Egitto – La guerra contro i poveri del regime egiziano: quando la polizia uccide per il decoro

Vogliono sgomberare l’isola di Warraq ad ogni costo per venderla come Tiran e Sanafir! Noi non lasceremo l’isola di Warraq. Noi moriremo sull’isola di Warraq!

Warraq è una piccola isola sul Nilo a nord del Cairo popolata da migranti provenienti dal Cairo e da altri governatorati – circa 60000 persone – che vi si sono istallati in maniera “informale”, gestendone autonomamente i servizi prima che lo Stato introducesse dei servizi ufficiali (scuole, polizia, ufficio postale, contatori ufficiali dell’elettricità). La maggior parte dei residenti dell’isola è indigente, vive di agricoltura, piccoli commerci, lavori saltuari.

L’isola, fin dal 2005 è entrata nelle mire del governo che vorrebbe trasformarla in un centro di investimento e business (all’epoca il progetto era guidato dal figlio minore di Mubarak) attraverso la creazione di palazzi, hotel, centri commerciali, club. Fino ad ora, tuttavia, tutti i piani hanno dovuto fare i conti con la resistenza della popolazione che si è sempre fortemente opposta allo sgombero dell’isola.

A partire dal mese di giugno, il dittatore al-Sisi e il regime hanno rinnovato la loro battaglia contro i residenti dell’isola e di altre isole del Nilo (Qursaya, Dahab). La rimozione delle abitazioni e il trasferimento forzato della popolazione è stata presentata dal dittatore al-Sisi come un’operazione per ripristinare la legalità e il decoro (“Dove vanno le fogne? Vanno nell’acqua del Nilo che beviamo”) facente parte della campagna nazionale per recuperare “le terre dello stato illegalmente occupate”. Il che, nei fatti, significa che polizia ed esercito sono mobilizzati in tutto il paese per privare la popolazione povera delle loro abitazioni e delle loro piccole attività di sopravvivenza reputate come illegali. Terre che una volta prelevate ai loro abitanti finiscono in mano a membri dell’esercito o a persone vicine al regime che le gestiscono a proprio piacimento.

Così ieri il Ministero degli Interni ha deciso di mandare la polizia a demolire le case con la forza. La resistenza di tutta la popolazione scesa in strada è stata durissima. Diverse guardie sono rimaste ferite negli scontri. Per ora l’attacco della polizia respinto ma il bilancio è terribile: un ragazzo, Sayyed Tafshan, è stato ammazzato da una guardia con un colpo di pistola sparato a bruciapelo alla gola, altre 56 sono state ferite, decine gli arresti. In serata l’isola è stata privata della luce elettrica e i feriti prelevati dalla polizia negli ospedali dove erano ricoverati.

Libertà per tutti e tutte!

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Manifesto – Il mondo intorno a noi: un paese e un lager

riceviamo e diffondiamo

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I discendenti di Calibano e il mito del “Buon Selvaggio”

Riceviamo e pubblichiamo

“ Gli indiani, privi di tutto, sono incapaci di ogni forma di vita politica e solo la tutela europea e cristiana potrà elevarli a un livello di piena civilizzazione. Agli occhi di Colombo, si instaura così tra europei e indiani un rapporto di reciproco vantaggio: cedendo i propri beni, gli indiani, ottengono una progressiva promozione culturale e una pacifica trasformazione da ”naturali” a “civili”, mentre gli europei, donando beni culturali, ottengono ciò che hanno lungamente desiderato.”

 Sergio Botta – Dimensioni lontane

A seguito della lettura dell’articolo pubblicato su MeltingPot Europa per promuovere lo Sherwood festival di Padova riteniamo necessario proporre delle riflessioni in merito al posizionamento delle persone di movimento nei confronti delle persone migranti. Innanzi tutto vorremmo riflettere sul linguaggio usato, facilmente riconducibile alle narrazioni colonialiste del Medioevo, nelle quali il “simile a noi”, dopo essere stato idealizzato e infantilizzato, diviene soggetto da “civilizzare”. Una civilizzazione che passa dal “leggere gli scontrini nel verso giusto” fino al sentire “la musica uscire dalle casse”, passando per “l’imparare a fare gli spritz”.

