Belgio – Il governo federale apre un nuovo centre fermé (CIE) per sole donne

Il prossimo 7 maggio, a Holsbeek (vicino la città di Leuven) due ministri dell’attuale governo apriranno ufficialmente un centre fermé (CIE) per sole donne.  Il nuovo lager che potrà contenere fino a 50 persone è un vecchio hotel situato nella periferia della città fiamminga. Dal 2013 al 2015 la struttura era stata già adoperata per alloggiare le persone richiedenti asilo in attesa di ritorno “volontario”.

Al momento attuale le donne che saranno trasferite nel nuovo lager sono tutte detenute in un’ala del centre fermé di Bruges. Quanto alle coppie saranno tutte inviate al centro 127 bis di Steenokerzeel nei pressi di Bruxelles. Prassi vuole che donne e uomini che condividono le stesse strutture detentive sono rigorosamente separate e non condividono alcuno spazio, inclusi i cortili interni.

La costruzione del centre fermé per sole donne è stata progettata nel 2017 dall’ex segretario di stato all’emigrazione Theo Francken, esponente del partito fiammingo di destra e xenofobo N-VA, uscito dal governo qualche mese fa perché contrario alla ratifica da parte del primo ministro del trattato sulle migrazioni di Marrakesh. Tra le varie misure xenofobe annunciate dal ministro c’era anche la costruzione di 3 nuovi centres fermés entro il 2021 (Holsbeek fa parte di questi).

Il Belgio detiene più di 7000 persone straniere all’anno nei centres fermés allo scopo di deportarle (per questo scopo sono stati stanziati 85 milioni di euro nel 2018). Lo scorso agosto, inoltre, il governo federale ha provveduto a costruire anche una struttura detentiva “familiare” ossia per famiglie di stranieri con figli e figlie minori al seguito (quattro o cinque famiglie di  6/8 persone possono essere detenute simultaneamente).

Nei mesi scorsi il Consiglio di Stato si era opposto alla detenzione di minori a causa dei rumori provocati dalla vicina pista di atterraggio dell’aeroporto internazionale. Qualche giorno fa il governo, che ha continuato a detenere delle famiglie, ha fatto presente di volersi adeguare al parere della corte senza tuttavia chiudere o spostare la struttura.

NoAuxCentresFermes

Libere tutti!

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Foggia – Contro gli sgomberi, per casa, documenti e contratti, il 6 maggio i lavoratori delle campagne saranno in sciopero

Fonte: Campagne in lotta

CONTRO GLI SGOMBERI, PER CASA, DOCUMENTI E CONTRATTI, IL 6 MAGGIO I LAVORATORI DELLE CAMPAGNE SARANNO IN SCIOPERO!

Sono diversi mesi che nella baraccopoli di Borgo Mezzanone vediamo le ruspe e centinaia di uomini delle forze dell’ordine, venuti per distruggere le nostre case, costruite con fatica per trovare riparo dopo una giornata di duro lavoro in campagna. La chiamano ‘Law and Humanity’, ma di umano questa operazione non ha proprio nulla. Ci trattano come animali, o nella migliore delle ipotesi come bambini stupidi. Dicono che è colpa nostra, che siamo criminali, che ci piace vivere nei ghetti, che non vogliamo accettare le proposte della Prefettura. Ma con noi non è venuto nessuno a parlare, a spiegarci quali sarebbero le alternative abitative di cui parlano i media. A meno che, quando dicono che sono venuti a parlare con noi, non si riferiscano a quella volta che la polizia si è presentata insieme alla Croce Rossa per distribuire coperte e articoli per l’igiene personale in cambio del nostro nome e cognome su una lista. A cosa servisse la lista, non ce l’hanno spiegato. Dicevano che fosse per i documenti, ma sappiamo che si tratta di menzogne: è dal 2015 che chiediamo la regolarizzazione per chi si spacca la schiena nelle vostre campagne, ma i fatti parlano da soli. Pochissimi sono riusciti ad avere quei documenti, quasi nessuno a Borgo Mezzanone. È come se la Prefettura e la Questura volessero tenerci in questo stato di irregolarità, che fa comodo a chi ci sfrutta. Per poi sgomberarci e lasciarci in mezzo ad una strada, a trovare un altro ghetto, per fare un favore ai politici che fanno campagna elettorale sulla nostra pelle, vantandosi di voler distruggere le nostre case qui a Borgo, come è già successo nel 2017 al Gran Ghetto e pochi mesi fa alla tendopoli di San Ferdinando. Le autorità sanno benissimo che darci i documenti è il primo passo necessario per svuotare i ghetti.

