Torino – In un posto da distruggere. Aggiornamenti dal CIE/CPR

Fonte: Macerie.

Deportazioni e rimpatri

Le deportazioni continuano, più veloci che mai. Le celle del Cie torinese, nuovo Cpr, sono sempre piene. Quasi ogni giorno sbirri in borghese, militari o guardie di finanza si presentano nelle stanze e prelevano qualcuno per metterlo su un aereo o su una nave e deportarlo. Poche ore dopo o nei giorni seguenti i letti liberi vengono riempiti da nuove persone catturate per strada o mentre stavano cercando di rinnovare i documenti recandosi a ingannevoli appuntamenti in questura.

Un giorno come tanti

Ieri per esempio. Dall’area blu pare che siano stati portati via per il rimpatrio tre marocchini e quattro pakistani. Dall’area verde un altro ragazzo marocchino è stato prelevato, nonostante vivesse in Italia da vent’anni, con tutta la sua famiglia.

Negli ultimi giorni – dalle informazioni che abbiamo, quindi parziali – almeno cinque egiziani, sei o sette persone provenienti dalla Tunisia e dal Marocco sono state deportate. Alcuni si ribellano e vengono picchiati. Altri sono rassegnati e stanchi di questa prigione e dei farmaci che danno per tranquillizzare e si fanno portare via senza opporsi. Anche perché resistere significa prendersi un sacco di botte: gli sbirri si presentano in sei o sette per prelevare una persona.

Le informazioni che abbiamo provengono solo da alcune aree, due in particolare, del resto del Cie si sa molto poco e quindi c’è da immaginarsi che il numero di deportazioni sia ben più alto.

Mercoledì sono arrivati undici nigeriani nell’area blu, mentre martedì sono arrivati un filippino e un sudamericano, forse dall’Honduras. Arrivano da tutta Italia: Treviso, Udine, Milano, Genova. Uno addirittura da Reggio Calabria.

Possibile deportazione di massa a breve

Sono circa una cinquantina le persone di origine nigeriana rinchiuse nel Cpr di corso Brunelleschi. Molte di loro sono in procinto di richiedere l’asilo politico, aspettando quindi l’arrivo del diplomatico di turno per l’identificazione e il conseguente avvio dell’iter burocratico. Per facilitare questo processo pare che all’interno delle mura lavori anche una mediatrice culturale nigeriana, sul cui ruolo i reclusi non si fanno troppe illusioni: “noi lo sappiamo che lei non sta con noi. Lei sta con loro” – ribadisce un ragazzo da dentro. Secondo un filo logico non troppo chiaro, le deportazioni passate verso la Nigeria sono avvenute intorno al terzo mercoledì del mese, ma qualcuno dentro ipotizza che questa volta possa anche arrivare prima, visto l’affollamento attuale. Questi voli programmati con anticipo e cadenza costante spesso necessitano di retate selettive in giro per la città. Molte volte le macchine della polizia circondano piazze e giardinetti e portano via solo uomini e donne di una determinata nazionalità, finora per lo più nigeriani, come vogliono una serie di accordi tra Stati per il rimpatrio coatto.

Cibo da schifo, l’area blu rifiuta di mangiare

“Il cibo fa schifo, è tutto scaduto, non si può mangiare” dicono da dentro. E quasi tutta l’area blu, a parte i ragazzi appena arrivati, stanno rifiutando il cibo che gli danno da due giorni. Si arrangiano come possono, si fanno passare qualcosa dalle altre aree dove a qualcuno arrivano un po’ di provviste dall’esterno. Qualche solidale alcuni giorni fa ha portato dentro del couscous e della frutta secca ma non appena il gesto è stato ripetuto una seconda volta sono cominciati i problemi; oggi i poliziotti all’ingresso in accordo con gli operatori di Gepsa non hanno fatto passare quasi nulla del cibo che era stato portato

“Molto spesso il cibo è scaduto, c’è la data di scadenza del giorno prima. Siamo anche in Ramadan. Ci trattano peggio che degli animali.” protestano i ragazzi dentro. “Ora noi chiudiamo il cancello. E diciamo: no grazie non lo vogliamo”.

macerie @ Giugno 8, 2017

 

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Ventimiglia – Pulizie etniche di primavera

