Torino – Richiesta un’altra sorveglianza speciale

Fonte: Macerie

I carabinieri di Mirafiori nell’ambito di indagini intorno alla lotta contro al Cpr, attività investigativa che il corpo militare ha iniziato col ritrovamento di una busta con dei petardoni nel maggio 2015 vicino a c.so Brunelleschi, hanno chiesto il 22 luglio 2015 la SS per un compagno. Le carte dicono che sarebbe stato riconosciuto durante il saluto sotto al fu Cie il giorno del ritrovamento della busta, per questo gli viene attribuita la proprietà.

Nessuno aveva considerato la richiesta fino a qualche giorno fa, quando il Pm Riccaboni ha preso in mano l’informativa e rincarato la dose: una richiesta di tre anni di Sorveglianza Speciale accompagnata anche dal divieto di soggiorno, mentre i carabinieri avevano chiesto due anni con l’obbligo. Sono elencati reati nell’ambito delle lotte contro la Detenzione Amministrativa, contro il carcere e gli sfratti; viene posto l’accento sul non aver rispettato più volte un foglio di via da Torino; naturalmente non manca la descrizione del profilo antisociale e l’appartenenza ideologica all’anarchismo – è un anarchico: una scoperta pari a quella dell’acqua calda! Per non farsi mancare nulla, nelle scartoffie tribunalizie c’è un voyeristico elenco di conoscenze che va a pescare anche tra quelle del liceo. Infine, come ciliegina afflittiva, una delle prescrizioni nel caso in cui dovesse essere confermata questa richiesta consisterebbe nel seguire le udienze in videoconferenza se il compagno dovesse trovarsi in arresto o con misure di allontanamento.

Si tratta dell’ennesima richiesta che questi stronzi, a vario livello e a vario titolo, portano avanti contro compagni e compagne, e in un’occasione, nel 2016, in quattro hanno dovuto sottopporsi per più di un anno a una vita sotto un controllo infimo ma potente.

L’udienza è fissata per il 3 luglio. Presto aggiornamenti.

Per leggere qualche approfondimento sulla Sorveglianza Speciale:

https://www.autistici.org/macerie/?p=31826

https://www.autistici.org/macerie/?p=30979

https://www.autistici.org/macerie/?p=30855

https://www.autistici.org/macerie/?p=32439

macerie @ Maggio 18, 2018

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Venezia – 20 maggio: Non Un Sasso Indietro Vol.II – Discussione e benefit contro i CPR @ Ex Ospizio occupato

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Milano – 19 Maggio: Non Un Sasso Indietro Vol.II – Discussione e benefit contro i CPR @ VillaVegan

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Bologna – Marcia nelle strade del quartiere di via Mattei, sede di un Centro per immigrati denominato Hub

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Marcia nelle strade del quartiere di via Mattei sede di un Centro per immigrati denominato Hub (nome in uso per indicare centri di raccolta delle merci, sic!)

Sabato 12 maggio 2018 ci siamo incontrati con chi è costretto nell’Hub di via Mattei a Bologna, in attesa di ricevere la “grazia” di restare in questo paese. Dopo alcune iniziative nei mesi scorsi, due presidi davanti alla struttura, diverse assemblee e un pomeriggio di merenda e musica in un parchetto nelle vicinanze, ieri ci siamo incamminati insieme tra le vie del quartiere con striscioni e cartelli.
Dall’impianto sono stati lanciati molti interventi per spiegare, a chi ha voluto ascoltare, cosa è costretto a subire chi viene “accolto” in Italia in questo genere di centri. C’è chi è libero di viaggiare dove, come e quando vuole e chi invece, provenendo da paesi in cui il ricco mondo occidentale fa incetta di risorse, esporta guerre e affama le popolazioni, deve chiedere il permesso per muovere i propri passi.