Ma se pensano che ci faremo incantare dai loro specchietti, hanno fatto male i conti. Il 6 maggio gli abitanti della baraccopoli di Borgo Mezzanone, e di tutti gli altri ghetti, saranno in sciopero. Sappiamo benissimo che senza di noi, l’economia di questa provincia, come di molte altre parti d’Italia, crollerebbe. È grazie a noi che le aziende agricole possono rimanere a galla anche davanti alle pratiche ricattatorie della grande distribuzione. Viviamo e lavoriamo in questo territorio, costretti ad accettare condizioni durissime, e meritiamo di essere trattati con rispetto – dalla polizia, negli uffici, per strada. Vogliamo vivere tranquilli. Il nostro lavoro deve essere pagato il giusto, dobbiamo avere i documenti per essere liberi di muoverci, e chi trae profitto dal nostro lavoro deve garantirci il trasporto e l’alloggio! Conosciamo bene le vostre leggi, le leggi che voi stessi non rispettate. Fino a quando non avremo ottenuto risposte reali e soddisfacenti, non ci fermeremo.

Ora basta!

DOCUMENTI, CASA, CONTRATTI PER TUTT*! NO AGLI SGOMBERI, NO AI CAMPI! WE STILL NEED YES!

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Bari – Tre moduli incendiati e tentativo di fuga nel CPR di Bari-Palese

Durante la scorsa notte è avvenuta una forte protesta delle persone recluse nel CPR di Bari Palese. Sono stati incendiati materassi e suppellettili in tre moduli/sezioni del lager di stato, e alcune persone sono salite sui tetti della struttura. Secondo quanto riportano i media, tre persone hanno provato a fuggire ma sono rimaste ferite cadendo e sono state portate in ambulanza in ospedale: due sono state già riportate indietro nel centro di detenzione e un’altra si trova ancora ricoverata.

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Monginevro – Resoconto della manifestazione del 20 aprile alla frontiera italo/francese

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci. hurriya [at] autistici.org

Sabato 20 Aprile 2019, ore 11, manifestazione alla frontiera italo/francese del Monginevro.

Avevamo immaginato questa manifestazione come un momento comunicativo. Bloccare gli impianti di risalita delle piste, per offrire la possibilità ai turisti di sperimentare, anche solo per pochi minuti, che cosa vuol dire trovarsi con la strada bloccata e l’impossibilità di proseguire. Un’azione dedicata a disturbare un po’ il teatrino che si ripete giorno dopo giorno, notte dopo notte, sulle piste di questa stazione sciistica. Di giorno i bianchi sfrecciano allegramente sugli sci al di là e al di qua del confine. I neri, di notte rischiano la vita per attraversarlo. Non vanno più veloci delle motoslitte con cui i poliziotti li inseguono. Se questa dicotomia ammette ovviamente alcune eccezioni, legate al possesso di documenti e denaro, descrive abbastanza bene ciò che molte persone hanno osservato e vissuto in questa zona frontaliera negli ultimi anni.

Qualcuno ci ha suggerito che il momento scelto non era quello giusto. Dai, è vero, il week end di Pasqua, per alcun* l’unica possibilità di venire ad approfittare un po’ della bella neve artificiale che i cannoni del Monginevro riversano generosamente al calar della notte. E forse dovevamo pensare di più alla mezza giornata che i pacifici maestri di sci avrebbero perso. È sembrato che ci siamo spinti un po’ oltre bloccando il passaggio. Gli sciatori non sono stati al gioco, strappandoci lo striscione teso di fronte all’ingresso della seggiovia. Lo striscione dove ricordavamo che questa frontiera e il suo sistema hanno causato la morte di quattro persone in meno di un anno.

Queste quattro persone si chiamavano Blessing, Taminou, Mamadou, e uno è rimasto ignoto. Tutte e quattro sono morte di notte. Tutte e quattro avevano scelto quel momento per attraversare la frontiera, sperando che in questo modo sarebbero scampate ai controlli polizieschi.

Insomma, ci hanno risposto a colpi di sci e d’insulti.
“Chi muore qui ? Io devo mangiare ! “. La seconda parte della frase ci sembra legittima : tutte noi dobbiamo mangiare. La prima invece… Chi sono queste persone, che sembrano conoscere cosi poco il territorio che vivono per tutta la stagione?