Riceviamo e diffondiamo. Per scriverci: hurriya (at) autistici.org

Arrivando a Ventimiglia in treno ci si imbatte subito in quelli che sono ormai divenuti controlli ordinari: poliziotti che individuano i possibili migranti “irregolari” sulla base del solo colore della pelle nera o comunque troppo scura: quelli cioè senza il documento giusto. Quelli ai quali deve essere impedito di salire sui treni diretti in Francia nel loro tentativo di superare la frontiera. Le pattuglie di polizia aspettano le persone in arrivo lungo le pensiline o nei sottopassaggi, nell’atrio della stazione, ma anche tutt’attorno alla stessa. Sta diventando sempre più numeroso il personale di polizia in borghese, così che ai migranti risulta più difficile individuare il pericolo e scappare.

Uscendo, nella piazzetta antistante alla stazione, si possono contare una cinquantina di migranti di ogni età e sesso, pronti a partire tentando l’attraversata indipendente, o intenti a prendere contatti con i vari passeurs, operativi sul territorio di Ventimiglia.

I migranti presenti a Ventimiglia non sono solo uomini o ragazzi di qualsiasi età: da mesi arrivano sempre più donne, avviate al viaggio verso l’Europa già attraverso le dinamiche e i ricatti della tratta o una volta in Italia, facilmente agganciate dal racket, che le sfrutta in cambio del passaggio del confine. Stanno aumentando anche gli arrivi di famiglie con bambini piccoli e comunque troppo numerose per poter pagare il servizio di un passeur: a loro resta la scelta di provare a raggiungere il confine in autonomia, attraverso pericolosi percorsi nei quali sempre più frequenti sono i casi di gravi ferite e menomazioni. Negli ultimi mesi, oltre alle cadute nei dirupi e alle lacerazioni riportate cercando di scappare dalla polizia e dai militari francesi che presidiano i monti con la Legione Straniera, cani e infrarossi, sono aumentati i decessi per investimenti su autostrada, per folgorazione sui tetti dei treni o dentro gli stipetti dei cavi elettrici tra i vagoni, dove le persone sono infilate di nascosto dai trafficanti. Continue reading

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Francia – Caso “Macchina delle espulsioni” : Dopo oltre 7 anni d’istruttoria, 4 persone saranno processate a Parigi il 23 giugno 2017

Fonte: Non Fides.

Dopo sette anni e mezzo d’istruttoria, migliaia di pagine di dossier, una quindicina di persone perquisite, arrestate, pedinate, intercettate, filmate, incriminate, incarcerate, messe ai domiciliari, obbligate a vari tipi di controlli giudiziari, alla fin fine lo Stato e la giustizia portano a processo soltanto quattro persone, il 23 giugno 2017, a Parigi. I capi d’accusa più gravi sono serviti solo a giustificare l’intensità della repressione, dato che sono caduti tutti, lasciando il posto ad accuse minori (scritte sui muri, piccoli danneggiamenti, rifiuto del prelievo del DNA e del fotosegnalamento, etc.). Cerchiamo di essere numerosi in questa occasione per esprimere la nostra solidarietà contro le frontiere e contro ogni forma di detenzione, rifiutando le categorie del potere come «innocente» e «colpevole», rifiutando la Giustizia.

Giugno 2008, già da qualche tempo al CRA (centro di detenzione amministrativa) di Vincennes si susseguono scioperi della fame, scontri con la polizia ed episodi di lotta di intensità variabile, quando Salem Souli muore di un attacco cardiaco. Il 22 giugno 2008, l’indomani, al CRA scoppia un ammutinamento generale, il centro viene completamente ridotto in cenere e i sans-papiers vengono trasferiti. Verranno condannati in dieci in un processo farsa in cui prenderanno da 8 mesi a 3 anni di reclusione in prima istanza. In solidarietà con gli/le accusat*, numerose iniziative vengono organizzate in tutta la Francia (e altrove), tra cui diversi sabotaggi di bancomat delle banche che denunciano i sans-papiers agli sbirri. Due ondate di perquisizioni vengono condotte il 15 febbraio e l’8 giugno 2010 contro una decina di compagn*, tra cui Dan, Olivier e Camille che verranno reclus* nel gennaio 2011 per periodi che vanno da una settimana a tre mesi e poi François per una settimana. Continue reading