C’è chi per arrivare qui rischia la vita, e sono tante quelle perse o che lo saranno ancora.
C’è quindi chi, una volta approdato sulle coste o attraversato le frontiere italiane, deve sottostare alle regole imposte dalla cosiddetta accoglienza. Di questo hanno parlato gli uomini che, con tanto coraggio, sono usciti dall’Hub sabato pomeriggio, nonostante le minacce (velate o meno) degli operatori del centro che, con il ricatto dei documenti, cercano di disincentivare le proteste di chi vive all’Hub.
Queste persone sono uscite dal centro riprendendosi le strade per raccontare le loro condizioni di vita a chi abita nel loro stesso quartiere: sovraffollamento in stanze e stanzoni sporchi e bui, cibo pessimo, drammatica carenza di servizi sanitari, trattamento offensivo da parte degli operatori che quasi mai rispondono alle loro richieste basilari, assenza di programmi di apprendimento della lingua, attese infinite anche fino a un anno per accedere alla prima intervista per la richiesta di asilo. La cosiddetta accoglienza, prima o seconda che sia, sta fruttando profitti enormi per le associazioni, le cooperative, gli enti vari che si sono lanciati a man bassa in questo giro d’affari. Solo nel 2016 ha fruttato 4 miliardi di euro.

Questo si è detto durante la marcia fatta insieme. I giornali locali non ne hanno nemmeno fatto accenno, per il momento non hanno vomitato il loro solito putrido veleno su un’iniziativa così intensa che ha dato voce a chi di solito proprio non ne ha e coraggio a noi solidali.
La lotta proseguirà, saremo ancora insieme per eliminare frontiere e centri di reclusione.

Di seguito il testo distribuito nelle strade dalle persone costrette nel centro di via Mattei

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Frontiera italo francese del Monginevro: cronache di una morte annunciata. Chiamata per due appuntamenti.

fonte: Chez Jesus Rifugio autogestito

CHIAMATA PER DUE APPUNTAMENTI PER MERCOLEDi 16
ORE 11.30 alla frontiera del Monginevro- aperipranzo e interventi
Ore 20.30 alla Vachette- veglia funebre

È passata una settimana dalla morte di B. Cinque giorni dal ritrovamento del cadavere di una giovane donna, “forse una migrante”, nel fiume sotto Briançon, la Durance.
Questi i fatti.
Un gruppo di quasi una decina di persone parte da Claviere per raggiungere Briançon a piedi. È domenica sera, e come ogni notte i migranti che cercano di arrivare in Francia si ritrovano costretti a camminare per le montagne per evitare i controlli di documenti.
Il gruppo inizia il cammino e poi si divide, una donna fa fatica a camminare ed ha bisogno di supporto. Due persone stanno con lei, e i tre si staccano dal gruppo. Camminano sulla strada, nascondendosi alla luce dei fari di ogni macchina e a ogni rumore. Infatti la polizia sta attuando una vera caccia al migrante, negli ultimi giorni più che mai. Oltre a nascondersi sui sentieri per sorprendere con le torce chi di passaggio e fare le ronde con le macchine sulla strada, hanno iniziato ad appostarsi sempre più spesso agli ingressi di Briançon e ai lati dei carrefour facendo dei veri posti di blocco.
Il gruppo di tre cammina per una quindicina di chilometri e si trova a 4-5 Km da Briançon. All’altezza della Vachette, cinque agenti della Police National sbucano fuori dagli alberi alla sinistra della strada. Sono le 4-5 del mattino di lunedì 7 maggio. I poliziotti iniziano a rincorrerli. Il gruppetto corre e entra nel paesino della Vachette. Uno dei tre si nasconde; gli altri due, un uomo e una donna, corrono sulla strada. L’uomo corre più veloce, cerca di attirare la polizia, che riesce a prenderlo e lo riporta in Italia diretto. La donna scompare.
La polizia prosegue per altre quattro ore le ricerche nel paesino della Vachette. Il fiume è in piena, e i poliziotti concentrano le ricerche sulle sponde della Durance e nella zona del ponte. Poi la Police se n’è andata. Questo operato si discosta totalmente dalle modalità abituali della Police Nationale, che nella prassi cerca i fuggitivi per non più di qualche decina di minuti. Le ricerche concentrate nella zona del fiume rendono chiaro che i poliziotti avessero compreso che qualcosa di molto grave era successo, a causa loro.
50 ore dopo, mercoledì, un cadavere di una donna viene ritrovato bloccato alla diga di Prelles, a 10 km a sud da Briançon. È una donna nigeriana, un metro e sessanta, capelli lunghi scuri con treccine. Cicatrici sulla schiena, una collana con una pietra blu.

