San Ferdinando: il #FACCIAMOLIENTRARE a ogni costo della sinistra italiana

Quanto avvenuto nei giorni scorsi a San Ferdinando, durante l’apertura della nuova tendopoli-prigione in vista della distruzione della tendopoli precedente, non deve passare sotto silenzio. Ancora una volta, e in maniera emblematica, si è vista all’opera quella sinistra italiana, fatta da partiti, sindacati, collettivi, centri sociali, associazioni, ONG, che rappresenta il volto umanitario del controllo e della gestione statale delle persone migranti. Una sinistra nemica di ogni forma di autorganizzazione, parassitaria e delatrice rispetto alle lotte che si autodeterminano, colonialista nell’approccio con le persone di altri paesi. È la sinistra statalista e legalitaria che si fa sponsor della “buona” accoglienza, che ritiene normale e umano costringere le persone a vivere in campi, centri, tendopoli, smistandole come pacchi per distribuirle sul territorio, ovviamente sempre senza che le persone gestite e controllate abbiano la benché minima voce su come voler vivere la propria vita. Nonostante siano circolati comunicati, “reportage” e commenti sul web che esemplificano pienamente l’atteggiamento che abbiamo riassunto qui sopra, dobbiamo includere fra queste sinistre organizzazioni anche quelle che hanno “gridato” pubblicamente contro lo sgombero pur essendo implicate da qualche tempo nella pianificazione di tale operazione con le forze istituzionali. Con questa sinistra bisogna rompere una volta per sempre, se davvero si vuole lottare per la libertà e l’autodeterminazione di tutti e tutte, ma sappiamo che solo il rafforzarsi delle lotte potrà scalzare questi finti e pericolossimi “alleati”.

La vecchia tendopoli nella zona industriale di San Ferdinando (la seconda di tre costruite in 6 anni dallo Stato) è un luogo di sopravvivenza, ben lontano dalle rivendicazioni abitative di chi lavora e lotta nella Piana di Gioia Tauro.
Un ghetto dove la situazione igienica e sanitaria è stata aggravata dal taglio della corrente elettrica, dalla disponibilità idrica a intermittenza, da enormi ammassi di rifiuti che il governo locale rimuove solo in vista di delegazioni istituzionali. Un luogo dove si è costretti a vivere data la continua negazione di documenti per un regolare soggiorno e di contratti di lavoro.
La nuova tendopoli-prigione, a detta di chi vive e lavora nella Piana da decenni, non tarderà a replicare queste condizioni estreme di vita IN TENDA e rappresenta unicamente uno strumento di coercizione ulteriore, date le norme che la regolano.

A San Ferdinando, in un momento difficilissimo, dopo mesi di controlli quotidiani di polizia, un incendio che aveva distrutto un terzo del campo, le persone della tendopoli attraverso continui dialoghi, confronti, assemblee, e le relazioni personali di fiducia sviluppatesi durante anni di lotte, cortei, blocchi stradali, erano riuscite a costruire un punto di vista comune di rifiuto del nuovo campo di stato, basato in primo luogo sulla solidarietà reciproca.
Solidarietà tra chi aveva o meno i documenti, opponendosi a questa artificiale distinzione tra esseri umani, prodotta dal potere, che avrebbe condotto i primi nel nuovo campo prigione, gli altri nei capannoni o dispersi chissà dove, esposti al rischio della reclusione nei CPR e alla deportazione. Solidarietà economica tra chi ha un minimo di disponibilità di soldi e chi no, che permetteva nella tendopoli una condivisione spontanea del cibo, e che sarebbe stata impossibile nella nuova tendopoli con una mensa a pagamento. Solidarietà tra chi era presente nella tendopoli in quel momento, e poteva permettersi di decidere sul trasferimento o meno, e chi invece, molti di più, era altrove per lavoro e che, se i primi avessero accettato il trasferimento, avrebbero trovato al loro rientro la vecchia tendopoli distrutta e nessun punto di riferimento. Solidarietà tra gli abitanti della tendopoli e chi, rispondendo al loro appello, si era posto al loro fianco per resistere insieme.