La loro giustapposizione illustra quello che denunciamo: l’invisibilizzazione della violenza che tanta gente subisce su queste montagne permette in qualche modo di normalizzare razzismo, discriminazione e sfruttamento. Accettare ciecamente quello che succede tutti i giorni sotto i nostri occhi senza farci domande, ci fa accontentare di risposte offerte da chi gli fa comodo lasciarci nell’ignoranza…

“Io posso passare la frontiera perché ho i documenti giusti e mio padre lavora, non fa mica lo spacciatore”. Queste alcune delle affermazioni gridate contro i manifestanti. Avremmo tanto da dire, ma forse questa frase si commenta da sola. Infine, la polizia ci ha accusato di essere troppo “virulenti”, quando abbiamo letto davanti a loro le testimonianze raccolte presso chi ha subito la violenza della PAF (polizia di frontiera). Di queste testimonianze ne abbiamo raccolte tante. E’ probabilmente il fatto di essere in contatto permanente con questa violenza che alimenta la nostra virulenza?

È seguita una rissa, tra un numero certo di poliziotti e un certo numero di manifestant* perché hanno ritenuto opportuno di procedere al fermo per identificazione di una di noi. A caso…l’unica persona nera del gruppo. Si può anche citare la facilità di linguaggio che è stata usata dal capo della polizia per indirizzare la sua squadretta: “Allontanateli tutti, prendetevi la black”. Forse potrebbe risultare scivoloso soffermarsi su questo dettaglio? Forse le milioni di persone non bianche che vivono in Francia, in Italia o che cercano di attraversare le frontiere europee avrebbero qualcosa di più da raccontare sulla strana realtà del controllo casuale basato sul colore della pelle?

Questa persona è stata messa in garde à vue presso la PAF alle 13:00, e rilasciata intorno alle 21:30. Un ultimo chiarimento, per rendere l’immagine più nitida: per circa quaranta manifestanti, sono stati mobilitati sette furgoni della gendarmeria mobile. L’intento era quello di stroncare la contestazione, come ovunque la repressione è in agguato, sembrerebbe che disturbare l’ordine delle cose o il buon funzionamento del nostro sistema economico, sia diventato intollerabile, inevitabilmente violento.

Se abbiamo commesso un errore forse è sempre quello di essere prigionieri di un sogno. La fredda rabbia che ci abita, quella causata dalla violenza, dall’indifferenza e dall’ingiustizia del sistema che vogliamo combattere in TUTTI i suoi aspetti, fa si che continueremo a disturbare, comunicare e bloccare. Solo la prossima volta saremo più creativi.

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Modena – Pillola 5: PERCHÈ MODENA. Specificità della situazione locale

Riceviamo e pubblichiamo la quinta pillola argomentativa sul significato della lotta contro il CPR e il suo ruolo in questa società, in vista del corteo del 25 aprile contro i lager di stato.
Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

PERCHÈ MODENA.

Specificità della situazione locale

Il  CIE  di  Modena  è  sempre  stato  all’avanguardia  in  tema  di  controllo,  una struttura   particolarmente   restrittiva   per   gli   internati   e   modello   per   le successive evoluzioni. Situato  nell’estrema  periferia  a  nord  della  città e costituito dal complesso del “casermone” di Sant’Anna.  Con  una  capienza iniziale  di  60  posti, esso viene aperto nel novembre del 2002 sull’onda delle campagne per la sicurezza legata all’immigrazione, portate  avanti  da  tutti  i soggetti del dibattito pubblico, partiti e livelli di governo.

Nella  sua  gestione  spiccano  i  ruoli  della “Confraternita  della  Misericordia”, capitanata  da  Daniele  Giovanardi  (fratello  dell’allora  senatore PDL,  Carlo Giovanardi) che  lo  amministra  fino  al  2012,  e  del  consorzio di  Siracusa “L’Oasi”, che subentra alla  Misericordia nel  2013,  anno  della chiusura della struttura dopo una serie di proteste e rivolte da parte delle persone rinchiuse al    suo    interno. Tuttora  l’edificio    rimane    vuoto    e    inattivo,    sebbene l’amministrazione  comunale  e  l’attuale governo nel   2018, più   volte, ne abbiano  annunciato  la ristrutturazione  per  la riapertura sotto  la  dicitura di CPR, stabilendo orientativamente giugno-luglio2019 come termine temporale e  ponendosi sulla stessa scia  della  precedente  legislatura targata  PD, che già nel 2017,con Minniti, aveva immaginato nuova vita per l’impianto modenese nel  più  grande  progetto istituzionale che prevedeva l’apertura di una gabbia per migranti in ogni regione. Poco dopo la chiusura, il destino della struttura di Modena è passato inizialmente  nelle  mani  di  una  finanziaria  di  Conegliano (Treviso), la  Finint  Revalue,  per  poi giungere sotto l’ala dell’Alba  Leasing, un’altra finanziaria partecipata  dalle  banche BPER (socio  di  maggioranza), BPM, Credito Valtellinese e Banca Popolare di Sondrio.

