Egitto – È questa la vita che ci tocca?!

Una compagna scrive: “Questa è la vita che ci tocca da ora in poi? Carceri, notizie di arresti di amici e colleghi, condanne a morte ogni settimana, sparizioni forzate e torture?

Anche quando cerchiamo di allontanarci, anche quando cerchiamo di ignorare tutto quello che accade e ci concentriamo sulla nostra vita privata vengono da te per trascinarti di nuovo in un incubo?

È questa la nostra vita da ora in poi? Gli ultimi anni dei nostri venti anni gli abbiamo passatx da un tribunale a un commissariato, e dalle carceri, all’obitorio.

Anche l’inizio dei nostri trent’anni stanno passando dai commissariati alle prigioni, ai tribunali e i labirinti legali e le notizie che spezzano gli animi, i cuori e i sogni.

E poi? Qual è la fine di tutto questo?

È questa l’aria che tira al Cairo dopo l’ennesima brutale ondata di repressione messa in atto dal regime. La scusa formale è stata la ratifica del parlamento (contro il parere del Consiglio di Stato che ne sanciva l’incostituzionalità) della cessione di Tiran e Sanafir – due isole nel Mar Rosso – all’Arabia Saudita. Di fronte al malcontento generale, ingrandito da una crisi economica e sociale che sta distruggendo il paese, il regime ancora una volta ha scelto di rimarcare come non ci sia spazio per la dissidenza.

In pochi giorni oltre 150 persone sono state arrestate. Alcune prese direttamente ai presidi, altre nelle strade adiacenti, altre ancora direttamente a casa all’alba. In tante sono sparite per ore prima di essere viste dai loro legali. Sono attivisti, avvocati, giornalisti, semplici persone. Le accuse sono sempre le stesse da anni a questa parte: terrorismo, incitazione al disordine, qualche post o foto su facebook, oppure semplicemente nulla. Basta poco in Egitto per finire in carcere. L’avvocato Tareq Huseyn (fratello di Mahmoud un ragazzo minorenne finito in carcere due anni per una t-shirt che indossava) per esempio nonostante l’ordine di rilascio è ancora in cella da più di 4 giorni. Niente cibo, niente acqua, stessi vestiti da due giorni. Altri, “più fortunati”, sono stati rilasciati con 10000 ghinee di cauzione.

Basta poco in Egitto per finire condannati a morte. 6 ragazzi le cui confessioni sono state estorte attraverso tortura finiranno tra qualche giorno uccisi dal regime se il tiranno Sisi non concederà l’amnistia.

Sono anni, appunto, che a migliaia fanno su e giù da un incubo all’altro. Anni di proteste nelle carceri dove si continua a morire per negligenza medica, dove ci si ammala di malattie contagiose, non c’è acqua, né cibo decente, né diritto alle visite. Anni in cui ci si sveglia la mattina col terrore di vedere il nome di qualche amico, collega, conoscente finito in galera. Anni in cui si va da un tribunale all’altro per dare supporto a chi finisce nelle grinfie di un regime che gode di tutto il sostegno internazionale.

L’Egitto è una dittatura, solidarietà con chi ancora resiste e lotta!

Libertà per tutt*.

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Torino – Domenica 25 giugno presidio al CPR

Fonte: Macerie.

La settimana scorsa il Cpr (ex Cie) di Torino ha ricevuto visite. Una delegazione di persone ben vestite che parlavano inglese, francese, alcuni anche arabo, è venuta a passeggiare tra le mura di Corso Brunelleschi. Non si capisce bene cosa volessero né se fossero politici, funzionari o personale di qualche Ong. Sembra che qualche giorno prima avessero fatto visita anche a Lampedusa.
Arrivati in mattina, hanno passato tutto il pomeriggio a tentare il dialogo con i reclusi, a far domande su come si vive dentro, come si mangia e sul loro stato di salute. In molti tra i ragazzi rinchiusi hanno però rifiutato il dialogo. “Che dobbiamo dirgli. Qui è uno schifo, e niente cambia. A cosa serve parlargli”. Alcuni pare avessero il timore di riferire le violenze, il cibo da schifo e le botte che passano dal Cpr torinese per non subire poi ritorsioni da parte dei poliziotti. Qualcuno ha fatto persino finta di dormire pur di evitare le insistenti quando ininfluenti domande che i signorotti bene vestiti volevano porre. A rimarcare l’inutilità della passeggiata è la risposta data a chi, tra i reclusi, chiedeva un contatto per restare aggiornato e sapere se avrebbero fatto qualcosa al riguardo: “State tranquilli, ci faremo vivi noi”. Chiuso il dialogo; abito buono, faccia da culo.

