Palestina – Nessun Pride senza dignità

tradotto da alQaws

24 giugno 2021

Il gay pride alle origini era una rivolta guidata da attivist queer e trans nere, indigene, of colour in quel luogo conosciuto come gli stati uniti negli anni ’60. Quest attivist si sono rivoltat contro decenni di brutalità e persecuzione poliziesche, reclamando le strade come luogo di liberazione attraverso le proteste. Il primo pride è stato un riot ma anche un’espressione di cura e supporto comunitari che l attivist queer e trans hanno creato come risultato della loro esclusione dalla società.

Oggi, il pride è stato depoliticizzato e le sue radici – che si innervano nell’operato di attivist queer e trans – cancellate. Al suo posto, le politiche dell’orgoglio sono dominate oggi da voci bianche, cisgender, maschili e borghesi. Questa cancellazione è una forma di violenza contro l’eredità di coloro che si ripresero le strade, chiedendo dignità e auto-determinazione. Il pride non ha mai avuto a che fare con le multinazionali che sponsorizzano le nostre manifestazioni, o con la celebrazione dell’inclusione delle persone gay e trans nelle forze armate. La sua origine risiede nella resistenza allo stato di oppressione e nella lotta alla violenza razziale, sessuale e di genere.

Il termine “pride”, e quelli connessi di “coming out” e “visibilità queer”, sono emersi all’interno del contesto politico e culturale specifico del nord america e dell’europa. Oggi, questi termini vengono utilizzati come strumenti imperialisti di salvezza per misurare i cosiddetti livelli di emancipazione LGBTQ in giro per il mondo. Anche se questi termini sono diventati il modo dominante di descrivere le esperienze queer e trans, l attivist del sud globale hanno mostrato che queste parole non sono universalmente significative o rilevanti per descrivere le nostre esperienze. È problematico imporre i concetti di pride, coming out e visibilità come unità di misura di base o come l’aspirazione politica delle comunità LGBTQ di tutto il mondo.

Durante la recente esplosione delle lotte per la liberazione della Palestina contro la violenza coloniale degli insediamenti israeliani, i sionisti hanno inondato le nostre reti social con affermazioni quali “provateci a organizzare un pride a Gaza”. Queste frasi sono caratteristiche del pinkwashing e vengono usate per delegittimare la sollevazione anti-coloniale palestinese. Queste affermazioni si inseriscono in un contesto più ampio di razzismo strutturale nel quale israele viene descritta come illuminata e protettrice dei diritti gay, mentre le persone Palestinesi, specialmente quelle di Gaza, vengono uniformemente descritte come omofobe e, di conseguenza, meritevoli di morte e espulsione dalle nostre terre.
Commenti come questi non sono frutto di una preoccupazione genuina per le vite queer e trans e per la violenza con cui ci confrontiamo. A prescindere dalle dinamiche interne alla società palestinese, il maggiore impedimento per qualsiasi pride in Palestina rimane il colonialismo israeliano e il crudele assedio che ha ghettizzato e separato Gaza dal resto della Palestina. Ogni volta che come palestinesi prendiamo collettivamente parola in difesa dei nostri diritti, veniamo bombardat dall’esercito colonialista israeliano e silenziat dai media mainstream. L’esperienza queer palestinese ci insegna quanto il pride senza una liberazione totale sia un’idea vuota, insignificante e ingannevole.

I sionisti sottolineano il fatto che il pride di tel aviv rappresenti una prova dell’impegno israeliano per la liberazione queer. In realtà, il pride di israele è una strategia propagandistica di stato finalizzata a “ripulire” i crimini coloniali israeliani ai danni dei palestinesi, queer e non queer indifferentemente. Il pinkwashing è una forma di violenza coloniale che mira a convincere il mondo che i queer palestinesi non hanno un futuro nella nostra terra e tra le nostre famiglie. E che i nostri colonizzatori sono ora i nostri “salvatori”.
Essendo strettamente collegato alla violenza coloniale continua contro le persone palestinesi, il pride di tel aviv non è in alcun modo un simbolo di progresso o liberazione queer. Si svolge nella città palestinese di Yaffa e nei villaggi circostanti luogo di pulizia etnica, e il suo successo dipende dalla cancellazione delle terre, delle vite e delle voci palestinesi.