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Deportazioni e Mistral Air

fonte: Macerie

In un comunicato stampa pubblicato qualche giorno fa dal sito di PosteItaliane la Mistral Air afferma di «non effettuare alcun servizio di trasferimento migranti né rimpatri di cittadini extracomunitari dall’Italia». La compagnia aerea di Posteitaliane, addirittura, ribadisce che «la sua attività consiste nel trasporto aereo di corrispondenza e pacchi oltre a servizio passeggeri a corto e medio raggio e qualsiasi riferimento ad operazioni che esulino da tali servizi è privo di fondamento». Vi accenniamo a questo comunicato per due ragioni, semplici entrambe. La prima è per sottolineare la mirabile faccia di bronzo di chi, dopo aver guadagnato fior di quattrini (venti milioni di euro dal 2013, tanto per fare un esempio, con circa quattrocento voli) trasportando gente incatenata come si trattasse di corrispondenza e pacchi, ora fischietta e fa finta di nulla. La seconda è per segnalarvi che, in effetti, è dal settembre scorso che non abbiam più trovato notizia di voli di espulsione gestiti da questa compagnia, dopo tre mesi durante in quali si erano man mano diradati: potrebbe essere, dunque, che la Mistral Air si sia ritirata dall’affare e che quel comunicato – con qualche aggiustamento di tempi verbali – contenga un fondo di verità.


Avran trovato affari più lucrosi? Si saran convertiti improvvisamente alla causa della Libertà per tutti? Avranno avuto altre difficoltà, rivisto il piano industriale, rimaneggiato il management? Si saranno stufati di tutti i gesti di ostilità che si son procurati in questi anni a causa dell’impegno diretto della compagnia nella macchina delle espulsioni? Si tratta di una interruzione solo temporanea? È invece una bufala, una menzogna bella e buona? Non abbiamo i mezzi, adesso come adesso, per capire cosa passi per la testa dei dirigenti della Mistral Air, e non è detto che li avremo mai.
L’unica ipotesi che ci sentiamo di escludere a priori è che in buona fede sian rimasti folgorati, come si usa dire, sulla Via di Damasco. E l’unica che non vorremmo mai escludere, alla quale teniamo da sempre, è quella che invece dimostra come sia possibile, con gli sforzi e la pazienza e l’insistenza e il coraggio di tanti, bloccare qualcuno dei mille piccoli ingranaggi che fan girare le grosse ruote delle ingiustizie.

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Egitto – Sisi incontra Trump e scatena la repressione

Ieri si sono tenuti al Cairo i funerali pubblici di giovane Yousef, 13 anni, assassinato accidentalmente da una guardia che si divertiva a sparare durante il matrimonio di sua figlia. Nonostante si conoscano i nomi dell’ufficiale e del suo complice, i due restano irreperibili e c’è da credere che lo resteranno per sempre. D’altronde si tratta solo di un altro caso, l’ennesimo, di violenza ad opera delle forze dell’ordine del regime. Il centro el-Nadeem, ancora chiuso con sigilli, in questi giorni ha presentato il rapporto di maggio: 117 sparizioni forzate, 55 casi di tortura, 38 casi negligenza medica, 8 morti in detenzione. Cifre che danno bene il senso dell’inferno che è diventato l’Egitto dal 2013.

In questi giorni in Italia ci si indigna tanto di una pubblicità sul turismo in Egitto passata sui canali della RAI. Coloro che sostengono la campagna #veritàperGiulioRegeni la considerano l’ennesima prova che il governo italiano stia tentando di normalizzare completamente i rapporti con il regime di al-Sisi. Si ragiona e si parla come se davvero ci fosse mai stata una crisi tra i due governi. Come se il ritiro dell’ambasciatore (mentre quello che stava in Egitto durante la sparizione Giulio non ha mai chiarito quali siano state le mosse sue e del governo in quei giorni) avesse mai significato qualcosa. E questo proprio nei giorni in cui l’ennesimo gruppo di 20 richiedenti asilo egiziani sbarcato in Italia ha subito un’espulsione.

Ma non si tratta solo di questo.

