Le leggi sull’immigrazione servono a schiavizzare: approfondimento sul “lavoro volontario”

Dobbiamo chiedere ai Comuni di applicare una nostra circolare che permette di far lavorare gratis i migranti” : è la dichiarazione rilasciata il 7 Maggio da Angelino Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, prima del vertice sull’immigrazione (1). Si riferiva al lavoro “volontario” per circa 85.000 persone richiedenti asilo presenti in Italia, previsto dalla circolare n. 14290 del 27 novembre 2014 , firmata da Mario Morcone, capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno (2). In questa circolare la proposta del lavoro volontario era motivata dall’obiettivo di “ovviare ad una delle criticità connesse alla accoglienza, ossia alla “inattività dei migranti”, un fenomeno che riverbera negativamente sul tessuto sociale ospitante […] scongiurando un clima di contrapposizione nei loro confronti”.

Per la prima volta nel dibattito politico e nei media mainstream si è cominciato a parlare di questa proposta, che è già applicata da mesi in vari centri di accoglienza, pur se contenuta in una circolare, non vincolante, e non in una legge.

I progetti di “lavoro volontario” sono già attivi da tempo in decine e decine di località: lavori di pulizia di parchi,giardini, strade e piazze a San Miniato, San Casciano, Fabbriche , Rovereto, Belluno, Cesena, Modena, Bergamo, in una trentina di centri del Friuli, etc.; sistemazione di centri sportivi e scuole in provincia di Piacenza; assistenza ad anziani e bambini a Catania. A Roma in occasione del Giubileo i richiedenti asilo “faranno un pò le hostess della città, visto che parlano tante lingue” ha dichiarato l’assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Francesca Danese (3).

LA GUERRA E’ PACE, IL VOLONTARIATO E’ FORZATO

I "volontari" di San Miniato, prima della protesta

I “volontari” di San Miniato, prima della protesta

In realtà il muro di silenzio era stato incrinato, mesi fa, dalle proteste degli stessi migranti, che a San Miniato (PI) all’inizio del 2015 avevano “incrociato le braccia” interrompendo il progetto di lavoro gratuito volontario iniziato nel Settembre 2014 (quindi, come in altri casi, prima dell’emanazione della circolare) “perché secondo loro era venuto il momento di essere pagati” (4) Vale la pena riportare estesamente quanto avvenne dopo la protesta, per mettere in luce i ricatti e le pressioni subite dai migranti per accettare un lavoro non pagato sbandierato come “volontariato”. Gli assessori comunali della giunta a guida PD si precipitarono subito a parlare “con i ragazzi” ricevendo questa risposta “Perchè noi, persone come tutte le altre, dovremmo pulire le strade gratis? Questo è un lavoro, perchè non viene pagato?”. Il Comune e l’ente responsabile del centro accoglienza di San Miniato , la Misericordia di Empoli (che gestisce altri 3 centri a Empoli, Montelupo F. e Vinci, dove ha avviato analoghi progetti), si dichiararono “amareggiati della decisione dei cinque migranti e hanno lasciato intendere che il lavoro volontario è l’unica soluzione per questi migranti, tanto più che molti non hanno documenti e non potrebbero beneficiare di regolari stipendi”(5). Per il segretario cittadino del Pd “Nè il comune di San Miniato, nè gli altri enti coinvolti, hanno mai provveduto a corrispondere alcun tipo di indennità a queste persone in cambio del loro impegno, nè lo faranno in futuro. Non c’è quindi niente da negare o da togliere, perchè niente è stato mai dato o pattuito, nè c’è nessuno che si trovi sotto ricatto, tantomeno il comune o le associazioni coinvolte.” (6)

La "rivolta" sui giornali locali...

La “rivolta” sui giornali locali…

Il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia e candidato governatore Giovanni Donzelli affermò “Se gli immigrati si rifiutano di lavorare gratis per ricambiare l’accoglienza che le istituzioni hanno dato, allora la comunità smetta di farsi carico gratuitamente del loro vitto e alloggio […] se l’idea di qualcuno è che tutto sia dovuto, quindi anche il pagamento di uno stipendio, chiediamo che la Regione e gli enti locali revochino l’inserimento in questi progetti. Se il Comune non è riuscito a convincerli, si passi ai fatti e si dia posto a persone più disposte a contraccambiare ciò che viene loro offerto”(7), recandosi a sua volta al centro accoglienza per redarguire di persona i richiedenti asilo (8).