Ogni volta che come palestinesi mostriamo un qualsiasi sentimento di orgoglio per la nostra identità o un senso di appartenenza indigena/autoctona, veniamo brutalmente repress dallo stato israeliano. In questo contesto, come queer palestinesi non abbiamo il privilegio di separare la nostra sessualità dalla violenza coloniale che determina le nostre vite nel quotidiano.
Durante il mese del pride, vogliamo continuare a costruire spazi impegnati nell’abolizione di tutte le forme di oppressione. All’interno di questi spazi, potremo forgiare forti legami di solidarietà e costruire un esistente di dignità e libertà.
Abolizione degli stati coloniali, liberazione delle terre indigene, riprendiamoci il pride

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Tunisia: espode di nuovo la rabbia dei quartieri popolari

Dieci anni dopo la rivoluzione del 2010, in Tunisia si continua a lottare contro le violenze poliziesche e un sistema politico che continua a utilizzare la repressione come unico strumento utile a tenere a bada la collera sociale.
L’8 giugno scorso Ahmad Ben Ammar, un uomo di 32 anni di Sidi Hassini, un quartiere della periferia di Tunisi, è morto mentre si trovava in custodia di polizia. Il suo corpo era pieno di ferite e segni di violenza. Il giorno dopo il suo decesso, a margine delle manifestazioni di protesta, un altro giovane ragazzo, Fadi, di 15 anni, è stato aggredito, denudato e pestato dalla polizia. Il video della violenza ha generato un’ondata di proteste, presto diventate una vera e propria rivolta, nei quartieri di Ettadhamen, d’Intilaka e Sidi Hassine, così come in altre città del paese. A unire gli scontri che sono andati avanti per più di una settimana un unico comune denominatore: la sigla ACAB (All cops are bastards).

La violenza poliziesca è un problema sistemico nella Tunisia post-rivoluzionaria. Lo scorso gennaio, in occasione dell’anniversario della rivoluzione, la collera è esplosa in violenze e scontri in diverse città del paese. Alla base delle proteste, l’ennesimo assassinio di Stato, un pastore della città di Siliana, tra Tunisi e Sousse, ucciso dalla polizia. Kasserine, Sidi Bouzid, e qualche giorno dopo Bizerte, Tebourba et Sousse, le periferie di Tunisi e persino l’avenue Bourghiba, hanno visto numerosi giovani e molti minori battersi contro polizia e militari con una intensità tale da ricordare i giorni della rivoluzione del 2011. I manifestanti hanno riportato al centro dell’attenzione la realtà di un paese ormai da anni in piena crisi socio – politica.

L’inizio del mese di giugno ha corrisposto all’aumento del prezzo dello zucchero e dei trasporti pubblici, che si sono aggiunti a quelli dell’acqua potabile e del latte, generando proteste in alcune città del paese. Ma questi sono solo gli ultimi di una serie di aumenti che sono andati di pari passo con la crescita della disoccupazione e al blocco dei salari (110 euro di media). Le politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni non hanno fatto altro che aumentare il debito pubblico e impoverire la popolazione condannando giovani e adulti alla precarietà, al lavoro nero e all’emigrazione. I negoziati in corso per ottenere un prestito di 3,3 miliardi di euro dal FMI sono solo l’ultima tragica scelta politica che avrà delle conseguenze disastrose sulle persone non abbienti come dimostrato in altri paesi dell’area (soprattutto per ciò che concerne il taglio dei sussidi di Stato su energia, petrolio e alimenti).

La giustizia sociale, uno degli slogan della rivoluzione del 2011, è al cuore delle proteste che periodicamente si verificano nelle periferie urbane delle grandi città o nelle aree più marginali del paese. Chi protesta denuncia le ineguaglianze economiche e sociali che la rivoluzione non è stata in grado di eliminare aumentando il solco tra delle élites arroccate nelle loro posizioni di potere e nuove generazioni vittime di politiche pianificate volte all’emarginazione. Disoccupazione, vulnerabilità, discriminazione, violenza, forme di dominazione cumulative e intersecate, marginalizzazione economica e sociale, ghettizzazione degli spazi sono gli elementi contro cui una generazione eteroclita di giovani ha deciso di lottare. La reazione alle violenze poliziesche di gennaio, come quella di questi giorni, rappresentano dei veri e propri atti di ribellione contro tutto il sistema politico
(forze islamiste incluse) che basa la sua legittimità su tre elementi : uso incondizionato della violenza e completa autonomia degli organi di polizia; messa in scena elettorali; sostegno della comunità internazionale. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per comprendere come dal Marocco all’Algeria, dall’Egitto al Sudan, i movimenti di contestazione contro i sistemi di potere in carica fatichino ad affermarsi o siano brutalmente repressi. In effetti, il sostegno tecnico e materiale europeo alle forze di sicurezza tunisine viene giustificato dalla lotta al terrorismo o in maniera particolare negli ultimi tempi dal contrasto all’emigrazione. A partire dal 2015, l’Unione Europea ha concluso una convenzione di finanziamento con il ministero degli Interni tunisi o d’appoggio alla riforma e alla modernizzazione del settore della sicurezza, per 23 milioni di euro. Anche i governi italiani da anni stanziano fondi per il controllo delle frontiere tunisine. Il più recente finanziamento è del dicembre 2020, con 8 milioni di € destinati alla manutenzione delle motovedette della guardia costiera.

