Grecia – Il collettivo autorganizzato degli immigrati anarchici occupa uno spazio a Exarchia

Negli ultimi mesi le numerose occupazioni e squat presenti nel quartiere di Exarchia ad Atene hanno subito una forte repressione da parte del governo, in vista di un progetto di “sviluppo” della zona per favorire la speculazione immobiliare e il business turistico. Il governo di Syriza, in vista delle imminenti elezioni, aveva dato il via ad una serie di sgomberi di spazi abitativi e squat: a febbraio era stato sgomberato l’Arachovis 44, le 140 persone immigrate che vi abitavano erano state tutte arrestate e rilasciate in strada dopo due giorni, tranne 2 portate nel centro di detenzione di Amygdaleza. Ad aprile in due diverse operazioni di polizia erano stati 4 gli spazi sgomberati: gli squat Azadi, New Babylon, Clandestina e Cyclope. Circa 300 persone, per la maggior parte famiglie di immigratx con bambinx, sono rimaste per strada, e alcune di loro recluse nel CIE di Amygdaleza. In risposta un gruppo di immigratx aveva occupato con le tende piazza Syntagma, di fronte al parlamento greco, per reclamare case e soluzioni abitative reali per tutte le persone sgomberate, che non fossero la strada o tende negli sperduti centri di accoglienza. Anche questa occupazione di protesta dopo alcuni giorni era stata sgomberata dalla polizia.
Ora il nuovo governo di centrodestra guidato dal partito Nea Dimocratia, insediatosi al potere dopo le elezioni del 7 luglio, promette di portare a termine definitivamente l’opera cominciata da Syriza e di ripulire Exarchia dalla presenza di anarchicx e immigratx e dei loro spazi. Contro questo progetto non si è fatta attendere una prima risposta collettiva e una nuova occupazione.

Traduzione da: Asranarshism

Oggi 17 luglio 19, noi, il collettivo autorganizzato degli immigrati anarchici, insieme ad altri collettivi auto-organizzati e individui solidali, abbiamo occupato un negozio abbandonato all’angolo delle strade Tsamadou/Tositsa, nel quartiere Exarchia di Atene.

I nostri obiettivi come collettivo autorganizzato di immigrati anarchici riguardo questa occupazione sono:

1- un centro di lotta per gli immigrati anarchici

2- auto-organizzarci come immigrati per la lotta comune e costruire relazioni tra le comunità di immigrati e il movimento

3- una caffetteria collettiva in solidarietà con i prigionieri politici

4- attività educative

Le nostre opinioni sull’identità dello squat:

A- Lo squat non è l’obiettivo della lotta, ma è lo strumento della lotta, il che significa: la lotta dovrebbe avvenire nelle strade e lo squat è un aiuto per organizzare le lotte sociali che dovrebbero attuarsi in strada

B- Lo squat dovrebbe essere uno spazio sociale aperto, che crea attività aperte per la società.  Ad esempio: corsi di educazione aperti

C- L’occupazione degli immigrati anarchici auto-organizzati non sarà un progetto di edilizia abitativa.  A nostro avviso: non c’è alcun problema a occupare uno spazio per esigenze abitative, ma un’occupazione a scopo abitativo in uno squat è un problema perché lo squat è uno spazio politico sociale e dovrebbe essere attivo per la lotta nel vicinato (nel quartiere) e in altre aree

D- Nello squat le decisioni dovrebbero essere prese in modo collettivo e le assemblee dovrebbero essere prive di autorità e situazioni gerarchiche (antiautoritarie e antigerarchiche)

Ci stiamo impegnando per OCCUPARE IL MONDO, in riferimento alla nostra opinione sullo squat.

Da quando il burattino del regime greco “NEO DEMOCRATIA” ha affermato che “puliranno Exarchia” il nostro spazio rappresenta la prima occupazione avvenuta dall’insediamento del nuovo governo, è un grande schiaffo politico nei loro confronti.  Riguardo il nostro compagno ferito: anche se voi ci massacraste tutti, non potrete distruggere la resistenza e questo non è un punto di vista personale ma è il nostro punto di vista collettivo.

Il collettivo autorganizzato degli immigrati anarchici

Exarchia, 17/7/2019

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Francia – I 15 gilets noirs liberati dopo 3 giorni di detenzione nel CRA di Vincennes

Traduzione da: La Chapelle Debout

I Gilets Noirs non dimenticano, non perdonano … ma abbiamo vinto.