Per il vicedirettore del quotidiano toscano La Nazione “I ragazzi vengono inseriti in progetti di volontariato, compreso il nobile lavoro di spazzare le strade, con l’obiettivo di far comprendere loro cosa sia una comunità e aiutarli a sviluppare un minimo senso civico. Finora ha funzionato. Temo che dietro l’ammutinamento dei cinque di San Miniato ci sia lo zampino di qualcuno, che ha mal interpretato la legge o, ancor peggio, ha speculato sulla razza e sulla ramazza che, in caso contrario, va riconsegnata…” (9)

Tali pressioni sortirono il loro effetto, anche se “la vicenda ha ancora qualche alone di mistero” e il 1° Aprile 14 dei 17 rifugiati ospitati avevano “di loro spontanea volontà” ripreso il lavoro, “visto come un’attività per non oziare nei mesi in cui è atteso il permesso di soggiorno e per “ringraziare” dell’ospitalità ricevuta.” (10)

IL LAVORO RENDE LIBERI

Persone migranti, arrivate in Italia rischiando la vita per aggirare gli ostacoli frapposti dalla Fortezza Europa, pagando a caro prezzo i servizi di trasporto gestiti dai cosiddetti “trafficanti”, giunte con l’intento di seguire un loro progetto di vita anche in altri paesi, fermati, identificati e costretti dal regolamento Dublino 2 a fermarsi nel primo paese di arrivo, in centri accoglienza dai quali non possono allontanarsi, senza risorse economiche e privati della possibilità di poter legalmente svolgere un lavoro, in attesa per mesi e anni della risposta alla loro richiesta di asilo (che sempre più spesso viene rifiutata) e quindi in uno stato di inattività forzata, secondo gli alfieri del lavoro coatto, dovrebbero

L'ingresso del campo di concentramento di Theresienstadt

L’ingresso del campo di concentramento di Theresienstadt

lavorare gratuitamente “per sdebitarsi e rendersi utili, per ricambiare l’accoglienza, per ringraziare i loro benefattori, per integrarsi e non far arrabbiare gli autoctoni, per imparare il senso civico e cosa sia una comunità“. L’idea piace al Governo, alle amministrazioni locali e agli enti che gestiscono i centri accoglienza, come la Caritas, che si attribuisce il merito di aver spinto per l’approvazione del provvedimento “La circolare che chiede di far lavorare gratis gli immigrati nei comuni di residenza era già stata sollecitata da noi nel tavolo di coordinamento nazionale con il Viminale visto che insieme alla prefettura di Bergamo abbiamo in passato gia’ sperimentato questa iniziativa” , o la fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei (11). Gli enti locali sono ovviamente d’accordo perchè possono così far fronte alla cronica mancanza di fondi e personale dovuta ai tagli dei trasferimenti statali degli ultimi anni, come a Calizzano (SV), dove, spiega il sindaco Olivieri “i migranti si occuperanno dello sfalcio dell’erba, piccole manutenzioni e pulizia. Noi abbiamo quasi tutti ragazzi del Mali che hanno fatto i contadini e si sanno muovere nel verde, altri sono edili. Non escludiamo che in futuro si possano anche occupare della manutenzione degli autobloccanti del centro storico, sarebbe veramente importante in un momento di carenza di risorse per i Comuni. Quest’anno due operai, su cinque in pianta organica, sono andati in pensione. Con un territorio molto grande siamo in affanno, l’aiuto dei migranti sarà quindi prezioso” (12). Gli enti gestori dei centri accoglienza pure traggono vantaggio dalla “messa a lavoro” dei richiedenti asilo, sia perchè, come a Sondrio, ricevono rimborsi economici dai Comuni per poter utilizzare la forza lavoro dei richiedenti asilo da loro ospitati (13), sia e sopratutto perchè in tal modo riescono a stemperare la giusta rabbia degli “ospiti” contro i lunghi tempi di attesa per ricevere una risposta alla domanda d’asilo. Un esempio emblematico è quello di Rivarolo Canavese (TO): qui nell’Hotel Europa vivono da quasi due anni 85 migranti, provenienti sopratutto dal Mali.