I/le giovani tunisin* sono stretti tra la disoccupazione e la repressione nel proprio paese, e l’impossibilità di emigrare altrove legalmente. L’ultimo anno e mezzo è stato un periodo record per il numero di persone fermate in mare dalla guardia costiera. Dal 1° gennaio al 15 giugno sono state 6.659 le persone fermate mentre cercavano di emigrare, arrestate dalla guardia costiera, e 2.817 gli arrivi in Italia. Almeno un centinaio di persone sono morte o disperse quest’anno lungo la rotta Tunisia-Italia.
Il governo tunisino si è non solo dimostrato indifferente alle decine di connazionali morti o dispersi negli ultimi mesi nel Mediterraneo o all’arrivo in Europa, che i familiari continuano a cercare disperatamente, ma è anche complice della detenzione di migliaia di altri tunisini nei lager europei e della loro deportazione di massa.

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Torino – Sabato 5 giugno presidio al CPR e aggiornamenti dall’interno

Fonte: No CPR Torino

TORNIAMO SOTTO LE MURA DEL CPR

SABATO 5 GIUGNO ORE 17

PRESIDIO SOTTO IL CPR DI CORSO BRUNELLESCHI

( Contemporaneamente con il presidio chiamato sotto il Cpr di Milano di via Corelli alle ore 17 )

I CPR sono luoghi in cui vengono rinchiuse le persone senza documenti in attesa di essere identificate ed espulse. Campi di internamento contemporanei creati per rendere estremamente ricattabili coloro che non hanno i documenti in regola;  un’arma nelle mani della politica, dei padroni di case, del caporalato agricolo, di tutti coloro che sulla pelle di chi non ha la carta giusta possono puntare la carica di un feroce sfruttamento.

I CPR non vanno riformati, ristrutturati, resi più umani e vivibili…

I CPR NON DEVONO ESISTERE.

VOGLIAMO LOTTARE CONTRO QUESTE GALERE PER SENZA DOCUMENTO FINCHÉ NON NE RIMARRANO CHE MACERIE. I CPR VANNO DISTRUTTI E, CON LORO, TUTTA LA POLITICA DI GESTIONE E CONTROLLO DEI FLUSSI MIGRATORI.

Musa Balde, un ragazzo di 23 anni originario della Guinea, è morto in una cella di isolamento all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di corso Brunelleschi a Torino nella notte tra il 22 e il 23 maggio. La tragica storia di Musa è la storia della violenza dello Stato e delle sue innumerevoli frontiere dove ogni giorno muoiono centinaia di persone. La morte di Musa è riuscita a scuotere le coscienze dei più e riportare l’attenzione sulla detenzione amministrativa e sul razzismo strutturale che viviamo. Ma sappiamo bene che non è stato un episodio isolato, una fatalità, ma è la NORMALITA’ all’interno dei CPR e in tutti i luoghi di frontiera dove ogni giorno muoiono centinaia di persone.

Il CPR E LE FRONTIERE UCCIDONO.

Ricordiamo chi sono i responsabili delle condizioni cui sono costretti i reclusi dentro il Cpr di corso Brunelleschi e quindi i responsabili della morte di Musa Balda:

-la multinazionale francese GEPSA, appartenente al gruppo ENGIE Energia, che da anni lucra sulla pelle dei detenuti in tutta Europa, è l’ente gestore.

-Chi dovrebbe valutare se le condizioni di salute dei reclusi sono compatibili con la detenzione è l’ASL territoriale di via Monginevro e l’ASL Città di Torino di via San Secondo che sistematicamente chiudono gli occhi sulla condizione di salute dei reclusi non intervenendo mai.

-Lo Stato è responsabile delle condizioni dei reclusi in tutti i luoghi di detenzione ed è responsabile di tutte le morti nelle frontiere, create con l’obiettivo di selezionare, dividere ed eliminare le persone ritenute indesiderabili e non produttive da quest’ordine sociale.

I ragazzi dentro il CPR hanno bisogno di tutta la nostra forza e complicità.

Non facciamo cadere l’attenzione su ciò che accade quotidianamente dentro quelle mura.

Dobbiamo continuare a lottare contro questi luoghi infami, al fianco dei reclusi, cercando il più possibile di dare voce a chi non la ha.

Vogliamo far sentire la nostra solidarietà alle persone ancora rinchiuse nei CPR!

Al fianco dei reclusi in lotta che hanno scelto di non abbassare la testa!

TUTTI LIBERI, TUTTE LIBERE!