Nei giorni in cui Sisi incontrava quei due campioni di democrazia che sono Trump e il re Salman, il regime ha dato il via a una campagna senza precedenti di detenzione di attivisti e persone legate a quel che resta dell’opposizione. Si parla di circa 42 persone in tutte le regioni del paese. Molte di loro sono state prelevate a casa, di notte, interrogate senza avvocati, sottoposte a soprusi. Tra di loro c’è anche uno dei volti più noti di quel che resta dell’opposizione politica al regime di al-Sisi: difensore di molti prigionieri del regime, Khaled Ali è anche l’esponente più in vista del gruppo di avvocati (tra di loro c’è anche Malek Adly arrestato e messo per mesi in isolamento) che sta lottando in tutte le maniere legali possibili per evitare la cessione di Tiran e Sanafir – due isole strategiche sul Mar Rosso – ai sauditi. Inoltre sempre Khaled Ali, prima del suo viaggio a Roma dove è stato pedinato da agenti segreti, del suo arresto e del suo processo, aveva espresso l’intenzione di volersi candidare alle prossime elezioni presidenziali del 2018.

Si tratta di due temi di capitale importanza per Sisi e il regime che lo mantiene in vita. Da una parte la necessità di cedere una fetta di territorio nazionale come contraccambio per l’aiuto economico ingente che l’Arabia Saudita ha fornito e continua a fornire al regime fin dal 2013. Il tutto all’interno di un accordo strategico e diplomatico tra Arabia Saudita e Israele.
Dall’altra la paura – che qualcuno ha definito eccessiva – di avere un qualsiasi rivale “vero” alle ormai prossime elezioni. Sisi e il suo regime temono di non controllare l’ordine basato sul terrore che sono riusciti a stabilire versando quanto più sangue possibile. L’Egitto è un paese letteralmente alla fame, alla ricerca disperata di dollari che sostengano le banche. Prendiamo l’esempio delle banane il cui prezzo è aumentato del doppio alla vigilia del Ramadan: produttori e Stato preferiscono esportare (verso Eu e Russia) per accumulare dollari, anche se ciò significa lasciare alla popolazione i frutti peggiori ad un prezzo altissimo. Lo stesso dicasi per i continui sgomberi di persone e attività in tutto il paese che effettuati in nome del decoro (anche in Egitto!) nascondono ben altri interessi e speculazioni. Qualche rivolta popolare e le continue proteste dei lavoratori che non smettono di scoppiare nel paese sono l’indice della disaffezione che la popolazione nutre contro quello che agli occhi di tutti ormai è solo un tiranno corrotto come i suoi predecessori.

C’è poi la questione Isis. La propaganda della dittatura sulle forze del male, sul terrorismo che colpisce dovunque al mondo, sulla guerra all’islam radicale, nascondono una disfatta militare, politica e sociale nella regione di al-Arish (nord Sinai). I numerosi attentati alla comunità cristiana copta, di una ferocia agghiacciante, sono la dimostrazione di quello che tutt* sanno: ovverosia che il regime non ha alcun interesse (o secondo alcuni non sia capace) a proteggere la popolazione civile. Con la complicità del papa di Alessandria – e relativamente di quello di Roma – la “questione copta” serve al regime per legittimare la repressione agli occhi dei suoi meschini alleati occidentali. Poco importa poi se davvero donne e bambini vengano massacrati o la popolazione sia costretta dalle milizie jihadiste a lasciare le case. Continue reading

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Barcellona città rifugio? La realtà attraverso la voce dei/delle migranti e rifugiat*

In questi giorni anche in Italia, da Milano a Bologna, si sono svolte manifestazioni ispirate dal grande corteo di centinaia di migliaia di persone che ha avuto luogo a Barcellona il 18 febbraio 2017, organizzato dalla campagna “Casa nostra, casa vostra” con lo slogan “Vogliamo accogliere”, in favore dell’apertura delle frontiere ai rifugiati, e appoggiato sia dalla giunta locale che dal governo della Catalogna.