In secondo luogo, la scelta dell’autodeterminazione e dell’autonomia, il desiderio di prendere in mano la propria vita e non farsela gestire da altri.

In terzo luogo, la volontà di resistere, di non piegare la testa, di organizzarsi per decidere, far sentire la propria voce e agire insieme, cambiare e ottenere le cose attraverso la lotta.

Associazioni, collettivi e sindacati hanno diffuso e alimentato invece tra gli/le abitanti della tendopoli la paura, la divisione, il si salvi chi può, il pensare prima a se stessi, la desolidarizzazione, la rassegnazione, la sfiducia, la delega, la subalternità.

Qui potete ascoltare due voci dalla tendopoli di San Ferdinando andate in onda sulle frequenza di Radio Onda Rossa, dove due abitanti che hanno scelto di resistere alla deportazione restando nella vecchia tendopoli raccontano le ragioni della lotta e le proteste in corso nel nuovo campo-prigione.
Qui potete leggere gli aggiornamenti in data odierna, dalla pagina del Comitato lavoratori e lavoratrici delle campagne, sulla costante pressione che sta riguardando le persone che resistono nella vecchia tendopoli e la situazione nel nuovo campo di stato.

Vi lasciamo alla lettura di una sequenza di estratti tra articoli, comunicati e dichiarazioni, così che ognunx possa farsi un’idea dell’apparato messo in campo, come raccontato da chi abita nella vecchia tendopoli, per accompagnare e plaudere all’operazione di sgombero che, a distanza di 10 giorni, è tuttora in corso grazie alle resistenze.
È purtroppo constatabile l’assonanza tra le dichiarazioni di sedicenti solidali, giornaliste embedded travestite da Lara Croft e quelle di Prefetto e Questore.

Rassegna stampa delle infamità (i commenti in corsivo sono nostri)

A fine luglio, il collettivo Mamadou criticava la nuova tendopoli-prigione, e si dichiarava pronto a opporsi allo sgombero.

Collettivo Mamadou, 31 luglio

Il ghetto è, in questo momento, sotto sgombero. Dopo l’incendio è partita in maniera frenetica la costruzione di una nuova tendopoli, a qualche centinaio di metri dal ghetto, la cui gestione è stata affidata alla Protezione Civile, pare per 10 anni; l’ennesima incapacità istituzionale nel mettere in campo politiche abitative di integrazione a fronte di un’ulteriore ghettizzazione che prevede una tendopoli recintata, video sorvegliata e controllata da guardie. Cosa ancora più scandalosa, i braccianti dovranno attenersi a regole ferree di entrata e uscita, dopo le 20 chi è fuori resta fuori. Il tutto al modico costo di 460 mila euro l’anno, minimo. In Calabria “minimo” equivale spesso e volentieri al doppio o al triplo. Elargizione di denaro ad “amici” in una situazione che resterà drammatica e che sarà destinata a peggiorare nei prossimi mesi. Oltre alla nuova tendopoli, che potrà contenere al massimo 400 braccianti, è già stato allestito un capannone in disuso come dormitorio per circa 150 altri braccianti.

I punti interrogativi, a cui purtroppo non abbiamo ancora trovato delle risposte chiare, restano. In base a quale criterio saranno scelti i migranti che dovranno vivere all’interno della nuova tendopoli? Che fine faranno gli altri? Cosa succederà quando all’inizio della stagione agrumicola la zona industriale di San Ferdinando si ripopolerà di almeno 3000 altri braccianti?
Ed è proprio per dare risposta a questo che abbiamo deciso, come Collettivo, all’interno della campagna Overthefortress, di restare a Rosarno per monitorare quello che succederà nei prossimi giorni opponendo allo sgombero i nostri corpi e la nostra voce!
(fonte)

Fino al 2 agosto, nessuna organizzazione aveva informato gli abitanti della tendopoli sui piani governativi, né svolto assemblee nel campo. Le autorità riconoscono il loro reale ruolo.