Vale la pena ricordare che entrambi i soggetti sopramenzionati (Misericordia e L’Oasi) hanno  avuto  una  posizione determinante  anche nel  funzionamento dell’ex CIE di Bologna che, come la struttura di Modena, è stato al centro di un meccanismo perverso fatto di  appalti  e  gare  al ribasso tra settore pubblico  e attori   privati, caratterizzato da un modello   di   gestione   orientato   alla repressione, all’umiliazione   e all’isolamento dei   migranti,   schiacciati tra vessazioni quotidiane, psicofarmaci e condizioni di vita disumane. Soprattutto  per  questo  motivo  è essenziale  rendere  chiaro  che,  al  di  là  di come sarà la struttura di Modena, che la si apra o meno, che funzioni o meno, esistono delle persone indisponibili alla sua presenza, che portano avanti una critica radicale al CPR e alla realtà che rappresenta. L’opposizione verso il futuro CPR ha finora riguardato realtà e individualità non  necessariamente  residenti a  Modena.  Se  il  governo  prevede  un  CPR  per regione, è  necessario  che  anche  chi  vi  si  oppone  adotti  una  logica  simile, dal momento  che  gli  internati  arriveranno non  solo  da  Modena,  ma  da  tutta l’Emilia Romagna.

Bisogna    aggiungere    che    il    contesto    emiliano    e quello modenese    si assomigliano   anche   per una   rinnovata   proliferazione   delle   formazioni neofasciste. Se  il  sottobosco  razzista  dell’“aiutiamoli  a  casa  loro”  è  una polveriera reazionaria,   i   fascisti  organizzati   rischiano spesso   di   fare   da   scintilla.   La diffusione    degli    episodi    di  violenza  contro  “stranieri”  e “diversi”  è preoccupante:  gli  incendi  di  baracche,  bivacchi,  roulotte o  strutture  in  cui dormono i migranti non si contano più, così come gli altri episodi di violenza. Lasciare  che  i  neofascisti  si  riorganizzino  è  pericoloso,  occorre  capire  come  si muovono, contrastarli, organizzarsi e stroncarne l’avanzata. In un territorio tradizionalmente a loro ostile come l’Emilia-Romagna, Modena è la città su cui costoro hanno scelto di provare a convergere e mettere radici. Da qualche anno a Modena esiste Terra dei Padri, centro sociale di destra sul modello  di  Casaggì  a  Firenze,  uno  spazio  in  cui trovano casa  tutte  le  anime dell’estrema destra da Lealtà Azione, passando per Veneto Fronte Skinhead fino a  Forza  Nuova.  Il  progetto  è  di  dare  agibilità  a  quei  gruppi  e  formazioni neofasciste  che sono  già  attive sul  territorio,  ma  che non  hanno  uno  spazio. Questi  gruppi,  finora  presenti  nelle  aree  periferiche  della  regione, tentano di radicarsi a  Modena, una città  strategica per l’Emilia Romagna,  per poi farvi confluire militanti da tutta l’area padana. Una lotta contro il razzismo di Stato in   questa   città   non   può   non   tenere   in   considerazione anche questa dimensione di contrasto.

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Roma – 4 maggio presidio al CPR di Ponte Galeria

fonte: Romattiva

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Modena – Pillola 4: QUALE ANTIRAZZISMO. Per un superamento del razzismo umanitarista

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

Se ci opponiamo alla riapertura dei cpr ed in generale al sistema di gestione dei migranti non è per semplice amore dell’altrui persona o spirito umanitario, ma perché nella guerra che lo Stato da sempre muove contro chi non può o non vuole essere riassorbito sappiamo bene da che parte ci troviamo.  Se contrastiamo i passi autoritari intrapresi dall’attuale governo è perché ci riconosciamo, al di là delle differenze indiscutibili legate alla storia personale e alla categoria sociale di appartenenza, nella comune sorte di essere oggetto delle manovre di sfruttamento e controllo del potere.

