Grecia – Violenta repressione della protesta di chi è ristretto nel lager di Samos, alla vigilia delle elezioni europee

Ieri mattina, sabato 25 maggio, un centinaio di persone immigrate si sono dirette dall’hotspot verso la città di Samos, per protestare contro le invivibili condizioni in cui sono state costrette da anni dalle politiche razziste attuate dalla Grecia e dall’Unione europea.

Verso le 7.30 del mattino il corteo aveva raggiunto il cinema Olympia nel centro città e si è trovato di fronte una violenta repressione da parte di circa 70 appartenenti alle forze di polizia, che hanno sparato colpi di avvertimento in aria e gas lacrimogeni, per poi passare a inseguire e manganellare ferocemente le persone lungo le strade della città. Sono stati fermati e reclusi per ore nella stazione di polizia anche alcuni attivisti di un’associazione tedesca per i diritti dei rifugiati e un giornalista, per impedire che documentassero quanto stava accadendo.

In un comunicato, la “Refugee law clinic Berlin” descrive quanto accaduto: “Sabato mattina ci siamo svegliati con la polizia che inseguiva un gruppo di persone richiedenti asilo con manganelli e gas lacrimogeni per le strade della città. Avevano piccoli rami con fiori in segno di protesta pacifica e manifesti con scritto “Siamo umani – non animali”. La protesta era diretta contro le condizioni disumane in cui si trovavano i/le richiedenti asilo nell’hotspot dell’isola. La polizia ha brutalmente attaccato i manifestanti. Abbiamo visto persone inseguite per le strade da auto della polizia. Abbiamo sentito urla. Mentre giravamo l’angolo, abbiamo visto gli agenti di polizia entrare in una volante e partire. Accanto ad essa, una persona giaceva urlando sul marciapiede – sulla sua schiena c’erano tracce di colpi con manganelli. I poliziotti hanno distrutto i telefoni e tagliato le infradito in modo che i manifestanti non potessero inoltrarsi in città.”

Tra i/le migranti ci sono statx vari feriti e 5 arresti, e alla fine i/le manifestanti sono state respintx fino all’ingresso dell’hotspot, dove plotoni della polizia antisommossa hanno continuato a controllare la folla in protesta. Si è trattato della quinta manifestazione di protesta dall’inizio dell’anno a Samos. Nel campo di concentramento definito hotspot, predisposto per contenere 650 persone, e nella tendopoli che lo circonda,sono segregati al momento circa 4.000 esseri umani.

La lotta delle persone immigrate contro i campi di concentramento e le leggi razziali ancora una volta prova a rompere l’isolamento, proprio alla vigilia delle elezioni europee (e in Grecia, anche delle elezioni amministrative locali), dove si presentano partiti di destra e sinistra che condividono le stesse politiche repressive nei loro confronti.

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Torino – Inseguendo la chimera. Note a partire dall’operazione Scintilla

Fonte: Macerie

Dopo mesi concitati, nel tentativo di dare una degna risposta allo sgombero dell’Asilo e all’arresto di sei compagni e compagne, nel tentativo di mantenere viva la voglia di lottare in questa città, ci prendiamo ora il tempo di fare alcuni ragionamenti su questo teorema inquisitorio partorito dalla Questura, fatto proprio dalla Procura e avvallato da una GIP. Un teorema che per il momento non ha retto il primo impatto con il Tribunale del Riesame, dopo tre mesi sono infatti usciti dal carcere cinque compagni, ma che costringe ancora Silvia tra quelle mura e in condizioni di detenzione particolarmente afflittive.

A indagini ancora aperte vale la pena spendere sopra queste carte qualche parola, tra le altre cose perché contiene alcune indicazioni che sono il segno dei tempi su come costringere certi anarchici al silenzio, seppur non del tutto nuove. Già quindici anni fa infatti si poteva leggere in un libretto, dal titolo ‘L’anarchismo al bando’, di come le strategie repressive mirassero a “togliere agli anarchici ogni possibilità di agire in gruppi di più persone articolando anche alla luce del sole il loro intervento, proprio in quanto finalizzato all’insurrezione generalizzata”.