Abbiamo già scritto in passato della repressione della Giunta “del cambiamento” di Ada Colau e della resistenza dei lavoratori ambulanti migranti, della situazione degli altri migranti presenti in città e dello sgombero dello spazio Mukhayyam occupato da migranti e solidali, delle lotte dentro e fuori il CIE di Zona Franca, dei tentativi di attraversamento della frontiera blindata di tanti magrebini e africani a Ceuta e Melilla, per i quali non c’è alcun refugees welcome in quanto non vengono considerati rifugiati da accogliere nel paese tramite il meccanismo del ricollocamento e sono respinti direttamente alle frontiere o reclusi nei CIE e deportati. Vorremmo far conoscere ora il punto di vista delle persone “accolte” a Barcellona, che si sono autorganizzate attraverso un’assemblea, con gli altri migranti che vivono in città, per supportarsi a vicenda e lottare.
Dalle dichiarazioni dei diretti interessati si evince che in Spagna e a Barcellona, come in Italia, vige un sistema di accoglienza istituzionale che maltratta e toglie autonomia alle persone, le infantilizza e le conduce verso condizioni di marginalità, feroce sfruttamento e rischio di deportazione.
A tre mesi infatti dal corteo di Barcellona, la situazione dei rifugiati nel paese rimane difficile, l’appello rivolto dalla campagna alle autorità locali e nazionali non ha prodotto alcun risultato concreto e in tutta la Spagna al momento sono state ricollocate solo 1300 persone in totale, sulle 17.337 previste. Cosa accadrebbe invece se la solidarietà espressa nel corteo da centinaia di migliaia di persone si tramutasse in supporto concreto alle lotte portate avanti da tempo dai migranti in città: contro le retate poliziesche e l’apertura e l’esistenza del CIE, per l’occupazioni di spazi dove vivere insieme fuori dal controllo statale, contro il business dell’accoglienza e le deportazioni, per abbattere muri e recinzioni? La risposta rimane aperta…

Traduzioni da Assemblea 2 aprile Barcellona

Comunicato dell’assemblea dei migranti e rifugiati di Barcellona – 8 aprile 2017.

Domenica scorsa 2 aprile, migranti e i rifugiati si sono incontrati in una riunione congiunta per decidere i prossimi passi da intraprendere per continuare la lotta per i nostri diritti. Noi non vogliamo che la fine della campagna “Casa Nostra, Casa Vostra” rappresenti anche la fine dell’ondata di solidarietà per la popolazione migrante. Quindi, come sempre, continuiamo a lottare! L’assemblea ha deciso una prima azione da tenere Lunedi 10 aprile presso la sede del Ministero dell’Immigrazione della Generalitat de Catalunya. In questa azione vogliamo dare particolare importanza ad alcune delle nostre richieste.

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Germania – Le lotte dei/delle migranti nei centri di accoglienza a Berlino e Monaco di Baviera.

Molti credono che le proteste nell’ambito della cosiddetta “accoglienza” dei e delle migranti avvengano solo in Italia, in alcune strutture gestite da privati. Chi invece pone attenzione alle lotte portate avanti dalle persone segregate ovunque in Europa in questi tipi di centri non può che apprendere da queste stesse lotte le reali condizioni di segregazione, violenza e sfruttamento insite in un sistema che ha come presupposto la gestione e il controllo delle vite delle persone.

Traduzione da: Oplatz.


Berlino – Nel centro di accoglienza di via Brienner, le persone hanno detto basta. 22 maggio 2017. 

Negli ultimi giorni, la vita nel lager a Brienner Str. 16, Berlino, è diventata insostenibile. È ben noto che le condizioni dei lager a Berlino siano sempre pessime, ci sono sempre problemi con la salute, il cibo, il maltrattamento da parte degli agenti di sorveglianza assunti dai gestori del lager, l’igiene, ecc…

Ora nel centro di via Brienner le persone hanno detto basta. L’avvio della protesta è avvenuto qualche giorno fa: un padre stava portando un po’ di pane dalla cucina al suo bambino, che era malato, e gli agenti di sicurezza lo hanno trattato nel modo che potete vedere nei video qui di seguito, e cioè, come spesso dicono i migranti, come un animale. Continue reading

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Egitto – Il regime sa solo reprimere

L’Egitto sta attraversando una settimana particolarmente dura che ha visto arresti di attivisti, figure dell’opposizione e operai in sciopero, la detenzione di Khaled Ali (figura di spicco dell’opposizione laica, possibile candidato alle prossime elezioni, in prima linea contro la cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita), la distruzione di case, strutture e villaggi, oltre alle consuete sparizioni forzate, torture e abusi di ogni tipo. Infine, l’ultima delle misure repressive messe in atto dal regime egiziano è il blocco di 21 siti di informazione accusati di “supportare il terrorismo”. Tra questi anche Mada Masr, media egiziano del tutto indipendente e da sempre non allineato.

Una settimana che coincide con l’incontro tra Sisi, Trump e il re Salman, in cui il dittatore ha avuto conferma di beneficiare ancora di quel sostegno politico ed economico internazionale che, di fatto, mantengono in vita lui e il regime che lo appoggia.

