Sul prelievo coatto del Dna [Ita, Fr, Es, Eng, اللغة العربية]

Fonte: Macerie.
Traduzioni a cura di Hurriya.
Shown below the translations in different languages [Ita, Fr, Es, Eng].

Da oramai più di un anno il prelievo del Dna è entrato a far parte delle procedure di rito nell’identificazione delle persone arrestate o fermate, non fanno eccezione i compagni colpiti dalle ultime inchieste. Resistere al prelievo lo trasforma in una manovra coatta, averla vinta contro i tutori dell’ordine e del controllo nelle stanze della scientifica è più che difficile . Qui di seguito l’esperienza di un compagno arrestato il 3 maggio, tutt’ora detenuto alle Vallette, che continua a domandarsi quali potrebbero essere le possibilità per opporsi.

«Scrivo qualche riga per raccontare quanto è avvenuto durante il nostro arresto di qualche giorno fa, relativamente alla permanenza nel questura di via Grattoni, a Torino. E al procedimento identificativo.

Le parole che seguono, come spero si capisca, non mirano ad impressionare nessuno, ma a condividere una piccola esperienza sulle modalità repressive della controparte, in particolare sul prelievo del Dna, di cui in Italia si sa ancora ben poco.

Appena arrivati in questura per formalizzare l’arresto siamo stati sottoposti ai controlli di rito, fotosegnalazione e prelievo delle impronte.

Una volta completata questa fase hanno iniziato a chiamarci per il prelievo del Dna; anche se in quel momento eravamo separati, come del resto in quasi tutte le fasi dell’identificazione, tutti e tutte avevamo in mente cosa fare.

Avendo già discusso sulla questione Dna e interessati a capire se ci fosse spazio di manovra per opporsi, abbiamo deciso di rifiutare il prelievo e resistere.

Una volta comunicato il nostro rifiuto, Digos e polizia scientifica hanno iniziato a parlottare, mimando gesti di quello che sarebbe stato il prelievo con la forza.

Detto ciò, io e un altro compagno, una volta messi insieme, abbiamo acceso entrambi una sigaretta. Non appena abbiamo iniziato a fumare, dopo qualche tiro, cinque agenti della Digos ci si sono gettati addosso nel tentativo di sottrarci le sigarette, dopo un po’ di strattonamenti una di queste è stata trovata, un’altra no. Così uno di noi è stato messo da parte per essere perquisito e malgrado ciò nulla è stato rinvenuto.

Un agente della Digos visibilmente innervosito dall’accaduto, è ritornato indietro e tra le cicche spente per terra, lasciate là dalle decine e decine di fermati ogni giorno e magari dagli stessi agenti della polizia, ne ha presa una a caso dal pavimento e l’ha messa in una busta con su scritto: “Dna + nome e cognome”.

Alla richiesta di verbalizzare l’accaduto è stato risposto un netto rifiuto. Dopo un’ora si è iniziato con il prelievo vero e proprio. Uno ad uno a turno siamo stati portati in un ufficio della polizia scientifica. Racconterò ciò che è accaduto a me. Sono entrato nell’ufficio e sono stato ammanettato e messo a sedere, sulla mia sinistra è stato piantato un treppiedi con una telecamera. Di fronte a me due uomini in camicia della scientifica, dietro di me 5 o 6 agenti della Digos. Due carabinieri in uniforme, infine, a presenziare alla cerimonia.

Comincia lo spettacolo, la telecamera inizia a registrare, viene aperta la busta del Ministero con il materiale, un funzionario di polizia recita una formula di rito a cui io rispondo negativamente. Tale formula ha il sapore della sentenza. Così gli agenti della Digos, aiutati dai carabinieri, si buttano su di me, mani al collo, testa all’indietro, stringono forte, cercano di farmi spalancare la bocca, mi danno colpi nel ventre e con le dita cercano di scavare le guance e nel costato. Intanto si avvicina uno dei due in camice e con il tampone mi preme con forza sulle labbra serrate. Mi tappano il naso, non riesco più a respirare, apro la bocca, l’agente ci ficca dentro il tampone per più volte. Mi lacrimano gli occhi, ho un conato di vomito, sono pieno di bava sulla faccia. L’operazione si ripete una seconda volta, sempre peggio e neanche i presenti, forse novizi della pratica, sembrano gradire la scena.