Guardando alla legge n.132 nel suo insieme appare quanto mai chiaro l’intento di colpire indiscriminatamente ogni marginalità, i poveri, gli esclusi e chi decide di fatto di opporsi e ribellarsi alle decisioni dello Stato e delle istituzioni. Oltre ad inasprire ed aggravare le misure volte al controllo e alla detenzione dei migranti, la stessa legge introduce nuovi crimini come l’accattonaggio, estende l’applicabilità del Daspo urbano e prevede uno smisurato aumento delle pene per reati comunemente associabili alle lotte sociali (fino a 4 anni di  carcere  per  occupazione  e  fino a 12 anni per un blocco stradale). Allo stesso tempo costringere i migranti a lavorare gratuitamente o quasi, in condizioni del tutto simili a degli schiavi, attraverso il ricatto dello status di irregolare o lo spauracchio del CPR e dell’espulsione, fornisce costantemente ai padroni nuova carne da macello e dunque la possibilità di dettare condizioni lavorative sempre peggiori per chiunque, anche chi migrante non è.

Antirazzismo implica quindi la nostra necessità di contrapporsi, alla spinta xenofoba di un governo che mira a creare costantemente divisione e conflitti tra sfruttati. Se da un lato riteniamo importante non cadere nella trappola della corsa alla condizione “meno peggio”, dietro la promessa di pezzi di benessere concessi al prezzo della vita e di qualche libertà in più, allo stesso tempo non ci interessa certo, dalla nostra posizione di privilegiati, elemosinare per altri una più equa distribuzione delle briciole.

Un tale antirazzismo è oggi più che mai espressione di opposizione allo Stato. Proprio perché il razzismo è attualmente uno strumento accentratore di consenso e forza nelle mani dello Stato, opporsi a esso significa contrastare un ulteriore e grave restringimento delle nostre libertà, le poche che ci rimangono.

Non ci interessa in alcun modo conquistare le simpatie o la benevolenza dei democratici traditi. Non ci indigniamo per lo smantellamento del sistema Sprar con conseguente perdita di lavoro per i buoni e bravi operatori dell’accoglienza, ultimo avamposto democratico e interessato contro il razzismo grillo-leghista. Non scendiamo in piazza invocando l’accoglienza degna, vantando amici immigrati a cui riservare paternaliste attenzioni. Siamo infatti convinti che questa non sia altro che la naturale evoluzione di un processo iniziato e portato a compimento grazie alla complicità di chi si indigna per questo Governo. Consideriamo nemica la superiorità morale delle sinistre, che nei migranti hanno sempre individuato una risorsa economica e di propaganda, dal momento del salvataggio in mare fino al loro impiego in lavori “volontari”, un ennesimo ricatto in nome dell’integrazione. Crediamo che questa asfissiante retorica umanitaria funzioni da leva per esasperare il conflitto tra poveri, mostrando la solidarietà come un lusso borghese per gente istruita, consapevoli che l’alleanza tra ultimi e sfruttati farebbe saltare in aria la polveriera su cui sono seduti. Speriamo di trovare la complicità di tutti coloro che non possono restare a guardare, mossi dall’odio verso gli sfruttatori, capaci di immaginare un mondo senza frontiere e senza galere.

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Sabato 20 aprile ore 11 manifestazione al colle del Monginevro

Fonte: Passamontagna

Chiamata per una manifestazione il 20/04 al colle del Monginevro e in ogni città !

Alla frontiera come ovunque, lottiamo contro le politiche migratorie.

Le frontiere non assicurano la sicurezza dei territori ma quella delle potenze finanziarie che possiedono la quasi totalità delle ricchezze di questo mondo. Questo meccanismo di identificazione, selezione ed esclusione al servizio degli interessi economici degli stati e delle industrie della sicurezza definisce tutta una popolazione di persone senza diritti, invisibilizzate e sfruttabili.
La frontiera è dappertutto, anche negli spazi quotidiani. Non si riassume in una catena di montagne che separano due spazi, né a un recinto di filo spinato. La frontiera è nelle amministrazioni che danno i titoli di soggiorno, o nei fogli di via. Dipende dallo statuto sociale : i ricchi si possono espatriare, i poveri non hanno altra scelta che quella di « migrare ». Dipende dal colore della pelle, perché se non sei bianco, i controlli sono sistematici.
Un aereo, una stazione di treni, un aeroporto, un tragitto in autobus, per alcun* sono sinonimi di viaggio. Per altr* significano retate, deportazioni, campi di concentramento.
Un hotel Ibis, una stazione di sci, luoghi di villeggiatura per alcun*, e di imprigionamento e caccia all’uomo per altr*.
Lottare contro le politiche migratorie equivale a denunciare la strategia imperialista degli stati occidentali che mantengono dei sistemi corrotti, alimentano delle guerre, sostengono dei dittatori e spingono migliaia di persone all’esilio.
Sono poi gli stessi stati che stigmatizzano e criminalizzano le persone che entrano sul territorio, cercando di ridurle ad essere una manodopera ricattabile e sfruttabile.
La frontiera è dappertutto, nelle stazioni, sui cammini, nei treni, nei centri di detenzione, nelle istituzioni…