Questo lavoro di analisi uscirà a puntate, una alla settimana, che si concentreranno su alcune specificità dell’operazione Scintilla e della lotta contro i Centri di detenzione per immigrati. A scriverle sono alcuni compagni, alcuni imputati e indagati in quest’inchiesta, altri no, che nel corso degli anni si sono battuti contro la detenzione amministrativa.

Attorno a un perché

Oggetto dell’operazione Scintilla è stata la lotta contro i Centri di detenzione per immigrati senza-documenti. Una lotta che in diverse città, e in special modo a Torino, dura da ormai più di 15 anni, quando gli attuali Cpr si chiamavano ancora Centri di Permanenza Temporanea.

Acronimi cambiati più volte nel corso del tempo, senza alterare la sostanza di questi Centri, la funzione che sono chiamati a svolgere e le ragioni che hanno spinto alcuni compagni a battersi, nel corso degli anni, per la loro distruzione. Ragioni di carattere etico, innanzitutto. A spingerci a lottare è stata certamente l’indisponibilità ad accettare l’esistenza stessa della detenzione amministrativa. L’urgenza di mantenere viva questa tensione la leggiamo tra le righe delle pagine di giornale, nelle parole che fanno eco alle politiche intransigenti del ministro Salvini in materia di sbarchi. Queste non solo ci mostrano quanto massiccia sia la violenza perpetuata dallo Stato, ma guardando anche all’ultimo caso Sea Watch 3 la chiusura dei porti permette di presentare come un gesto di grande umanità la decisione di qualche magistrato di far approdare i profughi nel centro di Lampedusa. Un posto verso il quale, fino a qualche anno fa, persino una certa sinistra si sarebbe domandata se le condizioni di vita nell’hotspot non comportassero una lesione dei cosiddetti “diritti umani”.

La tensione etica che ci portiamo dentro è particolarmente preziosa, specie in tempi come questi costellati di tragedie che molte volte sembrano scivolarci addosso senza suscitare in noi chissà quale sussulto. Le stragi nel Mediterraneo ad esempio si susseguono ormai con un’agghiacciante regolarità e a volte si ha la sensazione che ci si stia quasi abituando, che stanno entrando a far parte della nostra normalità. E se la violenza e gli orrori prodotti dal capitalismo sono destinati a crescere e a farsi sempre più vicini, costellando la quotidianità delle città in cui viviamo, prendersi cura di questo sentimento etico e trattarlo come uno dei beni a noi più cari è di particolare importanza. Una cura fatta di attenzione emotiva, riflessioni e soprattutto di azioni, volte a contrastare l’abbassamento, e la futura potenziale scomparsa, dell’asticella di ciò che siamo disposti a ritenere inaccettabile.

Nell’esprimere la nostra solidarietà ai reclusi, nello sforzo continuo di sostenere da fuori la loro lotta affinché di questi Centri non rimangano che macerie, siamo consapevoli che queste macerie non rappresentano soltanto la libertà per i tanti uomini e donne che vi sono rinchiusi, ma sono un pezzo importante della nostra possibilità di lottare.

Questi Centri sono infatti un tassello fondamentale nella gestione dei flussi migratori, uno dei problemi in cima all’agenda dei governanti di ogni dove. La loro funzione è da un lato di rinchiudere e permettere l’espulsione di un buon numero di immigrati irregolari, togliendo dalle strade una parte di quell’eccedenza umana che è di troppo rispetto alle esigenze capitaliste; dall’altro i Centri fungono da deterrente per chi resta fuori, instillando la paura e favorendo così l’imposizione di condizioni di vita e salariali sempre più al ribasso ai tanti cui manca o potrebbe mancare un documento valido in tasca. Una dinamica che, a cascata, è destinata poi a peggiorare le vite di molti altri, italiani compresi, naturalmente. Continue reading

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Torino – Contro la videoconferenza: mercoledì 29 maggio presidio al Tribunale

Fonte: Macerie

Con Silvia e Anna.
Per la Libertà.
PRESIDIO mercoledì 29 MAGGIO 9:30
al Tribunale di Torino dove Silvia avrebbe dovuto presenziare a un’udienza che invece le faranno seguire in videoconferenza.