Intanto le pessime condizioni che si vivono tra quelle odiose mura smuovono di continuo tentativi, per lo più individuali, di protesta. Nell’area blu cinque ragazzi sono in sciopero della fame da due giorni mentre un terzo lo ha iniziato ieri. La motivazione è il cibo immangiabile, sempre uguale e schifoso. A volte buttano tutto comunque.

Spesso gli strumenti di lotta a disposizione in luoghi di reclusione quali Cpr e carceri sono piuttosto spuntati e se collettivamente non si riesce a dare vita a rivolte e proteste più generalizzate ed efficaci non per questo si rinuncia a provare a farsi sentire, spesso utilizzando il proprio corpo come mezzo. Ne sono esempio gli scioperi della fame in corso come pure i tanti atti di autolesionismo che avvengono all’interno delle strutture detentive.

E intanto in sordina ma costanti continuano i lavori di ristrutturazione del Centro per riportarlo alla capienza massima. Una nuova area è stata completata qualche giorno fa. L’area viola, accanto alla bianca e alla gialla, ha riaperto i battenti per aumentare gli effettivi detentivi. Al momento sembra che ci siano tra le otto e le quindici persone, tutti nuovi arrivati presi in retate da tutta Italia. Qualcuno dice che la settimana scorsa sono stati fatti dei lavori nell’area rossa chiusa da anni in seguito agli incendi scoppiati durante le rivolte nel fu Cie.

Con più posti a disposizione gli arrivi e le deportazioni si fanno più fluidi e costanti. L’altra notte sono stati espulsi una decina di tunisini mentre il Centro si sta nuovamente riempiendo di nigeriani per l’ormai tristemente classica espulsione di massa che, secondo le voci, dovrebbe avvenire questo giovedì.

Insomma tanti motivi per tornare sotto le mura del Cpr torinese per dare sostegno ai reclusi con un rumoroso presidio.

L’appuntamento è per questa domenica 25 giugno alle ore 17 nel pezzo di prato su corso Brunelleschi angolo via Monginevro

Aggiornamento: un ragazzo marocchino ha tentato di impiccarsi questo pomeriggio dopo essersi tagliato le mani in segno di protesta. Non gli lasciavano incontrare la fidanzata che era venuta in visita. L’hanno tirato giù i compagni di area mentre un militare lasciandolo lì gli ha detto di morire. Da che sappiamo ora sembra che sia in infermeria.
Nell’area verde stanno protestano da ieri sera: battono sui muri e sulle reti dopo la deportazione dei sedici tunisini. I militari si sono schierati davanti all’area a controllo della situazione. Nell’area blu invece molti hanno buttato il cibo negli ultimi due giorni e nell’area bianca oggi non è stato servito il pasto a cinque detenuti senza motivazione apparente.

macerie @ Giugno 20, 2017

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Roma – Aggiornamenti dal CPR di Ponte Galeria

Da una corrispondenza di una compagna dell’assemblea di lotta contro i CIE/CPR con Radio Onda Rossa del 16 giugno, si viene a sapere di una reclusa che si è sentita male ed è stata trasferita in ospedale, mentre un’altra ha tentato il suicidio.
Negli ultimi giorni sono state recluse nel CPR di Ponte Galeria 27 donne provenienti dal Marocco, da poco sbarcate. A breve è inoltre previsto un volo di deportazione di massa in Nigeria. Nel Lager romano sono già recluse circa 40 donne nigeriane ed è possibile che con i rastrellamenti in strada il numero cresca in vista dell’espulsione.

