Roma – Saluto solidale alle recluse del CIE di Ponte Galeria e volantino del 26/11

riceviamo e diffondiamo:

photo_2016-11-30_12-57-02Sabato 26 novembre circa trenta solidali si sono ritrovat* per un saluto breve e rumoroso davanti alle mura del CIE di Ponte Galeria – l’unico in Italia con una sezione femminile ancora attiva – portando solidarietà alle donne recluse.

Si è scelta la data di sabato per portare un contributo alla giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne, riconoscendo come unica la lotta per l’autodeterminazione delle donne migranti, contro i CIE, le frontiere e la violenza dello Stato che opprime, reprime e imprigiona donne, trans e lesbiche per la sola ragione di non possedere regolari documenti.

Le mura dei CIE, come le frontiere tra gli Stati, sono strumenti costruiti per ostacolare quell’unione e quella solidarietà necessarie a una vera e forte lotta contro la cultura della sopraffazione e del controllo patriarcale.

All’isolamento e al silenzio ai quali lo Stato condanna le migranti recluse nel CIE, è necessario continuare a contrapporre con forza la solidarietà e la voce di chi vi si oppone, tornando ancora sotto quelle mura.

nemiche e nemici delle frontiere

Di seguito il testo del volantino distribuito durante il corteo “Non Una di Meno” del 26/11

NON ESISTE LIBERTÀ CHE NON SIA DI TUTTE

SOLIDARIETÀ ALLE PRIGIONIERE DEL CIE DI PONTE GALERIA

 

Il Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Ponte Galeria, a Roma, è l’unico CIE in Italia con una sezione femminile ancora aperta. La sezione maschile è stata chiusa lo scorso dicembre a seguito di una rivolta.

Il modello di gestione del CIE replica quello di una prigione, ma per molti versi è anche peggiore. Le condizioni di vita all’interno di questi lager sono indecenti e alle donne rinchiuse sono negati anche i bisogni più basici: ad esempio non possono ricevere visite, né possono far valere il loro fondamentale diritto alla difesa legale.

Nei CIE sono vari i tentativi di suicidio, i casi di autolesionismo e le proteste di denuncia delle condizioni di vita all’interno e della sistematica violazione dei diritti delle recluse e dei reclusi. Sono note le continue violazioni di questi diritti proprio nel CIE di Ponte Galeria.

A queste donne viene negata la libertà perché hanno deciso di prendere in mano la propria sorte, migliorare le vite proprie e quelle dei loro cari e magari perché, opponendosi ai tradizionali ruoli di cura e riproduzione a cui il regime patriarcale voleva confinarle, questa loro avventura non è finita con un lavoro da colf – ruolo privilegiato che lo stato Italiano si è dimostrato lieto di affidare alle donne non italiane.

Oggi manifestiamo a Roma insieme alle nostre compagne in Bolivia, Messico, Cile, Perù, Uruguay, Costa Rica, Guatemala, el Salvador, dove le donne hanno alzato la testa e hanno dimostrato che solo se lottano unite nessuna avrà più paura di ribellarsi.

Le mura dei CIE, come le frontiere tra gli Stati, sono strumenti per ostacolare quell’unione e quella solidarietà necessarie a una vera e forte lotta contro la cultura della sopraffazione e del controllo patriarcale.

Ispirate dall’amore per le parole che riempiono le strade del sud e del centro America “ni una menos, viva nos queremos”, riconosciamo come nostra la lotta per l’autodeterminazione delle donne migranti, contro i CIE, contro le frontiere e contro la violenza di uno stato razzista e machista.

La lotta per la libertà è e deve essere una sola e unita, deve essere la lotta di tutte, perché non esiste libertà che non sia di tutte, non esiste liberazione che non sia di tutte.

Per questo è vitale rompere l’isolamento in cui sono mantenute le ragazze prigioniere, perché sappiano che non sono sole. Come ogni mese anche a dicembre ci recheremo dunque davanti al CIE di Ponte Galeria per portare la nostra solidarietà e per comunicare con le donne recluse, tentando con le nostre voci di superare i muri che ci separano.

Appuntamento sabato 17 Dicembre ore 15:00 a Stazione Ostiense, per andare tutt* insieme sotto le mura del CIE e dimostrare la nostra solidarietà alle donne recluse.

Perché le gabbie non possono essere più larghe o più umane,

perché l’unico modo di migliorarle è distruggerle.

Freedom, Hurriya, Libertà!

 

Nemiche e nemici delle frontiere

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