Belgio – Lo stato processa le persone migranti e chi le ospita

Centinaia di persone hanno manifestato lo scorso mercoledì (07-11) di fronte al palazzo di giustizia di Bruxelles in solidarietà con 12 persone accusate di organizzazione criminale e traffico di esseri umani (una di loro non si trova più sul territorio belga). Sono tutte persone ospitali, solidali del parc Maximilien (in cui risiedono decine di richiedenti asilo) e migranti ospiti presso case private. Rischiano il carcere in ragione dell’aiuto che hanno fornito ad altre persone migranti in transito nel paese. 9 di loro sono state già sottoposte all’arresto preventivo per vari mesi e alcune di loro sono ancora dentro.

Le numerose persone solidali che si sono trovate sotto il tribunale accusano il governo di stigmatizzare e criminalizzare in maniera sistematica ogni movimento di sostegno alle persone migranti in Belgio (come nel caso dell’arresto di 6 persone avvenuto dentro il centro culturale Globe Aroma a Bruxelles o del processo contro coloro che si erano opposte all’espulsione di un migrante su un aereo).

Nell’ambito di queste proteste contro il processo a migranti, a chi li ospita nelle case e solidarizza, nella notte del 2 novembre è stata compiuta un’azione di fronte a 24 commissariati di polizia dei comuni di Bruxelles e di altre città del paese per dire che “i rastrellamenti e le perquisizioni domiciliari non ci proteggono”.

In effetti, negli ultimi mesi le persone migranti stanno subendo “un reale tormento” essendo perseguitate e arrestate negli spazi pubblici, sui mezzi di trasporto, nelle stazioni e parcheggi. La maggior parte delle persone fermate vengono portate nei vari commissariati o nel centro di identificazione di Steenokkerzeel. Nel mese di ottobre sono stati registrati 111 arresti in tutto il paese. 73 di queste persone sono state rimesse in libertà. Nello stesso mese sono uscite dai centres fermés (CIE) 32 persone migranti arrestate precedentemente e con più di un mese di detenzione, 19 delle quali sono state espulse verso paesi europei (procedura Dublino), tra le quali 6 verso l’Italia. Una di loro è stata espulsa verso l’Etiopia dopo sei mesi di detenzione.

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Libia – Tentativo di fuga di massa dal campo di concentramento di Al Furhaji Sebha

In Libia le condizioni di reclusione di decine di migliaia di persone sono in continuo peggioramento. I lager gestiti dal governo e dalle milizie sono strapieni delle persone respinte in mare dalla guardia costiera, con la collaborazione dell’Italia. Le proteste, rivolte, fughe sono frequenti ma sconosciute a causa della difficoltà a comunicare con l’esterno. Ad agosto avevamo raccontato della rivolta nel lager di Tarek al Matar e in altri campi.

Stamattina 9 novembre più di 200 persone hanno forzato i cancelli del lager di Al Furhaji Sebha e sono fuggite, riuscendo a superare le guardie che hanno sparato e ferito gravemente un ragazzo. Affamate, disperate e spaventate le persone in fuga si sono dirette poi lungo le strade di Tripoli cercando di raggiungere gli uffici dell’UNHCR, per chiedere libertà e la possibilità di lasciare finalmente l’inferno della Libia. Dopo qualche ora sono state però raggiunte e circondate tutte dai camion e dai militari dell’esercito libico, che le hanno riportate indietro nel centro di detenzione, compreso il ragazzo ferito.

Ora rischiano le ritorsioni delle guardie: le persone di altri campi si dicono preoccupate su quanto potrebbe accadere a chi viene ricatturato, e sicure che gli accadrà qualcosa di brutto. Raccontano che l’ultima volta, dopo un’evasione collettiva dal campo di Bin Keshir le persone che avevano continuato a protestare nelle strade erano state catturate dalle guardie e picchiate, trasferite in vari campi e in uno di questi un fuggiasco era stato ucciso con scosse elettriche.

La situazione nei lager in Libia è perfettamente conosciuta dalle agenzie internazionali come l’OIM e l’UNHCR e dai governi europei che hanno affidato ai libici il controllo delle migrazioni. Queste agenzie internazionali sono di fatto complici delle terribili violenze che avvengono in questi luoghi di segregazione e tortura. Da giorni le 230 persone di origine eritrea ( tra le quali ci sono 56 minorenni) recluse a Al Furhaji Sebha, contattando attivisti per i diritti umani e della diaspora eritrea in Europa e con alcuni giornalisti, avevano raccontato delle condizioni nel campo. Una lettera era stata inviata alle varie agenzie, a governi, Croce Rossa, Commissioni UE etc. senza che nulla avvenisse.
Il testo della lettera del 7 novembre:

Scriviamo in relazione ai disperati appelli di aiuto che continuiamo a ricevere da 230 rifugiati eritrei in un centro di detenzione di Tripoli, Al Furghaji Sebha, gestito dalla polizia libica. Sono presenti circa 50 minori, molti sono molto malati. Ora tutti loro credono di essere stati lasciati lì a morire! Scriviamo perché, nonostante le brevissime visite degli operatori di IOM e MSF, i detenuti continuano sistematicamente a non ricevere cibo da parte della polizia libica, che sta minacciando di trasferirli in un altro centro di detenzione più nascosto e li picchia e li maltratta quando chiedono del cibo alla polizia.