“Ognuno chiama Barbarie ciò che non è nei suoi usi; sembra infatti che noi non abbiamo altro punto di riferimento per la verità e la ragione che l’esempio e l’idea delle opinioni e degli usi del paese in cui siamo.”

de Montaigne – Saggi – 1585 d. C.

In sostanza ci sembra che il testo tutto sia permeato da una visione Eurocentrica che non si discosta dall’idea coloniale del mito del “buon selvaggio”. Non mettendo in discussione l’esperienza coloniale degli stati occidentali, infatti,  un testo come questo finisce per  riproporre le stesse idee e strategie di assoggettamento usate dal  potere degli Stati Nazione durante i secoli, per riproporre  la cosiddetta  “supremazia bianca”, ossia l’unica strada percorribile per raggiungere il grado di “civilizzazione” di quello che, in contrapposizione al terzo,  potremmo definire il “primo mondo”.

Se si riconosce che gli squilibri dei  governi coloniali non sono stati cancellati e che il nuovo ordine globale, seppur non attuato attraverso il dominio diretto,  si basa sulla penetrazione economica culturale e politica di alcuni paesi in altri, ci apparirà chiaro come questo tipo di intervento politico, tristemente molto diffuso, alimenta e sostiene la politica delle frontiere nonché le nuove strategie neocoloniali. La mancanza di autocritica culturale unita ad una dichiarata collaborazione con le strutture, ossia le cooperative, che si occupano “dell’accoglienza” non fa altro che riproporre le stesse visioni e le stesse strategie di controllo e sfruttamento che lo stato impone. A essere ripropagata inoltre, è la differenziazione tra “migrante buono” , ossia colui che si occupa di prestare servizi “volontari”, ossia lavoro gratuito, per mantenere la “sicurezza” e il “decoro” delle città con il fine d’essere guardato di “buon occhio” dalla commissione che valuterà la sua richiesta d’asilo; e il “migrante cattivo”, ossia il cosiddetto migrante economico, in sostanza chi non scappa dalla guerra, o l’emarginato che vive di extra legalità e si rifiuta di essere risucchiato nel sistema dell’accoglienza per dei documenti che, in una percentuale molto vicina alla totalità dei casi, non avrà.

Questo testo, non vuole essere una critica sterile ma vuole stimolare una riflessione su come il privilegio bianco non venga riconosciuto tanto meno messo in discussione nella partecipazione alle lotte che portano avanti le persone migranti senza la necessità della nostra presenza. Vuole aprire una discussione attraverso cui decostruire e neutralizzare il protagonismo e i ruoli di potere che vengono messi in campo ogni qual volta  ci si sostituisce ai soggetti oppressi nella narrazione o nella lotta ad un’oppressione. Contro ogni frontiera geopolitica e culturale.

Delle compagne arrabbiate

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Egitto – Per quanto possa essere lunga la tua notte, tutto passa

Pubblichiamo una lettera scritta dalla compagna avvocata egiziana Mahienour in cui ricorda della sua prigionia, della solidarietà tra le compagne di cella, delle lotte e della brutalità del sistema di repressione del regime di al-Sisi e dei militari che lo tengono al potere.

In questi giorni un ultimo, ennesimo, rapporto di un’organizzazione per i diritti umani parla di 58966 prigionier* politic*, di cui 1097 minori e 555 donne.  .

 

مهما كان ليلك طويل …كل حاجة حتعدي

Per quanto possa essere lunga la tua notte, tutto passa”.

Ricordo che l’11 maggio 2016 fu la prima volta che la incontravo. Mi avevano trasferito dal carcere di Damanhour a quello di al-Qanater (Cairo) per sostenere gli esami.

Non conoscevo personalmente nessuna prigioniera oltre a quelle trasferite con me dal carcere di Damanhour.

Eravamo più numerose dei letti che c’erano in cella e la maggior parte di loro doveva utilizzare quello delle altre.

Per varie ragioni pensavo che nessuna di loro mi avrebbe accolta. Prima di tutto perché non conoscevo nessuna, poi a causa della differenza ideologica e le divergenze politiche. La maggior parte delle recluse era convinta che sostenessi il colpo di Stato. Tuttavia trovai la dottora Basma Refaat che mi accolse con un sorriso che non dimenticherò mai e mi chiese di dividere il letto con lei.