AGGIORNAMENTO DAL CPR DI TORINO del 31.05.2021

I racconti dei ragazzi che abbiamo sentito in questi giorni testimoniano con rabbia la convinzione che quello che è avvenuto nella notte tra il 22 e il 23 maggio al loro compagno non è un suicidio ma è stato provocato dalla polizia che è intervenuta mentre Musa, all’interno di una cella di isolamento, chiedeva disperatamente l’intervento di un medico per essere soccorso. Continua a leggere

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Milano – Sabato 5 giugno presidio al CPR di via Corelli

Riceviamo e diffondiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

La gestione dell’immigrazione: un circuito infame e mortifero

L’eccidio che si consuma da anni alle frontiere è frutto delle politiche razziste funzionali al capitale saccheggiatore di vite e di risorse. Nessuno mette a fuoco l’unica causa di queste morti: il divieto di movimento per chi arriva dai paesi da depredare. Quando si vedono bambini morti sulle spiagge o il numero delle vittime di uno degli ennesimi naufragi è troppo grande per voltare la testa dall’altra parte, allora qualche turbamento prende le anime belle democratiche e due o tre parole di cordoglio escono dalle loro bocche, per un giorno, due, poi più nulla. Si passa ad altro e tutto continua come prima. Solo nei primi mesi del 2021 sono già 700 i morti nel Mediterraneo, per quanto è dato sapere. Ma chissà quanti barconi affondano continuamente senza lasciare traccia. Dal 2013 al 2020 i morti e i dispersi nel mare davanti casa nostra sono stati quasi 22 mila. Almeno 1.773 emigranti sono morti alle frontiere interne dell’Europa. Circa 3.174 persone sono morte, dall’inizio del 2020, nelle rotte migratorie mondiali. Senza una lotta contro le “politiche migratorie” degli stati, le immagini delle morti alle frontiere, la notizia dei soprusi e delle torture nei campi d’internamento fuori o dentro l’Europa, produrranno forse qualche senso di colpa, ma senza atti conseguenti. “Le immagini dei bambini morti sono inaccettabili” dice Draghi, ma non sono le immagini a essere inaccettabili, è la loro morte che lo è. Come lo sono le morti nei Centri per il Rimpatrio, ultimo infame anello del circuito dell’esclusione per gli emigranti sgraditi. Al CPR di Torino è morto un ragazzo di 23 anni, Musa Balde, che dopo aver subito un meschino pestaggio a Ventimiglia da parte di tre italiani è stato incredibilmente rinchiuso in un CPR invece di essere soccorso e protetto. Là ha trovato altri aguzzini? I pestaggi da parte della polizia all’interno di quei centri non sono certo un evento raro, prova ne sia l’ultimo nel tempo avvenuto il 25 maggio a Corelli. Oltre a essere rinchiusi senza neppure aver commesso reati, in spazi lisci come le più inquietanti celle di isolamento in carcere, ricevendo cibo avariato e nessuna assistenza né sanitaria né legale, quando si “permettono” di protestare ciò che li aspetta sono bastonate, arresti e deportazioni. Dalla prima legge Martelli del 1990 in materia di rifugiati e profughi, fino ad arrivare all’ultimo pacchetto sicurezza Lamorgese del 2020, passando per la Turco-Napolitano del 1998 che istituì i centri di reclusione per i senza documenti e la Bossi-Fini con le sue spietate modifiche, la “questione migratoria” è sempre stata affrontata come un problema di ordine pubblico ed economico. Il meccanismo fondamentale di controllo dell’immigrazione rimane la politica dei flussi. Le ricadute per il sistema sono evidenti: se si agisce una spietata repressione contro gli immigrati li si tiene sedati e ricattati, uniti potrebbero creare sconvolgimenti difficilmente gestibili, e diventerebbe più semplice far accettare norme restrittive della libertà anche per tutti gli altri. Il razzismo è insito nella pretesa di offrire accoglienza, quando non esiste per queste persone la libertà di muoversi. Decretando quali individui possano e quali no raggiungere una qualunque parte del mondo, si aprono campi vastissimi per guadagnare soldi e potere sulla pelle degli indesiderati. Gli emigrati sgraditi diventano una risorsa da mettere a profitto per trafficanti di varia specie. Da chi gestisce centri ipocritamente definiti d’accoglienza, lager da cui non si può uscire o luoghi in cui attendere improbabili documenti liberatori, da chi fornisce servizi per cibo e vestiario, sempre di pessima qualità, a chi si ricava uno stipendio come controllore, mediatore o qualunque figura possa impersonare per ritagliarsi una propria quota di profitto nella divisione della torta.
Un colossale affare che gareggia con altri considerati deprecabili, quelli d’armi e droga.

In solidarietà con i reclusi e i rivoltosi dei CPR, contro i Lager di Stato
Invitiamo al Presidio che si terrà il 5 giugno dalle 17 al CPR di Milano in via Corelli

Punto di Rottura
Fb: Punto di Rottura-Contro i CPR; mail: puntodirottura@riseup.net

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Resoconto del presidio al CPR di Torino del 25 maggio

Fonte: No CPR Torino

CONTRO I CPR, CONTRO TUTTE LE FRONTIERE.

Ieri pomeriggio più di trecento persone si sono presentate sotto le mura del CPR di Torino.

Tantissime individui, collettivi e realtà che hanno voluto urlare la propria rabbia contro la prigione per senza documenti presente nella nostra città.

La tragica storia di Musa Balde è riuscita a scuotere le coscienze dei più e riportare l’attenzione sulla detenzione amministrativa e sul razzismo strutturale che viviamo.