Sono molto spaventati, affamati, malati e soffrono il freddo. Comprendiamo perfettamente che è probabile che voi siate a conoscenza di tutto questo, ma le condizioni sembrano essere seriamente pericolose per la vita di questi detenuti, alla polizia libica locale non ha importato di lasciare le persone per 10 giorni senza cibo o acqua pulita, fino a quando operatori dell’OMI hanno portato loro pochissimo cibo e coperte. Ma oggi sono stati lasciati senza cibo di nuovo dalla sadica polizia per tutto il giorno! Sono lasciati morire.

Comprendiamo che migliaia di rifugiati sono attualmente detenuti in condizioni orribili in molti centri di detenzione e tutti hanno bisogno di assistenza, ma questo gruppo di 230 Eritrei nel centro di Al Furghaji Sebha è stato registrato presso l’UNHCR dal gennaio 2018. Si trovano ad affrontare gravi problemi e abusi e sono attualmente in balia di una squadra di polizia violenta e sadica. Saremmo molto grati se la loro evacuazione potesse essere portata avanti con estrema urgenza.
Ieri 8 novembre era circolato un nuovo appello urgente:

L’emergenza nel centro di detenzione di Al Furhaji Sebha continua. #PortateliFuori !! Oltre 230 eritrei, tra cui 56 minori, sono affamati e malati. Dopo che MSF e OIM hanno portato del cibo “take away”, distribuito individualmente, negli ultimi tre giorni la polizia libica ha costantemente rifiutato di dare loro del cibo la sera e li ha lasciati senza cibo, dato che nessuna organizzazione ha fatto visita alla struttura.

Ieri la polizia ha minacciato i detenuti per fargli dire all’IOM che non gli piaceva il cibo “take away” e di mentire all’OIM affermando che preferirebbero che il cibo venisse affidato alla polizia e poi distribuito. Questo ovviamente con lo scopo di consentire alla polizia di esercitare il controllo sul cibo, diminuire quello consegnato ai detenuti e farne altro uso. I detenuti sono stati molto coraggiosi e hanno detto all’OIM il contrario. Hanno raccontato all’OIM le minacce della polizia e quello che avevano ricevuto l’ordine di dire. I membri dell’OIM hanno quindi parlato alla polizia separatamente e se ne sono andati. La polizia si è arrabbiata molto e ha picchiato i detenuti.  Sono in condizioni terribili e perdono la speranza. Ora ci stanno chiedendo il massimo aiuto e pubblicità possibile. Per favore, scrivi all’UNHCR Libia, OIM Libia e MSF su messenger, su twitter e via e-mail per chiedere di dare la priorità all’evacuazione di questo gruppo vulnerabile di eritrei nel centro di detenzione di Al Furhaji Sebha a Tripoli che sono in balia degli abusanti agenti di polizia libici.”

Quello che avviene realmente nei campi di concentramento è stato raccontato, in un articolo pubblicato ieri dal giornale inglese Guardian, da un eritreo recluso nel centro di detenzione di Triq al Sikka, nell’area di Tripoli.

Ho provato a raggiungere l’Europa all’inizio di quest’anno. Siamo rimasti sulla barca per 26 ore, nel mezzo del Mediterraneo, e un elicottero italiano è venuto a fare foto. Dopo questo, è comparsa la guardia costiera libica per riportarci in Libia, e ci hanno portato all’inferno. Da allora, sono stato in un centro di detenzione a Tripoli.

Ad oggi, le persone che sono qui ammalate sono state tre settimane senza farmaci per la tubercolosi, e ora pensiamo che tutti gli uomini e i ragazzi ce l’abbiano. I medici hanno smesso di presentarsi, si è interrotta la fornitura d medicine, e viviamo tutti insieme. Persino le guardie non si avvicinano a noi, e dicono agli altri di non avvicinarsi. Il posto in cui viviamo è simile a una caverna. Non ci sono finestre. Non c’è aria fresca. Condividiamo letti, tazze, quasi tutto. Per passare il tempo, preghiamo al mattino. Rimaniamo seduti. Dormiamo. È buio tutto il giorno.

Due settimane fa, un somalo si è ucciso prendendo la benzina da un generatore e dandosi fuoco. Il suo nome era Abdulaziz e aveva 28 anni. Aveva aspettato nove mesi per l’evacuazione. Era un brav’uomo: quando i funzionari dell’agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) lo visitarono, chiese loro perché aveva passato così tanto tempo in prigione. L’ultima volta che sono venuti, ci ha detto che l’UNHCR lo aveva respinto. Quindi ha preso la benzina. Aveva perso la speranza nel sostegno dell’UNHCR dopo aver atteso così tanto tempo per il trasferimento in un paese sicuro. Altri sette quest’anno sono morti a causa delle condizioni. Nessuno si assume la responsabilità per noi. Il nostro unico bisogno è lasciare la Libia, perché la Libia non ha governo. Sono eritreo, quindi non posso tornare a casa. Altre persone potrebbero avere una scelta, ma non eritrei, somali, sudanesi.