I Gilets Noirs al Panthéon
i nostri prigionieri politici sono stati tutti liberati dopo 3 giorni di detenzione nel CRA di Vincennes.

Il movimento dei Gilets Noirs, nato a novembre 2018,  lotta contro il razzismo e per dei documenti e delle case per tutte e tutti. Raggruppa oggi 50 foyers (centri statali di alloggio  per gli/le immigrat* ndt.) della regione di Parigi e degli abitanti delle strade, in lotta per la loro dignità.

Venerdì 12 luglio, 700 Gilets Noirs hanno occupato il Panthéon per rivendicare i loro diritti, il diritto alla dignità, il diritto ad avere dei documenti e delle case per non essere più quotidianamente cacciatx dalle guardie. Questa azione s’inscrive nella campagna vittoriosa dei Gilets Noirs “Gilets Noirs cercano il Primo Ministro” lanciata il 19 maggio 2019 attraverso l’occupazione del terminal 2F dell’Aeroporto di Roissy Charles de Gaulle e l’occupazione della torre Elior alla Défense il 12 giugno 2019. Questi due primi colpi portati al sistema razzista di sfruttamento dei sans-papiers hanno mostrato che i Gilets Neri non avevano più paura. Perché donne e uomini rivendicavano questo venerdì, come ormai da qualche mese, la fine dell’umiliazione, della repressione, del razzismo.
Dopo molte ore di occupazione del Panthéon e i negoziati in corso con Matignon, i Gilets Noirs sono stati brutalmente repressx nonostante il commissario Marsan avesse assicurato una uscita negoziata senza violenza e senza controlli dei documenti di identità.
Sono stati circondatx dalla polizia dietro il Panthéon, in via Clotilde, e mentre molti solidali li stavano raggiungendo, tra i quali alcuni deputati, è stato dato l’ordine di picchiare alla cieca, di colpire e di rastrellare il maggior numero possibile di compagnx immigratx senza documenti.
Obiettivo: terrorizzarci, spexzare la lotta. gambe rotte, dita strappate, un coma di diverse ore. L’accerchiamento è stato rotto dai/dalle manifestanti di ogni nazionalità. I/le compagne hanno accompagnato i/le feritx all’ospedale assicurandosi che venissero visitatx. Noi abbiamo raccolto più di una ventina di certificati medici per fare denunce penali.
In questi ultimi tre giorni e notti abbiamo organizzato la difesa dei compagni. Lunedì 15 luglio e martedì 16 luglio 2019, i 15 Gilets Noirs reclusi nel CRA, centro di detenzione amministrativa, in vista della deportazione, sono stati tutti liberati grazie alla loro resistenza e alla mobilitazione. Continue reading

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Bari – Sabato 20 luglio presidio al CPR

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Lunedì 15 luglio verso le ore 13 la polizia si è presentata presso l’abitazione di Divine per condurlo in questura, dove gli è stato notificato un inaspettato decreto di espulsione ad personam, firmato direttamente dal ministro Matteo Salvini.

Nonostante il compagno vivesse in Italia da una ventina d’anni e avesse tutte le carte in regola per la sua permanenza, attraverso un’udienza per direttissima il giudice ha convalidato la misura di espulsione, appellandosi a denunce varie, tra cui la finalità di terrorismo da cui Divine era stato assolto anni fa. Gli è stata quindi data, su richiesta dell’avvocato, un’ora di tempo per prendere dei vestiti e un telefono, che gli è stato sequestrato, ed è stato caricato su un’auto diretta all’aeroporto di Milano Malpensa, dove è stato tenuto in regime amministrativo presso gli uffici della Polizia di Frontiera in attesa dell’esecuzione dell’espulsione, esecutiva dalle 18.53 di lunedì (orario di termine dell’udienza) e da effettuare entro le 48 ore successive.