La dottora Basma diceva che io avevo la priorità di scegliere il mio posto letto visto che ero stata trasferita da un carcere più brutale di quello in cui mi trovavo: eppure non conoscevo altro che il suo nome!

A giudicare dal suo sorriso pensavo che fosse reclusa per un processo lieve, per questo rimasi sorpresa quando mi disse che era un’imputata del processo sull’uccisione del Procuratore generale (Hisham Barakat ucciso in un attentato nel 2015 n.d.t).

La dottora Basma è una ortopedica e reumatologa, è sposata con un generale ingegnere dell’esercito.  È madre di Salma e Yussef, che aveva un anno e mezzo quando è stata arrestata.

Durante una conferenza conobbe un medico nella sua stessa specializzazione il quale gli fece conoscere suo marito.

Questo medico, diventato amico di famiglia, è poi stato accusato di avere un ruolo principale nell’organizzazione dell’assassinio del procuratore generale, e un giorno anche suo marito è stato sottoposto a sparizione forzata.

Quando la dottora Basma e suo fratello decisero di denunciare la sparizione di suo marito entrarono in un meccanismo che fece sparire loro stessi. Poco prima di essere separata da suo fratello che si trovava in un commissariato, anche lei è scomparsa per poi apparire nel carcere di al-Qanater dopo giorni di interrogatori da parte dei servizi segreti.

Nel carcere nessuna può nascondere la sua realtà, nessuno può convincerti di essere innocente se non lo è. La dottora Basma non ha fatto nessuno sforzo per convincermi della sua innocenza.

Lei che sorride a tutte e cura tutte, senza distinzioni. Anche le “criminali” che molte guardano con aria di sufficienza. Lei non aveva problemi ad ascoltare anche chi la pensava diversamente da lei e con loro discuteva liberamente. Non sarebbe stata in grado di uccidere neanche il suo peggior nemico.

Era amata da tutte, nonostante le differenze ideologiche.

Mi raccontava delle colleghe che sostenevano al-Sisi. Anche loro riuscivano ad amarla nonostante le differenze politiche.

Non si arrabbiava mai per le divergenze politiche nelle diverse questioni. Invece dormiva raggomitolata per lasciarmi più spazio e farmi dormire comoda … solo perché ero stata trasferita da un carcere peggiore.

Riuniva tutte le detenute intorno al tè “karak” fatto di latte, chiodi di garofano e altre spezie. Non ho mai visto nessuna farlo bene come lei. Poi lo serviva lei stessa, a ogni compagna di cella.

Un giorno mi raccontò uno dei peggiori momenti della sua vita quando la famiglia le fece visita in carcere per la prima volta. In quell’occasione vide per la prima volta suo figlio che intanto era stato svezzato a causa della sua assenza obbligata.
Il figlio cominciò a urlarle in faccia, come era solito fare con gli estranei, dopo un mese dalla sua carcerazione. Continua a leggere

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San Ferdinando – Basta controlli. La repressione contro l’autorganizzazione

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci e inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

Nella giornata di ieri, a due nostre compagne è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari relativo alla giornata di lotta del 22 marzo a San Ferdinando (Reggio Calabria). Ad entrambe è contestato il reato di favoreggiamento per aver impedito a dei carabinieri di identificare un compagno al termine della manifestazione, autorganizzata dagli abitanti della tendopoli. Per una delle due si aggiunge il reato di resistenza per averlo fatto con l’uso della violenza.

La lotta delle persone che vivono nella tendopoli di San Ferdinando è fatta di resistenze quotidiane e di proteste autorganizzate. Nel corteo del 22 marzo, chi vive nella tendopoli ne è uscito/a per respingere le continue incursioni delle forze dell’ordine all’interno delle proprie abitazioni e la militarizzazione delle strade e dei pochi luoghi di ritrovo tramite veri e propri checkpoint. “Basta controlli, documenti subito” era lo striscione portato in corteo in risposta alle operazioni di polizia di cui tutti e tutte intuivano lo scopo: il censimento degli abitanti della tendopoli in vista di uno sgombero definitivo. Questo avrebbe costretto in strada centinaia di persone e deportato in un ennesimo campo di lavoro istituzionale solo chi è in possesso di un permesso di soggiorno.