Allora organizza una manif nella tua città o raggiungici sul colle del Monginevro, il 20 Aprile alle ore 11.

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Francia – Fuga, suicidio, rivolta e incendio nel centro di detenzione di Lione

Sabato scorso 6 persone hanno tentato la fuga dal CRA (l’equivalente dei CPR in Italia) di Saint-Exupéry a Lione. 3 di loro ci sono riuscite, le altre 3, pestate dalle guardie, sono passate dall’ospedale alla custodia cautelare prima di essere recluse di nuovo nel CRA. Questo lunedì, 15 aprile, una persona ha tentato di suicidarsi. Qui di seguito una telefonata di aiuto di un recluso registrata con il suo accordo.

Richiesta di aiuto dall’interno del CRA

Traduzione da: Crame ton CRA – Lyon

“Così, due giorni fa, ci sono stati alcuni che hanno cercato di fare un tentativo di fuga. In tre hanno avuto successo ma altri tre sono stati catturati e gravemente feriti. Sono stati sotto custodia cautelare per quarantotto ore e stavano tornando al centro. Oggi  uno di loro si è avvicinato alla porta dove c’è il filo spinato. E si è suicidato con il filo spinato. Si è strangolato con il filo spinato. La polizia non ha fatto niente, siamo noi che abbiamo preso il suo corpo. La polizia ha impiegato 25 minuti solo per portare una scala. Non era neppure lontano, giusto 200 – 300 metri. Noi abbiamo voluto recuperare il suo corpo malgrado ci fossero delle porte a separarci da lui. Allora ci siamo arrampicati e abbiamo provato a scendere dall’altra parte ma ci hanno lanciato gas, poi ci hanno picchiato e hanno usato violenza. Lascia perdere. Allora tutti hanno perso il controllo, tutti hanno iniziato a bruciare, bruciare le stanze, bruciare i materassi, bruciare tutto. Qui le persone sono trattate come dei cani. Se c’è il modo di aiutarci, qui siamo degli esseri umani e non degli animali. Ecco il nostro solo delitto: non abbiamo documenti. È il solo nostro delitto e il solo nostro problema in questa vita. Potete chiamare le associazioni, o chiamare i media o i giornalisti, o tutte le persone che offrono sostegno umanitario reale. È necessario che loro siano presenti per noi. Nessun cinema, nessun teatro. Qui ci sono degli esseri umani, non abbiam bisogno di teatro, non abbiamo bisogno di spettacolo, abbiamo bisogno di persone che lottano per noi. È una richiesta di aiuto.”

– D’accordo

“Ecco quello che voglio dire. È  per questo che oggi, davvero, c’è una persona che si è suicidata, nemmeno 20 o 25 minuti fa. C’è sangue dappertutto. Ci sono delle persone qui che sono disposte a fare anche più di questo, perché siamo trattati come dei cani. È per questo che facciamo appello a tutti. È una appello ad aiutarci.”

– D’accordo. Cosa state facendo adesso?

“In questo momento cerchiamo di calmarci ma sfortunatamente ci hanno chiusi ma tutto brucia. Ci sono delle stanze che sono già state bruciate. Sfortunatamente non c’è niente, non abbiamo altra scelta. Se restiamo qui moriremo bruciati o soffocati dal fumo. Le persone qui non ce la fanno più, è peggio di una prigione qui. È una prigione politica, non è una prigione umanitaria qui. Non è un centro di detenzione per persone migranti, è una prigione. Non è neppure la prigione, non so cosa sia. Bisogna aiutare queste persone, oggi siamo degli esseri umani, degli stranieri. Bisogna aiutarli. Non posso più parlare troppo.”

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Modena – Pillola 3: ALCUNI RESPONSABILI. Uno sguardo agli interessi internazionali

Riceviamo e pubblichiamo la terza pillola argomentativa sul significato della lotta contro il CPR e il suo ruolo in questa società.
Qui trovate la prima e la seconda.
Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

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