Nel frattempo i paesi dell’UE stanno giocando, specialmente l’Italia. L’Eritrea è stata colonizzata dall’Italia per un lungo periodo. Per la gente eritrea ancora non c’è libertà, e l’Italia l’ha plasmata direttamente o indirettamente. Il mio paese è una dittatura. Sembra che i paesi dell’UE non vogliano che gli africani si sviluppino, siano intelligenti, istruiti e così via. Ecco perché lo stanno facendo. Stanno uccidendo il nostro tempo, uccidendo il nostro cervello. È come la guerra fredda. Le nostre condizioni peggiorano sempre. Non c’è abbastanza cibo e la gente beve l’acqua della toilette.

E questo viene nascosto. Quando le persone esterne arrivano nei giorni di visita degli ospiti, le guardie ci danno del buon cibo, un buon ambiente, servizi igienici. Ma i rifugiati non hanno contatti con i visitatori, non abbiamo la possibilità di parlare loro dei nostri problemi. A volte li vediamo solo attraverso un piccolo foro nella porta. Quando l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi, ci ha fatto visita quest’anno, sono passato attraversato le guardie con la forza e l’ho trovato, raccontandogli ogni problema nel centro di detenzione e chiedendo perché le evacuazioni erano cessate. Mi ha detto: “Conosco tutti i problemi”. Abbiamo parlato faccia a faccia. Dopo che se ne fu andato, le guardie mi picchiarono e mi minacciarono in modo che non lo facessi più. Da quel momento, non mi è mai stato permesso uscire o parlare con nessuna organizzazione. Ecco perché sono costretto a scrivere ora con uno pseudonimo.

Quando l’UNHCR e l’Organizzazione internazionale per la migrazione (OIM) ci forniscono cose come prodotti per l’igiene o coperte, scattano alcune foto. Poi, quando se ne vanno, le guardie la riprendono e vendono tutto. IOM e UNHCR conoscono questo gioco, ma non fanno nulla. Fingono come se non lo sapessero. A volte le guardie ci picchiano di fronte a loro e loro non le fermano. Veniamo forzati a chiedere alle nostre famiglie di inviarci denaro per cibo e prodotti per l’igiene. Arriva attraverso il mercato nero e le guardie si prendono il 40%. Altrimenti moriremmo. Recentemente abbiamo cercato di abbattere la porta e scappare insieme, ma non ce l’abbiamo fatta. Le guardie ci sono venute contro con pistole e catene.

Per tutto il tempo i libici che dovrebbero prendersi cura di noi pensano solo a come ottenere più soldi dall’UNHCR. Fanno film, mentono, fingono di gestire e aiutare i rifugiati. Quando sanno che i bianchi verranno, ripuliscono, nascondono le persone che sono in cattive condizioni e quelle che hanno picchiato. Se non rovinasse così tante vite, potresti quasi ridere del modo in cui fingono: potrebbero essere attori di Hollywood.

* Thomas Issak, un rifugiato eritreo

Le “evacuazioni” dai lager, per la stragrande maggioranza delle persone, si traducono comunque in deportazioni e trasferimenti. L’OIM continua a deportare migliaia di persone nei paesi d’origine, attraverso gli pseudo “ritorni volontari”, in pratica un ricatto per accettare la deportazione pur di uscire dai campi di concentramento. L’UNHCR invece riporta indietro le persone nei campi in Niger, in attesa di un possibile futuro accesso a meccanismi di ricollocamento nei paesi europei, ricollocamenti che diventano sempre più un miraggio, come abbiamo spiegato in questo articolo.

 

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Spagna – Manifesto delle manifestazioni antirazziste dell’ 11 novembre