Un presidio partecipato in cui si sono susseguiti interventi, grida e cori per provare a rompere l’isolamento imposto dallo Stato e l’invisibilizzazione che vivono quotidianamente i reclusi.

La polizia, da subito, si è schierata in assetto antisommossa all’interno del centro posizionandosi davanti alle aree per minacciare i ragazzi cercando di limitare ogni forma di comunicazione con l’esterno.

Per circa due ore complici e solidali hanno raccontato le testimonianze dei ragazzi dentro raccolte in questi giorni sostenendo con determinazione lo sciopero della fame che coraggiosamente stanno portando avanti da domenica mattina: contro le condizioni cui sono costretti, contro la narrazione che stanno portando avanti media e istituzioni sulla morte del loro compagno.

Successivamente, una serie di interventi fatti davanti alle mura all’altezza delle celle d’isolamento (“Ospedaletto”) dove Musa è morto, hanno ricordato che nel 2019, nella stessa sezione, un altro ragazzo, Faisal, era morto da solo nel totale abbandono.

Subito dopo, al suono dei tamburi, si è formato un corteo che percorrendo le strade del quartiere San Paolo ha raccontato alle persone affacciate ai balconi o in fila davanti ai negozi che la morte di Musa non è stato un episodio isolato, una fatalità, ma è la NORMALITA’ all’interno dei CPR e in tutti i luoghi di frontiera dove ogni giorno muoiono centinaia di persone.

Il CPR UCCIDE. Non è solamente uno slogan.

In strada le persone hanno voluto gridare inoltre chi sono i responsabili della morte di un ragazzo di 23 anni.

Il CPR di Torino è gestito dalla multinazionale francese GEPSA, appartenente al gruppo ENGIE Energia, che da anni lucra sulla pelle dei detenuti in tutta Europa.

E’ GEPSA a gestire la consegna dei pasti che puntualmente vengono forniti maleodoranti, immangiabili e imbottiti di psicofarmaci.

E’ GEPSA a gestire il servizio sanitario pagando i medici che dovrebbero soccorrere i reclusi impedendo continuamente alle ambulanze del 118 di entrare nel CPR durante le emergenze.

E’ GEPSA che fa sparire le cartelle cliniche e che esercita ogni giorno pressioni sul personale che lavora all’interno del CPR con lo scopo di incrementare i profitti fornedo il servizio minimo.

E’ GEPSA IL RESPONSABILE DELLA MORTE DI MUSA.

Chi dovrebbe valutare se le condizioni di salute dei reclusi sono compatibili con la detenzione è l’ASL territoriale di via Monginevro e l’ASL Città di Torino di via San Secondo che sistemeticamente chiudono gli occhi sulla condizione di salute dei reclusi non intervendo mai.

Anche L’ASL E’ RESPONSABILE DELLA MORTE DI MUSA.

Il corteo di ieri è stato solo l’inizio di una mobilitazione contro la detenzione amministrativa.

I ragazzi dentro il CPR hanno bisogno di tutta la nostra forza e complicità, non possiamo lasciarli da soli nelle mani dello Stato.

Dopo il polverone mediatico sulla morte di Musa non facciamo cadere l’attenzione su ciò che accade quotidianamente dentro quelle mura.

Dobbiamo continuare a lottare contro questi luoghi infami, al fianco dei reclusi, cercando il più possibile di dare voce a chi non la ha.

Fino al giorno in cui di quelle mura non rimarrano che macerie e cenere.

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Claviere – Aggiornamento dal presidio resistente transfrontaliero

Fonte: Passamontagna

Da venerdì 14 Maggio, centinaia di persone hanno attraversato il campeggio contro le frontiere a Claviere.

Siamo ancora qui dopo dieci giorni, il campeggio si è trasformato in un presidio resistente.

La frontiera e le sue guardie non si muovono certo nell’ombra, la militarizzazione di queste montagne è ben visibile dal luogo in cui ci troviamo. Agenti della gendarmeria e della PAF (Police aux frontiéres), appostati con i loro binocoli e i loro apparecchi fotografici, calpestano giorno e notte i sentieri delle montagne che ci circondano dove ultimamente anche gli impianti del turismo sono inattivi o semideserti. Di giorno, le sagome nere delle guardie spuntano dai boschi e si muovono a piedi, in bicicletta o in 4×4 controllando il territorio, di sera i loro fari illuminano i pendii rendendo difficile l’attraversamento. Nonostante i sistemi di controllo siano elaborati (l’equipaggiamento della polizia di frontiera comprende anche telecamere e visori notturni…), questa linea invisibile viene bucata costantemente.

La frontiera è il luogo in cui si intrecciano storie di resistenza. Ogni sera sentiamo i racconti di chi ha già attraversato numerose linee di confine dai Balcani a Lampedusa e si trova ora di fronte all’ennesima barriera ma decide ancora una volta di autodeterminarsi e continuare.

Durante questa settimana siamo stat* testimoni di un crescente uso della violenza da parte delle guardie francesi.