Tuttavia, poiché la crisi economica ha ormai ridotto il paese alla fame, il malcontento è diffuso, la possibilità di sommosse popolari non è da escludere e le elezioni presidenziali ormai vicine, il regime ha scelto di proseguire nell’unica cosa che gli riesce bene: la repressione. 30 attivisti e membri di partiti dell’opposizione sono stati arrestati ad Alessandria e in altri governatorati del paese con l’accusa di “terrorismo” e in alcuni casi per “insulto al Presidente” via social media. Molti di loro sono stati prelevati a casa di notte e interrogati per diverse ore senza la presenza dei loro avvocati. Altre 40 persone sono state arrestate per non meglio specificati “crimini su internet”. Qualche giorno fa, di ritorno da un suo viaggio a Roma dove era stato pedinato da agenti del regime, l’avvocato Khaled Ali, è stato arrestato e poi rilasciato con cauzione, ma il suo processo continua “per violazione della morale pubblica”.

A essere presi di mira, come consueto, sono anche i sempre più numerosi episodi di lotta dei lavoratori. Dopo aver indetto uno sciopero iniziato il 03/04/2017, 32 operai del cementificio di Tora, sono ora sotto processo e rischiano di perdere il posto di lavoro. Le loro richieste sono quelle di essere assunti, hanno occupato il cementificio dove lavoravano, ma 24 sono stati arrestati e prelevati dal presidio che durava da 55 giorni. L’inizio del processo è previsto per il 28/05.

Ma non cessano nemmeno i soprusi di un regime il cui consenso è orami basato solo sul terrore. Il 06/05/2017 una donna, Hanan Badr, in cerca del marito sottoposto a sparizione forzata dal 27/07/2013, è stata arrestata mentre faceva visita a uno dei detenuti internati nel carcere di Al-Qanater nei pressi del Cairo, con l’accusa di raccogliere informazione sui luoghi di detenzione con finalità terroristica. Hanan è stata internata illegalmente per 15 ore all’interno di una cella nel carcere di al-Qanater, poi trasferita in un commissariato e poi la procura ha deciso la carcerazione preventiva per 15 giorni alla fine dei quali sono stati nuovamente confermati.

Libertà per tutt*!

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Saronno – 3 giugno presidio contro il Daspo Urbano

Fonte

CONTRO IL DASPO URBANO, DIFENDIAMOCI DALLA POLIZIA

Più ci si allontana da uno sguardo poliziesco sull’ambiente, più ci si avvicina allo scontro con la polizia.

Viviamo tempi mediocri.
Un’epoca orfana del sogno e della dignità, un’epoca di barbarie e di costante guerra e distruzione.
Un’epoca in cui non desta scalpore il fatto che un quotidiano nazionale di fronte ad un suicidio (ci riferiamo al ragazzo che si è tolto la vita in stazione Centrale a Milano impiccandosi) grida al degrado.
“Un corpo penzolante in pieno centro? Parbleu! Levate quella carcassa, se no arrivano le mosche!”
Ecco cosa sono le città in cui viviamo: un palcoscenico di recitanti. Ognuno ha il suo posto, ognuno ha il suo ruolo, nella grande recita collettiva di questa società che deprime le nostre vite ed esporta armi e morte in giro per il mondo. In questa fiera dell’apparenza recitiamo a tal punto la nostra parte da non riuscire nemmeno più ad individuarci come tali: attori, comparse, grazie alle quali è possibile il mondo per come è. Continue reading

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Giappone – proteste e sciopero della fame nei centri di detenzione per migranti

Pubblichiamo questo articolo che spiega brevemente la situazione vissuta nei centri di detenzione in Giappone e le proteste e lo sciopero della fame che 90 reclusx stanno portando avanti nei due più grandi lager giapponesi. In assenza di contatti diretti, ci troviamo obbligatx a utilizzare l’unica fonte al momento disponibile.

fonte: eastwest.eu

Giappone: nei centri di detenzione per migranti è scoppiata la protesta

Diverse decine di persone detenute in strutture per l’immigrazione in Giappone hanno avviato la scorsa settimana uno sciopero della fame. Chiedono alle autorità giapponesi un trattamento più umano.