Finisce tutto, chiuso il sipario, ma senza applausi.

Queste quattro parole scritte volevano dare una fotografia su ciò che accade in caso ci si rifiuti di aprire spontaneamente la bocca, oltre che mostrare come il prelievo, come detto nella prima parte del testo, si presti alla completa arbitrarietà di chi lo effettua raccogliendo campioni un po’ come meglio crede.

Molti diranno: “Cosa ti aspettavi da un prelievo coatto? Un invito a cena?”

Personalmente mi aspettavo questo. Certo viverlo non è esattamente come pensarlo, ma ero pronto a questo. Soprattutto ero interessato a capire cosa possiamo fare, dove ci possiamo spingere, cosa ci possiamo inventare per impedire, contrastare e non normalizzare questa pratica abominevole, disgustosa come chi la esegue».

Uno degli arrestati a Torino il 3 maggio 2017

A propos de la prise forcée du ADN

“J’écris quelques mots pour ce qui s’est passé pendant notre arrêt d’il y a quelques jours, à propos de notre permanence au commissariat de Via Grattoni, en Turin. Et de la procédure d’identification.

Ces mots – et j’espère ça soit clair – n’aspirent à impressionner personne, mais à partager une petite expérience des modalités répressives de l’ennemi, en particulier à propos de la prise forcée du ADN, un sujet qui n’est pas très connu en Italie.

Quand on est arrivé au commissariat pour formaliser l’arrêt, on a été soumis aux contrôles rituels, prise de photos et des empreintes digitales.

Une fois complétée cette étape, ils ont commencé a nous appeler pour la prise du ADN ; bien que nous étions séparés l’un de l’autre – comme dans toutes les étapes de l’identification – tous et toutes savions ce qu’on devait faire.

Comme on avait déjà discuté la question du ADN et on était intéressé à comprendre s’il y avait des possibilités de s’opposer, on a décidé de refuser la prise et résister.

Une fois communiqué notre refus, la police a commencé à parler a voix basse, mimant les gestes de ce qu’aurait été la prise forcée.

Avec un autre camarade qui était avec moi, on a allumé une cigarette pour chacun. Quand on a commencé a fumer, cinq agents se sont jetés sur nous pour nous soustraire les cigarettes. Après quelques secousses, ils ont trouvé une des deux cigarettes. L’un d’entre nous a donc été isolé pour la perquisition et malgré ça rien a été trouvé.

Un agente clairement énervé pour ce qui s’était passé, est revenu et parmi les mégots éteintes – qui avaient été laissées par terre par les dizaines de personnes arrêtées chaque jour et peut-être par les agentes – il en a choisie une au hasard et l’a mise dans une enveloppe où il y avait imprimé : « ADN + prénom et nom ».

Quand on a demandé de verbaliser ce qui s’est passé, ils ont refusé. Une heure après, ils ont commencé avec la prise. Un par un, on a été amené dans un bureau de la police scientifique. Je vais raconter ce qui s’est passé avec moi. Je suis entré dans le bureau et j’ai été menotté; à gauche, il y avait une caméra. En face, deux hommes de la police scientifique, derrière moi 5 ou 6 agentes. Deux gendarmes assistaient à la cérémonie.

Le spectacle pouvait commencer, la caméra commence à enregistrer, l’enveloppe du Ministère avec le matériel est ouverte, un agente de police nous récite la formule rituelle et j’ai répondu négativement. Cette formule rassemble à un jugement. Les agentes – aidés par les gendarmes – se jettent sur moi, les mains au cou, tête en arrière, ils serrent très fort, ils cherchent de me faire ouvrir la bouche, ils me frappent au ventre et avec les doigts ils cherchent de creuser les joues et les côtes. Pendant ce temps, l’un des deux agentes de la police scientifique s’approche et avec le tampon presse fort mes lèvres serrées. Ils me bouchent le nez, je ne peux pas respirer, j’ouvre la bouche et l’agente y introduit le tampon plusieurs fois. Je pleure, j’ai la nausée, je suis plein de bave sur le visage. Cette opération a été répétée une deuxième fois, même pire et aussi les personnes présentes – peut-être débutants de cette opération – sont mal à l’aise avec cette scène.