Traduciamo il Manifesto di convocazione delle manifestazioni contro il razzismo istituzionale previste a Madrid e in altre città della Spagna per l’11 novembre. Si tratta di una manifesto e di una mobilitazione promossa da collettivi di persone razzializzate. I contenuti critici del testo, la messa in discussione del “privilegio bianco”, la denuncia dell’atteggiamento antirazzista eurocentrico e paternalista che silenzia  e vittimizza le persone che subiscono il razzismo istituzionale sono inusuali in Italia. Proprio il giorno precedente, a Roma si terrà una manifestazione nazionale antirazzista e contro il governo. Non si può non notare come nella piattaforma di questa manifestazione non si parli dello strutturale razzismo istituzionale, di libertà di movimento, del regime delle frontiere, dei campi di concentramento detti CPR , dei lager in Libia. Nel testo non si esprime solidarietà e supporto a chi è sotto processo o paga con la galera per essersi ribellato nei CPR, negli hotspot e centri di accoglienza, a chi lotta nei ghetti e tendopoli di stato. Non si accenna nemmeno una volta ai controlli, retate, rastrellamenti, che avvengono ogni giorno nelle strade e nei luoghi dove vivono le persone razzializzate. L’assenza di questi temi non sorprende, perché, come affermano le persone che hanno dato vita alle rete che organizza queste manifestazioni “tutto questo razzismo istituzionale e strutturale è rivolto contro di noi. Sono i migranti che sono colpiti dalla violenza delle leggi razziste, sono le persone razzializzate che sono rinchiuse nei ghetti, che vengono criminalizzate e tutelate infantilizzandole, a cui viene negato il diritto di voto nonostante risiedano qui , ai musulmani/e, che sono strumentalizzati oggi per esercitare un maggiore controllo sul resto delle comunità, che vengono criminalizzati, che vengono fermati per strada o nella metropolitana dopo che un attacco terroristico è accaduto qui o centinaia di chilometri, che sono segnalate nelle aule; partendo da questo, rivendichiamo il diritto di guidare le nostre lotte. Dovremmo porre fine al complesso industriale del salvatore bianco. Questa sindrome filantropica eurobianca “che mira a salvarci”, parlare per noi e mettere sotto tutela le nostre lotte. Questo gesto di infantilizzazione è un gesto razzista, ed è portato avanti da molti gruppi bianchi, dalla sinistra o dalle ONG – può essere con buone intenzioni – ma che però mira a toglierci autorevolezza come soggetti politici. Questa è una marcia che nasce dalla propria pelle. Ciò significa che siamo noi che viviamo quotidianamente situazioni razziste, siamo noi che attraversiamo le frontiere e affrontiamo l’impalcatura degli ostacoli presenti nelle istituzioni e nelle leggi che compongono questo stato, chi meglio di noi può organizzare questa lotta?”.

Manifesto della manifestazione antirazzista dell’ 11 novembre

Traduzione da: Es Racismo

Noi comunità razzializzate afro-discendenti, diaspora africana, mora-musulmana, gitana, latinoamericana e caraibica, e asiatica, siamo i corpi oppressi dall’occidente. Siamo qui, nipoti delle indie che il colonialismo non ha potuto uccidere, delle nere che l’eurocentrismo non ha potuto sterminare e nipoti delle gitane che le retate genocide non hanno finito di annichilire.

Siamo qui, figlie delle migranti perseguitate dalle politiche razziste di Spagna, le richiedenti protezione internazionali, le senza documenti e quelle che ricordano Lucrecia Pérez Matos (ndt. Lucrecia Pérez Matos aveva 32 anni, era da poco più di un mese in Spagna. Licenziata dal lavoro senza contratto di collaboratrice domestica, era stata costretta a vivere con altre connazionali dominicane tra le rovine della Discoteca Four Roses nella periferia di Madrid e lì morì il 13 novembre 1992, quando José Luis Merino Pérez, 25 anni, le sparò. Guardia Civil di professione, appartenente a un gruppo neonazista, quel giorno lui e il suo gruppo irruppero sparando tra le rovine della discoteca per “dare una lezione ai neri”. In Spagna la morte di Lucrecia Pérez Matos è considerata come il primo omicidio razzista e xenofobo riconosciuto come tale dalle autorità giudiziarie).

Siamo le discendenti delle comunità razzializzate che la supremazia bianca d’Europa non ha potuto assassinare.

Vogliamo riversarci per le strade anche quest’anno. Questa volta senza i nostri fratelli: Mame Mbaye che morì a Lavapiés inseguito dalle retate razziste dello stato spagnolo. Ci mancano Manuel Fernández Jiménez, assassinato dalle politiche carcerarie antigitane dello stato razzista spagnolo, e Mohamed Bouderbala assassinato nel Centro di detenzione per stranieri di Archidona, Málaga.

Non ci sono nemmeno coloro che hanno perso la vita a causa delle frontiere marittime di questa penisola-fortezza, né tutti quei corpi anonimi trasformati in cifre, prodotti della necropolitca spagnola.

Tutte queste vite che ci sono state strappate per noi non sono cifre, non sono statistiche e non permetteremo diventino il loro farmaco placebo che alimenta la buona coscienza bianca dell’antirazzismo morale. Quello a cui piace mettere facce di tutte le tonalità per far partire il gioco della democrazia razziale. Questo non è altro che una strategia cosmetica che pretende di legittimare la disonestà delle persone che vengono scelte dal potere bianco per parlare a nostro nome dandosi colpi sul petto durante i periodi di elezioni. Di fronte a questo opportunismo, noi decidiamo di prenderci le strade nuovamente per rivendicare che le voci razzializzate che scoppiarono il 12 novembre, non chiedono di essere tollerate né tutelate, siamo qui per ribaltare il tavolo del gioco politico.

Stiamo qui perché non approviamo la militarizzazione delle frontiere, né le frontiere. Non vogliamo essere perseguitatx da retate razziste, né essere incarceratx nei centri di detenzione per stranierx, non vogliamo le istituzioni penitenziarie dello stato razzista, né essere deportatx. Non vogliamo che i nostri fratelli e sorelle venditorx ambulanti, siano perseguiti e criminalizzati. Non vogliamo la legge sull’immigrazione, una legge cis-sessista e razzista. Non vogliamo che le loro imprese continuino a fare estrattivismo nei nostri territori danneggiando le nostre comunità e i popoli nativi. Non vogliamo che i libri di storia continuino a cancellare la responsabilità coloniale dello stato spagnolo e i genocidi su cui si fonda. Non vogliamo camminare per strade e stazioni della metro che rendono omaggio ad assassini e schiavisti.