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Torino – Dal 30 maggio al 6 giugno: quattro giorni di lotta e discussione contro detenzione amministrativa e frontiere

Fonte: Macerie

Quattro giorni di lotta e discussione organizzati dall’assemblea contro detenzione amministrativa e frontiere che si vede settimanalmente in via Tollegno.

Giovedì 30 maggio, Campus Luigi Einaudi, ore 18: discussione sui decreti sicurezza e le loro conseguenze con gli avvocati Gianluca Vitale e Laura Matrinelli; a seguire aperitivo.

Sabato 1 giugno, Giardino Schiapparelli (quello della Smat), ore 18: “Le cause internazionali e politiche delle migrazioni”, dibattito con professor Pietro Basso. In caso di pioggia l’incontro si terrà in via Tollegno 83.

Domenica 2 giugno, Piazza Castello, ore 15: biciclettata fino al CPR dove alle 17 inizierà il PRESIDIO contro il centro per “irregolari”.

Giovedì 6 giugno, Via Tollegno 83, ore 18: discussione sul Cpr e sul sistema dell’accoglienza, a seguire aperitivo.

macerie @ Maggio 18, 2019

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Francia – Centinaia di sans-papiers contro la politica delle deportazioni e Air France che le esegue: è solo un avvertimento!

Domenica pomeriggio diverse centinaia di persone sans-papiers e di solidali hanno occupato il Terminal 2 dell’aeroporto Roissy Charles de Gaulle. L’occupazione denunciava la politica delle deportazioni e il trattamento riservato alle persone sans-papiers, nonché la collaborazione della compagnia AirFrance e dagli Aeroporti di Parigi nella loro attuazione. Una delegazione dei Gilets Noirs, resistendo ai tentativi di repressione, è riuscita ad imporre un incontro con i vertici della compagnia aerea, ai quali è stato ribadita la rivendicazione di “fermare ogni tipo di partecipazione finanziaria, materiale, logistica o politica” nella deportazione di persone sans-papiers verso paesi terzi o quelli di origine. “Noi siamo la libertà di circolazione e di istallazione in atto, adesso la trasformeremo in diritto. In nome di tutte e tutti coloro che non sono riuscitx ad arrivare (in Europa N.d.T.), per salvarci noi stessx, e per tutte e tutti coloro che vogliono venire”.

Per maggiori informazioni sull’azione seguire il collettivo La Chappelle Debout!

Qui di seguito la traduzione del comunicato ufficiale:

Oggi la paura ha cambiato di campo!

Più di 500 gilets noirs, abitanti dei centri di accoglienza in lotta e inquilini della strada hanno invaso e bloccato i terminal 2F e 2G dell’aeroporto Roissy Charles de Gaulle a Parigi per 4 ore.
Questo è un avvertimento!
Attaccheremo tutti e tutte coloro che sfruttano e guadagnano sulle persone sans papiers, esattamente come attaccheremo tutti e tutte coloro che organizzano e vivono di razzismo in Francia. Noi l’abbiam fatto con la determinazione di quelle e quelli che sono in sciopero della fame, quelli e quelli che evadono e di tutti e tutte coloro che lottano contro i centri di detenzione, à Hendaye sabato scorso, a Rennes la settimana scorsa e altrove.
Per noi l’aeroporto non è un luogo simbolico. È l’avamposto e la retroguardia della guerra contro le persone sans-papiers e immigrate. Noi siamo venutx oggi a bloccare questa base per riprenderla, riconquistarla. Noi aspettiamo che la direttrice generale di Air France, Anne Rigail, onori l’incontro ottenuto grazie all’azione.
Noi esigiamo la fine delle deportazioni e della collaborazione di Air France. Noi invitiamo tutto il personale dell’aeroporto così come tutti i/le passeggerx a unirsi alle nostre lotte. Questa azione è la prima di una campagna di collera e di rabbia. Come detto da Ibrahima prima di noi, non abbiam paura della morte ma dell’umiliazione. Noi non ci fermeremo più fino a quando Edouard Philippe (Ministro degli Interni N.d.T.) non avrà dato dei documenti e delle case a tutti i gilets noirs.
Grazie a tutti e tutte coloro che sono venutx, ci hanno sostenutx, e che si uniranno alla lotta.

