Atene – Comunicato della Casa delle donne sulle lotte e la repressione nel lager di Petrou Ralli

Pubblichiamo gli stralci di due comunicati della Casa delle donne per l’autoaffermazione e l’emancipazione.
Si tratta di una realtà autorganizzata che non conosciamo per relazioni dirette ma crediamo importante che il dibattito sulle pratiche di lotta si alimenti di continuo.
Oltre a condividere il posizionamento femminista di questa esperienza di lotta, ci soffermiamo su qualche aspetto che troppe volte abbiamo visto liquidare facilmente nelle discussioni tra compagne e compagni.
La critica rivoluzionaria al sistema di dominio che infantilizza, disciplina e criminalizza le persone immigrate e la nostra classe tutta, al di là del paese di nascita, ha sempre attaccato l’assistenzialismo, come ovvia relazione di potere e dipendenza. Uno strumento sistemico, nemico dell’autorganizzazione e della solidarietà, un tentacolo soffocante del controllo.

Quanto appena scritto, in termini di un vero e proprio spartiacque che pratichiamo ogni giorno nelle relazioni di lotta che alimentiamo, è stato forse troppo spesso sintetizzato brutalmente, o comunque non concordiamo con alcune conclusioni.
Ripartiamo dunque da alcune domande molto semplici che potremmo porci lottando o iniziando a farlo: perché lottiamo? che relazioni vogliamo? cosa è questo spettro che si aggira in ogni discorso sloganistico, questo Privilegio? cosa sarebbe la solidarietà?
Rispondendo alla domanda sui motivi per cui lottiamo contro i centri di espulsione e le frontiere, dovremmo essere consapevoli che ripetere “io non rischio di finirci” non possa bastarci per descrivere il privilegio e definire il nostro posizionamento. Chiediamoci inoltre quale nostro privilegio mettiamo a rischio lottando seriamente.
Come abbiamo costruito le nostre relazioni se abbiamo assemblee intere di militanti bianchi che parlano un linguaggio incomprensibile e si misurano tra loro?

Come distinguiamo la solidarietà dall’assistenzialismo? Se portiamo un pacco a una persona con cui abbiamo relazioni di lotta, magari destinandolo a tutte le compagne di prigionia, è assistenzialismo? Conosciamo davvero come funziona un centro di espulsione? Pensiamo sia meglio che chi resiste ogni giorno in un lager, con cibo di merda condito da psicofarmaci, senza saponi per lavarsi e con un paio di vestiti addosso, continui a non avere alcun supporto da fuori? Lotterebbe di più, corrisponderebbe di più al nostro ideale di immigrato ribelle?

Consigliare un avvocato in gamba, che non lucra sulla condizione di reclusione, significa riconoscere la Giustizia e le leggi dello Stato e lottare sul terreno riformista?
Se una nostra vicina di casa ci chiede il contatto di un avvocato o un compagno ne ha bisogno (compresi noi stessi) solitamente non rispondiamo che non ci occupiamo di queste cose.

Cosa significa nascere e vivere nella stessa città, avere un’immensa rete di relazioni che ci aiuta nei guai o nei bisogni in maniera tempestiva, con il cuore? Questo Privilegio dunque ce lo teniamo per noi?


La “Casa delle donne per l’autoaffermazione e l’emancipazione” è un’iniziativa femminista, antifascista, antirazzista autorganizzata che tiene le sue assemblee nello squat autogestito del teatro Embros, ad Atene, dal 2016.

Una delle attività è il supporto alle donne recluse nei due centri di detenzione per persone migranti esistenti ad Atene,(Amygdaleza e Petrou Ralli, fino al 2017 esisteva un centro di detenzione esclusivamente femminile a Elliniko, chiuso dalle autorità dopo varie proteste)
attraverso dei regolari presidii di solidarietà e delle visite all’interno per consegnare beni di prima necessità, raccolti nelle varie occupazioni presenti in città. Durante le visite con le detenute, prendono nota della loro situazione e organizzano supporto e risorse sia per chi è reclusa che al momento del rilascio. Dell’assemblea fanno parte anche ex recluse. Per questo motivo le aderenti ci tengono a sottolineare che “Non non aiutiamo, esistiamo insieme. Noi potremmo facilmente trovarci nella posizione delle persone attualmente detenute. Siamo contro la filantropia e non riceviamo alcun tipo di assistenza dall’Unione europea, dallo stato greco o da organizzazioni non governative (ONG).”