Ad oggi la tendopoli non è stata ancora sgomberata. Il proposito delle istituzioni era infatti di attendere la stagione estiva per approfittare dello svuotamento del campo, data la necessità di molti/e di spostarsi per andare a lavorare altrove, evitando così lo scontro diretto. Ne è riprova il repentino intervento dell’apparato militare-umanitario nell’attivare l’ennesimo accampamento, immediatamente dopo il violento incendio che ha distrutto parte della tendopoli una decina di giorni fa.

Ogni volta che gli/le abitanti della tendopoli si sono uniti/e per alzare la testa contro i quotidiani soprusi, abbiamo visto lo Stato spaventarsi e arretrare. Infatti le istituzioni locali, per rispondere alle mobilitazioni, hanno preferito non attaccare frontalmente ma avvalersi di un interlocutore para-istituzionale che, a nome di tutti, collaborasse.
Ed è proprio nel contesto delle continue mobilitazioni autorganizzate che si è fatta largo l’Unione Sindacale di Base (USB), a cui le istituzioni e le forze dell’ordine hanno garantito spazi di trattativa e luoghi per convocare assemblee calate dall’alto, con un piano vertenziale ben lontano dalle rivendicazioni della lotta.
In questo quadro è chiaro che la repressione tenda ad eliminare chi supporta le lotte autorganizzate, consentendo di procedere solo sui binari della pacificazione sociale.

Viva la lotta!
Liberi/e tutti/e!
Sekine Traore vive nelle lotte!

11 luglio 2017
Rete Campagne in Lotta
Comitato lavoratori e lavoratrici delle campagne
Rete Evasioni

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Torino – Luglio al CPR

fonte: Macerie

ANCORA FIAMME ALL’AREA BLU

Giovedì scorso dentro al Cpr sabaudo qualche recluso ha dato fuoco a una coperta nella “sala da pranzo” dell’Area Blu. Evidenziare un motivo solo che fa scatenare gesti rivoltosi non coglierebbe la complessità della situazione detentiva, soprattutto d’estate; il caldo asfissiante, il cibo marcio e i continui pestaggi delle forze dell’ordine sono sì le prime motivazioni che spingono l’azione, ma sono anche la punta dell’iceberg che viene covato da chi subisce la detenzione amministrativa. Forse era solo un gesto simbolico – chi può dirlo. Fatto sta che, anche se il fuoco si è spento subito, la minaccia di gesti simili per chi gestisce il Centro è continua quanto la voglia di libertà di chi è costretto a starci dentro.

Non è un caso infatti che si tratta del secondo tentativo di incendio in pochi giorni, il secondo dopo quello del 5 luglio per cui un ragazzo è stato di fatto accusato dell’accaduto e viene tenuto nell’isolamento, nella “stanza liscia”, senza letto, materasso, né coperte; dorme con un polso probabilmente rotto, a quanto pare è diventato pure tutto giallo e da giorni gli impedisce di dormire, ma non è mai stato portato in ospedale. Inoltre per almeno un giorno pare che non gli abbiano dato né cibo né acqua, ha “diritto” a una mezz’ora di aria al giorno.

SULLA DEPORTAZIONE DEI 13 TUNISINI

Quando fanno queste deportazione di massa se ne accorgono quasi tutti: le luci dell’Area si accendono in piena notte e un sacco di sbirri, militari e finanzieri invadono le stanze armati di manganelli. È difficile fare qualcosa. “Non vedi quante armi hanno. Ci ammazzerebbero di botte”, dice qualcuno. Un ragazzo, non vedendo altro modo per non essere deportato, si è tagliato davanti all’Ufficio Immigrazioni del Centro con una lametta che si era tenuto addosso ed è riuscito così a non farsi deportare.

Per tutto ciò che sta accadendo in questi giorni in Corso Brunelleschi ci arriva voce che siano arrivati dei rinforzi tra i ranghi delle forze dell’ordine, non si sa se è una misura momentanea.