Il Procureur della Repubblica di Gap, Raphael Balland, ha dato la notizia il giorno seguente, dicendo che “Questa scoperta non corrisponde a una scomparsa inquietante. Per il momento, non abbiamo nessun elemento che ci permette di identificare la persona e quindi di dire che si tratta di una persona migrante”. Pesanti le dichiarazioni del procuratore. Una scomparsa “non è inquietante” se non c’è una denuncia, e quindi se si tratta di una migrante? In più il procuratore mente, perché la polizia sapeva che una donna era sparita dopo un inseguimento. Ben pochi i giornali che hanno rilevato la notizia. Sembra che nessuno fosse molto interessato a far uscire la vicenda, anzi. L’interesse è quello di insabbiare questa storia, per evitare un ulteriore scandalo, dopo i due casi di respingimento di donne incinte, che possa scatenare una reazione pubblica davanti alle violenze della polizia. Un’inchiesta giudiziaria è stata aperta e affidata alla gendarmeria al fine di determinare le circostanze del decesso. Il magistrato ha detto “non avendo elementi che fanno pensare alla natura criminale del decesso, un’inchiesta è stata aperta per determinare le cause della morte”.

Ma anche questo è falso. La natura del decesso è criminale.
Non è una morte casuale, non è un errore. Questo è omicidio. Erano cinque i poliziotti che li hanno inseguiti. Quella donna, B, è morta per causa loro e della politica di leggi che dirige, controlla e legittima le loro azioni. B. è morta perché la frontiera senza documenti non la passi in altro modo. Ma B. non è nemmeno morta a causa della montagna, per errore, e non è morta per la neve quest’inverno. È morta perché stava scappando dalla polizia che in modo sempre più violento si dà alla caccia al migrante. L’hanno uccisa quei cinque agenti, come il sistema di leggi che glielo ordina. Un omicidio con dei mandanti e degli esecutori. Il procuratore di Gap e la prefetto sono responsabili quanto i poliziotti che l’hanno uccisa, date le direttive assassine che danno. Responsabili sono le procure e i tribunali, che criminalizzano i solidali che cercano di evitare queste morti rendendo il più sicuro possibile il passaggio. Responsabili sono tutti i politicanti che portano avanti la loro campagna elettorale sulla pelle delle persone.

Se continuiamo così, i morti aumenteranno. È la militarizzazione che mette in pericolo le persone. La polizia, uccide.

Rete solidale italo/francese

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Torino – domenica 20 maggio – Presidio al CPR di Corso Brunelleschi

fonte: Macerie Torino

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La frontiera uccide. La militarizzazione è la sua arma

Fonte: Chez Jesus – Rifugio Autogestito

LA FRONTIERA UCCIDE

La militarizzazione è la sua arma.

Una donna è morta. Un cadavere ancora senza nome è stato ritrovato mercoledì all’altezza della diga di Prelles, nella Durance, il fiume che scorre attraverso Briançon.

Una donna dalla pelle nera, nessun documento, nessun appello alla scomparsa, un corpo senza vita e senza nome, come le migliaia che si trovano sul fondo del Mediterraneo.

Questa morte non è una disgrazia inaspettata, non è un caso, non è “strana” per tanti e tante. Non c’ entra la montagna, né la neve o il freddo.

Questa morte è stata annunciata dall’inverno appena passato, dalla militarizzazione che in questi mesi si è vista su queste montagne e dalle decine di persone finite in ospedale per le ferite procuratesi nella loro fuga verso la Francia. È una conseguenza inevitabile della politica di chiusura della frontiera e della militarizzazione.

Questa morte non è una fatalità. È un omicidio, con mandanti e complici ben facili da individuare.

In primis i governi e le loro politiche di chiusura della frontiera, e ogni uomo e donna in divisa che le porta avanti.

Gendarmi, polizia di frontiera, chasseurs alpins, e ora pure quei ridicoli neofascisti di Géneration Idéntitaire, pattugliano i sentieri e le strade a caccia dei migranti di passaggio da questi valichi alpini. Li inseguono sui sentieri e nella neve sulle motoslitte; li attendono in macchina in agguato lungo la strada che porta a Briançon e quelle del centro città. Molti i casi quest’inverno di persone ferite e finite all’ospedale in seguito alle cadute dovute alle fughe dalla polizia.