Tout se termine, le rideau baisse, main sans applaudissements.

Le but de ces mots c’est celui de donner une image de ce qui se passe si l’un refuse d’ouvrir spontanément la bouche, et de montrer que la prise du ADN – comme j’ai déjà souligné dans la première partie du texte – est complètement sujette à la appréciation de ceux qui la réalisent, ramassant des échantillons comme ils veulent.

Beaucoup de monde pourrait dire : « Qu’est-ce que tu t’attendais à une prise forcée? une invitation à dîner ? »

Personnellement je m’attendais à ça. Evidemment le vivre n’est pas comme l’imaginer, mais j’étais prêt à tout ça. Et j’étais surtout intéressé à comprendre ce qu’on peut faire, jusqu’à où on peut arriver, qu’est-ce qu’on peut inventer pour empêcher, contraster et ne pas normaliser cette pratique abominable, dégoûtante comme ceux qui la exécutent ».

L’un des arrêtés de Turin du 3 Mai 2017

Sobre la extracción forzosa de ADN

«Estoy escribiendo estas pocas palabras para contaros lo que pasó al momento de nuestro arresto hace unos días, por lo que se refiere a nuestra permanencia en la jefatura de policía de Via Grattoni, en Turín. Y al procedimiento de identificación.

Estas palabras, como espero sea claro, no tienen el objetivo de impresionar a nadie sino lo de compartir una pequeña esperiencia de los métodos represivos del enemigo, en particular sobre lo de la extracción de ADN, asunto del que todavía se habla muy poco en Italia.

Al momento de llegar a la jefatura de policía para formalizar el arresto, tuvimos que someternos a los controles rituales, a la identificación con fotos y a la recogida de las huellas dactilares.

Una vez que esta etapa fue terminada, empezaron a llamarnos para la extracción de ADN; aunque en este momento estabamos separados – como en todas las etapas del proceso de identificación – todes sabíamos lo que hacer.

Ya habímos examinado lo de el ADN al fin de averiguar si había alguna posibilidad de oponernos, decidimos de rechazar la extracción y resistir.

Comunicamos nuestro rechazo y los agentes empezaron a hablar entre ellos, imitando a través de gestos lo que habría sido la extracción forzosa de ADN.

Con uno de mis compañeros, una vez juntos, encendimos ambos un cigarillo. En cuanto empezamos a fumar, cinco policías se lanzaron en cima de nosotros intentando sacarnos los cigarillos; después de unos tirones, uno de los cigarillos fue encontrado, el otro no. Por lo tanto, uno de nosotros fue llevado de lado para la inspección pero no conseguiron encontrar nada.

Un agente claramente nervioso por lo que había pasado, volvió para tomar del suelo una colilla entre las decenas de colillas dejadas cada día por los detenidos y quizás por los mismos agentes y la puso en un sobre que llevaba escrito: “ADN + nombre y apellido”.

Cuando pedimos que lo que había pasada fuese constado, nos dijeron claramente que no. Después de una hora, empezaron con la extracción. Nos llevaron cada uno en un despacho de la policía científica. Voy a contar lo que me pasó a mí. Pasé al despacho y me pusieron esposas y me hicieron sentar. A la izquierda había una cámara. Delante de mí habían dos forenses y detrás 5 o 6 agentes. Por último, habían también dos carabineros asistiendo a la ceremonia.

El show podía empezar: la camára empieza a grabar, abren el sobre del Ministerio con el material, un agente interpreta la formulación ritual a la que yo contesto negativamente. Esta formulación ya tiene el sabor de una condena. Los agentes, respaldados por los carabineros, se lanzaron sobre mí, las manos al cuello, cabeza por atrás, apretaron muy fuerte, intentaron abrirme la boca, me golpearon en el vientre y con los dedos intentaron cavar las mejillas y las costillas. Mientras tanto, uno de los dos forenses se acerca y con un tampón me presiona con fuerza los labios cerrados. Me tapan la nariz, no puedo respirar, abro la boca, el agente mete el tampón muchas veces. Me lloran los ojos, empiezan arcadas, estoy lleno de baba en la cara. La operación se repite otre vez, peor y tampoco los que estaban ahí, quizás principiantes de esta práctica, disfrutan de esta escena.