Oggi celebriamo collettivamente il patrimonio di nostrx antenatx e fratellanze in lotta antirazzista, facciamo una chiamata a tuttx quellx che  si confrontano ogni giorno col razzismo istituzionale e i suoi tentacoli politici. Alle sorelle che hanno affrontato il sistema di sfruttamento razzista nei campi di Huelva, a fratelli e sorelle gitanx che dopo 500 anni di assedio e persecuzione continuano a resistere orgogliosamente all’integrazionismo di stato, a fratellx manteros che ogni giorno dimostrano, davanti alle accuse della polizia, che sopravvivere non è un delitto.

A fratelli e sorelle a cui il regno di Spagna nega la protezione internazionale condannandolx all’illegalità e a chi ci dimostra ogni giorno che la nostra umanità non dipende da un documento di identità. Alle persone trans migranti e rifugiate che lottano per un nome e combattono contro il regno di Spagna che prova a cancellarlx.

Ad ognuno dei collettivi di persone razzializzate che sono stati spinti dal potere bianco ai margini di ciò che è politico e umano, è a voi che ci rivolgiamo per iniziare un processo di responsabilità politica fondato sulla rabbia che abbiamo accumulato nei secoli. Affinché tale processo attivi la conoscenza che ormai abbiamo dell’identità politica bianca e delle sue tante facce e si articoli e mobiliti a partire dall’esperienza della materialità nella quale ci hanno obbligato a sopravvivere.

Così come tutte le risorse morali, politiche e non materiali che abbiamo ereditato dai nostri antenati per costituire un soggetto politico razzializzato che una volta per tutte faccia sentire la nostra voce, e che dall’autonomia politica rivendichi lo spazio che ci appartiene. In breve, ci appelliamo alla costruzione dello strumento politico che serve per l’emancipazione di tutti i collettivi non bianchi dello Stato spagnolo, di quelli più in basso di quelli in basso.

La nostra forza risiede nella nostra capacità di creare insieme, non in collaborazione con il potere caritatevole bianco. Non dimentichiamo, ed è per questo che siamo qui, perché camminiamo sempre con la nostra lunga memoria sveglia, ricordando che non vogliamo vivere in questo mondo razzista costruito dalla bianchezza. Ricordando loro che siamo vivi, che voi europei spagnoli bianchi avete la responsabilità di riparare e di abolire tutte le strutture e l’oppressione coloniali, le istituzioni razziste e le leggi che attentano alle nostre vite.

Organizzazioni firmatarie:

MAPA 12N – Movimiento de Acción Política Antirracista Courage

Kale Amenge – Gitan@s por l@ nuestr@s Conciencia Afro

uMMA – Movimiento Moro Antirracista Kwanzaa

Migrantes Transgresorxs/Ayllu

SOS Racismo Madrid

Estudiantes Latinoamericanxs de Abya Yala

Iniciativa Comunista

Federación Estudiantil Libertaria

Colectivo de Manteros de Zaragoza

Asamblea 12N ZGZ Antirracista

Asociación Musulmana por los Derechos Humanos (AMDDHH)

Asociación de inmigrantes Senegalés de Aragón

Feministas Comunitarias de ABYA YALA Tejido España

Se suman también los tejidos de México, Colombia, Brasil, Bolivia, Chile, Suecia

Asociación de Estudiantes Antirracista Raíces de la UAM

Madrid Solidaria por Palestina

Somos Migrantes

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Roma – Torpignattara: la chiamano sicurezza ma è violenza quotidiana [15 novembre a Piazza della Marranella]

A Torpignattara la costante intensità di retate e controlli delle forze dell’ordine sta suscitando l’interesse a discuterne tra chi abita il quartiere.
Se da una parte le vicende repressive spingono nei guai chi viene colpito, il fatto che siano molto diffuse produce, inevitabilmente, l’interesse a parlarsi, raccontando i molteplici episodi, immaginando qualcosa che vada oltre la lamentela individuale, poco utile a uscire dalle difficoltà.

Nel corso degli anni, una parte delle persone che abitano il quartiere ha già organizzato delle giornate di protesta contro la criminalizzazione della popolazione immigrata che media e politici associano al terrorismo, contro la conseguente chiusura di luoghi di preghiera con pretesti burocratici e contro il muro di gomma che le amministrazioni locali oppongono alla richiesta di certificati di residenza per chi vive in quel quadrante.

Al giorno d’oggi prosegue una vera e propria caccia all’uomo nelle strade di Torpignattara.
La polizia municipale scende in campo con le sue squadrette contro i venditori ambulanti e un capillare controllo del territorio viene esercitato da uomini di qualsiasi divisa: identificazioni continue a chi cammina in strada, ripetute “visite” a piccole attività commerciali con l’intento di trovare qualsiasi pretesto per impartire pesanti multe.
Anche i numerosi bar presenti nel quartiere vengono considerati come delle tonnare dove prelevare la gente, dei luoghi di ritrovo dove le forze dell’ordine eseguono continui rastrellamenti tra la clientela.