Protesta dei richiedenti asilo a Rivarolo, Settembre 2014

Protesta dei richiedenti asilo a Rivarolo, Settembre 2014

I richiedenti asilo in presidio davanti l'Hotel Europa, a Rivarolo

I richiedenti asilo in presidio davanti l’Hotel Europa, a Rivarolo

Nel Settembre 2014 si assiste ad una loro protesta contro le pessime condizioni di accoglienza e per sollecitare risposte alla richiesta d’asilo. Uno dei migranti, considerato l’organizzatore della protesta, fu convocato in Prefettura e probabilmente allontanato (14). Le proteste però continuarono nel 2015 e il 6 Aprile tennero un nuovo presidio davanti all’Hotel: “Ci state prendendo in giro. Da quando siamo arrivati nessuno si è realmente interessato alla nostra situazione. Restare in albergo, avere un tetto ed un pasto, non è la nostra aspettativa di vita. Noi vogliamo integrarci, qui in Canavese, in Italia o altrove. Siamo anche disposti ad andarcene se nessuno ci vuole. Ma per farlo sono necessari documenti che attendiamo da mesi. Ci vengono continuamente promessi, ma mai consegnati” fu quanto dichiarò un portavoce dei migranti “in un italiano quasi perfetto” (15). Dopo le proteste, il 9 Maggio, fu attivato anche a Rivarolo un “progetto di volontariato”: un “servizio di assistenza e vigilanza del mercato cittadino” per tenere lontani i parcheggiatori e gli ambulanti abusivi e gli “zingari rom”. Un lavoro gratuito che inasprisce la guerra ai e tra i poveri (16). Insieme ai Comuni anche gli imprenditori ( che già sfruttano in nero il lavoro di tanti richiedenti asilo, sopratutto nelle zone agricole) intravedono ora la possibilità di utilizzarli, malgrado i “vincoli di legge”, come conferma Mauro Ferraris, direttore del Ciss: “in Ossola ne ospitiamo una cinquantina e di questi ben 42 hanno dato la loro disponibilità a partecipare a questo progetto, hanno iniziato i tirocini presso aziende private o comuni, occupandosi nei più vari settori, ristoranti, vendita di vernici, in un’azienda di lavorazione di metalli. Abbiamo cercato di individuare le singole esperienze lavorative o la loro predisposizione, ed abbiamo cercato di inserirli nel contesto più adeguato. La cosa strana è che il passaparola in Ossola sta causando nuove richieste. Ci sono vincoli di legge importanti a cui attenerci, e percorsi molto delimitati e limitati. Ai migranti vengono dati 3,40 euro all’ora per massimo 12 ore di lavoro alla settimana, tutti sono assicurati e con la copertura Inail, siamo rispettosissimi delle norme di legge. Tra i comuni che li hanno richiesti ci sono Villette, Craveggia, Villa, Viganella, Anzola, penso li destinino per la pulizia delle strade, ad esempio il sindaco di Bognanco è entusiasta del lavoro svolto dalle cinque persone che gli sono state date per la pulizia e il disboscamento del verde. Ognuno si organizza per la logistica, lavorano tutti insieme un paio di giorni alla settimana” (17)

OGGI NELLE ISTITUZIONI TOTALI, DOMANI OVUNQUE

Come spesso avviene, nuove proposte politiche vengono sperimentate prima su categorie minoritarie o considerate “deboli”, per poi essere gradualmente estese all’intera società. Sembra che sia questo il caso anche del lavoro gratuito forzato, che riguarda, come abbiamo visto, i richiedenti asilo così come i reclusi negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Ad Aversa il Comune e l’OPG hanno firmato un protocollo d’intesa per far svolgere “un’attività lavorativa di pubblica utilità a favore della collettività come strumento rieducativo” e a Gennaio due detenuti hanno “tinteggiatocon gioia, secondo la direttrice dell’OPG – le stanze aperte al pubblico della locale caserma dei carabinieri” (18). Per poter applicare certe politiche è necessario per i governanti creare prima il consenso: si dà spazio e risalto alle campagne xenofobe e razziste delle destre contro i migranti “mantenuti” a spese degli italiani, si lasciano incancrenire i problemi dei quartieri popolari, si smantellano servizi pubblici essenziali (sanità, trasporti etc.), si contrappongono gli interessi di giovani e anziani, si sposta l’attenzione sugli “sprechi” e su presunti parassiti a carico della collettività. Un esempio lampante è la trasmissione “Report” del 30 Novembre 2014, dove si è rilanciata la proposta dei “lavori forzati per i carcerati” che “dovrebbero pagarsi il mantenimento”(19)

Dai richiedenti asilo e internati al resto degli abitanti del paese il passo è breve, come illustrò il ministro del lavoro Poletti nell’Agosto 2014 alla Festa nazionale dell’Unità a Bologna:

