deciso di protestare – per l’ennesima volta – davanti al carcere. 

È lei stessa a raccontare come sono andate le cose:

 Mi hanno fatto aspettare più o meno 5 ore, di modo che tutte le persone venute a fare i colloqui se ne fossero già andate e il confronto con i responsabili davanti alla porta del carcere di Tora non fosse visto da nessuno.

Allora hanno preso quanto avevo portato, cibo, medicine, vestiti intimi e hanno rifiutato di far entrare disinfettanti. Poi però hanno detto “non c’è lettera” da parte di Alaa e allora ho rifiutato di andarmene.

Cercano sempre di far passare la questione come se lasciar entrare le cose dentro il carcere  sia una gentilezza da parte loro. Dopo un po’ di tempo mi hanno detto che avrebbero fatto entrare la mia lettera, ma non ce ne sarebbe stata alcuna da parte sua.

Chiaramente, ho provato a spiegargli che le loro parole sono ridicole dal momento che se non mi danno una lettera di risposta io non posso sapere se consegnano veramente ad Alaa quello che prendono.

Finita la fase delle richieste è iniziata quella della prevaricazione.

 All’inizio mi hanno detto che se rimanevo dentro non potevo avere il telefono con me, al che glielho consegnato (queste erano le ore in cui Mona non riusciva a raggiungermi).

 Dopo hanno iniziato a dire che dovevano chiudere e che dovevo andare fuori, e quando mi sono rifiutata, il colonnello Muhammad al-Nashar mi ha detto che mi avrebbe denunciata. Io ho risposto di farlo pure, poi ha detto che aveva chiamato il commissariato di al-Maadi e che ero in stato di fermo, quindi mi ha preso la mano e ha iniziato a tirarmi verso la porta perché qualcuno del commissariato sarebbe venuto a prendermi. Mi ha strattonato il braccio finchè non mi ha fatto uscire. Io essendo una persona pacifica non reagisco a questo tipo di violenza 🙂 

 Appena mi ha fatta uscire hanno chiuso la porta del carcere, lui è sparito e basta.

 Alcuni di loro hanno cercato di convincermi ad andarmene poi sono spariti anche loro.

 Io rimango qua e non me ne vado!

 

Nella notte tra il 21 e il 22, la dott.a Leila raggiunta dalle sue due figlie Mona e Sanaa hanno deciso di continuare la protesta dormendo in presidio fuori dalle mura del carcere. Più o meno alle 5 di mattina sono state aggredite da un gruppo di donne che le ha malmenate rubando tutto quello che avevano – le borse, i soldi, i telefoni e i documenti – di fronte gli sguardi delle guardie che nonostante le richieste di aiuto hanno deciso di non muoversi, perché in realtà le hanno mandate loro.  

Sanaa scrive su FB:

Hanno mandato delle criminali per picchiarci davanti alla prigione, mentre gli ufficiali e gli uomini stavano lì a guardare. Un uomo in borghese ha soltanto detto: portatele fuori dalla barriera, non picchiatele qui“.  

Scrive Mona in un altro post: 

Credo che ciò che è appena accaduto spiega perché siamo davvero molto molto preoccupate per Alaa e per il fatto di non avere sue notizie“.

 

Libertà per Alaa

Libertà per tutte e tutti.

Solidarietà a tutta la famiglia di Alaa che nonostante tutto continua a lottare per ricevere sue notizie.

 
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Fratelli della costa – Memoria in difesa dei pirati somali

da macerie

Vi proponiamo la traduzione dal francese del libro “Fratelli della costa. Memoria in difesa dei pirati somali, braccati da tutte le potenze del mondo”. Il lavoro è di grosso stimolo non solo per il racconto delle vicende repressive contro della pirateria somala, ma perché le inserisce nell’analisi della costruzione di un apparato giuridico internazionale che potrebbe diventare un modello per le operazioni di gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo. La flessibilità e la panoplia della legge si sperimenta in casi considerati limite come quello che emerge dal contesto marittimo in esame per poi rientrare nelle possibilità che ogni governance nazionale si dà contro chi considera “nemico” dell’ordine.

Il testo completo qui.

 

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Grecia – Scioperi della fame nel lager di Petrou Ralli e resistenze agli sgomberi ad Atene

Durante e dopo il lockdown in Grecia la lotta delle persone recluse nel centro di detenzione per persone straniere di Petrou Ralli ad Atene non si è mai fermata.