2 agosto, Comunicato della Prefettura di Reggio Calabria:
“È da dire inoltre che nel pomeriggio dello scorso 2 agosto, presso la Prefettura, si è tenuta una ulteriore riunione con le Organizzazioni sindacali di categoria CGIL, CISL, UIL e USB finalizzata allo svolgimento di un’azione di corretta informazione in favore dei lavoratori migranti per la migliore fruizione della nuova area. ”

La sera del 2 agosto, le autorità sono costrette per la prima volta a recarsi nella tendopoli a parlare con gli/ abitanti: ricevono un netto rifiuto al trasferimento alle condizioni imposte. Usb è costretta a prenderne atto.

USB, 3 agosto

Vogliamo denunciare questo progetto che riconduce la nostra vita e i nostri bisogni a mere questioni emergenziali e d’ordine pubblico. […]

Adesso non intendiamo farci intimidire né strumentalizzare da parte di nessuno. […]

Non intendiamo accettare una vita in prigionia o da assistiti, siamo uomini e donne che hanno deciso di essere liberi da qualsiasi forma di speculazione e sfruttamento. Perciò il diritto all’abitare e all’inserimento abitativo diffuso rimane la nostra richiesta.

Le operazioni di terrorismo psicologico sono destinate al fallimento come il tanto sbandierato progetto di attendamento, voluto sempre da chi non riuscirebbe a passare una notte in strutture simili.

La garanzia di un tetto va data a tutte le persone che da sempre hanno vissuto nell’attuale tendopoli nel comune di San Ferdinando, perché sono lavoratori che rientreranno a San Ferdinando subito dopo la stagione delle raccolte in giro per le campagne della Puglia, della Basilicata o del Piemonte. Quindi nessuna esclusione, no ai criteri decisi da organizzazioni o enti che si illudono sulla nostra scarsa volontà di lottare per il riconoscimento dei diritti contrattuali e sociali. Sono diritti sanciti dalla Costituzione, devono essere applicati nella forma e nella sostanza, indipendentemente dalla provenienza geografica dei lavoratori. E su questo non arretreremo.

San Ferdinando, 3 agosto
Coordinamento Lavoratori agricoli USB Reggio Calabria (fonte)

La mattina del 18 agosto, giorno dello sgombero, anche Melting pot descrive la contrarietà degli e delle abitanti.

Melting Pot Europa 18 agosto
San Ferdinando-Rosarno. All’Interno del ghetto è in corso una trattativa tra i braccianti africani e la polizia. I braccianti chiedono una soluzione abitativa che non sia la nuova tendopoli. Le forze dell’ordine stanno rispondendo militarizzando l’intera zona industriale.
(fonte)

Nel tardo pomeriggio del 18, viene pubblicato questo articolo, che infama la resistenza degli/delle abitanti e il supporto di chi ha risposto al loro appello, e riporta le veline e le minacce delle autorità contro i/le solidali. L’articolo viene condiviso su fb anche da attiviste di Lasciatecientrare. Nel frattempo il commissariato di Gioia Tauro fa partire le notifiche per tre fogli di via, per tre anni, da San Ferdinando.

Corriere della Calabria, Alessia Candito, Venerdì, 18 Agosto 2017 18:42

Tutto era già predisposto per accogliere gli ospiti che su base volontaria avrebbero accettato di trasferirsi. Ma le operazioni hanno subito un notevole rallentamento e a fine giornata solo in duecento, dopo ore di mediazione, hanno iniziato a sistemarsi nella nuova sede.

I TURISTI DELLA RIVOLUZIONE Motivo? Le resistenze di chi nel vecchio campo ha messo in piedi affari leciti e illeciti, che grazie alla propaganda di “Campagne in lotta” hanno vestito di legittimità le proprie istanze. Piccola organizzazione, da qualche giorno “Campagne in lotta” è arrivata a San Ferdinando, compiendo quasi un’impresa impossibile. È riuscita a farsi detestare da uno schieramento trasversale di realtà, che va dai centri sociali alle forze dell’ordine, passando per le organizzazioni che storicamente e quotidianamente lavorano alla tendopoli.