E’ subito girata la voce tra compagni e compagne, amici ed amiche, e una sessantina di persone si sono recate a Malpensa nel pomeriggio di martedì 16 luglio, dove alle 19.10 un aereo della Air Italy, diretto a Lagos (Nigeria), sarebbe dovuto partire con a bordo Divine. I solidali presenti si sono mossi in piccoli cortei all’interno dell’aeroporto con striscione e megafono, sempre ovviamente seguiti da un ingente concentramento di digos, finanza, polizia e carabinieri, informando tutti e tutte dello scempio che stava per avvenire e bloccando in alcune occasioni i gate d’imbarco. Nel frattempo gli avvocati hanno preparato una serie di ricorsi, tra i quali uno in particolare diretto alla Cedu (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), per sospendere l’ordinanza ministeriale, viziata da diverse irregolarità tra cui il fatto che Divine è stato assolto dai reati su cui è basato il provvedimento di espulsione. La Cedu ha infatti considerato la situazione di Divine urgente e ha accolto il ricorso sospendendone l’espulsione, ma è a questo punto che è entrato in scena il subdolo gioco del Ministero dell’Interno: nonostante Strasburgo avesse accettato il ricorso degli avvocati tramite una sentenza esecutiva di sospensione, le autorità presenti nell’aeroporto per un giorno intero si sono rifiutate di dare garanzie riguardo alla non deportazione di Divine e alla sua liberazione. Le procure di Bologna e Milano, la polizia di Malpensa e il Ministero dell’Interno si sono rifiutati di dire agli avvocati in che stato fosse il compagno e dove si trovasse. Solo in tarda serata è giunta la notizia che Divine non era stato rimpatriato, questa è stata l’unica notizia che ci è giunta.

Ma non finisce qui: la mattina del 17 luglio Divine riesce a trovare il modo di contattare dei compagni e delle compagne, raccontando di essere stato trasferito la sera precedente nel CPR di Bari, informato della sospensione della sua deportazione solo poco prima del trasferimento. Alcune ore dopo veniamo informati che Divine si trova in udienza con un avvocato d’ufficio – riguardante il mantenimento dello stato di detenzione nella gabbia barese – alla quale però il compagno rifiuta categoricamente di presenziare, richiedendo di essere difeso dai propri avvocati. Il giudice ha accolto il rinvio e l’udienza è stata quindi rinviata a venerdì 19 luglio alle ore 9, giorno in cui saranno presenti i suoi legali.

Conosciamo Divine, la sua forza, il suo coraggio, la sua determinazione e sappiamo che non si farà piegare da questo ennesimo sopruso, sappiamo che il suo morale è abbastanza alto. Non è un caso che sia stato mandato proprio presso il CPR di Bari, uno dei lager peggiori d’Italia se non il peggiore, conosciuto per la violazione dei diritti umani, la segregazione e le torture vessatorie che lo rendono agli occhi di tutti una struttura duramente punitiva in cui spesso vengono deportati migranti ribelli.
In questi giorni la solidarietà dei compagni di varie città è stata forte e tempestiva e ha reso chiaro a sbirri e magistrati che Divine non è solo e che le loro sporche manovre almeno in questo caso non passeranno sotto silenzio. Ora è importante che la nostra voce si alzi ancora di più contro le mura di quella fottuta gabbia, per Divine e per tutti coloro che ogni giorno, circondati dal silenzio e dall’indifferenza vigliacca della gente, vengono privati della libertà perché poveri, indesiderabili, colpevoli di aver varcato una linea immaginaria chiamata confine. Per tutto questo sabato pomeriggio alle 17:00 saremo a Bari con un presidio davanti al CPR chiediamo a tutti, compagni amici e solidali di venire numerosi.
Sappia il signor ministro e la sua corte che dovunque lo trasferiranno per allontanarlo dalla solidarietà noi saremo lì, e saremo anche nelle nostre città, nelle strade o in qualsiasi luogo ci andrà a genio a reclamare la liberazione immediata del nostro compagno.

Anche quando potremo riabbracciarlo di nuovo non smetteremo di tornare sotto quelle mura, davanti a quelle sbarre identiche a quelle di altre infami gabbie sparse per la Fortezza Europa, per portare avanti con ogni mezzo possibile la lotta contro il sistema che le ha rese e le rende possibili ogni giorno.

A TESTA ALTA, SENZA PAURA DELLA REPRESSIONE, FINCHE’ DI GABBIE E CPR NON POSSANO CHE RIMANERE SOLO MACERIE.
DIVINE LIBERO, TUTTI LIBERI, TUTTE LIBERE!

Per aggiornamenti ricordiamo che venerdì mattina ci sarà l’udienza che deciderà in merito alla sua detenzione presso la struttura barese e anche se Divo verrà rilasciato il presidio davanti al CPR avrà luogo ugualmente.