Poletti si scaglia contro il “sistema dei sussidi“, e per farsi capire al volo il ministro usa un esempio il più concreto possibile: “Noi veniamo da una storia dove se Mario ha un problema gli diamo 300 euro per farlo stare a casa e non rompere. La nostra idea è diversa, diciamo a Mario: se esci di casa e ti dai da fare vediamo come darti una mano, e alla fine forse ti diamo anche i 300 euro. I soldi sono sempre quelli ma è la testa che è cambiata, il problema che abbiamo noi non è cambiare una regola, ma cambiare la testa di questo paese. L’Italia è l’unico paese al mondo dove i sussidi vengono erogati senza un vincolo, un obbligo, una condizionalità. Se tu sei a casa perché hai un problema e vuoi che la collettività ti aiuti, allora ti devi sentire in obbligo di uscire dalla tua condizione, devi restituire parte di quanto ti è stato dato. Noi questo lo faremo”. Il riferimento è al disegno di legge delega su ammortizzatori sociali e lavoro.” (20)

Detto fatto, a Gennaio 2015 Poletti annuncia l’avvio di #diamociunamano:

Tutti i lavoratori che beneficiano di un sostegno al reddito, dalla cassa integrazione all’indennità di disoccupazione, potranno, dal prossimo febbraio, svolgere “volontariamente” un lavoro di utilità sociale in favore della propria comunità di appartenenza. Entra nel vivo, così, con la registrazione da parte della Corte dei Conti del decreto ministeriale ad hoc, quanto previsto nel 2014 dal dl semplificazione con cui il governo avvia, di fatto, la prima forma di politica attiva sul lavoro che prevede una sorta di ‘scambio’ tra il sostegno devoluto al lavoratore e la ‘restituzione’ fornita sotto forma di attività sociale. Il ”neo-lavoratore’, infatti, non verrà retribuito ma soltanto ‘assicurato’ dall’Inail. Oggi il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, unitamente all’Anci, ha firmato un Protocollo d’intesa con il Forum nazionale del terzo settore per l’attuazione di iniziative sperimentali finalizzate ad ampliare la rete di iniziative con cui sviluppare questa forma di volontariato. Cinque essenzialmente i campi nei quali l’esperienza del Terzo settore è maggiore e per i quali è prevedibile che sia convogliata la nuova ‘forza-lavoro’ in quel che assomiglia ad un nuovo ‘servizio civile’: la tutela e cura dei beni paesaggistici; i servizi soci-assistenziali; socio-sanitari e quelli in campo educativo. I risultati, al termine della sperimentazione, saranno monitorati attentamente dal ministero del Lavoro che sta comunque lavorando all’idea di trasformare il volontariato in un obbligo legato all’erogazione di un sostegno al reddito. (21)

E così domenica 29 marzo 2015 è partita “la nuova campagna di comunicazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali #diamociunamano, la misura sperimentale – prevista dal Decreto Legge 90 del 2014 – dedicata ai cittadini che beneficiano di strumenti di sostegno al reddito e che vogliano impegnarsi in una attività volontaria nell’ambito di progetti realizzati congiuntamente da organizzazioni del terzo settore e da comuni o enti locali.” (22)

IL MODELLO ANGLOSASSONE

Il modello di riferimento al quale si ispira il ministro Poletti e in generale le cosiddette “politiche attive del lavoro” , cioè lavoro coatto per chiunque goda ancora di una qualche forma di protezione sociale, è la Gran Bretagna, che a sua volta per prima ha applicato in Europa quanto sperimentato negli Stati Uniti.

Come sottolinea Stuart Crosthwaite, attivista del “South Yorkshire Migration and Asylum Action Group”, in un articolo pubblicato sul sito della campagna nazionale “Boycott workfare”:

Slogan della campagna contro il workfare

Slogan della campagna contro il workfare

E’ importante riconoscere che molte delle misure che sono ora utilizzate per punire i disoccupati sono state testati sulle persone richiedenti asilo nel corso dell’ultimo decennio: forzata indigenza come un “stimolo” e pagamento di alcuni benefici con voucher non monetari, rimborsabili solo in alcuni negozi e spendibili solo per alcuni beni. Le persone in cerca di asilo non sono autorizzate a lavorare nel lungo periodo (che può durare anni) in cui la loro richiesta d’asilo viene esaminata.” (23)

proprio come avviene in Italia oggi.

forced-to-work-without-payLa campagna contro il lavoro coatto (definito senza eufemismi “slave labour”, lavoro schiavistico) per i richiedenti asilo in Gran Bretagna ebbe luogo nel 2005, coinvolgendo pure i sindacati e le municipalità, e dopo una protesta diffusa e il boicottaggio riuscì a vincere, costringendo il governo inglese ad abbandonare i tentativi di imporre il “volontariato” forzato (24).