ALLEANZE PERICOLOSE? Nessuno di loro – a detta del gruppetto arrivato dal centro Italia per infiammare gli animi a San Ferdinando – sarebbe sufficientemente rivoluzionario. «Tutti guardie e amici delle guardie», dicono a chi si avvicina mentre tentano di convincere i migranti a “resistere alla deportazione” e rimanere fra baracche fatiscenti, carcasse di animali gettate in approssimative discariche dalle macellerie clandestine e generale degrado. Un’operazione resa probabilmente più semplice dalla corrispondenza di amorosi sensi subito nata con i “potentati” che anni di permanenza nel ghetto hanno cristallizzato e i traffici leciti e illeciti – dai 50 centesimi pretesi per l’acqua calda alla prostituzione – hanno consolidato.

MINACCE E MEDIAZIONI Risultato, chi ha scelto di trasferirsi ha dovuto affrontare minacce di ritorsioni e aggressioni, mentre chi intavolava una trattativa per ottenere alcune migliorie nella nuova tendopoli – materassi al posto di brande, piani cottura per poter cucinare autonomamente senza essere obbligati a mangiare in mensa – veniva additato come un traditore. In mezzo, le forze di polizia, impegnate fin dalle prime ore di questa mattina in una delicata opera di mediazione. Nessuna violenza, niente mano dura, il trasferimento deve essere su base volontaria. Questi gli ordini. E così è stato.
NESSUNA TOLLERANZA CON GLI INTOLLERANTI Ma sulle “interferenze” la Questura non ha intenzione di sorvolare. «Le posizioni dei soggetti che hanno intralciato e ostacolato il libero trasferimento dei migranti usando la forza di intimidazione sono in corso di valutazione da parte delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria», dice il Questore Raffaele Grassi, mentre il prefetto Michele di Bari spiega che «nell’insediamento attuale alcuni hanno una forza di intimidazione e coercizione su altri. La nuova tendopoli nasce anche a tutela dei più deboli fra i migranti, che subiscono le pressioni degli altri».

Durante la giornata del 18, per due ore gli/le abitanti hanno espresso le loro reali richieste. Nessun media, neanche della “sinistra”, ha riportato le loro voci, se non per minimizzare quanto avvenuto e mostrare la presunta disponibilità delle autorità.

Avvenire, sabato 19 agosto

[…]a fine giornata sono 187 i migranti che scelgono di lasciare il degrado per la nuova struttura, su circa 400 attualmente presenti […]. È il risultato di una giornata difficile, tra tensioni, mediazioni e chi ha provato, ed è in parte riuscito, a far salire la temperatura di una giornata già caldissima, attizzando le contestazioni di una minoranza rumorosa di migranti.

I più intransigenti nel bloccare l’operazione sono alcuni nigeriani, sostenuti da esponenti dell’associazione Campagne in Lotta […]. Attivismo che ha provocato la dura reazione del questore di Reggio Calabria Raffaele Grassi. «Le posizioni di chi ha intralciato il libero trasferimento dei migranti sono all’attenzione delle forze dell’ordine e della magistratura». Poi una precisa accusa. «Ci sono state strumentalizzazioni anche a fronte di illegalità riscontrate all’interno della vecchia tendopoli ».

All’ingresso della vecchia tendopoli i migranti discutono, alcuni alzano la voce. Non vogliono fotografie. C’è un grande striscione con la scritta “Documenti subito basta controlli”. Ma è loro? «C’è chi li fomenta, ma molti capiscono che vanno a stare meglio», dice una sindacalista della Flai-Cgil.

Ma il dialogo è difficile. «Il nostro interesse è che voi possiate stare bene e ora la vostra condizione è invivibile», spiega il questore vicario. «Non vogliamo andare via da una tenda per finire in altre tende», risponde un migrante. «Ma qua non vivete in maniera dignitosa», è la rassicurazione.