Compagn* di Divine

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Torino, Roma, Milano, Bari – Trasferimenti, violenze e deportazioni

Riceviamo e pubblichiamo

Ieri ci è arrivata notizia della deportazione, ora in corso, di Divine Umoru, resa possibile da un’ordinanza emessa direttamente da Salvini, malgrado avesse i documenti in regola. È un compagno anarchico che ha subito diversi processi, lo conosciamo e vogliamo essergli solidali.

Per questo, malgrado ci sia reso impossibile rintracciarne i movimenti, saremo a Malpensa alle ore 17,30 (martedì 16) al terminal 1 partenze ingresso 16. Fate girare e venite tutti e tutte!  

Da Radiocane le voci di due dei solidali accorsi a Malpensa: ascolta la testimonianza Continue reading

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Francia – I/le Gilets Noirs occupano il Panthéon a Parigi

Ieri (13/07) mattina centinaia di persone sans-papiers, Gilets Noirs e qualche solidale occupavano il Panthéon, a Parigi. Chiedevano un incontro con il primo ministro Edouard Philippe al quale avrebbero presentato una lista di richieste tra cui, prima fra tutte, l’immediata regolarizzazione per tutti e tutte.
Tuttavia, proprio mentre la sindaca di Parigi decorava la Capitana Carole con la medaglia d’onore della città, decine e decine di guardie francesi circondavano il monumento in assetto antisommossa. I Gilets Noirs, ai quali tra l’altro era stato negato l’accesso ai bagni, hanno deciso allora di uscire dal retro ma una volta fuori sono statx attaccatx da una serie di cariche delle guardie estremamente violente. Alla fine dell’aggressione brutale, durante la quale è stato impedito alle ambulanze di prestare soccorso, si sono contate 60 persone ferite, una ventina in maniera grave, e parecchi fermi. Oggi è in corso un folto presidio davanti al commissariato dove sono state portate le 20 persone rastrellate dalla polizia.
Qui di seguito il comunicato dell’azione.

Prima i morti!
Oggi, noi, immigratx sans-papiers, abitantx dei rifugi, inquilinx della strada, occupiamo il Panthéon

Siamo dei sans-papiers, dei senza voce, dei senza volto per la repubblica francese. Veniamo sulla tomba dei vostri grandi uomini per denunciare le vostre profanazioni, quelle delle memorie dei nostri compagni, dei nostri padri e delle nostre madri, dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nel Mediterraneo, per le vie di Parigi, nelle case e nelle prigioni. La Francia continua la schiavitù in un’altra maniera. I nostri padri sono morti per la Francia. Ma coloro che sono morti, sono morti. La responsabilità spetta ai viventi, a quelle e quelli che oggi hanno il potere. E che i morti riposino in pace.
L’altro ieri, abbiamo attaccato le frontiere occupando il terminal di Air France nell’aeroporto Charles de Gaulle. È lì che la polizia francese ci ficca negli aerei per Algeri, Dakar, Khartoum, Bamako o Kabul.
È là che Djiby è stato deportato!
Ieri abbiamo invaso la torre d’Elior à la Défense e la Direzione Generale del Lavoro.
Siamo andati a dire ai padroni che ci umiliano e ci rompono la schiena: la paura ha cambiato verso!
Oggi, continuiamo a restituire colpi allo Stato e al suo razzismo, in Francia e in Europa.
Veniamo a difendere la nostra dignità! Non pregheremo più nessuno e otterremo i nostri diritti con la forza della lotta!
Siamo venuti a dirvi che, in Francia, il prezzo che gli stranieri pagano è l’umiliazione, lo sfruttamento, la deportazione. La Francia che fa la guerra laggiù, saccheggia le nostre risorse e decide per e con i nostri Stati corrotti. La Francia che ci fa la guerra qui.
OCCUPIAMO,
perché ci sono 200000 alloggi vuoti a Parigi, mentre noi dormiamo sotto i ponti del raccordo stradale, e ieri il comune ha recintato le vie del campo di Avenue Wilson a Saint Denis.
Perché negli alloggi di Thiais come in tutti gli altri, la polizia viene il mattino a rastrellare gli abitanti fin dentro le loro camere.
Per esigere la liberazione dei nostri compagni Gilets Noirs prigionieri detenuti dentro ai CRA, e di tutti gli altri.
Per l’abolizione di queste prigioni per stranieri!
Non lottiamo solo per i documenti ma contro il sistema che crea i sans-papiers.
Non pagheremo più uno sbirro o una guardia per ottenere un appuntamento.
Non vogliamo più negoziare con il ministro dell’Interno e le sue prefetture
VOGLIAMO PARLARE AL PRIMO MINISTRO EDOUARD PHILIPPE ORA!!
Resteremo qui fino a quando l’ultimo tra di noi non abbia i suoi documenti e che quelli e quelle che verranno dopo di noi avranno la libertà di restare!
A tutte quelle e quelli che si rivoltano qui, in Sudan o in Algeria,
Ai nostri compagni, a tutte quelle e quelli che lottano contro gli sfruttatori.
A tutte quelle e quelli che pensano che nessun essere umano sia illegale.
A tutte quelle e quelli che non ne possono più di fare opposizione contro l’estrema destra ogni 5 anni,
E che sono persuasi che la lotta contro il razzismo che verrà, è la lotta contro il razzismo esistente.
Documenti e case per tutti e tutte!
Libertà di Circolazione e di installazione!
Viva la lotta dei Gilets Noirs!
Gilets Noirs in Lotta