I Gilets Noirs in lotta
La Chappelle debout!

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Torino – Sulla situazione nel CPR di Corso Brunelleschi

fonte: Macerie

Corso Brunelleschi, arriva la primavera, se non fosse per le alte e verdeggianti fronde degli alberi che superano la cinta di mura, dentro alla prigione per senza documenti non se ne accorgerebbero.

La vita nel Cpr non scorre ma friziona e urta, sbatte contro il perimetro della gabbia e torna indietro. La vita nel Cpr è costretta in una struttura che cade a pezzi, con la beffa dell’incuranza che s’accompagna al danno della reclusione. Il decreto sicurezza inizia a farsi sentire anche dentro a centri come questo peggiorando la situazione per i reclusi. È ragionevole pensare che i tagli voluti dal Ministero siano andati a incidere celermente nella gestione dei servizi: se Salvini riduce la spesa, il gestore Gepsa, la multinazionale francese specializzata nella detenzione privata, continua a tenere stabili i suoi lauti utili mentre spreme fino allo stremo i ragazzi rinchiusi facendo scarseggiare persino il cibo; anche i cosiddetti charlie, ovvero i lavoranti civili, sono sempre meno. E se è vero che ai reclusi fa piacere togliersi dalla vista certi personaggi in pettorina che esercitano il potere quasi come gli sbirri stessi, è tuttavia esasperante essere tenuti in gabbia senza neanche il numero di inservienti sufficiente a servire i pasti.

Centri di permanenza che sembrano ambire a diventare vere gabbie di morte, lager di una guerra sempre più esplicita, senza più pudore. Pian piano il Cpr diventa una struttura oltre la prigione, oltre il campo di una guerra globale, diviene recinto di nudo controllo.

Qui non rispettano gli umani“, un grido al telefono di chi ha visto negli ultimi giorni un compagno di area invalido essere preso di malo modo dalle forze dell’ordine per la deportazione in Marocco. Da dentro coloro che hanno visto la scena raccontano con rabbia che ha provato a opporsi ferendosi con tagli al viso, che gli hanno appioppato senza troppi indugi l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e l’hanno portato via. In questo caso, come in tanti altri purtroppo, l’autolesionismo è l’ultima difesa tentata. Ora non si sa dove sia, se tradotto alle Vallette o spedito dall’altra parte del Mediterraneo, l’unica cosa certa è che non è stato medicato perché anche l’assistenza sanitaria del fu Cie, da sempre indecente, ora raramente viene garantita. All’ospedaletto, l’infermeria interna, portano solo chi è in gravi condizioni o chi fa casino ostinato per farsi visitare, ma quando ci riesce è sempre una terapia di paracetamolo e psicofarmaci a risolvere il malanno.

In queste settimane è per di più il tempo del Ramadan e pare che l’assenza di personale abbia portato per alcuni giorni la mancata consegna del pranzo, cibo che comunque viene conservato dai reclusi musulmani per essere consumato di notte. Anche a tutti gli altri probabilmente hanno imposto la dieta dal credo unico, che più che il digiuno dell’Islam è la fame del Capitalismo.