Il 9 giugno, 16 delle 26 donne recluse hanno iniziato uno sciopero della fame. Lunedì 15 giugno 40 immigrati detenuti hanno a loro volta dato vita a un nuovo sciopero della fame, rifiutando il pranzo e reclamando il loro rilascio e l’accelerazione delle decisioni per le loro richieste d’asilo. In serata lo sciopero della fame è stato attuato da 120 persone recluse e continua anche nella giornata di martedì. Le autorità hanno affermato che lo sciopero non è accettabile e deve cessare. I detenuti invece continuano la protesta e chiedono di essere liberati o trasferiti altrove. Martedì 16 giugno l’assemblea popolare di Exarchia ha organizzato un presidio davanti al Ministero per la migrazione e l’asilo per protestare contro le condizioni di Petrou Ralli e per la chiusura del lager.

Sempre nella giornata di lunedì 15 ad alcune persone che avevano ottenuto lo status di rifugiato è stato permesso di trasferirsi ad Atene dal campo di Moria sull’isola di Lesbo, come tentativo delle autorità di decongestionare il lager, dove sopravvivono in terribili condizioni ancora altre 16.000 e più persone. Il governo greco non ha provveduto a fornire nessuna risposta abitativa, e le persone sono state costrette ad accamparsi in piazza Vittoria, prive di tutto. Rifugiatx e solidali hanno chiesto un incontro con il Sindaco di Atene Bakoyannis per pretendere soluzioni sul piano abitativo, ma la risposta è stata l’arrivo di agenti e bus della polizia per sgomberare la piazza. Solo grazie alla presenza di un buon numero di solidali e alla determinazione dei/delle rifugiatx è stato possibile evitare che lo sgombero della piazza avvenisse in giornata. Alle 4 di stamattina mercoledì 17 giugno, con un blitz a sorpresa varie forze di polizia in assetto antisommossa hanno sgomberato piazza Vittoria. Quando i solidali sono accorsi la polizia aveva già costretto, pena l’arresto immediato, circa 80 persone a salire negli autobus per portarle nel campo di Eleonas, nella zona industriale di Atene. Circa 12 solidali sono stat* fermat* e portate nella stazione di polizia. In risposta è stata convocata una manifestazione alle 16 alla metro di Eleonas.

Dal 1° giugno il governo greco ha cominciato ad attuare lo sgombero progressivo delle 11.237 persone rifugiate che finora usufruivano di un alloggio nelle strutture di accoglienza. Ad oggi il governo si vanta di aver già gettato in strada circa 2.000 persone. Sono molte le iniziative organizzate da immigratx e solidali per resistere agli sgomberi avvenute nelle ultime due settimane. Anche oggi a Larissa e Serres si tengono manifestazioni di protesta delle persone che abitano nei due centri sotto sgombero.

Di seguito traduciamo un resoconto dell’assemblea dell’Iniziativa “La casa delle donne” su quanto avvenuto recentemente nella sezione femminile del lager di Petrou Ralli.

Traduzione da: Athens Indymedia

9 giugno 2020:

16 delle 26 donne detenute a Petrou Ralli si sono rifiutate di mangiare. Hanno deciso, ancora una volta, di fare lo sciopero della fame perché non potevano più sostenersi mangiando il cibo orribile che le autorità insistono nel dare loro – cibo che si traduce in malattia, problemi digestivi, vomito e perdita di peso. La misera qualità del cibo è persistita nei quattro anni in cui abbiamo visitato Petrou Ralli, e probabilmente anche prima. Allo stesso modo, il 17 marzo, 9 donne detenute avevano iniziato uno sciopero della fame durato 3 giorni. Ci avevano inviato il seguente messaggio il 3° giorno: “9 donne abbiamo iniziato uno sciopero della fame grave (cioè della fame e della sete). La situazione è terribile e sta peggiorando. Due di noi sono svenute e non hanno ancora ripreso conoscenza. Continueremo lo sciopero della fame fino a quando non saremo libere da questa prigionia. O ci libereranno o moriremo”, seguiti dall’elenco dei loro nomi. In questa occasione, le autorità hanno utilizzato il metodo standard per terrorizzare i detenuti, impiegato in tutte le carceri del mondo totalitario del patriarcato. Le donne sono state chiamate una ad una e un ufficiale di polizia o comandante le ha interrogate e minacciate che se non avessero fermato lo sciopero della fame, sarebbe stato a spese della loro situazione: sarebbe stato troppo tardi per essere liberate o sarebbero state trasferite nella prigione di Korydallos. Il loro sciopero è terminato dopo il terzo giorno. Molte delle nove donne sono ancora dentro. Sfortunatamente Irma, dal 10 giugno, è in quarantena per 15 giorni in Georgia, dopo essere stata espulsa. Il lockdown potrebbe essere finito all’esterno, ma nel centro di detenzione di Petrou Ralli la routine continua indisturbata. Altri due tentativi di suicidio hanno seguito i tre all’inizio di quest’anno.