È circa l’una di notte del 26 marzo quando una guardia del centro per l’immigrazione di Ibaraki, un centinaio di chilometri a nordest di Tokyo, si accorge che nella cella di Nguyen The Hung, un detenuto vietnamita sulla quarantina, c’è qualcosa di strano. L’uomo è per terra, sembra non respirare più. La guardia chiama i soccorsi. Troppo tardi, a nulla servono i primi soccorsi. Nguyen è morto.

Nelle prime ore dopo il ritrovamento, si fa strada l’ipotesi del suicidio. Ma la verità è più violenta. L’uomo, ha rivelato Reuters a inizio maggio, aveva avuto un infarto rimanendo per ore riverso sul pavimento della sua cella: la sua morte era stata completamente ignorata dal personale di guardia nella struttura.

Arrivato in Giappone nel 1998 per cercare asilo, il 47enne era stato arrestato per aver prolungato la sua permanenza nel paese del Sol Levante oltre la scadenza del suo visto e per traffico di droga. Da una settimana era stato trasferito in una cella d’isolamento per essere «monitorato» dopo aver lamentato dolori continui al collo e alla testa.

Nella struttura mancava infatti un medico di servizio a tempo pieno che lo potesse visitare e dargli un quadro completo del suo stato di salute e così il monitoraggio si traduceva nella mera somministrazione di antidolorifici da parte del personale di guardia.

Tredici morti in dieci anni

Quella di Nguyen The Hung è solo l’ultimo e più recente episodio di questo tipo nei centri di detenzione ed espulsione dei migranti illegali in Giappone. A novembre 2014, Niculas Fernando, originario dello Sri Lanka arrivato in Giappone per trovare la sua famiglia e rinchiuso in un centro per l’immigrazione di Tokyo dopo che le autorità aeroportuali avevano notato irregolarità nel suo visto turistico, muore in circostanze simili a quelle di Nguyen.

Fernando aveva fatto in tempo a vedere il figlio George dietro una barriera di plexiglass in una stanzetta dell’ufficio immigrazione dell’aeroporto di Haneda, a Tokyo. Meno di dieci giorni dopo, il suo corpo veniva ritrovato nella cella di isolamento dove era stato spostato anche lui per essere «monitorato», disteso a faccia in giù in una pozza di urina. Per giorni aveva lamentato forti dolori al petto, senza poter essere visitato da un medico. Pochi mesi prima di Fernando, un 57enne birmano e un camerunese di 43 anni, e un 33enne iraniano erano morti rispettivamente d’infarto e per soffocamento durante il pasto — probabilmente una reazione provocata dall’eccessiva assunzione di farmaci e psicofarmaci.

Proteste nei centri

Il governo giapponese ha però finora sempre smentito che le morti fossero imputabili alla negligenza del personale e tantomeno alla mancanza di assistenza sanitaria all’interno delle strutture di detenzione. Eppure un fondo di verità sembra esserci. A poco meno di due mesi dalla morte di Nguyen in due delle principali strutture di detenzione per clandestini del Giappone — a Tokyo e Nagoya, dove si contano rispettivamente 576 e 150 detenuti provenienti principalmente da Cina, Asia sudorientale e Medio Oriente — infatti è scoppiata una rara ma quanto mai significativa protesta.

Circa 90 detenuti hanno avviato uno sciopero della fame in segno di protesta contro le condizioni «disumane» in cui sono tenuti e contro la mancanza di assistenza medica. Dal 2006 sono state 13 le morti di detenuti stranieri, di cui quattro suicidi accertati. Almeno in cinque casi — compreso quello di Nguyen — la mancanza di un’assistenza sanitaria in loco — solo ad aprile, ad esempio il centro di detenzione di Ibaraki ha assunto un medico full-time e solo per i giorni feriali — ha giocato una parte fondamentale. L’aumento di questi casi tra il 2013 e il 2017 rispecchia l’aumento delle richieste d’asilo al governo giapponese, circa 8mila nel 2015, di cui solo 20 accettate.

Oltre a un miglioramento generale delle condizioni di detenzione, i migranti chiedono al governo di concedere il rilascio e la sospensione della pena detentiva. Ma tra riforma della costituzione e la storia d’amore a lieto fine della principessa Kako l’attenzione pubblica in Giappone — come anche all’estero — sembra rivolta da altre parti. Almeno per ora.

@Ondariva

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