Un’altra denuncia dal centro di detenzione di Petrou Ralli

Traduzione da: Athens Indymedia 

Questa volta abbiamo incontrato donne di 15 paesi! Donne invisibili ai meccanismi dello stato e alla maggioranza dei suoi cittadini. In violazione delle disposizioni più basilari, che vietano la detenzione di minori, abbiamo trovato 3 minori, provenienti da paesi in guerra e aree difficili.Due ragazze minorenni, come altre prima di loro, avevano richiesto l’assistenza della polizia per essere portate in un rifugio, ma sono state portate invece nelle celle di Petrou Ralli. La terza era con sua madre. 15, 16 e 17 anni, rispettivamente.
Le condizioni sono esplosive e la testimonianza che dovrebbe essere sottolineata, perché, come ogni estate, arriveranno giorni ancora più difficili, è la seguente. Le donne ci hanno detto che per tre notti non hanno potuto dormire, perché sulla terrazza, vicino alle loro celle, i poliziotti avevano trascinato e torturato gli uomini reclusi per lunghe ore. Le loro urla di dolore erano terrificanti. Un’altra testimonianza, che completa questo tragico evento, è che tre giorni fa i prigionieri avevano incendiato le loro celle e sono stati costretti a evacuarle violentemente dalle autorità. (delle violenze delle guardie contro chi si ribella, avevamo scritto qui).
Anche le donne sono state portate fuori dalle loro celle, perché era difficile respirare. Ciò che è accaduto, deve essere tenuto in considerazione dai collettivi del movimento antagonista che hanno contatti con i prigionieri, perché con le ondate di caldo, che rendono la vita ancora più insopportabile, in questo inferno gli uomini si ribellano e la tortura delle guardie si intensifica.

Le donne si lamentano che non ci sono traduttori per il farsi e altre lingue. Le persone impazziscono… Non ci sono attività. Biblioteca per leggere, lezioni, ecc. Un’altra lamentela che sentiamo spesso quando andiamo andiamo lì è: “Molte organizzazioni sono passate, hanno raccolto le nostre storie e non hanno fatto nulla. Abbiamo bisogno di un avvocato e di uno psicologo”. “L’avvocato dell’organizzazione che mi ha ascoltato, è venuto una volta, mi ha parlato, mi ha detto di non preoccuparmi ed è passato 1 mese e non l’ho mai più vista. Il numero di telefono dell’ufficio dell’organizzazione non risponde mai”. Le note organizzazioni che gestiscono il dramma dei rifugiati e milioni di euro abbandonano le persone e le dimenticano lì.
Abbiamo anche incontrato donne con forti dolori psicologici e fisici. Un paio di giorni fa, i loro mariti hanno riferito alla polizia che non avevano documenti, per farle arrestare. Poco tempo prima queste donne erano state vittime dei loro abusi ed erano state soccorse da passanti e vicini che hanno chiamato la polizia. I persecutori furono liberati perché avevano documenti. Il patriarcato uccide. Abbiamo bisogno l’una dell’altra e, passo dopo passo, costruire la fiducia. Alla fine dei nostri incontri questo diventa ovvio. Vi sono strade di reciproca interazione e solidarietà. Ci rendiamo conto che è solo quando trasformiamo le nostre paure nascoste e la nostra rabbia in resistenza collettiva che sentiamo il potere curativo dell’autoliberazione, e questa è un’esperienza preziosa. Ci rendiamo conto che insieme possiamo cambiare il mondo e distruggere il Patriarcato.

Fino a quando tutti i centri di detenzione saranno banditi e le frontiere aperte

Nelle strade, nelle piazze e nelle celle delle prigioni, le donne migranti non sono sole!

La solidarietà e l’autorganizzazione sono le nostre armi!

The Assembly of the Initiative: The House of Women for the Empowerment & Emancipation

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