26 maggio:

Dopo una lunga e particolarmente dolorosa detenzione, una donna non si è sentita più in grado di resistere, assumendo una grande quantità di farmaci psicoattivi. In risposta, è stata applicata la tecnica di repressione più violenta: una tattica legalmente prescritta dalle autorità, ha spiegato il capo dei servizi in risposta alle nostre domande. Una famosa ufficiale che le detenute chiamano “Big Mama” ha ammanettato dietro la schiena la ragazza quasi incosciente per trasferirla in ospedale, sicura che non sarebbe stata in grado di scappare. https://athens.indymedia.org/post/1604878/

9 giugno, martedì:

C’è un altro tentativo di auto-immolazione. Fortunatamente, la donna fallisce nel suo intento quando le sue compagna detenute la intercettano nell’atto. La donna non vede il suo bambino dall’8 marzo, la sera in cui è andata alla stazione di polizia in cerca di aiuto dopo essere stata molestata, per poi finire a Petrou Ralli a causa della mancanza di documenti.

10 giugno, mercoledì:

  1. Ci sono state 3 deportazioni in Norvegia, Albania e Georgia. Le prime due detenute avevano chiesto di essere espulse mentre nel terzo caso si trattava di una serie di manipolazioni ed errori legali che hanno portato alla detenzione della donna per otto mesi.
  2. Dalla mattina, gli agenti hanno iniziato a portare chi faceva lo sciopero della fame una alla volta nell’ufficio degli assistenti sociali di Petrou Ralli per convincerle a interrompere la loro azione per motivi di salute.
  3. Quando il pranzo viene servito al 3 ° piano, lo psicologo sale per parlare con tutte le scioperanti con un meccanismo di repressione più “nobile”. Anche le urla dei pestaggi selvaggi dei prigionieri di sesso maschile al 2 ° piano, secondo la donna, si erano notevolmente ridotte.

11 giugno, giovedì:

La mattina vengono offerti per la colazione: panino, succo di frutta e caffè. Grande lusso per Petrou Ralli e sfida per le giovani ragazze, che non sanno che questo verrà ripetuto allo stesso modo per due o tre giorni, fino a quando ogni forma di resistenza verrà spezzata e si continuerà a nutrire le detenute con gli stessi e invariati ceci crudi per cena, nessuna insalata, tranne un pomodoro avariato che non sempre arriva, e nessuna frutta tranne l’arancia, ecc. Dalle 16 che hanno iniziato lo sciopero si passa a 11. Richiedono che la qualità e il contenuto dei pasti vengano cambiati per fermarsi.

Come Iniziativa “la Casa delle donne” abbiamo contatti costanti con le donne prigioniere ed ex prigioniere a Petrou Ralli e organizziamo incontri con loro quando vengono rilasciate. Raccogliamo beni essenziali da individui e collettivi nel movimento di solidarietà anti-gerarchico e auto-organizzato, un movimento che ha guadagnato slancio durante la pandemia, con un’abbondanza di donazioni per le donne detenute e anche per gli uomini. Ma il nostro obiettivo rimane: chiudere i centri di detenzione e i campi di sterminio per rifugiati e aprire le frontiere!

Nessuno, a prescindere dal genere, merita la privazione della libertà, la violazione dei diritti fondamentali, la tortura di vedere minacciata la propria vita o di essere degradato e maltrattato: tutto ciò sulla base del fatto che è “illegale” a causa della mancanza di documenti.

Sappiamo come vengono gestiti questi buchi infernali, con compiti delegati alle ONG che continuano a trarre profitto dalla crisi dei rifugiati e agli individui con contratti diretti, ad esempio la recente disinfezione degli sporchi centri di detenzione e campi durante la pandemia, o i compagni di affari e parenti dei potenti che approfittano vendendo cibo avariato e cancerogeno ai detenuti, trattati come “spazzatura”.

Estratti da lettere di ex e attuali donne immigrate detenute:

“(…) Immagina che ogni giorno il suono di pianti, lacrime, lamenti e urla di ragazze riempia l’universo, ma alla polizia non importa. Ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno, le ragazze urlavano a Petrou Ralli. C’erano madri che erano state lontane dai loro figli per mesi: una quando sentì la voce di suo figlio piangere al telefono, andò ad impiccarsi, ma le altre ragazze lo capirono e le impedirono di farlo.

Ogni giorno una ragazza turca sveniva, mattina e sera.

Un’altra ragazza irachena con diabete doveva assumere insulina in momenti precisi, ma la polizia non ha prestato attenzione. Un giorno chiese a “Big Mama” le sue medicine, ma lei si rifiutò di darle la pillola di insulina e la ragazza perse conoscenza. Dopo due ore, la portarono all’ospedale in manette.