Ci è stato riferito da persone respinte una notte di essere state colpite con una pietra da un agente nel tentativo coatto di arrestare la loro fuga.

Un’altra persona ha riportato lesioni dovute ai colpi del manganello di una guardia in agguato nel buio proprio all’inizio del sentiero, oltrepassato il confine. Storie di questo tipo non sono nuove; furti, pestaggi e intimidazioni si sono verificati numerose volte tra i sentieri e la caserma della PAF a Monginevro.

Siamo qui e qui resteremo perché queste violenze non possono rimanere invisibili. Continua a leggere

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Ceuta, Sahara occidentale e Palestina: occupazioni, apartheid e complicità europee

In questi giorni segnati dagli ennesimi bombardamenti israeliani a Gaza, migliaia di persone sono entrate in massa a Ceuta e Melilla, due enclave spagnole in territorio marocchino. La notizia è stata riportata come “una cosa pazzesca”, un fatto inedito, da molta stampa italiana ed europea. E in effetti, si tratta di un fenomeno raro in due pezzi di terra che gli accordi tra Marocco, Spagna e Unione Europea hanno provato a rendere completamente invalicabili. Un muro enorme separa lo stato sionista dai territori palestinesi, e chilometri di barriere e filo spinato illegale delimitano i confini tra quel che resta del colonialismo spagnolo e il Marocco. Più a Sud, una barriera minata consente al Marocco di mantenere un’occupazione lunga mezzo secolo nel Sahara Occidentale. Tre storie che ci parlano in maniera diversa ma affine della violenza coloniale e del suo rimosso. Ovverosia, quel processo per cui il colonizzatore “falsifica la storia, riscrive i testi, spegne i ricordi. Qualsiasi cosa pur di trasformare la sua usurpazione in legittimità[1]”

Cominciamo con lo stupore, l’indignazione o l’ostilità – dipende dai casi –  degli e delle europee di fronte alle immagini di frotte di persone che a piedi o a nuoto entrano in massa a Ceuta e Melilla, inseguite e catturate da militari dell’esercito spagnolo. Secondo le interpretazioni più affidabili, si tratterebbe di una mossa appositamente studiata dal regime marocchino per mettere pressione alla Spagna, colpevole di aver accolto nei suoi ospedali Brahim Ghali, uno dei leader del Fronte Polisario per la liberazione del Sahara Occidentale, malato di Covid. Come in tanti altri casi, la responsabilità è attribuita al Marocco, colpevole di “giocare sulla pelle” delle persone. La condanna è più che condivisibile. Muhammad VI, come Erdogan o al-Sisi, Tebboune in Algeria, Hemetti in Sudan sono dei criminali che utilizzano le migrazioni, o meglio il loro controllo funzionale alla sicurezza europea, per rafforzare il  potere autoritario. E tuttavia, a ben guardare, in questo racconto c’è molto che non torna. Proprio come nel caso dell’occupazione israeliana in Palestina siamo di fronte a delle narrazioni incomplete, mistificanti, volte ad attribuire le responsabilità a una sola parte, liberandosi delle proprie. ll processo, del resto, è molto più facile quando si tratta di spolverare il lessico dei pregiudizi antiarabi e/o islamofobi. Le cronache mediatiche non sono neutrali, si concentrano solo quello che attira l’attenzione dell’opinione pubblica e sono il riflesso – anche inconscio – degli interessi e delle preferenze di chi ha il potere di parlare. Per esempio, a nessuno/a viene in mente di interrogarsi sull’esistenza stessa di un “territorio europeo” nel mezzo del continente africano. Così come nessuno.a va a vedere quanti soldi sono stati stanziati da Spagna e EU per aumentare l’altezza delle recinzioni o l’installazione di filo spinato illegale dal lato marocchino, per “proteggere” due sputi di terra europea[2]. Ancora una volta, non si tratta  di seguire la propria agenda nazionalista del makhzen[3] marocchino sempre pronto a negoziare con i colonizzatori europei le rivendicazioni territoriali (Ceuta e Melilla) in cambio di un riconoscimento dell’occupazione territoriale (Sud Sahara). Del resto, a chi si sbalordisce dell’assalto a Ceuta non viene in mente di andarsi a vedere quante persone sono morte in mare cercando di raggiungere le isole Canarie, attraverso una rotta molto più lunga e pericolosa, di quella mediterranea[4]. Così come chi si commuove “per il salvataggio del neonato” non interessa parlare delle 12.725 lavoratrici stagionali vittime di sfruttamento, violenze, stupri, soprusi e furti che quest’anno sono arrivate in Spagna per raccogliere le fragole. Eppure, sono quattro mila persone in più rispetto a quelle giunte negli scorsi giorni?! Continua a leggere

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Aggiornamento dal CPR di Torino in rivolta