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Torino – Un ragazzo senegalese picchiato dalla polizia durante una retata

fonte: macerie

Di verità, interpretazioni e certezze

https://www.autistici.org/macerie/wp-content/uploads/14.jpgUna mattina qualunque a Porta Palazzo, il sole cocente di mezzogiorno incombe su dei manifesti freschi che riportano le foto del pestaggio di ieri e sulle chiacchiere accaldate degli avventori tra un banco e l’altro di scarpe, proprio là al ridosso del mesto PalaFuksas. Qualche bancarellaro si fa sfuggire quanto sia stata terribile la scena di ieri, del ragazzo picchiato dalla polizia dopo una concitata fuga, qualcun altro – invece – con tono sornione afferma di non aver visto nulla e con un’asserzione secca impone questa valutazione anche ai vicini di attività “noi non abbiamo visto niente, eh!”. Di lui, il giovane senegalese, si sa ben poco tranne che dopo esser stato portato al pronto soccorso è stato tradotto alle Vallette.

22.jpgDopo la diffusione massiccia del video che riprende abbastanza eloquentemente l’operato di ieri dei signori in divisa, la questura si è apprestata a mandare le veline alle testate locali elargendo la sua Verità: il fatto non è avvenuto, il ragazzo ha sbattuto la testa cadendo contro la struttura di un banco e per questo perdeva sangue. Di come esattamente siano andati i fatti non possiamo essere sicuri, che abbia anche sbattuto o meno la testa, certo è che in molti hanno visto come è stato menato mentre era già immobilizzato e sanguinante nella morsa dell’ordine pubblico.

Non crediamo che negli ultimi giorni alla polizia torinese abbia fatto male il caldo e sia per questo sopra le righe, conosciamo bene la sua violenza quotidiana, quella procedure in strada o quella meglio celata nelle stanze dei commissariati con la legittimazione del monopolio sul sangue altrui sgorgato. Capita però talvolta che qualcosa vada storto, che in tanti vedano, che qualcuno filmi, che ancor meglio si metta in mezzo ai loro controlli o provi a resistere, che chi subisce le percosse negli edifici della legge abbia la possibilità di raccontarle e organizzarsi per reagire.                                                                                                                                                      pp-3.jpgIntanto, andando a piè pari oltre le poco interessanti “verità” questurine, noi vorremmo dire della nostra piccola certezza: la polizia fa meno paura quando ci si organizza insieme per resisterle. Ed è la stessa piccola certezza che ieri nel tardo pomeriggio un piccolo corteo ha urlato per le strade di Porta Palazzo e Aurora.

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Italy – Warning! New raids and mass deportation flight for nigerian immigrants

Warning!

It seems that a massive deportation flight to Nigeria will start on Thursday 22 June. The charter would depart from Austria and, as in the past, would stop in Switzerland, Italy and then land in Lagos. The state could increase raids across Italy to fill the mass deportation flight.

Pay attention to the police controls in roads, stations and markets. Let’s resist together against raids, it’s time we all pick a side!

Attenzione!

Abbiamo modo di credere che giovedì 22 giugno partirà un volo di deportazione di massa diretto in Nigeria. Il charter partirebbe dall’Austria e in passato le tappe sono state Svizzera, Italia e poi Lagos. Lo Stato potrebbe incrementare i rastrellamenti nelle strade di tutta Italia per riempire il volo di espulsione di massa.

Facciamo attenzione ai controlli nelle strade, nelle stazioni e nei mercati. Resistiamo insieme alle retate, dimostriamo da che parte stiamo!