Tentativi che negli anni successivi si estesero ad altre categorie:

– I 30.000 migranti considerati irregolari e in attesa di espulsione, detenuti in 13 centri, senza processo, a tempo indeterminato, da alcuni anni sono impiegati in lavori con una paga di una sola sterlina all’ora (equivalente a 1,38 euro ). Anche se i detenuti non sono costretti a lavorare, molti di loro accettano perchè hanno bisogno di soldi per l’acquisto di alimenti e beni necessari, per telefonare o per pagare gli avvocati. Nel mese di settembre 2012, le donne recluse nel centro detenzione di Yarlswood organizzarono il gruppo “Movimento per la Giustizia” e votarono una serie di richieste per un miglioramento immediato delle loro condizioni, tra le quali il salario minimo legale per i lavori svolti in stato di detenzione. Le aderenti al gruppo rifiutarono di recarsi al lavoro e furono licenziate dalla direzione in seguito alla protesta. Da allora il numero di detenuti messi al lavoro a Yarlswood è diminuito notevolmente. G4S, Serco, GEO e Mitie, le aziende private alle quali lo stato ha affidato la gestioni dei lager etnici in tutto il Regno Unito, guadagnano milioni di euro all’anno grazie al lavoro dei detenuti, così come avviene negli Stati Uniti (25)

– Si diffonde l’uso del lavoro gratuito come alternativa a brevi detenzioni relative a piccoli reati. Nel 2012/2013 i tribunali hanno imposto un lavoro non retribuito in progetti nelle comunità locali a oltre 74.000 persone, per un totale di 7 milioni di ore lavorate che equivalgono a più di 40 milioni di sterline non pagate, calcolate in base all’ammontare del salario minimo. (26)

– Nel Febbraio 2015 “Il Governo inglese ha rivelato un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta – così riportano le agenzie d’Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo – di “insegnare il valore del duro lavoro” (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l’esercito” (27)

– A fine Aprile 2015 “ disoccupati britannici di lungo corso (200.000 persone, si stima) sono stati costretti a un salto indietro di quasi due secoli. Per continuare a percepire il sussidio di circa 90 euro alla settimana che viene loro riconosciuto dovranno sottomettersi a una delle seguenti alternative: eseguire lavori socialmente utili, seguire un corso di formazione o recarsi quotidianamente al Centro per l’impiego come puro e semplice atto di devozione. Si tratta, né più né meno, di lavoro forzato, per nulla dissimile quanto ai principi che lo ispirano, da quella famosa legge sui poveri del 1834 che, proibendo ogni altra forma di assistenza, imponenva di rinchiudere i disoccupati all’interno di opifici così strettamente disciplinati e austeri da rendere per nulla invidiabile il destino di chi vi fosse stato confinato. E dove l’unica garanzia stabilita dalla legge era il diritto di non esser lasciati morire di fame. Lo scopo, oltre a quello del controllo sociale diretto sulle fasce più povere della popolazione, consisteva nello spingere gli operai ad accettare anche le più sfavorevoli condizioni di lavoro pur di non precipitare in una così spaventosa condizione. Lo stesso risultato che anche oggi, pur passando dalle costose fabbriche-carcere a più flessibili strumenti di vessazione, si vuole ottenere: rendere i disoccupati (e indirettamente anche gli occupati dall’incerto destino) sempre meno «schizzinosi», per dirla con il termine usato da un nostro exministro. (28)

Il resto d’Europa non è da meno: dal lavoro forzato per chi vuole ammortizzatori sociali, proposto da Sarkozy come uno dei punti del suo programma per le presidenziali del prossimo anno (29), ai campi di lavoro per i migranti proposti dal Leader nazionalista della destra ungherese, Viktor Orbán (30)

La gestione delle migrazioni in Europa (come altrove), dietro il velo della retorica sui diritti universali, si rivela per quella che è realmente : la gestione e lo sfruttamento globale della forza lavoro.

Volevano degli schiavi,  sono arrivati esseri umani.

Solidarietà a chi si ribella.

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