Fonte: No CPR Torino

Abbiamo sentito la voce di alcuni reclusi che con coraggio hanno voluto raccontarci quello che sta accadendo dentro il CPR di Torino.
Il ragazzo deceduto nella notte tra sabato e domenica si chiamava Musa Balde, aveva 23 anni ed era originario della Guinea. Il 9 maggio scorso era stato aggredito a colpi di spranghe da tre ragazzi italiani a Ventimiglia, luogo di frontiera, al confine con la Francia. Dopo essere stato massacrato di botte era stato portato in ospedale a Bordighera (Imperia) e dimesso con prognosi di 10 giorni per gravi lesioni ed un trauma facciale. A causa della denuncia in Questura era emersa la sua irregolarità sul territorio nazionale ed era stato portato al CPR di corso Brunelleschi a Torino dove da subito è stato rinchiuso nell’area Rossa insieme ad altri detenuti e successivamente, durante la serata di sabato, portato in isolamento all’interno della sezione denominata “Ospedaletto”. Secondo la testimonianza di un ragazzo, nonostante dimostrasse chiari segni di sofferenza causati dalle lesioni al corpo, Musa Balde non è stato mai visitato da nessun medico o membro del personale medico del CPR. Ci ha raccontato che dopo il trasferimento in isolamento, avvenuto senza una chiara motivazione, lo ha sentito urlare e chiedere l’intervento di un dottore senza mai ricevere una risposta. Domenica mattina la versione del suicidio si è diffusa rapidamente in tutte le aree del centro provocando numerose proteste tra i reclusi a causa del fatto che nessuno di loro ha creduto possibile che Musa Balde si sia potuto suicidare, accusando fin da subito la polizia ed il personale medico del CPR di quanto accaduto. Cosa è accaduto realmente durante la notte non si sa con certezza e probabilmente non si saprà mai anche perchè non c’erano altri compagni in cella con lui. E anche se ci fossero stati sarebbero stati rimpatriati rapidamente per eliminare scomodi testimoni come è già successo dopo la morte di Faisal nel 2019, avvenuto sempre all’interno del CPR di Torino nella stessa sezione di isolamento dove si trovava Musa Balde e nel 2020 dopo la morte di Vakhtang, avvenuto nel CPR di Gradisca di Isonzo. Una cosa però è certa. Ovvero che un altro ragazzo è entrato dentro un Centro di Permanenza per il Rimpatrio con le sue gambe ed è uscito dentro una bara. Ucciso dallo Stato che ha concepito e continua a giustificare questi luoghi infami.

I ragazzi reclusi all’interno dell’area Verde e dell’area Blu hanno intrapreso uno sciopero della fame rifiutando il cibo avariato che li viene fornito per protestare contro la morte del loro compagno e contro le condizioni in cui sono costretti.
Ieri sera un gruppo di solidali si è presentato sotto le mura del CPR di corso Brunelleschi per urlare la propria rabbia e sostenere chi con coraggio lotta per distruggere la propria gabbia.
Nella notte le proteste dei reclusi hanno preso forma con diversi incendi che hanno danneggiato parte dell’area Verde e dell’area Bianca.
Seguiranno aggiornamenti.

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Alta Val di Susa – Sulla camminata resistente in frontiera

Fonte: Passamontagna

Oggi pomeriggio, dal campeggio “Sconfiniamo la frontiera”, è partita una passeggiata resistente. Il corteo ha preso i sentieri dirigendosi verso Monginevro. La Gendarmerie in antisommossa si è quasi subito schierata a protezione dei campi da golf, impedendo il passaggio. I campi da golf (di proprietà di Lavazza e del comune di Monginevro) sono ogni notte teatro di una caccia all’uomo da parte della polizia di frontiera e di giorno sfruttati dall’economia devastatrice del turismo golfistico e sciistico.

Il corteo quindi è salito sulla statale, bloccandola, sottolineando ancora una volta come questa strada sia inaccessibile ad alcune persone selezionate dagli stati ma sia attraversata tutti i giorni da centinaia di camion merci.

Consapevoli che i boschi sono il luogo dove si perpetra la violenza della frontiera, ci siamo ripresi i sentieri.

Nonostante le intimidazioni della gendarmerie che ha ripetutamente lanciato lacrimogeni, i compagni e le compagne hanno resistito e sono riusciti a intrattenerli sulle pendici delle montagne, che evidentemente le guardie in antisommossa non sono abituate a percorrere.

Tra playmobil che scivolano a terra, manganelli perduti tra i prati e lacrimogeni sparati sui propri piedi, la gendarmerie ci ha regalato bei momenti.

Rispondiamo così allo sgombero di spazi occupati e solidali, una risposta che non finirà qua.

Passate domani a partire dalle 11 per partecipare alle discussioni che animeranno tutta la giornata del campeggio.

Complici e solidali coi compagnx condannati per i fatti del Brennero!