Purtroppo, come accade sempre più spesso, lo Stato trova anche i suoi complici e, come accaduto al Pigneto, gruppi facebook e comitati di quartiere sono strumenti utilissimi per spingere le persone alla delazione.
Alcune pagine sui social network e alcuni gruppi della cosiddetta società civile hanno scelto di “intervenire” nel quartiere, segnalando semplicemente alle istituzioni ciò che non va.
Dal segnalare l’immondizia che straripa ovunque sono passati a fotografare la vicina di casa che getta il sacchetto della spazzatura accanto il secchione colmo, da questa tendenza ossessiva, quotidiana, si è arrivati a dirette video su qualsiasi episodio nel quartiere e esposti collettivi alle forze dell’ordine contro gli schiamazzi in strada, associati a bar e piccoli alimentari.
Persone che si battono il petto e piangono per le vicende legate alla morte di Stefano Cucchi, oggi sono disposte a creare lo stesso inferno al proprio vicino di casa. Esposti, denunce e segnalazioni, piuttosto che scendere da casa e parlare, anche in maniera accesa, per risolvere i problemi legati alla vita quotidiana.

In questo clima pesante, mentre qualcuno gioca al computer con la vita altrui, le ripercussioni sui singoli sono reali.
Qualcuno passa nottate intere in questura per semplici identificazioni, qualcuno viene raggiunto da decreti di espulsione e denunce, chi lavora per strada deve correre via con le bancarelle per evitare il sequestro della merce, qualche piccola attività commerciale viene costretta a chiudere in ripetute occasioni, qualche bar viene costretto alla chiusura perché “fonte di pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica” date le frequentazioni.
Sotto attacco ci sono le esistenze di tanti e tante.

Di seguito pubblichiamo il manifesto che abbiamo ricevuto via mail da chi si sta organizzando nel quartiere. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

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Milano [25 novembre] – Contro i CPR, ancora

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Il prossimo 30 novembre il Centro Accoglienza Straordinaria (CAS) per rifugiati e richiedenti asilo di via Corelli, in Milano, sarà chiuso e trasformato in un centro d’espulsione per immigrati “irregolari”.

Con questa decisione il governo di Lega e Cinque Stelle vuole marcare, innanzitutto simbolica-mente, la propria differenza rispetto all’approccio del governo precedente, che del “modello di accoglienza” milanese aveva fatto un suo fiore all’occhiello. Com’era prevedibile, la “linea Salvini” provoca malumori e resistenze da parte di numerosi soggetti e operatori che della “seconda accoglienza” avevano fatto il proprio mestiere e il modo di salvarsi l’anima in un “mondo senza cuore” com’è l’attuale.

Nel mentre riaffermiamo la “banalità di base” secondo cui non esiste una differenza sostanziale e di principio tra “Minniti e il suo mondo” da una parte e la “banda Salvini” dall’altra, così come non esiste una differenza sostanziale e di principio tra “fascismo” e “democrazia” – fra essi funzionando invece un sistema di avvicendamenti, più o meno pacifici, e porte girevoli –, vogliamo qui sottoline-are il fatto che la storia che ha portato nel 2014 alla chiusura dei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) è ora oggetto di una interessata distorsione e rimozione.
Secondo questa operazione, per nulla innocente, di riscrittura della storia i CIE sarebbero stati “superati” grazie alle pressioni esercitate, con impegno equo-solidale e spirito di partecipazione, dalla “società civile”. Le cose andarono ben diversamente: i CIE furono distrutti (ne rimangono 5 su 13) dall’azione diretta degli uomini e delle donne che vi erano rinchiusi, sostenuti da un certo numero di individui e collettivi che, all’esterno, seppero rispondere a una domanda già “classica” di fronte all’orrore e all’abominio: “Se non ora, quando?”. Ed è solo a fronte della loro palese ingovernabilità che è poi subentrato un modello più articolato e di maggiore portata, anche sul piano internazionale, com’è quello varato lo scorso anno dal ministro dell’Interno Minniti e ridefinito oggi dal suo successore Salvini. Questa e non altra è la storia di lager quali Corelli, innanzitutto, Gradisca di Isonzo, Bologna, Modena, Crotone, Torino, Lecce, Roma.

Domenica 25 novembre vogliamo farcela raccontare, per poi discuterne con loro, da compagne e compagni di varie parti d’Italia che hanno partecipato a questa storia di lotte. Per continuarla.

Punto di rottura

Domenica 25 novembre 2018
dalle ore 17.30, presso il CSOA Cox 18
via Conchetta 18 – Milano

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Gap 8 novembre – La solidarietà non si arresta – Su quei sentieri c’eravamo tutte

fonte: Chez Jesus

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Marocco – Spagna: continua l’attacco in frontiera

Era il 1998 quando con l’entrata in vigore del trattato di Schengen le due colonie spagnole di Ceuta e Melilla diventavano territorio europeo all’interno del continente africano. Il governo spagnolo venne messo sotto pressione dall’Unione Europea per creare una barriera/frontiera che marcasse bene i confini.
Venne così costruito un recinto, un elemento architettonico progettato appositamente per ferire e uccidere le persone. L’architetta Lucia Gutierrez lo spiega in maniera chiara: “l’altezza della recinzione rende la caduta mortale, la disposizione obliqua della stessa è fatta a posta per provocare la caduta ed è girata verso il Marocco, la fune tridimensionale tra recinti è di acciaio ed è disposto per catturare le gambe e, infine, il filo spinato, che sta in varie parti della struttura”.

