Poste Italiane dopo le deportazioni investe anche in armi

Fonte: Rompere le righe.

Il mondo delle Poste Italiane, anche se strumento sempre in mano allo Stato, a cui magari una volta ci si poteva affezionare, chi per la passione della filatelia, o per l’idea romantica della lettera che arriva dovunque al proprio innamorato o innamorata, o per la propaganda fatta dai compagni tramite pacchi e giornate intere a scrivere indirizzi, nastro adesivo e lunghi giri per spedirli, sembrano tempi sempre più lontani per via dell’introduzione della tecnologia e non solo. I tempi sono cambiati. La privatizzazione delle Poste non è solo come si dice in gergo economico un “danno ai consumatori”, ma vuol dire un’azienda che deve batter cassa: i nuovi padroni vogliono i soldi. Quindi gli investimenti devono allargarsi a quei rami economici che oggi come oggi fruttano e fanno sì che il listino in borsa salga.

Ma non siamo qui per le nostre affezionate lettere o per analisi economiche, stiamo scrivendo perché ormai comprare un maledetto francobollo è come dare soldi a degli aguzzini. Quindi è un problema morale, etico, di consequenzialità delle proprie idee. Sì, perché se già da tempo si denuncia lo sporco lavoro della Mistral Air del Gruppo Poste Italiane per quanto riguarda la deportazione dei migranti nei loro paesi d’origine, ecco che nell’ultima relazione del Ministero dell’Economia e Finanze annunciata il 21 aprile 2016 riguardo l’anno 2015 sulle “Esportazioni definitive per Istituti di credito”, per la prima volta vi appaiono proprio le Poste Italiane. Questa relazione esce ogni anno da parte del Senato e della Camera “sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” da parte delle aziende private e non. Il giro d’affari è di 927.342,99 euro, molto poco rispetto al giro d’affari di Unicredit o BNL, banche che hanno una lunga esperienza nel finanziare armamenti. Resta il fatto che il servizio che offre Poste Italiane è difficile da non utilizzare. Diciamo che boicottarla, se bastasse come pratica, sarebbe difficile, visto il servizio capillare che svolge. A chi daremmo le nostre lettere o pieghi di libri? Che alternativa autogestita si potrebbe mettere in pratica? Nessuna in questo momento, a meno che i lavoratori delle Poste non scendano in sciopero contro la guerra e le deportazioni, ma non sembra che ai postini e agli impiegati al momento tocchi molto il problema. Sta di fatto che qualcuno in varie parti d’Italia dal Nord al Sud ha già cominciato a dare un segnale contro le deportazioni, colpendo le sedi postali in vari modi. Ma d’ora in poi è dar tener conto che le Poste Italiane sono anche finanziatrici dell’industria bellica.

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