Todo acaba, el telón baja pero sin aplausos.

Estas palabras intentan ofrecer una foto de lo que pasa si una persona se opone de abrir voluntariamente la boca, además de mostrar como la extracción – como ya dije en la primera parte del texto – esté sujeta a la completa arbitrariedad de los que la efectuan, recogiendo muestras como mas les dé la gana.

Muchos podrían decir: “Que esperabas de una extracción forzosa? Un invito a cenar?”

Personalmente esto es lo que esperaba. Claro es que vivirlo no es lo mismo que imaginarlo, pero estaba listo. Sobre todo estaba interesado a comprender lo que podemos hacer, hasta donde podemos llegar, lo que podemos inventar para impedir, oponernos y no normalizar esta práctica abominable, asquerosa como los que la actuan».

Uno de los detenidos en Turín el 3 de Mayo 2017

On the forced DNA collection

“I wrote a few lines to report what happened during our arrest a few days ago,concerning the permanence in the central police station of Grattoni street in Turin and the identification procedure.The words that follow, as I hope you’ll understand, are not aimed at impressing anyone, but at sharing a little experience on the oppressive methods of the counterpart, especially as to the collection of the DNA, which is still quite unknown in Italy. As soon as we arrived at the police station to formalize the arrest, we were subjected to the service checks, photo-marking and fingerprints. Once this phase was completed, they started calling us to provide our DNA; even though at that moment we were separated, as in almost all the phases of the identification procedure, all of us had in mind what to do.

Since we already discussed the DNA problem and wondered if there was chance to fight, we decided to reject the collection and resist it.

Once we reported our rejection, digos (political police, ndr) and the forensic police began to talk, mimicking gestures of the way they would forcibly obtain a sample.

That said, another comrade and me, once put together, we both lighted a cigarette. As soon as we started to smoke, after a few puff, five digos agents pounced on us in the attempt to steal the cigarettes; after a bit of jerks, one of them was found, the other was not. So one of us was set aside to be searched and despite that nothing was found. A digos agent, visibly nervous because of what had just happened, came back and took randomly a stub turned off on the ground, one of the stubs tossed there by the dozens of people stopped every day by police, and perhaps by the same police officers; he put it in a case on which it was written “Dna + name and surname”.

The request of verbalizing the event was clearly rejected. After an hour, the real DNA collection started. We were taken one by one to a forensic police office. I’ll tell you what happened to me. I went into the office and was handcuffed and sat down, on my left a tripod with a camera was planted. In front of me two men wearing the lab coat of forensic police, behind me 5 or 6 Digos agents. Two carabinieri in uniform, finally, to attend the ceremony.

The show begins, the camera starts to record, the Ministry case containing the material is opened, a police officer recites a service formula to which I answer negatively.

This formula tastes like a sentence. So Digos’s agents, assisted by carabinieri, assault me, hands in the neck, head back, they tighten tight, try to open my mouth, they hit me in the belly and with fingers they try to dig my cheeks and the cost. Meanwhile, one of the two wearing the lab coat moves close and with the swab presses firmly on my tight lips. They tap my nose, I can’t breathe, I open my mouth, the agent puts inside the swab several times. My eyes started to weep, I have an impulse to vomit, I’m full of saliva on my face. The operation is repeated a second time, worse and even the audience, perhaps noob of this practice, seem to enjoy the scene.

Everything ends, curtain falls but without applause.

These few words wanted to give a picture of what happens if you refuse to open your mouth spontaneously, as well as show how the collection, as mentioned in the first part of the text, lends itself to the complete arbitrariness of those who perform it, by getting samples just as they prefer.

Many people will say: “What did you expect from a forced collection? A dinner invitation?”

Personally I expected this. Of course, living it is not exactly just like imagining it, but I was ready for that. I was particularly interested in understanding what we can do, until where we can push, what we can invent to prevent, counteract and not normalize this abominable, disgusting practice as the ones who act it”.