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Potenza – Un contributo sulla lotta al fianco delle persone costrette nel circuito dell’accoglienza

Riceviamo e pubblichiamo. Ricordiamo che per scriverci e inviarci contributi potete farlo alla mail hurriya[at]autistici.org

Il tutto ha inizio giovedì 8 giugno quando, insieme ad altrx compagnx del CSOA Anzacresa, apprendiamo che 10 ragazzi nigeriani hanno ricevuto un provvedimento di espulsione dal centro di accoglienza che li ospitava, gestito dalla cooperativa “Solidarietà”, a causa di discussioni interne dovute al sovraffollamento delle camere in seguito al trasferimento di altri ragazzi provenienti da un’altra struttura gestita dalla stessa cooperativa situata nella vicina cittadina di Melfi.

Non avendo alcun posto dove andare e avendo perso il “diritto all’accoglienza” i ragazzi decidono di stabilirsi in presidio permanente sotto il palazzo della prefettura di Potenza (sede anche degli uffici dell’omonima provincia). È qui che li raggiungiamo e ci uniamo al loro presidio supportando le loro richieste di un posto dove dormire e portando in piazza le nostre denunce al sistema di gestione della cosiddetta accoglienza e ad ogni confine e nazione.

La Basilicata è il fiore all’occhiello di questa macchina mangia-soldi chiamata “accoglienza”, è qui che alcune delle società che operano a livello nazionale hanno stabilito la propria sede legale (es. Auxilium) ed è qui che questo modello di infantilizzazione e “reclusione addolcita” dei migranti sperimenta, fiorisce e prospera come e più che altrove. Il tutto alimentato dal clima di pacificazione sociale e rassegnazione che troppo spesso si respira in questa regione.

Questo presidio, durato ininterrottamente due giorni ed una notte, ha dato vita ad interessanti confronti e dibattiti durante le varie assemblee informali e collettive che all’interno dello stesso si sono svolte. Interrotto durante il fine settimana, in seguito ad una soluzione temporanea (solo parzialmente rispettata dalla controparte che l’aveva promessa), il presidio è ripreso con numeri inferiori ma con più grinta e determinazione nella mattinata di lunedì al termine della quale si è riuscitx ad ottenere un incontro con il prefetto ed una sistemazione più o meno temporanea al problema abitativo dei 10 ragazzi.

Al di là della cronaca dei fatti e dei risultati pratici, più o meno soddisfacenti, ottenuti nell’immediato tramite questa lotta è importante fare delle riflessioni e provare ad analizzare da un punto di vista critico ciò che è accaduto. Era importante supportare le rivendicazioni dei 10 ragazzi esclusi dal circuito dell’accoglienza ma, è stato importante anche riuscire a portare in piazza le critiche radicali al sistema stesso dell’accoglienza cercando di evidenziare che ciò che è accaduto non andava vissuto solo come un dramma umano di 10 persone senza documenti gettate in mezzo ad una strada, e che non si è trattato di un caso fortuito ed isolato, ma che si tratta di un risvolto inevitabile ed ineliminabile di un meccanismo di sfruttamento delle sofferenze e delle necessità di persone migranti volto esclusivamente ad arricchire chi pretende di gestirne la vita.

Le persone vengono trattate come merci e, nel caso decidano di ribellarsi alle condizioni disumane nelle quali sono costrette a vivere, vengono cestinate così da liberare il posto ad altri più innocui individui sulla pelle dei quali lucrare.

Sono in molti, tra gli stessi migranti, ad aver preso coscienza di questa situazione ed è in atto un meccanismo di solidarietà che prova a diffondersi pur trovando fortissima opposizione e repressione sia da parte della prefettura (che minaccia espulsioni di massa e rimpatri forzati per chi si ribella) sia, in maniera molto più meschina e subdola, da parte degli stessi gestori dei centri di accoglienza che provano, spesso purtroppo con successo, a spaventare chi partecipa in maniera solidale alle proteste iniziate da altri. “Tu che ci fai qua? Non fare stronzate sennò finisci anche tu in mezzo alla strada, fai il bravo, vattene dal presidio, che c’entri tu con loro?”

Giornate come quelle trascorse lasciano in bocca il sapore agrodolce di chi è riuscito ad ottenere il risultato parziale che si era proposto ma, è costretto a continuare ad interrogarsi sul reale avanzamento della lotta contro frontiere, sfruttatori e ricattatori, a domandarsi se le strade ed i metodi praticati siano realmente efficaci in un’ottica di avanzamento della lotta stessa. È importante portare avanti queste battaglie difensive ma, allo stesso tempo bisogna riuscire a conservare la lucidità mentale e le energie necessarie per elaborare un piano di controffensiva.

Contro ogni frontiera, contro ogni oppressione, contro ogni nazione.

A-lex, unx compagnx di Potenza

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Lettera aperta su delle scene di ordinaria repressione.

Riceviamo e pubblichiamo questo testo, la testimonianza di una delle quotidiane retate delle forze dell’ordine contro le persone migranti, avvenuta in questo caso in un non luogo come la Stazione Termini di Roma, che ha reso ancora più difficile la creazione sul momento di relazioni di solidarietà e resistenza. “Come si può intervenire in situazioni del genere?”. Consapevoli di una difficoltà reale di intervento che non vogliamo nascondere, ci auguriamo che si apra una riflessione e discussione collettiva sulle pratiche di resistenza e solidarietà con chiunque subisca controlli e rastrellamenti.

Mi è capitato diverse volte di vedere una retata e provare a mettermi in mezzo, ma vederne lo svolgimento e le dinamiche dall’inizio alla fine è decisamente tutt’altra storia. Pochi giorni fa mi trovavo in tarda notte, circa le 4:30, a via Giolitti nei pressi della stazione Termini di Roma quando, sentendo delle urla, mi sono fermata. Di fronte a me, un capannello di persone intorno a tre ragazzi che litigavano così ho deciso di legare poco più lontano la mia bicicletta e andare a vedere cosa stesse succedendo. Nei circa due o tre minuti che ho impiegato in quest’operazione intorno a me, si è creato una sorta di scenario di guerra: una retata. Dapprima 3 volanti alle mie spalle che in un nonnulla sono diventate ben 9 chiudendo da entrambi i lati la strada. A quel punto, le guardie, sono scese dalle macchine e infilati i guanti, hanno iniziato a chiedere i documenti ai ragazzi che litigavano e a tutte le altre persone razzializzate (ossia le persone non bianche che vengono identificate come migranti) che non si erano riuscite ad allontanare prima, accerchiandole. Tutto è stato talmente veloce che non ho capito subito cosa stesse succedendo e così ho iniziato a chiedere alle persone intorno a me. Alcuni mi dicevano non lo so, altri dicevano una rissa ma solo uno mi ha fatto realmente capire cosa stava succedendo. Lo ha fatto urlandomi contro. Mi ha urlato “Bianca di merda”, mi ha detto “Cosa cazzo vuoi? Come ti permetti di venire qui in mezzo a noi e chiedermi come sto? Voi siete senza cuore! Guarda come cazzo ci trattate” e diverse altre cose mentre io, invano, cercavo di dirgli che ero lì per dar loro solidarietà. Lì per lì mi si è spezzato il cuore ma non ho avuto il tempo di riflettere quella sensazione perché un poliziotto, vista la scena, si è avvicinato a noi e rivolgendosi esclusivamente a me ha iniziato insistentemente a chiedere cosa stesse succedendo. Di fronte alla mia ostilità e al mio rigirargli la domanda dicendo che erano loro a star facendo quel macello hanno identificato anche questo ragazzo e me. Nel frattempo alle mie spalle si era aggiunta una camionetta e gli sbirri continuavano a chiedere i documenti alle, per fortuna poche, persone razzializzate che si trovavano in quei pochi metri di strada. Ho visto diversi altri sbirri uscire dalla stazione e altri da chissà dove diventando un discreto numero. L’atteggiamento nei confronti delle persone fermate era estremamente provocatorio ed aggressivo, zaini e borse venivano perquisite senza nessuna cura lasciando, in alcuni casi, cadere le cose a terra. Tutto intorno a me era violenza e sopraffazione. Poco dopo mi hanno ridato i documenti e poi, mi hanno allontanata da questo cerchio di infamità. Sono rimasta inerme, con le lacrime agli occhi, a vederli andar via di fianco alla mia bici. Non saprei quante persone hanno portato via. Poche, credo. Ecco che il modello nord europeo di intervento in strada è giunto a noi. Vorrei poter descrivere l’intensità e la velocità della violenza delle retate ma, come quell’uomo mi ha urlato a gran voce, non è la mia storia, non è la mia oppressione. Quello che quell’uomo diceva è vero: io vivere la strada senza documenti non lo so cosa vuol dire. Troppo spesso ci dimentichiamo che il fatto di riconoscere il nostro privilegio di bianchi e occidentali, non lo fa scomparire né lo depotenzia. L’unica cosa che mi sento di poter fare è una costante pratica di non attuazione del potere che il mio privilegio mi dà ma comunque resta che lo ho.

Dunque, quale può essere il mio contributo di affiancamento alla lotta delle persone razzializate? Preso in considerazione il fatto che ti ci trovi in mezzo d’improvviso per caso magari mentre sei sola, com’è successo a me in questo caso, come si può intervenire in situazioni del genere? Come si affronta la diffidenza che genera un bianco che giunge lì, di fatto come un alieno, dicendo di voler dare solidarietà? Nelle nostre ipotesi più rosee cosa ci aspettiamo che possa determinare il nostro intervenire in una retata? Quale prospettiva di lotta crediamo ci possa aprire l’approcciarci fisicamente a queste esperienze di resistenza?

Una compagna transfemminista e anarchica in cerca di complici

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Roma – Domenica 11 giugno benefit per compagnx torinesi arrestatx

Riceviamo e pubblichiamo.

Benefit per compagnx torinesi arrestatx per essersi oppostx a un controllo di polizia. Domenica 11 giugno, alle ore 18, agli archi di Torpigna, Largo Petazzoni, Roma.
Liberiamo le strade da ogni forma di autorità, solidali con chi si ribella!

 

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Sul prelievo coatto del Dna [Ita, Fr, Es, Eng]

Fonte: Macerie.
Traduzioni a cura di Hurriya.
Shown below the translations in different languages [Ita, Fr, Es, Eng].

Da oramai più di un anno il prelievo del Dna è entrato a far parte delle procedure di rito nell’identificazione delle persone arrestate o fermate, non fanno eccezione i compagni colpiti dalle ultime inchieste. Resistere al prelievo lo trasforma in una manovra coatta, averla vinta contro i tutori dell’ordine e del controllo nelle stanze della scientifica è più che difficile . Qui di seguito l’esperienza di un compagno arrestato il 3 maggio, tutt’ora detenuto alle Vallette, che continua a domandarsi quali potrebbero essere le possibilità per opporsi.

«Scrivo qualche riga per raccontare quanto è avvenuto durante il nostro arresto di qualche giorno fa, relativamente alla permanenza nel questura di via Grattoni, a Torino. E al procedimento identificativo.

Le parole che seguono, come spero si capisca, non mirano ad impressionare nessuno, ma a condividere una piccola esperienza sulle modalità repressive della controparte, in particolare sul prelievo del Dna, di cui in Italia si sa ancora ben poco.

Appena arrivati in questura per formalizzare l’arresto siamo stati sottoposti ai controlli di rito, fotosegnalazione e prelievo delle impronte.

Una volta completata questa fase hanno iniziato a chiamarci per il prelievo del Dna; anche se in quel momento eravamo separati, come del resto in quasi tutte le fasi dell’identificazione, tutti e tutte avevamo in mente cosa fare.

Avendo già discusso sulla questione Dna e interessati a capire se ci fosse spazio di manovra per opporsi, abbiamo deciso di rifiutare il prelievo e resistere.

Una volta comunicato il nostro rifiuto, Digos e polizia scientifica hanno iniziato a parlottare, mimando gesti di quello che sarebbe stato il prelievo con la forza. Continue reading

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Torino – In un posto da distruggere. Aggiornamenti dal CIE/CPR

Fonte: Macerie.

Deportazioni e rimpatri

Le deportazioni continuano, più veloci che mai. Le celle del Cie torinese, nuovo Cpr, sono sempre piene. Quasi ogni giorno sbirri in borghese, militari o guardie di finanza si presentano nelle stanze e prelevano qualcuno per metterlo su un aereo o su una nave e deportarlo. Poche ore dopo o nei giorni seguenti i letti liberi vengono riempiti da nuove persone catturate per strada o mentre stavano cercando di rinnovare i documenti recandosi a ingannevoli appuntamenti in questura.

Un giorno come tanti

Ieri per esempio. Dall’area blu pare che siano stati portati via per il rimpatrio tre marocchini e quattro pakistani. Dall’area verde un altro ragazzo marocchino è stato prelevato, nonostante vivesse in Italia da vent’anni, con tutta la sua famiglia.

Negli ultimi giorni – dalle informazioni che abbiamo, quindi parziali – almeno cinque egiziani, sei o sette persone provenienti dalla Tunisia e dal Marocco sono state deportate. Alcuni si ribellano e vengono picchiati. Altri sono rassegnati e stanchi di questa prigione e dei farmaci che danno per tranquillizzare e si fanno portare via senza opporsi. Anche perché resistere significa prendersi un sacco di botte: gli sbirri si presentano in sei o sette per prelevare una persona.

Le informazioni che abbiamo provengono solo da alcune aree, due in particolare, del resto del Cie si sa molto poco e quindi c’è da immaginarsi che il numero di deportazioni sia ben più alto.

Mercoledì sono arrivati undici nigeriani nell’area blu, mentre martedì sono arrivati un filippino e un sudamericano, forse dall’Honduras. Arrivano da tutta Italia: Treviso, Udine, Milano, Genova. Uno addirittura da Reggio Calabria.

Possibile deportazione di massa a breve

Sono circa una cinquantina le persone di origine nigeriana rinchiuse nel Cpr di corso Brunelleschi. Molte di loro sono in procinto di richiedere l’asilo politico, aspettando quindi l’arrivo del diplomatico di turno per l’identificazione e il conseguente avvio dell’iter burocratico. Per facilitare questo processo pare che all’interno delle mura lavori anche una mediatrice culturale nigeriana, sul cui ruolo i reclusi non si fanno troppe illusioni: “noi lo sappiamo che lei non sta con noi. Lei sta con loro” – ribadisce un ragazzo da dentro. Secondo un filo logico non troppo chiaro, le deportazioni passate verso la Nigeria sono avvenute intorno al terzo mercoledì del mese, ma qualcuno dentro ipotizza che questa volta possa anche arrivare prima, visto l’affollamento attuale. Questi voli programmati con anticipo e cadenza costante spesso necessitano di retate selettive in giro per la città. Molte volte le macchine della polizia circondano piazze e giardinetti e portano via solo uomini e donne di una determinata nazionalità, finora per lo più nigeriani, come vogliono una serie di accordi tra Stati per il rimpatrio coatto.

Cibo da schifo, l’area blu rifiuta di mangiare

“Il cibo fa schifo, è tutto scaduto, non si può mangiare” dicono da dentro. E quasi tutta l’area blu, a parte i ragazzi appena arrivati, stanno rifiutando il cibo che gli danno da due giorni. Si arrangiano come possono, si fanno passare qualcosa dalle altre aree dove a qualcuno arrivano un po’ di provviste dall’esterno. Qualche solidale alcuni giorni fa ha portato dentro del couscous e della frutta secca ma non appena il gesto è stato ripetuto una seconda volta sono cominciati i problemi; oggi i poliziotti all’ingresso in accordo con gli operatori di Gepsa non hanno fatto passare quasi nulla del cibo che era stato portato

“Molto spesso il cibo è scaduto, c’è la data di scadenza del giorno prima. Siamo anche in Ramadan. Ci trattano peggio che degli animali.” protestano i ragazzi dentro. “Ora noi chiudiamo il cancello. E diciamo: no grazie non lo vogliamo”.

macerie @ Giugno 8, 2017

 

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