Quella donna era una delle decine di migranti che ogni giorno tentano di andare in Francia per continuare la propria vita. Per farlo, ha dovuto attraversare nella neve, a piedi, quella linea immaginaria che chiamano frontiera. Perché i mezzi di trasporto, sicuri, le erano preclusi data la mancanza di documenti e per la politica razziale di controllo che attuano al confine. Poi è scesa sulla strada, quei 17 chilometri che devono percorrere a piedi per raggiungere la città. È lungo quel tratto che deve essere incappata in un blocco della polizia, come spesso viene raccontato dalle persone respinte. Probabilmente il gruppo di persone con cui era, che come lei tentava di attraversare il confine, si è disperso alla vista di Polizia o Gendarmerie alla ricerca di indesiderati da acchiappare e riportare in Italia, nel solito gioco dell’oca che questa volta ha ucciso.

Questa donna senza nome deve essere scivolata nel fiume mentre tentava di scappare e nascondersi, uccisa dai controlli polizieschi. L’ autopsia avverrà a Grenoble nella giornata di lunedì, solo allora sarà possibile avere maggiori dettagli sulla causa della morte.

La frontiera separa e uccide.

Non dimentichiamo chi sono i responsabili.

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Torino – Contro ogni frontiera. Venerdì 18 maggio presidio itinerante alla stazione Porta Nuova

Fonte: Chez jesus – Rifugio Autogestito

– VENERDÌ 18 ALLE 18 –

PRESIDIO ITINERANTE ALLA STAZIONE DI TORINO PORTA NUOVA

Contro ogni Frontiera, con Ele, Théo e Bastien perché su quei sentieri il 22 aprile c’eravamo tutte!

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Bologna – Sabato 12 maggio ore 15 merenda senza frontiere in piazza dei Colori

Riceviamo e diffondiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

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Torino – CPR, ancora resistenze

Fonte: Macerie

Ieri sera dopo un’assemblea per organizzare la solidarietà a Eleonora, Théo e Bastien, arrestati dalle autorità francesi per favoreggiamento dell’immigrazione, un nutrito gruppo di nemici delle frontiere si è diretto verso c.so Brunelleschi per un saluto ai detenuti. Così la notte piovosa torinese si è impregnata delle voci che dentro e fuori dalle mura della prigione per senza-documenti urlavano “Libertà!”.

Del resto cos’è il Cpr se non l’apice detentivo della gestione dei flussi migratori che passa dai confini (aperti o serrati a seconda delle esigenze del capitale e dei patti tra gli Stati), dagli Hotspot, dagli Hub e dal sistema retoricamente edulcorato dell’Accoglienza e delle Borse Lavoro?

I tentativi di lotta cercano di rafforzarsi, prendere piede, scandire il passo, in mezzo alla neve o nella resistenza alle espulsioni. Come è capitato per l’ennesima volta ieri, quando un ragazzo senegalese, dopo otto mesi di detenzione amministrativa è stato prelevato dall’area rossa per una deportazione delle più difficili da digerire, quella a pochi giorni dalla data di liberazione imposta dalle carte.

David nel 2017 è finito dentro al Cpr e un avvocato scellerato, uno dei tanti che si intascano i soldi senza premurarsi troppo della situazione giuridica dei detenuti, gli ha consigliato di fare domanda di protezione internazionale nonostante sia quasi impossibile ottenerla se vieni dal Senegal. Per questo motivo la sua detenzione è stata di sei mesi (invece che di novanta giorni) per poi ricevere il diniego. Altre otto settimane rinchiuso e il prossimo lunedì dovrebbe essere la data del suo rilascio. Sì, dovrebbe ancora essere lunedì, perché David ieri mattina quando è stato portato a Malpensa ha resistito, si è dimenato e ha urlato così tanto che il pilota del volo verso l’Africa ha deciso di non prendersi in carico la situazione. I poliziotti che lo accompagnavano gli hanno dato pugni, schiaffi e calci cercando di fargli salire uno dopo l’altro i gradini della scaletta dell’aereo, ma la sua resistenza è stata più forte.

Ora è di nuovo in c.so Brunelleschi, con la determinazione di riuscire a rimanerci fino a lunedì.

macerie @ Maggio 3, 2018

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