One of those arrested in Turin on May 3, 2017

 (pdf) اللغة العربية

منذ اكثر من عام، اصبحت فحوصات الحمض النووي( دي اني اي) من اساليب تحديد الهوية الجبرية للاشخاص المقبوض عليهم، لا يستطيع المقبوض سوي مقاومة هذا الاجراء البشع، بسبب وجود الشخص تحت قبضة الشرطة الايطالية.

في السطور القادمة تجربة احد المعتقلين، قبض عليه في 3 مايو ولا يزال محبوس في سجن vallette في مدينة torino ويسأل فيه عن طريق مقاومة الفحوصات الاجبارية.

سوف احكي لكم عما جري اثناء القبض علينا منذ عدة ايام وفي قسم Grattoni في مدينة Torino واجراءات تحديد الهوية الاجبارية، هدف هذا الكلام ليس إثارة المشاعر ولكن للحديث عن تجربة القمع الجديدة التي تمارسها السلطات ولانعرف الكثير عنها في ايطاليا.

عندما وصلنا الي قسم الشرطة لاثبات محضر القبض علينا، تمت الاجراءات المعتادة مثل التصوير و البصمات، ثم بدأو في النداء علينا لسحب عينات الحمض النووي ( الدي ان اي ) واتفقت مع زملائي سواء كنا سويا او منفصلين علي رفض الاجراء و مقاومته وبالتالي حددنا رد الفعل علي ما سيحدث.

حين رفضنا، بدأت الشرطة في التحاور بلغة الاشارة حول كيف سيتم سحب عينة ( دي ان اي) بالقوة.

بعد ذلك، دخلنا زنزانة انا واحد الرفاق واشعلنا سيجارة، وبعد ثواني هجم علينا حد افراد المباحث لمحاولة سرقة السجائر، ثم تعرض رفيقي للتفتيش دون ان يصلوا الي شيئ. بعد قليل عاد احد افراد المباحث غاضبا اخذ السيجارة الموجودة علي الارض، رغم ان المكان ممتلئ بالسجائر المطفئة، وحصل علي واحدة منهم ووضعها في غلاف وكتب عليها الاسم واسم الحمض النووي.

طلبت تسجيل ما حدث لي ورفضوا وبعد ساعة من وجودنا بدأت عملية اجراء سحب الحمض النووي، تم نقلنا الي مكتب الشرطة، ضعوا الكلابشات في يدي وجلست علي كرسي، وامامي جهاز التصوير ورجلين من الشرطة يرتدون زي مدني وخلفي 5، 6 من رجال المباحث وشرطة بالزي الرسمي..شعرت كأنهم يحضرون لحفلة!

بدء العرض، جهاز التصوير يعمل، تم فتح الغلاف الموجود به المادة، موظف الشرطة يلقي علي عبارات اشبه بالحكم، ارد عليها بعنف، هجم عليا افراد المباحث مع مساعدة الشرطة في الهجوم، اياديهم علي عنقي, رأسي الي الخلف, يقبصون بشدة, يحولوا ان يفتحه فمي, يضربوني في بطني و بالاصابع يحاولوا حفر الخد. تم غلق انفي, لن استطيع التنفس و عندما فتحت فمي, قام شرطي بإخال فتيل اكتر من مرة. عيني دمعت. وجهي كان مليئ من الرغوة. تم كل هذا مرة اخري ولكنها اسوء من المرة الأولي, حتي الحاضرين لم يستمتعوا بالمشهد.

 

انتهت الحفلة, نزلت ستارة العرض, بلا تصفيق.

كتبت هذه السطور، بهدف توصيل صورة متكاملة لما يحدث عندما ترفض ان تفتح فمك تلقائيا، وكما شرحت سابقا، ان هذا الإجراء يؤكد علي استبدادية ما يفعلون. يتسأل الجميع : ماذا كنت تنتظر من سحب عينة الدي ان اي بالقوة؟ دعوة الي العشاء؟

لا كنت انتظر ما حدث بالفعل. لكن ان تعيشه يختلف تماما عن ما كنت تفكر فيه.
اولا وقبل اي شئ كنت مهتم افهم ماذا يمكن ان نفعل, ماذا ممكن نفعل لوقف ومقاومة هذا الفعل البشع الكريه الذي يتعرض له المحبوسين!

احد من المقبوض عليهم من مدينة تورينو, 3 مايو 2017.

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