Domenica 21 ottobre una persona è morta e una decina sono rimaste ferite in maniera grave quando circa 300 persone migranti hanno cercato di oltrepassare questa barriera che separa Melilla dal Marocco. In 208 sono riuscite a passare, accolte dai loro fratelli già presenti nel CETI (Centro de Estancia Temporal).
Tuttavia, poco meno di 24 ore dopo, 55 persone del gruppo sono state espulse dal governo spagnolo verso il Marocco. I restanti (esclusi i 10 feriti) hanno chiesto asilo politico. 3 sono minori. In poche ore, il governo spagnolo ha messo in marcia un dispositivo di identificazione accelerato, con un gruppo di 30 avvocati, per poter espellere il più rapidamente possibile chi aveva passato la recinzione di Melilla. Nonostante la presenza dei legali, si ripete una seconda volta quanto già avvenuto il 23 agosto scorso al seguito degli accordi tra Spagna e Germania (avallati dall’UE) per “aiutare” il Marocco nel controllo dei flussi migratori. Ossia l’espulsione in massa in Marocco di persone migranti di nazionalità non marocchina. Una pratica che organizzazioni dei diritti umani ha definito totalmente illegale perché non permette alle persone di avviare le procedure necessarie alla richiesta di protezione internazionale.

Sempre lo stesso giorno, inoltre, le autorità marocchine hanno deciso di espellere verso il loro paese d’origine (regione subsahariana) 141 migranti che hanno partecipato all’assalto delle frontiere di Melilla senza riuscire a passare perché arrestate dai militari marocchini. 10 dei quali, tengono a sottolineare le autorità del Marocco, sarebbero rimaste ferite durante le operazioni. Ma dall’inizio di settembre, almeno ufficialmente, il Marocco ha espulso 91 migranti, tra cui 6 minori. Altre 37 persone restano detenute. Continue reading

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Torino – Sulla sorveglianza speciale e ciò che le ruota intorno

Fonte: Macerie

INTELLIGENZA, CUORE E CAPARBIETÀ

Sulla sorveglianza speciale e ciò che le ruota attorno

Se da qualche parte bisogna pur partire per raccontare questa storia, allora cominciamo da una squadra di solerti carabinieri siti in Mirafiori che, colti dall’affanno di continue incursioni sotto le mura del CIE di rumorosi e scoppiettanti solidali con i reclusi, si impegnano a scrivere annotazioni e rovistano tra siepi e zolle di terra sospette.

Era il lontano 2015 e nel Centro di detenzione per senza documenti, uno dei pochi rimasti in Italia dopo che l’ondata di fuoco e rivolte del 2011 aveva travolto queste infami strutture, i reclusi mettevano in atto resistenze individuali o collettive, scioperi della fame e fughe mentre fuori gruppi di solidali tentavano di rallentare la ristrutturazione delle aree, anch’esse danneggiate dal fuoco delle rivolte.

I carabinieri del nostro racconto, non soddisfatti di quello che (non) stavano trovando, decidono di attendere tempi migliori e nel frattempo affastellano episodi e imbrattano fogli riportando vita, morte e miracoli di un compagno e delle lotte che porta avanti insieme ad altri in città. Tre anni dopo, quando i tempi sembrano maturi, consegnano le carte della lunga indagine nelle mani di un appassionato pm torinese che, con il materiale fornitogli, traccia il profilo del papabile Sorvegliato Speciale, personaggio che per la sua intransigenza all’autorità e le tante azioni di insubordinazione all’ordine costituito, dovrebbe destare allarme sociale e mettere in pericolo la pubblica tranquillità. Il medesimo profilo era stato appiccicato addosso, alcuni anni prima, ad altri quattro compagni torinesi che hanno poi dovuto scontare più di un anno di Sorveglianza.

La storia si ripete ora: le parole scritte in lingua di legno uscite dal Tribunale torinese hanno decretato due anni di Sorveglianza Speciale, applicata dall’agosto appena passato, ad Antonio. Continue reading

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Egitto – Alcuni aggiornamenti sulla repressione