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Foggia – Resistenze agli sgomberi a Borgo Mezzanone e San Severo

Negli ultimi due giorni le persone che vivono e lavorano nell’insediamento di Borgo Mezzanone e nella struttura denominata Arena a San Severo, sono in lotta contro gli sgomberi. Nell’esprimere la nostra incondizionata e massima solidarietà a loro e alle rete Campagna in lotta, riportiamo di seguito la cronaca degli ultimi avvenimenti.

Fonte: Campagne in lotta

11 luglio

GLI ABITANTI DI BORGO MEZZANONE SI OPPONGONO ALL’ENNESIMO SGOMBERO

Questa mattina la polizia si è presentata in forze presso l’insediamento di Borgo Mezzanone, con l’intenzione di demolire una quarantina di baracche. Alle persone private della propria abitazione è stato detto che verranno ricollocate all’interno di Casa Sankara e presso l’Arena, a San Severo (stabile che si è annunciato di voler sgomberare a breve per installarci una caserma della guardia di finanza). Oltre alle case, la polizia ha tentato di abbattere uno dei bagni dell’insediamento. A questa ennesima privazione delle più basilari necessità la gente si è arrampicata sul tetto della struttura e si è disposta intorno alle ruspe, bloccandone l’azione.
Questo è un video filmato poco fa sulla pista, prima della carica della polizia contro gli abitanti in protesta. Alla resistenza delle persone che non vogliono le proprie case distrutte, le forze dell’ordine hanno reagito picchiando, lanciando gas lacrimogeni e allontanando i solidali.

BORGO MEZZANONE: LE RUSPE SE NE VANNO, LA RABBIA RESTA.

L’operazione di sgombero di oggi è finita: 40 case sono state distrutte, le persone che vi abitavano, principalmente donne, sono rimaste senza un tetto, e le forze dell’ordine si sono ritirate dopo aver attaccato gli e le abitanti che opponevano resistenza con violente cariche e il lancio di decine di lacrimogeni. Grazie alla resistenza delle persone i bagni non sono stati distrutti, ma il vuoto e le macerie che si sono lasciate dietro le ruspe sono un chiaro segno che le operazioni di sgombero continueranno.
Nel frattempo, dov’erano i sindacati e le associazioni della nuova “Rete dei diritti”?
Tutti, Cgil in testa, hanno prima tentato di convincere le persone alla calma, e poi, capita l’impossibilità di avere un ruolo di intermediari della giornata, hanno abbandonato la pista e hanno lasciato le persone sole, ancora una volta.
L’enorme resistenza di questa giornata ci dimostra che i più ricattabili sono anche i più forti. Senza alternative reali e condivise la resistenza continua e speriamo che anche la solidarietà concreta possa crescere. Come gridavano le persone dai tetti oggi: “se non abbiamo soluzioni noi da qui non ce ne andiamo!” Continue reading

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Roma – Aggiornamenti sulla rivolta nel CPR di Ponte Galeria e appello per il presidio del 28 luglio

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

AGGIORNAMENTI DOPO LA RIVOLTA NELLA SEZIONE MASCHILE DEL CPR DI PONTE GALERIA E APPELLO AD UNA PARTECIPAZIONE NUMEROSA AL PRESIDIO DI SOLIDARIETÀ DEL 28 LUGLIO