Proprio in una di queste occasioni in cui non è stato servito il pranzo è partita una piccola rivolta in cui dei detenuti hanno dato fuoco alle coperte e si sono rifiutati di tornare quieti nelle stanze. Polizia e Guardia di Finanza hanno fatto irruzione per spintonare tutti dentro e per spegnere le fiamme.

Da quello che i ragazzi raccontano il vitto sembra essere di regola più scarso, e non solo per la canonica qualità marcescente, ad esempio per il Ramadan in aggiunta alla cena forniscono di un sacchetto contenente solo mezzo litro di latte, una barretta di cioccolato e una porzione di riso.

La rabbia dentro al Cpr si manifesta quotidianamente, che sia in uno sciopero della fame, in una resistenza alla deportazione, in piccole rivolte.

Bisogna capire come sostenerla.

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Francia – Rivolta incendiaria nel centro di detenzione di Saint-Jacques-de-la-Lande a Rennes durante l’espulsione di un migrante

Traduzione da: Sans Attendre Demain

La notte tra giovedì 9 e venerdì 10 maggio, verso le 3:00 del mattino, i poliziotti sono entrati negli edifici del centro di detenzione amministrativa (CRA) di Saint-Jacques-de-la-Lande (Ille-et-Vilaine), vicino Rennes, dove i migranti in attesa di espulsione vengono imprigionati.  Nel bel mezzo della notte, il loro sporco lavoro consisteva nel deportare forzatamente una persona priva di documenti, colpita dall’obbligo di lasciare il territorio francese, mettendola su un aereo.  Anche se l’uomo alla fine è stato rimandato “nel suo paese” (sic), questa espulsione non è passata stavolta sotto silenzio… perché altri reclusi hanno voluto darne notizia nel più bello di modi…

“Circa dieci migranti hanno preso materassi e biancheria da due edifici.  Hanno acceso il fuoco con la carta igienica.  Alcuni rivoltosi sono riusciti a salire sul tetto di uno degli edifici per esprimere la loro rabbia.”
Gli agenti di polizia, di guardia al CRA, sono riusciti a spegnere gli incendi con estintori prima che i pompieri intervenissero. Tuttavia, entrambi i locali sono stati seriamente danneggiati dal fumo causato dagli incendi dei materassi.  Sono stati chiusi e sono attualmente inutilizzabili. Rinforzi della polizia sono stati inviati al CRA per “controllare i rivoltosi che non volevano scendere dal tetto”.  Altri sono stati mobilitati per trasferire alcuni dei detenuti ad altri CRA.

La capacità di confinamento del CRA è ora 25 persone invece delle solite 40.  Questo venerdì sera risultano reclusx 32 uomini e due donne a Saint-Jacques. Tre persone sono state trasferite nella prigione per migranti di Oissel, vicino a Rouen (Senna Marittima).  Altri due, originari del Sudan, sono stati rimessi in libertà. È stata avviata un’indagine per identificare i rivoltosi, cosa che sarà senza dubbio facilitata dalle telecamere di videosorveglianza in servizio in questa prigione che non è definita tale.

Ricordiamo che alcuni mesi fa, il periodo di reclusione previsto per legge nei CRA è stato aumentato da 45 a 90 giorni, da quando cioè è stata approvata la nuova legge sull’asilo e l’immigrazione.

Solidarietà con i migranti in rivolta!

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Bruxelles – Senzatetto ferito durante un’aggressione poliziesca condannato a 5 anni di carcere!

Lunedì 17 settembre alle 9, un uomo senzatetto che dormiva sul marciapiede nei pressi della Gare du Nord, cade sotto i colpi di armi da fuoco di una delle tante pattuglie di guardie che perlustrano la zona a caccia di persone senza documenti. Gli sparano 3 pallottole. La persona, ferita, viene portata in ospedale. L’uomo aggredito si chiama Ahmed Elasey ed è stato condannato dallo stesso Stato che lo ha ferito a 5 anni di galera.