Di ritorno dalla Repubblica Ceca per partecipare alla selezione del premio “per i diritti umani” Vaclav Havel, alla compagna e avvocata Mahienour el-Masry ancora una volta è stato ritirato il passaporto.
È lei stessa a raccontare le restrizioni e i soprusi a cui è sottopostx chi lotta e denuncia la dittatura dei militari.
“Buona sera, tre mesi fa hanno illegalmente sequestrato il mio passaporto nell’aeroporto del Cairo. Mi è stato chiesto di recarmi in una delle sedi dei servizi segreti ad Alessandria, ma essendo un gioco di forza mi sono rifiutata di andare. Tuttavia, ho fatto due cose: la prima è stata scrivere una lettera di reclamo all’avvocatura generale e la seconda è stata chiedere un’altra copia del passaporto “per smarrimento”. Ha vinto la seconda opzione, sono riuscita ad avere un nuovo passaporto, visto che legalmente non ho processi a carico.
Sono stata invitata come difensora dei diritti umani dall’ufficio Vaclav Havel in Repubblica Ceca per scegliere chi vincerà il premio annuale per i diritti umani. Ho deciso di accettare anche per vedere se sono tra le persone a cui è vietato partire o no. Le spese del viaggio sono state finanziate per metà da loro e il resto a mio carico, giusto per rispondere alle persone che se lo chiedono. Ho deciso di rendere pubblico tutto questo solo dopo che sono partita per evitare problemi con la sicurezza.
Sono nella lista delle persone che viene immediatamente richiesta, per questo vengo perquisita prima di salire sull’aereo e ancor di più quando rientro dai viaggi.
Oggi mi hanno perquisita per più di tre ore, in attesa dell’ordine dai servizi segreti di farmi partire o meno. È la stessa cosa che mi aspetta al mio rientro. Ho voluto comunicarlo anche per ringraziare tutte le persone che mi hanno sostenuta nel riavere il mio passaporto e anche perché le persone devono sapere come si è evoluta la situazione.
Alla fine, non so perché non mi hanno sequestrato il passaporto, né perché questa volta hanno deciso di farmi partire. Quello che so è che non smetteremo di vivere le nostre vite e di pretendere i nostri diritti cercando in tutte le forme possibili di pretendere il diritto alla libertà di movimento di tutte le persone”.

Nel paese, intanto, la repressione sanguinaria del regime continua senza freno. Tre oppositori politici (Sayed al-Banna, Walid Shawky and Ahmed Sabry Abu Alam) sono stati prelevati dalle loro case o da lavoro e sottoposti a sparizione forzata. Sono perseguitati per le proteste contro la cessione delle isole Tiran e Sanafin all’Arabia Saudita. Proteste accadute nel 2016 ma ancora pretesto utilizzato dal regime per mettere in galera gli oppositori politici.

L’avvocato e compagno Haitham Mohamadein e Abir Al-Sufti (membra del partito d’opposizione Pane e Libertà) pur avendo vinto contro il ricorso della procura che si era opposta alla loro scarcerazione sono da 6 giorni detenuti nei vari commissariati del regime in attesa del rilascio.

12 ultras dell’Ahly sono stati arrestati per dei cori contro un rappresentante del governo saudita presente allo stadio. Tuttavia, non esistono dei dati ufficiali di tutti i tifosi che sono detenuti nelle gabbie del regime. Dal 2011 i gruppi ultras d’Egitto, in primis quelli dell’Ahly e del Zamalek da sempre tra le forze rivoluzionarie più attive del paese, sono al centro della repressione governativa che li annovera tra le “organizzazioni terroristiche”.
Da quando il regime di Sisi è al potere sono 2300 le persone ufficialmente condannate a morte, tra cui almeno 10 minori, 83 le persone impiccate. A queste si aggiungono gli assassinii extragiudiziali. Solo quest’anno secondo dati dello stesso esercito 450 “presunti terroristi” sono stati uccisi durante le operazioni militari nel nord del Sinai che vanno avanti da anni. 77000$ dollari sono stati finora stanziati per ripagare le persone vittime di spostamento forzato.

Unica notizia positiva è la scarcerazione di Yassin, un attivista di 24 anni che ha scelto di presentarsi lui stesso in commissariato al fine di scontare una pena sospesa di due anni “per manifestazione non autorizzata” e riuscire così a vivere con maggiore libertà.

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Sardegna – Sul CPR di Macomer

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Macomer è un comune di circa 10.000 abitanti, situato nel centro Sardegna, alle pendici della catena del Marghine, di cui è anche il centro principale.

Macomer ospita il 5° reggimento del genio guastatori e il comando della 45° brigata fanteria Arborea: questi due ingombranti ospiti ne fanno una succursale della Brigata Sassari, la storica brigata dell’esercito italiano, macchiatasi di incredibili massacri in tutte le guerre del ‘900 e ancora oggi presente su tutti i fronti di guerra aperti.

Una presenza così cospicua di militari e delle loro famiglie rende Macomer un paese tendenzialmente ubbidiente e allineato, probabilmente anche questo fattore ha inciso nella scelta dell’apertura del CPR.

Il CPR, di cui in questo momento i lavori sono in corso e in fase di ultimazione (prevista per dicembre), sorgerà nell’edifico del vecchio carcere di Bonu Trau, un “piccolo” carcere chiuso cinque anni fa quando il nuovo piano carceri portò all’apertura nella sola Sardegna di quattro nuove mega strutture, dislocate lungo i quattro punti cardinali.

Il CPR dovrebbe essere in grado di “ospitare” inizialmente 50 migranti da rimpatriare, ma il progetto prevede un raddoppio della capienza, in tempi non ancora chiari. I migranti potranno essere reclusi per un massimo di 12 mesi, più un’eventuale proroga di 15 giorni, se questa dovesse rendersi indispensabile per completare l’operazione di rimpatrio. Continue reading

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