A inizio giugno è stata riaperta la sezione maschile del Centro di Permanenza per i Rimpatri di Ponte Galeria (Roma), lager che dal 1999 rinchiude persone senza documenti al fine di rimpatriarle nei Paesi di origine oppure, in assenza di accordi bilaterali, rilasciarle dopo mesi di prigionia con un foglio di via, che le condanna a lasciare l’Italia entro 7 giorni o ad intraprendere una vita da irregolari.
Se non è proprio iniziata come era finita nel dicembre 2015, quando una storica rivolta degli uomini che vi erano imprigionati portò alla sua chiusura, sicuramente la reazione dei reclusi non si è fatta aspettare. Nella notte di venerdì 5 luglio, a circa un mese dalla riapertura, gli uomini detenuti  si sono rivoltati contro le condizioni di detenzione nel lager e la privazione della libertà. Hanno divelto infissi, distrutto arredi e bruciato materassi; poi alcuni hanno scavalcato le recinzioni e in 12 sono riusciti a riconquistare la libertà, mentre altri sono stati purtroppo riacciuffati e ricondotti in prigionia. Alcune voci dall’interno riferiscono che quella notte un ragazzo sia stato duramente picchiato dalla polizia entrata per sedare la rivolta, e che abbia continuato a perdere sangue nei giorni seguenti: sembra che sia stato colto alla sprovvista in quanto dormiva e non si era accorto di nulla.
Raccontano anche delle durissime condizioni di vita all’interno. Sono circa 130 le persone rinchiuse, di varie nazionalità. Sono divisi in sei grandi celle circondate da sbarre di ferro, dalle quali non si esce mai se non per andare in infermeria o a fare la doccia e la barba. Il cibo e l’acqua (una bottiglia al giorno, calda, senza tappo) vengono passati direttamente dalle sbarre: non esistono infatti zone comuni con tavoli e sedie dove poter mangiare o parlare con chi è in altre aree. Evidente è l’intento di ostacolare il più possibile forme di socializzazione e organizzazione collettiva dei reclusi, ma come la recente protesta ha dimostrato la rabbia per le violenze inflitte quotidianamente e l’amore per la libertà a volte possono superare qualsiasi ostacolo.
Riferiscono poi che che non possono tenere con sé telefoni cellulari, ma sono costretti a comprare all’interno del CPR schede telefoniche per mettersi in contatto con le persone care o gli avvocati. I tempi per poter fare una doccia o la barba sono lunghissimi e mancano saponi per l’igiene personale e dentifrici. Il cibo puzza ed è immangiabile, tanto che alcuni hanno perso parecchi chili dall’ingresso nel lager. Giorni di attesa anche per ricevere una visita medica; alcuni per essere portati in infermeria si sono feriti con lamette e altri oggetti taglienti. Se ricevere le cure necessarie è un miraggio, estremamente accessibile è invece l’utilizzo di tranquillanti e psicofarmaci, sollecitati proprio dal personale medico, che alla richiesta di una pasticca di tranquillante per poter dormire invita a prenderne anche due, tre, quattro. Continue reading

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Firenze – 13 luglio presidio contro CPR e frontiere

Fonte: No Borders Firenze

Domenica 7 Luglio è morto Sahid Mnazi nel CPR di Corso Brunelleschi a Torino a causa di mancata assistenza medica. Dentro la struttura i detenuti hanno dato vita ad una rivolta repressa violentemente con i lacrimogeni, mentre all’esterno i solidali si sono riuniti per sosternerli nella lotta contri i centri di detenzione amministrativa e sono stati caricati dalla polizia. Vogliamo ribadire che non ci saranno soluzioni finchè questi posti non saranno chiusi.

Sabato 13 h 18.00 in via Cavour davanti alla prefettura

presidio contro frontiere e C.P.R.

NO BORDERS-NO NATIONS

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CPR: la rivolta e i suoi fautori, la rivolta e chi l’osteggia, ovvero di reclusi e libertà, di LasciateCIEntrare e repressione

fonte: Macerie

Senza espiazione

Nel Cpr torinese c’è rabbia, un sentimento condiviso e profondo che ha trovato sfogo nella rivolta degli ultimi giorni, soprattutto quando fuori dalle mura gruppi di solidali hanno fatto sentire ai reclusi di non essere soli. Ma la tensione continua a essere più che strisciante ed è aizzata dagli effetti della repressione della polizia entrata per sedare gli animi: un ragazzo ha il braccio rotto, un altro la costola, uno è stato arrestato perché considerato tra i più riottosi.