COME PACCHI

Pare che la maggior parte dei tunisini deportati fossero approdati da pochissimo in nave in Sicilia, subito presi, sono stati portati in aereo da Palermo a Roma, poi da Roma al Cpr di Torino. Pochi giorni dopo, via al giro contrario: presi la notte del 5 nel Cpr sabaudo, da che sappiamo sono stati portati in aereo a Roma e da Roma a Palermo, forse per l’ultima identificazione al Consolato. E poi, Tunisia.

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[Periodico di lotta] Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle NUMERO ZERO

Riceviamo e pubblichiamo.

Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle
— PERIODICO DI LOTTA —
— NUMERO ZERO —

Qui il link per la lettura.
Qui il file in pdf per la stampa.
Pagina Facebook e pubblicazioni cartacee.

Shown below the translations in different languages [ITA – ENG – FR]

Questo periodico esiste grazie alle lotte.

Il nostro impegno è quello di tradurre e distribuire in più lingue lettere aperte, comunicati, racconti e appelli di chi lotta nei centri di accoglienza, nei ghetti, nelle tendopoli, ai confini, nelle città e nei centri di espulsione.
Il nostro desiderio è che ogni battaglia possa imparare dalle vittorie e dai limiti dell’altra per intensificare la lotta contro le frontiere, la repressione e lo sfruttamento.
Lo Stato divide per controllare, questo giornale, “Fuori controllo”, vuole sconfiggere l’oppressione con la solidarietà, per questo è importante scambiarci idee e obiettivi sulle lotte che portiamo avanti.
Puoi scrivere a fuoricontrollo[at]distruzione.org o alla pagina facebook Fuori controllo – Out of control – Hors de contrôle per mandarci contributi che pubblicheremo nel numero successivo.
Ci vediamo nelle lotte!
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This zine exists thanks to struggles.

We are committed to translate into several languages and spread the open letters, communiques, stories and appeals of those who struggle inside asylum seekers’ reception centres, shantytowns, labour camps, on the borders, in cities and in migrant detention centres across Italy.
We wish for every battle to learn from the victories and limitations of others, in order to intensify the struggle against borders, repression and exploitation.
The State divides us in order to better control us. This magazine, “Out of control”, aims to defeat oppression through solidarity. For this reason, it is important to share ideas and objectives concerning the struggles that each of us carries out.
You can write to us through email at fuoricontrollo[at]distruzione.org, or on the facebook page Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle in order to send us your contributions for our next issues.
See you in the struggles!
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Ce périodique existe grâce aux luttes.

Notre engagement est celui de traduire et de diffuser, en plusieurs langues, des lettres ouvertes, des communiqués, des récits et des appels écrits par ceux et celles qui luttent dans les centres d’accueil, dans les ghettos, dans les camps, aux frontières, dans les villes et dans les centres d’expulsion de la péninsule italienne.
Notre souhait est que chaque bataille puisse apprendre des victoires et des limites des autres, afin d’intensifier la lutte contre les frontières, la répression et l’exploitation.
L’Etat divise pour contrôler. Ce journal, «Hors de contrôle», vise à vaincre l’oppression grâce à la solidarité. Voilà pourquoi il est important de s’échanger des idées et des objectifs sur les luttes qu’on mène.
Tu peux écrire à fuoricontrollo[at]distruzione.org ou à la page facebook Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle pour envoyer des contributions qu’on publiera dans le numéro suivant de la revue.
A bientôt dans les luttes!

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Torino – Proteste e deportazioni al CPR

fonte: Macerie

È mezzogiorno e chiunque si trovi all’interno del Cpr di corso Brunelleschi può vedere dei nuvoloni di fumo alzarsi verso il cielo. A bruciare sono tre materassi e delle coperte accatastati sulla porta dell’Area Blu. A far montare la rabbia l’atteggiamento delle guardie del Centro che da giorni si rifiutano di portare in ospedale un ragazzo appena maggiorenne che si è rotto il polso giocando a calcio. In poco tempo il fuoco viene spento con gli idranti e i poliziotti provvedono subito a portar fuori dall’Area, attraverso la porta annerita dal fuoco, i presunti responsabili dell’incendio: un paio di reclusi vengono picchiati e diversi finisccono invece in isolamento.