Qui di seguito la traduzione del comunicato di una campagna di solidarietà e raccolta fondi a sostegno di Ahmed e anche per la copertura delle spese processuali:

“Ahmed Elasey è un senzatetto che dormiva su dei cartoni vicino alla gare du Nord (Bruxelles). Non è raro che sia molestato dalla polizia che a volte gli sequestrava anche quello che possedeva… Il 17 settembre 2018, diversi poliziotti arrivano un’altra volta per farlo sloggiare, ma Ahmad Elasey si rifiuta, si siede per fumare una sigaretta e si vede minacciato da un poliziotto con il suo manganello. In preda alla paura e volendo essere lasciato in pace si alza per andarsene, con il suo coltellino in mano. Spruzzato e accecato dallo spray dei poliziotti, sbattuto contro un muro, picchiato, bloccato, viene preso di mira da un poliziotto che gli spara tre colpi. Uno lo colpisce all’addome, l’altro alla gamba mentre continuano a prenderlo a calci…Alla fine Ahmad è ricoverato in terapia intensiva!
Nonostante tutto questo, l’accusa non sostiene che si tratti di un caso di violenze poliziesche. Anzi, al contrario parla di “un’aggressione con coltello contro un poliziotto: l’autore presunto senzatetto è in uno stato stabile” precisando che si tratta di un belga di origine egiziana. Alcuni potrebbero così immaginare un delitto di qualche balordo…
Imprigionato nonostante necessitasse ancora di cure mediche, è accusato di: tentato omicidio!
In maniera del tutto sorprendente se si considera la consueta lentezza della giustizia, compare in tribunale nel dicembre 2018. Al momento del verdetto, il 21 gennaio 2019, il giudice precisa che il rapporto dei poliziotti indica che Ahmed avrebbe fatto “no” con la testa che gli è utile per non aprire un’inchiesta per i “colpi e le ferite”. Il giudice ritiene che il signor Ahmad “persista nel dormire per strada e che sono state prese sufficienti misure di prevenzione poiché era “manifestamente determinato a combattere”. Del resto, Ahmad vive ai margini e non sembra voler sottomettersi alle regole della società. Per questa ragione rifiuta di concedergli la sospensione della pena.
La sentenza è di 5 anni di prigione, più il pagamento delle spese processuali e di 1000 euro di danni materiali e morali.
Ahmed Elasey è vittima di una politica, quella di scacciare i poveri dallo spazio pubblico.
Queste misure, generalmente prese in nome della sicurezza, assimilano i poveri a dei delinquenti o addirittura a criminali. Le attività quotidiane di una persona senza tetto possono facilmente trasgredire le regole, lasciando agli agenti di polizia un grande margine per decidere chi “minaccia la sicurezza pubblica”. Sembra quasi che sia illegale essere un senza tetto. Un chiaro esempio ne è Ahmed Elasey.
In effetti, il modo in cui la giustizia tratta questi particolari cittadini pone oggi un problema.
Questa violenza contro un uomo a terra, senza risorse, accecato e minacciato dalle forze dell’ordine è perfidamente girata a profitto dei poliziotti aggressori. La vittima condannata!
A tutto ciò noi opponiamo il nostro rifiuto e la nostra rivolta.
Noi non vogliamo essere complici della politica repressiva dello Stato belga.
Noi manifestiamo tutta la nostra solidarietà con Ahmed Elasey.
La solidarietà che si organizzata attorno a Ahmed gli ha permesso di avere un avvocato e di fare  appello.
Questo 23 maggio, siate numerosx a mostrarvi solidali e denunciare questa erroneamente chiamata giustizia che condanna le vittime delle violenze di stato.
Riunione alle 8:30 davanti al Palazzo.
Manifestiamo la nostra solidarietà con Ahmed Elasey e lanciamo una campagna di raccolta fondi per lui e le sue spese processuali.
C/C BE50 0003 8318 0918 (Nadine Saidi) Da specificare Soutient Ahmed.

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Roma – Resoconto del presidio del 4 maggio al CPR di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

 

Sabato 4 siamo tornatx sotto le mura del C.P.R. di Ponte Galeria. Nonostante le difficoltà posteci dal meteo e non solo, il presidio ha comunicato in maniera molto forte con l’interno. Non avere l’amplificazione non è stato un problema dato il potente sostegno di alcunx compagnx della murga e l’ausilio di un megafono.

Le risposte da dentro sono state fortissime. Si è raccontato del corteo della scorsa settimana alla frontiera e delle lotte determinate che nei C.R.A (equivalente francese dei CPR) ormai da mesi si susseguono. Un’intermittente battitura e forti slogan sia da dentro che da fuori le mura ci hanno ricordato (se ce ne fosse bisogno) l’importanza di essere lì fuori; senza proclami né ricette su come portare avanti la lotta per la libertà, ma cercando di sostenere chi viene isolata e rinchiusa, le resistenze individuali e quotidiane quanto i momenti di organizzazione collettiva. Gli slogan urlati dall’interno ci dimostrano come i regolamenti e le separazioni imposte da chi gestisce il centro non sono servite a impedire l’autorganizzazione e la solidarietà.

Un volantinaggio pre e post presidio ha comunicato ax numerosx avventorx del festival dell’oriente la doppia faccia del capitalismo, che da un lato mette in circolo le merci per capitalizzarle e dall’altro impedisce la circolazione degli esseri umani rendendoli schiavizzabili. Il nostro sostegno va alle persone senza documenti che hanno deciso di scioperare lunedì 6 nelle campagne del foggiano contro questo sistema capitalista e assassino. Un abbraccio caloroso va a chi è fuggito dal CRA di Saint-Exupéry e si è guadagnato la libertà e a quelli che sono stati ripresi e si trovano ancora reclusi e a chi al CPR di Bari ha distrutto la sua gabbia.

Per la libertà di tutte e tutti.
Per un mondo senza autorità, patriarcato e capitalismo.

A seguire il testo del volantino distribuito

GUARDA C’È UN LAGER NELLA TUA CITTA’!

A Fiera di Roma, proprio davanti a te, c’è un lager. Donne senza documenti vengono prese per strada, nelle questure, nelle carceri di ogni parte d’Italia e portate qui, l’unico CPR (centro di permanenza per il rimpatrio) femminile in Italia, mentre altri ve ne sono in altre città per soli uomini. Anche qui vi era una sezione maschile, distrutta da una rivolta dei reclusi nel dicembre del 2015 e ad oggi continuano i lavori di ristrutturazione per riaprirla. Come qui, in ognuna di queste prigioni, sono quotidiane le resistenze di chi si trova imprigionato per mesi aspettando di essere rilasciato con un permesso di soggiorno, un foglio di via o, nel peggiore dei casi, messo su un aereo che per il rimpatrio. Forse non sai che molte di queste donne vengono da quell’Oriente di cui si parla oggi al festival a Fiera di Roma, dove si celebra il culto dell’esotico, “i colori, i profumi e le musiche di terre lontane” (cit.), ma l’unico colore che si vede qui è il grigio del muro che imprigiona, che separa la vita tra chi è fuori e dentro, tra chi ha un passaporto e può viaggiare per puro svago e chi no; l’unica musica che sentiamo è la voce delle donne che urlano “Libertà” o che rispondono al presidio qui fuori con delle battiture sulle sbarre. Siamo qui oggi per provare a far arrivare alle donne recluse un po’ della nostra solidarietà, perché le nostre voci rompano quell’isolamento in cui cercano di costringerle, per chiedergli di raccontarci quello che succede lì dentro. Fermati, non restare indifferente, non credere a chi celebra la “Roma che incontra il mondo”, la Roma multiculturale e accogliente… quel mondo oggi tanto idolatrato è presente qui dentro tutti i giorni, nascosto agli occhi di tutt*, portato ai margini della città.

Per un mondo libero da confini e galere
tutt* liber*

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Foggia – Comunicato sullo sciopero e corteo del 6 maggio delle lavoratrici e dei lavoratori delle campagne

Fonte: Campagne in lotta

FOGGIA, 6 MAGGIO: PRIMO SCIOPERO DELLA STAGIONE PER LAVORATRICI E LAVORATORI DELLE CAMPAGNE. TORNEREMO!

Eravamo oltre 700 questa mattina nelle strade di Foggia, uniti e determinati per dire basta alle operazioni di sgombero, alla propaganda razzista sulla pelle degli immigrati e dei lavoratori, alle bugie e alle false promesse delle istituzioni, allo sfruttamento di padroni che continuano a rimanere invisibili. Oggi non siamo andati a lavorare per dimostrare che possiamo organizzarci, che non abbiamo paura e nessuno può prenderci in giro. Senza di noi l’agricoltura in provincia di Foggia come in tutta Italia crollerebbe. Come diciamo dal 2015, per eliminare i ghetti servono documenti, contratti, casa e trasporto per tutte e tutti, non le ruspe!

Il nostro corteo si è fermato prima di tutto nel Quartiere Ferrovia, teatro di bieche operazioni politiche che vogliono far credere agli elettori italiani che la causa di tutti i problemi sono gli immigrati. Abbiamo quindi proseguito verso le sedi di Confagricoltura e Coldiretti, le due principali organizzazioni di agricoltori che da sempre fanno finta di non vedere lo sfruttamento e la marginalizzazione degli operai agricoli, su cui si fonda l’intero comparto del Made in Italy, esportato in tutto il mondo. Sono loro che ci devono pagare la casa, il trasporto, il giusto salario e i contributi! Queste sono le regole del lavoro bracciantile, ottenute dopo decenni di lotte sanguinose. Quelle lotte sono anche le nostre! Infine, abbiamo terminato il corteo davanti alla Prefettura, passando per il centro di Foggia e davanti al comune. Vogliamo che i foggiani e tutti gli italiani, quelli che hanno problemi con la casa e non arrivano alla fine del mese, capiscano che non siamo nemici. Il vero nemico è chi ci sfrutta e ci divide! È chi siede nei palazzi del potere e fa il gioco degli sfruttatori!

Oggi abbiamo chiesto di incontrare i vertici di Prefettura e Questura, ma anche delle organizzazioni degli agricoltori. Si è presentato soltanto il Prefetto, peraltro prossimo al trasferimento, insieme al dirigente dell’Ufficio Immigrazione della Questura. Per noi non è sufficiente, come insufficienti sono state le loro risposte. Continuano a dirci che una manciata di operai potranno trasferirsi in fantomatici container, ma solo se muniti di regolare permesso di soggiorno, a decine e decine, se non centinaia, di chilometri dai luoghi in cui lavoriamo, senza alcuna garanzia di contratti e trasporti. In container che d’estate si riscaldano come forni e d’inverno diventano ghiacciaie. Lontani anche dai centri abitati. E poi, tutti gli altri che fine faranno? Chi lavora da anni nelle campagne italiane deve avere riconosciuti i documenti! E la questura deve smettere di fare come vuole, facendo perdere il permesso a moltissime persone. Gli operai agricoli in questa provincia sono decine di migliaia! Non potete trattarci come pacchi usa e getta!

Per tutte queste ragioni, ai rappresentanti delle istituzioni e dei padroni vogliamo dire forte e chiaro che non finisce qui. Continueremo la nostra lotta finchè non ci darete quel che ci spetta! Unit* si vince! CASA, DOCUMENTI, CONTRATTI PER TUTTE E TUTTI!

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