Dopo la confusione e le manganellate si iniziano a rimettere insieme i pezzi di racconto delle ultime 72 ore, qualcuno dice essere possibile che il ragazzo morto non sia lo stesso di quello che ha subìto abusi, una “verità” che gira già da un po’ tramite svariati canali d’informazione. Ma quale verità? I reclusi hanno messo insieme pezzi di ciò che hanno potuto vedere dalle loro gabbie e questo vale molto più di ogni fatto certificato, è il frutto della loro posizione, di ciò che sanno che può avvenire. La scintilla era grossa in quello che pensavano fosse successo, il fatto che le scintille siano più di una non deve trarre in inganno, la differenza è sostanziale solo nelle cronache locali, nelle carte giudiziarie, o nello sguardo di chi vede quel luogo dall’alto come fosse una planimetria; nei compartimenti stagni dove sono chiusi i detenuti invece la verità prende corpo e diventa vita, non è solo l’occhio a essere diverso ma è la realtà del vissuto a irrompere, senza verificare che sia sovrapponibile con ciò che viene sentenziato fuori. A esplodere puntualmente in una prigione come il Cpr sono tensioni profonde, non nessi causali.
La visione sezionata della verità accertata è non solo meno turbolenta del magma del vissuto che messo insieme accende una rivolta, ma mostra la prospettiva pacificatrice delle procedure di giustizia: dividere i casi, cercare le responsabilità, proporre rimedi possibili nella detenzione amministrativa, oscurare il punto considerato osceno nella faccenda, ovvero la lotta per la libertà dentro alle prigioni per senza-documenti. E così nei racconti dei giornali e nella loro bulimia screanzata gli ultimi giorni al Cpr sono prima una tragedia esasperata, poi un problema di verità da ricostruire con l’happy ending di istituzioni solerti che stabiliranno cos’è accaduto. La rivolta che segue casi di gravità innegabile come uno stupro e una morte non viene criminalizzata direttamente come sempre avviene per mano dei pennivendoli, ma presa come effetto prevedibile di un grosso malfunzionamento, da lasciare in secondo piano alle risoluzioni opportune della polizia.

Il fare predatorio dei giornalisti di qualunque risma è ben chiaro anche ai reclusi che vi hanno avuto a che fare, i quali raccontano di come le loro conversazioni siano state registrate e utilizzate senza permesso proprio dalla testata che negli ultimi giorni si mostrava più benevola. In pratica dentro al Cpr hanno imparato una grande lezione di deontologia giornalistica e c’è chi dice che con “quelli” non parlerà più.

Se hanno annusato il vero odore della carta stampata, non da meno gli è sfuggito quello intenso della delegazione di politici che quest’oggi è entrata in c.so Brunelleschi. Di buon mattino e col vestito meno buono, che sennò pare brutto entrare in una struttura come quella in haute couturedue parlamentari del Partito Democratico, Gribaudo e Rizzo Nervo, e un consigliere regionale di Liberi e Uguali, Grimaldi, hanno fatto un sopralluogo al Cpr, o per meglio dire – come sostengono i reclusi – hanno fatto visita alla direttrice per parlare di fondi e finanziamenti. Del resto di che altro potrebbero parlare i figli del partito che i lager per immigrati li ha istituiti?

Rimasta al varco invece, senza pass d’ingresso, la delegazione di LasciateCIEntrare, campagna istituzionale di testimonianza di ciò che accade nei Cpr, che lamenta di come i parlamentari non abbiano svolto bene i compiti e che non abbiano visitato tutto il centro. Verrebbe da proporre loro la candidatura in parlamento come soluzione a cotanta delusione, ma è noto che è un’aspirazione mancata di molti membri. LasciateCIEntrare non è un gruppo sconosciuto ai nemici di espulsioni e frontiere, né loro, né le loro proposte. Campagna fondata nel 2011 con lo scopo di testimoniare ciò che accadeva negli allora Cie, i suoi membri danno il meglio in un documento politico dell’ottobre 2013 e pubblicato nell’opuscolo “Mai più CIE” in cui la classica critica democratica alla detenzione amministrativa perché non abbastanza umana viene accompagnata da un intero capitolo di proposte, intitolato “Per una diversa disciplina delle espulsioni”, in cui si dice che “non è sufficiente smantellare il sistema degli attuali CIE né la questione si può ridurre ad un loro miglioramento“. Proprio per questo la Campagna propone tra le altre cose di “razionalizzare le tipologie espulsive“, “incentivare forme di rimpatrio/rientro volontario“, prevedere “identificazione e allontanamento delle persone pericolose” studiando “modalità di identificazione e predisposizione dei documenti necessari all’accompagnamento durante l’esecuzione della pena (in carcere o nelle differenti forme di espiazione)“.