Qualche ora dopo, nel cuore della notte tra mercoledì e giovedì, militari, finanzieri e poliziotti fanno irruzione in gran numero in diverse aree per prelevare 13 tunisini, alcuni di loro appena arrivati in Italia via mare e trasferiti da pochi giorni a Torino da Palermo. Nel piazzale del Centro ad attenderli c’è già un autobus pronto a partire per un aereoporto – probabilmente Malpensa – dove nella prima mattinata è in programma un volo per la Tunisia.

La macchina delle espulsioni sembra viaggiare a buon ritmo, sempre nella giornata di mercoledì viene espulso, ancora una volta da Malpensa, un ragazzo in sciopero della fame da una decina di giorni perchè gli impedivano di incontrare la moglie e la figlia. Rispedito in Tunisia qualche giorno fa, questa volta via Genova, un altro ragazzo che nelle scorse settimane aveva provato a protestare ed attirare l’attenzione di chi lavora nel Cpr tagliuzzando il proprio corpo. Fatto addormentare di nascosto con dei sonniferi, non si è accorto che lo stavano portando via e si è risvegliato direttamente nella città ligure.

Espulsioni che dovrebbero diventare ancor più massive, visti gli accordi che si stanno formalizzando in questi giorni a Bruxelles: l’Italia è destinata a diventare il Cpr d’Europa e dovrà quindi aumentare numero di deportazioni, tempi di reclusione e capacità dei Centri. In attesa dell’apertura dei nuovi Centri qualche posto in più, per rinchiudere chi non ha i documenti in regola, potrebbe saltar fuori a breve in corso Brunelleschi, visto il continuo via vai di mezzi impegnati nella ristrutturazione dell’Area Rossa negli ultimi giorni.

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CARA di Bari e Mineo: proteste, blocchi stradali e repressione

Lo scorso 26 giugno una forte protesta ha avuto luogo nel CARA di Bari contro i continui controlli all’ingresso e all’interno della struttura: tre persone sono state arrestate, processate per direttissima e condannate a 4 mesi ciascuno, con pena sospesa. Due giorni dopo la polizia ha impedito l’ingresso nel CARA a un’altra persona, che ha cercato di opporsi. È stata “sedata, trasportata in ospedale e denunciata per lesioni, minacce e danneggiamento dell’auto della Polizia”.
Il 27 giugno alcune centinaia di persone sono uscite dal CARA di Mineo e hanno bloccato per ore la strada statale che collega Catania a Gela. Sono 3000 le persone ammassate nella struttura nota per i numerosi scandali e truffe degli enti gestori, molte aspettano da due anni e più una risposta positiva alle loro richieste d’asilo. Nei giorni precedenti era entrato in vigore un nuovo regolamento che impediva alle persone di cucinare nel centro e vietava le piccole botteghe dove è possibile approvvigionarsi dei beni di prima necessità. La rabbia e la protesta delle persone migranti è stata motivata da quest’ultimo provvedimento, oltre che dalle disastrose condizioni di vita nel centro e dal problema dei dinieghi e dei documenti.

Sulla protesta a Bari, riceviamo e pubblichiamo.

26 giugno 2017

Sassi sui poliziotti al Cara di Bari: otto agenti feriti

Tutto è cominciato quando una decina di “ospiti” del centro ha cercato di portare alimenti di vario genere all’interno della struttura per festeggiare il termine del periodo di Ramadan.

I poliziotti all’ingresso li hanno fermati sostenendo che non era possibile portarli all’interno (meglio che si accontentassero di quello che passa la mensa!!!).

Il divieto ha fatto scatenare la rabbia dei migranti, che hanno reagito tirando sassi contro gli agenti.

Al termine della rivolta, in tre sono stati arrestati per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. A loro, va la nostra solidarietà.

Alcuni nemici delle frontiere – Lecce

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Torino – “Un pensiero d’estate” – Fuori e dentro le mura del CPR di Corso Brunelleschi

fonte: Macerie

Tagli sul corpo e tentativi di impiccagione. Ad alcuni in queste settimane sembra l’unico modo per riuscire a farsi ascoltare nel Cpr torinese. L’aspettativa viene piuttosto delusa quando, non di rado, con qualcuno appeso al cappio, il lavorante di Gepsa si volta dall’altra parte con un annoiato “fa finta“. