Solidali con i ribelli del CARA di Borgo Mezzanone

Fonte: Rete Evasioni.

SOLIDALI CON I RIBELLI DEL CARA DI BORGO MEZZANONE

AL FIANCO DI CHI LOTTA NEI GHETTI, NELLE TENDOPOLI, NEI CENTRI DI ACCOGLIENZA, NELLE GABBIE DEI CPR E DEGLI HOTSPOT

Nella maxi-operazione di polizia avvenuta nelle prime ore della mattina del 30 marzo, con un dispiegamento di 300 unità di forze dell’ordine, compresi due elicotteri, lo Stato ha arrestato 17 persone che avrebbero partecipato alla rivolta del 27 ottobre scorso nel Cara di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia.

Le pesanti accuse di devastazione e saccheggio, incendio, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale riguardano un totale di 26 persone, di cui 9 sono tutt’ora libere in quanto non rintracciate al momento dell’arresto.

Ad oggi 17 persone sono detenute nel carcere di Foggia.

Il reato di devastazione e saccheggio ha già strappato la libertà a tantissime persone, tra cui decine di compagne e compagni che hanno partecipato con tutte/i noi ad alcune delle manifestazioni di piazza più conflittuali degli ultimi anni.

Sono diversi i casi in cui le persone immigrate in lotta sono state imputate di questo reato: coloro che parteciparono, ad esempio, alla rivolta che distrusse il CIE di Crotone nel 2012, poi assolti e chi prese parte alla rivolta del 29 dicembre 2015 nel CARA di Mineo, protesta nata per le stesse ragioni per cui è scoppiata quella nel CARA di Borgo Mezzanone dell’ottobre scorso.

Insieme alla dura rappresaglia contro chi lotta, la democrazia affina continuamente il proprio impianto giuridico per scagliarsi, con un sistema integrato di leggi e campi di gestione e controllo, contro tutte le persone immigrate: così il circuito dell’accoglienza è un continuo vaso comunicante con la macchina delle espulsioni.

Le ragioni della protesta nel Cara di Borgo Mezzanone, totalmente oscurate dai media, erano infatti legate alla volontà di ottenere i documenti a fronte di un enorme numero di richieste di protezione internazionale respinte; alla possibilità di cucinare i propri pasti, data la qualità scadente del cibo di cui sono costretti ad alimentarsi; alla richiesta del pocket money, di mezzi di trasporto pubblici che possano garantire gli spostamenti quotidiani e del riscaldamento nella struttura fatiscente, in considerazione dell’ arrivo del freddo. Continue reading

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Foggia – 24 aprile ore 12, presidio al carcere in solidarietà agli arrestati del CARA

Fonte: Campagne in Lotta (evento fb)

Subito prima del corteo nazionale che sfilerà per le strade di Foggia
PRESIDIO DAVANTI AL CARCERE,
per portare sostegno e solidarietà agli arrestati per la rivolta nel CARA di Borgo Mezzanone del 27 ottobre scorso, che ha denunciato le condizioni disumane a cui vivono migliaia di persone costrette da un sistema di accoglienza fondato sul profitto.
La Lotta non si arresta! Libertà per tutt*!

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In Egitto di carcere si muore!

In Egitto migliaia e migliaia di prigionier* soffrono chius* nelle loro celle a causa del sovraffollamento, della scarsa igiene, della mancanza di cibo e di acqua potabile, di ogni sorta di privazione, abusi e torture. In molt*, poi, sono mort* a causa della negligenza medica e della deliberata scelta di amministrazioni carcerarie e regime a non curare chi si ammala in carcere.

Qui di seguito raccontiamo l’ennesima storia di uno dei tanti prigionieri morto di carcere:

“Oggi, giovedì, è morto il prigioniero Karim Medhat Bassyuni a 19 anni, ammanettato, nel letto dell’ospedale Amiri al-Gama‘a del quartiere di Raml ad Alessandria, a causa del deterioramento delle sue condizioni di salute negli ultimi tempi. La sua famiglia ha sporto denuncia contro la direzione del carcere di Burg el-‘Arab per negligenza medica, oltre al medico dell’ospedale della prigione accusato di negligenza e omissione di soccorso.

Bassyuni era stato condannato a due anni di carcere da scontare nel carcere di Burg el-‘Arab ad Alessandria. Bassyuni era stato trasportato nell’infermeria del carcere dopo aver perso la metà del suo peso e nonostante presenza di chiazze blu su tutto il corpo. L’ospedale, però, non ha voluto riconoscere la sua malattia per questo lo ha rispedito in cella dove, però, sue condizioni sono peggiorate fino alla perdita di conoscenza. Solo allora è stato trasportato nell’ospedale generale del Borg el-‘Arab. Qui al-Bassyuni, a causa della mancanza di disponibilità nella struttura, è andato in coma. Continue reading

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Torino – Minacce, espulsioni e rastrellamenti

fonte: Macerie 

Vi avevamo già raccontato dello sciopero della fame, accompagnato da una battitura notturna, iniziato da alcuni reclusi del Cpr di corso Brunelleschi. Già all’indomani dell’inizio di questa protesta, l’ispettore capo del Centro fa il giro di tutte le aree, accompagnato da una squadretta di celerini muniti di idranti, intimando ai reclusi di terminare lo sciopero della fame, altrimenti ci avrebbero pensato i suoi uomini a risolvere il problema, “a modo loro”. Le minacce in alcuni casi funzionano e diversi reclusi interrompono lo sciopero della fame.

Nell’area gialla molti reclusi decidono invece di continuare lo sciopero della fame e la polizia, tenendo fede alle sue promesse, vi si presenta il giorno dopo, giovedì, per portare via con la forza tre reclusi accusandoli di essere i promotori della rivolta. I tre sono rinchiusi in isolamento con la promessa, questa volta, che lunedì saranno riportati tra i loro compagni.

Lunedì i reclusi vengono però lasciati in isolamento e uno di loro comincia quindi a fare casino chiedendo di poter parlare con l’ispettore capo. Dopo alcune ore il ragazzo viene fatto finalmente uscire dall’isolamento ma, una volta fuori, lo attendono alcuni agenti che lo legano e spingono a forza in un furgone. Nel furgone ci sono già i suoi vestiti e oggetti personali, impacchettati nel frattempo alla bell’e meglio dagli operatori di Gepsa e Acuarinto. Trasportato in aereoporto, il ragazzo viene quindi espulso.

Uno dei due reclusi rimasti in isolamento, temendo di fare la stessa fine, decide di tagliarsi le braccia in più punti. Gli agenti del Centro lo portano dapprima in ospedale e poi, dopo veloci medicazioni, lo rinchiudono nuovamente in isolamento. Fuori dal Centro, sempre nel pomeriggio di lunedì, si raduna un gruppo di solidali che, con slogan e petardoni, tenta di far sentire il proprio sostegno a chi è rinchiuso di là dal muro.

Dal Cpr di corso Brunellechi ci arriva poi la notizia di frequenti rastrellamenti condotti dalle forze dell’ordine nel campo rom di via Germagnano. Secondo quanto ci viene detto, tutte le persone trovate senza documenti verrebbero portate via dal campo, rinchiuse nel Centro, e da qui nel giro di pochi giorni espulse.

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Grecia – Le lotte di reclus* e solidali nei centri di detenzione ad Atene

Nella Grecia dove decine di migliaia di persone sono recluse nei centri di detenzione sul continente, negli hotspot e ora anche nei nuovi “centri di espulsione” sulle isole, non si è mai fermata la resistenza delle persone imprigionate e il supporto dei solidali all’esterno.

Lo scorso dicembre nel centro di detenzione femminile di Elliniko, alle porte di Atene, era stata reclusa anche Lola Gutierrez, una sindacalista della CGT spagnola, fermata in aeoporto con l’accusa di aver aiutato un curdo a raggiungere Barcellona. Lola, nei 10 giorni di reclusione prima della sua liberazione ed espulsione, aveva raccontato delle condizioni delle donne recluse, e della protesta divampata nel centro dopo che una quattordicenne aveva tentato il suicidio.

Il 31 dicembre, oltre le consuete manifestazioni di solidarietà all’esterno delle carceri, un presidio si era tenuto anche a Elliniko.

Il 14 gennaio 2017 un corteo di 400 e più solidali aveva raggiunto il centro di detenzione di Elliniko; le donne all’interno avevano risposto al grido di “Libertà!”, erano riuscite a mettersi in contatto con l’esterno raccontando le loro condizioni e dato vita a una protesta che aveva provocato molti timori fra le autorità. Due giorni dopo infatti il centro di Elliniko viene completamente svuotato e le 24 donne presenti al momento trasferite nel commissariato di polizia di Petrou Ralli, ad Atene città, nel cui edificio è situato anche un centro di detenzione per migranti.

Per questo motivo un nuovo corteo e presidio era stato convocato per il 20 gennaio: 150 persone si erano radunate davanti al lager di Petrou Ralli, dall’interno diversi uomini avevano risposto con cori, grida e scritte reclamanti libertà, tuttavia le donne erano state minacciate dalle guardie per impedir loro di avvicinarsi alle finestre e comunicare con l’esterno (fonte).

Il 6 febbraio nel centro di Petrou Ralli viene trovato senza vita un algerino di 45 anni, recluso dal 2 febbraio e in attesa della deportazione. Da giorni chiedeva, inascoltato, di poter essere ricoverato: dopo aver perso conoscenza nella cella in cui era recluso, era stato trasferito in infermeria e qui un medico aveva constatato il suo decesso dovuto, come sostiene al solito la polizia, a una patologia preesistente.

La stessa sera un presidio solidale di 70 persone si era tenuto all’esterno per denunciare l’ennesima morte di stato e le persone recluse comunicavano di aver cominciato uno sciopero della fame.

Dal 19 al 22 febbraio i/le  reclus* avevano portato avanti nuovamente per tre giorni uno sciopero della fame e della sete.

Il 13 marzo la polizia del governo Tsipras sgombera due spazi occupati ad Atene dove vivevano 200 persone: tutt*, autoctoni e migranti, vengono portat* a Petrou Ralli. La maggior parte saranno rilasciate in serata, con un presidio solidale che richiedeva la liberazione di tutti all’esterno, ma più di dieci persone senza documenti rimangono recluse nel centro di detenzione.

Sui recenti avvenimenti, traduciamo di seguito il comunicato di “Solidarità con i prigionieri dal sud” (fonte)

Grecia – Aggiornamenti sui migranti reclusi nella stazione di polizia / centro di detenzione di  Petrou Ralli ad Atene

 Le azioni di solidarietà e di sostegno ai/alle migranti reclus* presso il centro di detenzione di Petrou Ralli sono continuate.  Venerdì pomeriggio 31/3 circa 40 compagn* si sono riuniti all’esterno di Petrou Ralli, gridando slogan e inviando messaggi di solidarietà ai detenuti. Li abbiamo contattati nella loro lingua e ci hanno fornito informazioni sulla situazione delle persone e sulla loro resistenza.

 Più in particolare, abbiamo sentito lamentele su torture e percosse effettuate dai guardiani,  di una punizione “esemplare” di 20 poliziotti che hanno picchiato un immigrato nel cortile della struttura, espulsioni violente, cattive condizioni sanitarie e detenuti con gravi problemi di salute che sono reclusi in isolamento. Il tempo di detenzione varia e molti hanno superato i previsti 6 mesi, e abbiamo sentito parlare di detenuti che si trovano nel centro da 15 mesi.

Di fronte a questa realtà gli/le immigrat* resistono in vari modi. Siamo stati informati che durante il periodo immediatamente precedente, a seguito di uno sciopero della fame, è avvenuta una rivolta in cui sono stati bruciati materassi e con proteste contro i carcerieri. E abbiamo visto la loro rabbia contro la polizia, quando è intervenuta per sedare la rivolta, accolta col lancio di bottiglie di latte e altri oggetti, costringendola a ritirarsi.

Abbiamo lasciato il presidio dopo un’ora di saluto agli immigrati e immigrate e rinnoviamo la nostra promessa che saremo accanto a loro – fino alla chiusura dei centri di detenzione e al rilascio dei/delle detenute

Solidarietà con i prigionieri – dal sud

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Foggia – Lunedì 24 aprile: Corteo Nazionale No Confini No Sfruttamento!

fonte: Campagne In Lotta
Qui l’evento fb.

Il 12 novembre dello scorso anno migliaia di persone, immigrate e non, sono scese in corteo nelle strade di Roma. Unendo le numerose lotte che attraversano il paese, hanno rivendicato una mobilità libera da confini e sfruttamento, a partire da chi vive e lavora nei distretti agro-industriali di diverse parti d’Italia, ed è soggetto alle forme più brutali di precarizzazione, segregazione e violenza. In quella giornata di lotta è stata aperta un’interlocuzione con il Ministero dell’Interno, ma con l’arrivo del nuovo ministro, Marco Minniti, qualsiasi comunicazione è stata interrotta, nonostante le rinnovate pressioni messe in campo in diverse città d’Italia con una ulteriore giornata di mobilitazione lo scorso 6 febbraio. Di contro, si sta intensificando l’ondata securitaria e repressiva, che ha contribuito a un generale peggioramento delle condizioni di vita di molt*.

In provincia di Foggia e nella Piana di Gioia Tauro assistiamo alla creazione di veri e propri campi di lavoro come soluzione abitativa alternativa ai ghetti, istituendo un sistema di controllo totale sui lavoratori. Le deportazioni che hanno accompagnato lo sgombero del Gran Ghetto in provincia di Foggia, e che interesseranno altri insediamenti nei prossimi mesi, sono misure propagandistiche che contribuiscono ad intensificare la precarietà e lo sfruttamento di chi è costretto a lavorare e vivere nei distretti agro-industriali d’Italia. Le istituzioni si sono ancora una volta macchiate del sangue di due lavoratori, Mamadou e Nouhou, morti durante l’incendio che ha accompagnato lo sgombero. Controlli a tappeto, arresti e sanzioni si sono verificati in provincia di Foggia come nella Piana di Gioia Tauro e in molti altri luoghi, nei confronti di chi non è cittadin* europeo come di chi si ribella a questo sistema.

Per questo il prossimo 24 aprile, sostenendo l’appello di chi vive e lotta in provincia di Foggia, chiamiamo ad una mobilitazione nazionale in risposta alla stretta repressiva e mortifera del governo, per ribadire ancora una volta il necessario e totale smantellamento dell’attuale dispositivo che regola la mobilità delle persone, immigrate e non – un dispositivo che tenta di dividerci e indebolirci. Saremo in piazza a Foggia per dare una risposta determinata e compatta agli ultimi, gravissimi episodi di repressione e violenza istituzionale abbattutisi su questo territorio e chi ci vive, per rafforzare e sostenere le mobilitazioni costruite in questi mesi e per opporsi ad ogni ipotesi di nuovi sgomberi in assenza di reali alternative. Facciamo appello a tutte le realtà politiche e sociali, i militanti di base, le organizzazioni sindacali, i solidali alle lotte e a chi viene colpito dalla repressione, di costruire una grande giornata di lotta, perché ciò che accade a Foggia è parte di una stretta generale, a cui reagiremo unit* ovunque sarà necessario.

Vogliamo documenti per tutte e tutti!
Vogliamo l’applicazione dei contratti in agricoltura!
No alla repressione, agli sgomberi e alle deportazioni!
No ai campi di lavoro, case per tutt*!

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Trento – MENTRE LA CITTÀ DORME – 25 aprile MANIFESTAZIONE – A proposito dei fatti di Roncone [ITA-ENG]

fonte: Abbattere le frontiere

MENTRE LA CITTÀ DORME
A proposito dei fatti di Roncone
Nella notte tra il 23 e il 24 marzo, a Roncone in Val Giudicarie, qualcuno ha incendiato il portone di una struttura dove sono costretti a stare alcuni profughi. Solo l’allarme lanciato da un vicino ha impedito alle fiamme (e al fumo) di propagarsi. Si tratta, qui in Trentino, del terzo attacco incendiario a sfondo razzista in quattro mesi. Ma se nel caso di Soraga e di Lavarone le strutture per profughi erano vuote, in questo caso chi ha agito poteva anche uccidere.
Un fatto gravissimo, causato da un odio razzista potenzialmente assassino.
Altro che “deficienti” e “decerebrati”, come si sono affrettati a dire i giornali e i politici. Mentre “squadrismo” e “fascismo” sono termini spudoratamente riservati alle lotte che dànno fastidio alle istituzioni, di fronte agli attacchi di Soraga, di Lavarone e di Roncone si evita accuratamente di far riferimento alla propaganda dei gruppi neofascisti, nell’evidente intento di depoliticizzare la benzina razzista.
Se non sappiamo chi ha materialmente appiccato gli incendi, sappiamo chi li difende pubblicamente, chi sta partecipando, soffiando sul fuoco, a tutte le serate in Trentino dove si esprime contrarietà all’arrivo dei profughi.
Se poi allarghiamo lo sguardo, dove sono nati “comitati” per impedire l’arrivo di immigrati (vicino a Roma, in Veneto, nel Ferrarese, nel Bresciano…), i militanti di Forza Nuova e Casapound erano in prima fila.
Per non parlare dell’omicidio di un immigrato a Fermo e del tentato omicidio di un altro a Rimini, sempre ad opera di fascisti.
In Puglia a bruciare vivi degli immigrati, durante lo sgombero del campo di Rignano, ci ha pensato direttamente la polizia.
Svegliamoci ora, prima che sia troppo tardi.
I fascisti si organizzano. Il fascismo sociale e di Stato ne fa utili pedine e avanguardisti pronti.
Non ci serve un 25 aprile per imbalsamare la resistenza di ieri.
Di fronte all’orrore che cresce, c’è bisogno di partigiane e partigiani di un genere nuovo.
MARTEDÌ 25 APRILE
MANIFESTAZIONE A TRENTO
ORE 15:00 DAVANTI A SOCIOLOGIA
abbattere le frontiere
abbatterelefrontiere.blogspot.it
WHILE THE CITY SLEEPS
About what happened in Roncone

During the night between the 23rd and the 24th of March, someone gave fire to the door of a building where refugees are forced to stay. Continue reading

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Torino – Sciopero della fame e proteste nel CPR di Corso Brunelleschi

fonte: macerie

L’insofferenza sommersa contro la reclusione si fa strisciante e ogni tanto prova a venir fuori tra i reclusi di corso Brunelleschi, a volte  canalizzandosi verso l’autolesionismo personale, a volte trovando sfogo in modalità ragionate collettivamente.

Lunedì sera un ragazzo dell’area gialla, allo stremo della sopportazione per la prigionia, ha provato a impiccarsi ma i compagni di camera lo hanno tirato giù impedendogli di togliersi la vita. Un’altra goccia in un vaso già sufficientemente pieno che ha fatto prendere la decisione a tutti i ragazzi detenuti nel Centro torinese di iniziare lo sciopero della fame. Così martedi c’è stato il rifiuto totale della sbobba solitamente servita e a mezzanotte tutti i reclusi sono usciti dalle aree minacciando i lavoranti della struttura di bruciare i materassi. Continue reading

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San Ferdinando, Foggia, Potenza: appuntamenti di lotta contro repressione, sgomberi e deportazioni

Fonte: Campagne in Lotta

Nella giornata di domenica 2 aprile, presso lo Scugnizzo Liberato a Napoli, si è tenuta un’assemblea nazionale di coordinamento delle realtà in lotta contro i confini e contro lo sfruttamento. Dopo la manifestazione nazionale del 12 Novembre scorso a Roma, che ha visto in piazza migliaia tra lavoratori e lavoratrici, disoccupati, occupanti casa, e a seguito delle mobilitazioni del 6 febbraio in diverse città, la stretta repressiva del nuovo governo e il mancato rispetto delle promesse strappate in fase di incontro con il Capo del Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione del Ministero dell’Interno necessitano una nostra risposta, determinata e compatta. L’inasprimento delle misure di controllo e di sorveglianza contro chiunque lotti o alzi la testa in questo paese, e la parallela discriminazione, criminalizzazione e aggressione contro chi dai diversi “sud” del mondo cerca una vita migliore nell’Unione Europea dei muri e dell’austerità, ci dimostra quanto sia urgente consolidare il fronte di opposizione e rinsaldare la solidarietà tra diversi ambiti di lotta.

L’assemblea ha testimoniato come si stia verificando un generale peggioramento delle condizioni di vita in diversi contesti. In particolare in provincia di Foggia e nella Piana di Gioia Tauro assistiamo alla costruzione di veri e propri campi di lavoro come soluzione all’emergenza strutturale che caratterizza gli insediamenti abitativi presenti da decenni nei distretti di produzione agricola in Italia. Le deportazioni che hanno accompagnato lo sgombero del Gran Ghetto, e che interesseranno altri insediamenti nei prossimi mesi, sono misure propagandistiche, e hanno determinato l’ulteriore precarizzazione di chi è costretto a lavorare nei distretti agro-industriali dell’iper-sfruttamento. Le istituzioni si sono ancora una volta macchiate del sangue di due lavoratori immigrati, Mamadou Konate e Nouhu Doumbia – due abitanti del Ghetto di Rignano morti nell’incendio che ha accompagnato lo sgombero. Una repressione che fa il paio con gli attacchi sempre più virulenti nei confronti di chi lotta, attraverso fogli di via, denunce a tappeto, arresti e intimidazioni. Continue reading

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Egitto – Lettere di prigionieri della dittatura

Alaa Abdel Fattah è entrato nel suo quarto anno di carcere nella prigione di Tora, al Cairo. Scrive dal carcere: “Questa settimana ho iniziato il mio quarto anno di prigione. Potrei essere rilasciato a ottobre, qualora il mio appello venga accettato. Ma potrei anche non esserlo. Potrei essere rilasciato nel Marzo 2019, dopo aver scontato la mia sentenza. Ma poi non so. Loro hanno degli altri casi sospesi, contro di me. Se rilasciato potrei riuscire a partecipare a questa conferenza, ma potrei anche non parteciparvi. La mia sentenza prevede anche 5 anni di libertà vigilata, e chi lo sa se sarò nelle condizioni di partecipare a questa conferenza in un paese che dava i visti alle persone come me, ai tempi in cui io ero ancora autorizzato a viaggiare.
Ora, non voglio essere troppo pessimista. La migliore prospettiva è probabilmente la peggiore. Il vero problema è che c’è davvero poco che tu possa fare per influenzare chi ha il potere di decidere.
Ma non è proprio questo che mi preoccupa; viviamo in tempi estremamente reazionari. La mia sconfitta era inevitabile”.

Sono migliaia di migliaia i prigionieri politici nelle carceri egiziane. Tra questi anche Ahmad Douma, una delle figure più attive nella rivoluzione del 2011. Si legge su un blog: “Sono in molti a scrivere che “Alaa [Abdel Fattah] è stato imprigionato da tutti i regimi”. La verità è che queste parole non sono proprio esatte. Alaa ha subito processi sotto tutti i governi, ed è stato arrestato da tutti loro tranne Morsi [Fratelli Musulmani]. Al tempo di Morsi, Alaa ha affrontato diversi processi ma nessuno si è concluso prima che Morsi venisse deposto .[…] La verità è che “a essere imprigionato da tutti i regimi è stato Ahmad Douma. Non c’è regime che ha preso il potere che non l’ha messo dentro. E’ stato arrestato sotto Mubarak, poi al tempo del Consiglio Militare, l’hanno arrestato sotto Morsi e infine sotto Sisi (molti dimenticano che il 30 giugno 2013 lui stava già in carcere). Douma sì che è stato arrestato in tutte le stagioni e da tutti i regimi”. Lui e Alaa sono tra le/i giovani messi dentro come capri espiatori per tutta la generazione di arrabbiati, puniti a causa dei nostri sogni e della nostra rivoluzione. Ogni giorno che passa è una punizione per loro come per noi”.

Dalla prigione scrive anche un giovane condannato a morte dai tribunali militari che da tempo ha cominciato lo sciopero della fame e della sete: “Sono Ahmad Amin Ghazali, vi invio questo messaggio probabilmente quando sarà già nell’aldilà. Muoio lentamente. Sono troppo debole per alzarmi e per parlare. Non riesco a muovermi. Continuano a picchiarmi, a maltrattarmi, a tenermi ammanettato a letto per farmi finire lo sciopero. Ma le flebo e l’alimentazione forzata non sarebbero crimini internazionali? La direzione del carcere vieta le mie visite e il trasferimento in ospedale. Ciò rende la mia morte molto lenta.
Io chiedo il minimo dei diritti che mi spettano in vita, malgrado la sentenza di morte, malgrado indossi l’abito rosso dei condannati a morte. Tutto ciò che mi resta è lo sciopero, che è garantito da tutte le leggi. Non vi chiedo altro che sostenermi per farmi vivere una vita umana almeno che non muoia”.

Infine, la famiglia dello studente Ahmed Khatib, affetto da Leishmaniosi e ora trasferito in ospedale, fa sapere che non sanno nulla delle cure che il figlio sta ricevendo, né tantomeno hanno potuto vederlo. Inoltre, la richiesta della famiglia alla presidenza della repubblica di concedere un’amnistia per permettere delle cure appropriate, non ha ricevuto ancora nessuna risposta.

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