Vicinx a tutti i popoli in lotta e a chi in Palestina sta lottando per la libertà! FREE PALESTINE

SEMPRE CONTRO OGNI FRONTIERA

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Cet après-midi, une randonnée résistante est partie du camping “Sconfiniamo la frontiera”. Le cortège a emprunté les chemins et s’est dirigé vers Montgenèvre. Continua a leggere

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Le morti invisibili delle persone immigrate in Italia

Mame Dikone Samb

Le morti e le violenze sistematiche subite dalle persone immigrate in Italia spesso rimangono ignote. Un esempio emblematico è quanto successo negli ultimi giorni.

Il 25 aprile 2021 i media senegalesi  diffondono la notizia della morte di Mame Dikone Samb, avvenuta in Italia. Secondo quanto riportato da questi articoli, pubblicati a caratteri cubitali sulle prime pagine dei quotidiani locali, Mame Dikone Samb, 56 anni, nata a Ngor in Senegal e residente da diversi anni in Italia con i suoi figli a Castelli Calepio in provincia di Bergamo, sarebbe morta in seguito all’intervento dei Carabinieri, dopo un diverbio avvenuto negli uffici di una banca di Grumello del Monte (BG).

Les Echos, edizione del 26 aprile

Dopo il fermo delle forze dell’ordine, che avrebbero utilizzato una pistola taser, la donna sarebbe stata portata in caserma e in seguito sarebbe stata vittima di un infarto che ne avrebbe causato la morte. Questa notizia è cominciata a circolare il  27 aprile sui social della comunità francofona anche in Italia, senza che sui media italiani ce ne fosse traccia. La prima notizia in italiano è stata pubblicata dal sito bufale.net, che si affrettava a rilevare alcune incongruità dei resoconti pubblicati in Senegal, stranamente però dedicandosi a smontare una presunta bufala che non avuto ancora alcuna diffusione sui media italiani. Solo il 28 aprile è arrivata, da fonti italiane, la conferma di questa morte, attraverso un articolo di Africa Rivista che cita le dichiarazioni dei Carabinieri di Grumello del Monte: Mame Dikone Samb è effettivamente deceduta il 16 aprile 2021 nell’ospedale di Alzano Lombardo (per una “tromboembolia polmonare bilaterale”), dove era stata condotta dopo che i Carabinieri l’avevano fermata il 14 aprile nella banca, portata in caserma e chiamato il 118 per un trattamento sanitario obbligatorio (TSO).

L’articolo aggiunge che “La versione contrasta con quanto apparso sulla stampa senegalese, dove si parla di infarto provocato dall’uso di un taser. Il giornalista senegalese che ha ricostruito la vicenda, Sakho Malick, ha detto a Africa che vari testimoni avrebbero assistito alla scena. La famiglia della donna, che ha deciso di non parlare con la stampa, ha comunque nominato un avvocato per fare chiarezza. Dal legale abbiamo avuto conferma che è stata disposta un’autopsia che sarà effettuata presso l’Ospedale San Gerardo di Monza. Lamine Diouf,  console generale del Senegal in Italia sta seguendo da vicino gli sviluppi.”

Quello che possiamo dire è che per più di due settimane nessuno in Italia si è degnato di parlare di questa morte, che testimoni e parenti della vittima non sono stati mai ascoltati e al contrario come al solito sono stati delegittimati. Che la notizia è girata solo grazie alle proteste dei familiari e ai media senegalesi, che i primi articoli in Italia si sono concentrati sul negare o minimizzare quanto successo, che ancora una volta un tragico evento avvenuto in un contesto poco chiaro e che vede coinvolte le forze dell’ordine viene silenziato e oscurato.

12 aprile 2021

Che non è la prima volta che i trattamenti sanitari obbligatori vengono usati come strumenti di repressione contro chi protesta. Che i provvedimenti per consentire l’uso dei taser in Italia continuano ad essere deliberati, e ancora non è affatto chiaro dove e quanto queste armi vengano utilizzate.

E tutto ciò va inserito nel contesto di quanto avviene quotidianamente in Italia e vede purtroppo coinvolte le persone immigrate. Nell’ultima settimana: l’ennesima strage in mare di almeno 132 persone dirette in Italia lasciate annegate deliberatamente per mancanza di soccorsi al largo della Libia, la morte del 26enne tunisino Fares Shgater, dopo un inseguimento di polizia durante il coprifuoco a Livorno, le fucilate in strada contro tre braccianti a San Severo in provincia di Foggia, con una persona che ha perso un occhio, l’ennesimo incendio nel ghetto dei braccianti di Borgo Mezzanone, la morte di 4 braccianti a Ragusa in uno dei frequenti incidenti stradali di cui sono vittime i lavoratori delle campagne.

Sono le logiche conseguenze della sistematica violenza di un apparato di leggi e procedure istituzionali razziste, che si cerca di nascondere e mistificare facendole passare per sfortunate tragedie, e cancellando le lotte delle persone immigrate che da tempo si oppongono a tutto questo, rivendicando libertà di movimento, documenti, case, contratti, trasporti e la fine dell’apartheid e del razzismo di stato.

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