Non male come programmino, eh? Una Campagna che punta sulla sensibilità che può scaturire dal motto “chiudere i centri”, per poi provvedere a strutturare un sistema più fluido di espulsioni e differenziazione tra i reclusi. Tuttavia non sono solo ideatori di sofisticate politiche repressive, ma negli anni si sono dati anche alla fantascienza sostenendo che molti centri erano stati chiusi intorno al 2013 grazie al loro lavoro di testimonianza e a un miglior piano dei rimpatri nel periodo in cui gli amici loro erano al governo. Peccato che fossero stati i reclusi con le loro rivolte a rendere inagibili la maggior parte dei centri italiani (Crotone, Milano, Bologna, Modena, Brindisi, Lamezia Terme, Trapani, quelli chiusi del tutto per anni). Questi teorici dei rimpatri si arrogano anche grossi meriti rapinandoli alla memoria della sovversione, da conato di vomito.

A Torino raramente si è sentito parlare di loro, sono usciti alla ribalta solo ora che le cronache hanno dato visibilità al Cpr, ma come si diceva non sono noti solo per i loro programmi sulle espulsioni, ma perché hanno un metodo piuttosto conosciuto a tanti compagni e compagne che negli anni hanno lottato contro i centri: prendono dei contatti all’interno, si interessano dei casi più disperati e vi costruiscono una narrazione rispetto ai diritti umani mancati, creando separazione tra chi spera di uscire perché portatore di una storia più convincente e chi è un semplice recluso. Non ci si stupisca, è la retorica dei diritti umani, che è atta a stimolare il pietismo per le situazioni al limite, che come altra faccia della medaglia istiga l’avversione verso chi non ha sofferenze extra-ordinarie e gli leva da sotto ai piedi la legittimità della rivolta.

La rivolta e l’anelito di libertà non hanno bisogno del loro permesso o di canali di espiazione, irrompono.

Questo è il percorso che negli anni è stato seguito da reclusi, complici e solidali, questo il percorso che continueremo a seguire nonostante il becerume dei politicanti e le retoriche della pietà.

Sabato 13 luglio, ore 19:30, sotto alle mura per sostenere ciò che conta.

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Belgio – La frontiera uccide un altro uomo

fonte gettingthevoiceout

Un esule di origine etiope è morto il 6 luglio su un tratto della strada A29 che unisce Bruges e Rotterdam. La notizia è stata riportata dal blog getting the voice out.

L’uomo viaggiava con altri sette passeggeri etiopi, tutti con regolari documenti da rifugiati, come riferito da testimonianze dirette. Andavano a cercare fortuna altrove. Nel momento in cui si sono resi conto che il conducente aveva cambiato direzione rispetto a quella accordata, hanno estratto fazzoletti e foulard per segnalargli di fermarsi.

L’uomo li ha certamente visti sullo specchietto retrovisore, oltre al fatto che molti automobilisti lo hanno avvertito di quello che stava succedendo. Tuttavia, la vettura non si è fermata. Anzi, il conducente ha cominciato ad alternare brusche frenate a improvvise accelerate al fine di fare cadere le persone a bordo. Il tutto fin quando il camion è stato fermato, dopo un inseguimento, da una volante della polizia.

Qualche testimone dice che Géri si sarebbe lanciato dal camion quando ha visto la polizia. Altri che è caduto a causa delle manovre dell’autista. Fatto sta che è morto sul colpo. Le altre 7 persone sono state portate in commissariato prima di essere rilasciate qualche ora dopo. 

Géri aveva 25 anni. Era arrivato in Belgio qualche settimana fa e veniva da Israele. Un paese dove le persone nere, ebree o meno, sono fortemente discriminate. Giusto qualche settimana fa l’assassinio di un giovane ebreo etiope da parte della polizia aveva scatenato giorni di lotte e proteste della comunità nera del paese sionista. 

Una solidale che ospitava Géri racconta: “siamo tuttx tanto tristx. Era uno dei miei ragazzi. Venerdì, gli ho detto di essere prudente … ha risposto ridendo”. 

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