Ma arrivano due precise richieste. Nelle tende ci sono brandine da campeggio e alcuni chiedono reti e materassi. Interviene il parroco del ‘Bosco’ di Rosarno, don Roberto Meduri che spiega che al porto di Gioia Tauro ci sono reti e materassi. La Protezione civile si incarica del lavoro. Tutto ok? No. La nuova protesta è per la mensa comune. Vogliono poter cucinare autonomamente «se no, non andiamo», taglia corto uno dei più agitati. «Ma cucinare nelle tende è pericoloso», rispondono i funzionari. Tocca agli uomini della Protezione civile, guidati da Carlo Tansi, trovare una soluzione. Si metteranno piani cottura elettrici.

Ma ad alcuni non basta. «Vi abbiamo dato quel che volevate. Allora erano scuse…». Lo si capisce poco dopo quando alcuni giovani si incamminano verso la nuova tendopoli. I più attivi li bloccano. La tensione sale, ma è come se si fosse rotta la diga. Poco alla volta i migranti si spostano, chi per vedere, chi convinto.

Giorni dopo, nel loro report pubblicato su fb e da Melting pot, il collettivo Mamadou ripropone le accuse ai/alle solidali e a chi resiste allo sgombero, e descrive la tendopoli prigione come un miglioramento.

22 agosto Collettivo Mamadou fb
Riteniamo d’ostacolo e oltraggioso il comportamento di chi, guidato da manie di esibizionismo e da modalità che ricordano il Ventennio, divide e crea conflitti tra i braccianti della tendopoli non sottraendosi però a nebulosi incontri ministeriali. “Campagne in lotta” ne sa qualcosa da buone rivoluzionare dell’ultimo secondo.
(fonte)

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22 agosto Collettivo Mamadou /Melting Pot
Già nella prima mattinata le forze dell’ordine, presenti in modo massiccio ma di fatto defilate, e le istituzioni hanno portato avanti una trattativa con i braccianti che avanzavano una serie di richieste riguardanti la nuova tendopoli. È stato in quel momento che si è consumato lo scontro, in verità già in essere da qualche anno, tra uno sparuto gruppetto guidato da Campagne in lotta, convinte assertrici dell’autorganizzazione “all’ultimo secondo” e molte realtà calabresi (e non) presenti, su tutte SOS Rosarno, che invece hanno puntato ad una trattativa, intensa e “a muso duro”, con l’intento di togliere centinaia di persone da una condizione di visibile disumanità.
Nella vecchia tendopoli, purtroppo, a seguito della mancanza d’acqua potabile, luce, riscaldamento e qualsiasi tipo di servizi che per la maggior parte delle persone che poi rientrano nelle loro abitazioni possono sembrare scontati, si erano venuti a creare una serie di “potentati” che gestivano, a pagamento, l’uso dell’acqua, del cibo, della corrente elettrica e controllavano il giro della prostituzione. Anche per questo la nuova tendopoli, criticata in particolare perché recintata e videosorvegliata, potrà essere un punto di partenza per spezzare i suddetti “potentati”. E’ ovvio che ad alcuni migranti tutto ciò stia stretto, ed infatti gli unici veri momenti di tensione durante le fasi del trasferimento sono stati portati avanti da chi non è nemmeno un bracciante, ma invece è più interessato a mantenere il proprio piccolo tornaconto. E’ capibile, ma solo chi non conosce la situazione lo può considerare, strumentalmente, un alleato del momento.
Alla fine della giornata più di 200 braccianti avevano richiesto l’inserimento nella nuova realtà abitativa sbugiardando così chi, nell’ideologia di pochi slogan, e nell’irresponsabilità di mettere in pericolo persone prive di documenti, ha agito dimostrando totale ignoranza della situazione creatasi prima e durante il 18 agosto. Nonostante la distanza politica da una certa metodologia fine a se stessa, riteniamo però gravi e ingiustificabili i fogli di via comminati dalla questura a due attiviste.

Autorganizzazione bracciantile significa portare avanti un percorso lungo, tortuoso e difficile, significa progettare un cammino di consapevolezza e di nuove lotte, significa lavoro duro a fianco di chi non ha dignità, non un mero buttare allo sbaraglio persone che rischiano sulla propria pelle il protagonismo e l’incapacità di poche altre.
(fonte)

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