Una ragazza africana che era nel centro di detenzione da tre mesi soffriva di problemi di stomaco, vomitava ogni giorno e non riusciva più a mangiare. Ha chiesto alla polizia più volte di portarla da un medico, ma non è mai successo; divenne così stanca che cercò di suicidarsi bevendo candeggina. Dopo un’ora, l’hanno portata in ospedale ammanettata.

Ci hanno minacciato dicendo che chiunque avesse tentato il suicidio sarebbe stata portata in isolamento, invece di aiutarci e indagare sui motivi del disagio.

Vengono somministrati sonniferi e altri farmaci che non conosciamo per controllare tutte le ragazze in modo che non protestino. Queste pillole sono così forti che se ne prendi una dormi per due giorni e quando finalmente ti svegli sei stordita ed esausta. Sei come uno zombi e non puoi concentrarti su niente. Ti siedi in un angolo con uno sguardo assente.

È stato così difficile sopportare di vivere lì. I prigionieri maschi del 2 ° piano, sotto di noi, hanno gridato tutta la notte per essere portati in bagno e alla polizia non importava affatto. Questa è la verità assoluta. Sono chiusi nelle loro celle giorno e notte. Ogni giorno alcuni uomini cercavano di suicidarsi, ma la polizia continuava a picchiarli.

Spero che questo centro per stranieri venga distrutto. Questa prigione è il nostro incubo. La libertà è l’unica speranza per tutte le ragazze . Possano le grida delle povere ragazze nel centro di detenzione essere ascoltate da tutte le persone in tutto il mondo”

“(…) Sono qui solo perché non avevo documenti. Dove sono quelli che chiamate diritti umani? Con quali ordini? Per quale crimine? Non ho ucciso, non ho rubato nulla. Perché e con quale accusa mi tengono qui, non solo io, ma tutti i/le prigionierx, solo perché non abbiamo documenti? ”

“(…) Mio marito mi molestava e abusava con due suoi amici. Ho rotto con lui e me ne sono andata via con i miei figli. Tuttavia, non potevo scrollarmi di dosso le sue minacce, perciò sono fuggita dal mio paese per proteggermi, e ora sono nel centro di detenzione da quattro mesi ormai, come se non avessi il diritto di vivere una vita normale. Sono molto infelice qui e il cibo è pessimo. Tu che sei una donna dovresti capire il mio dolore. E poiché sono una madre, lotterò per sempre per la mia libertà”.

“(…) Ero in Turchia, dove sono stata violentata perché non avevo soldi. Un uomo mi ha costretto a fare cose che non avrei mai voluto fare e mi ha portato a Smirne, dove ho visto il mare, e l’ho attraversato per la Grecia, in un accampamento su un’isola. Quest’uomo non mi ha lasciato spazio per parlare e mi ha fatto portare alcune cose per i suoi amici. Ad un certo punto, ho colto l’occasione per fuggire ad Atene per proteggermi da quest’uomo, e l’ho denunciato alla ONG «Medici del mondo». Lì mi hanno dato un documento che dimostrava che ero stata violentata. Dopo di che, alcuni mesi dopo, mi ritrovo nella prigione di Petrou Ralli, da dove nessuno sa quando potremmo andarcene, il cibo è pessimo e i bagni sono disgustosi. Ci ignorano quando ci ammaliamo e, a causa loro, molte di noi hanno problemi psicologici. Piango e chiedo aiuto. Sono passati tre mesi e sei giorni da quando sono in prigione. ”

Le mani che producono violenza e repressione sono sempre le stesse. Indossano uniformi, portano armi, sono arroganti, abusano della loro posizione, fanno uno spettacolo del loro potere, vengono autorizzati.

La tortura e il maltrattamento dei detenuti costituiscono reati e dovrebbero essere trattati come tali. E non essere coperti e giustificati con vaghe scuse e razionalizzazioni sulle “pratiche necessarie”.

NO all’abietta brutalità del potere.

NO alla sua legittimazione e impunità.

Alziamo la voce prima di diventare desensibilizzate rispetto all’orrore e alla miseria, messe a tacere dalla paura che cerca di reprimerci.

Siamo contro ogni pandemia fascista e patriarcale!

Sosteniamo le nostre sorelle ribelli che sono in sciopero della fame!

Svuotare tutti i centri di detenzione e i campi profughi, ADESSO!

Consegnare a tuttx i/le richiedenti asilo i documenti e trasferirlx in alloggi che soddisfino i requisiti della quarantena, con le corrette informazioni,

assistenza medica, educazione e dignità.

Nessuna persona illegale, nessuna persona invisibile.

La passione per la libertà è più forte di tutte le prigioni

Solidarietà e auto-organizzazione sono le nostre armi

Assemblea dell’iniziativa: La casa delle donne, per l’empowerment e l’emancipazione

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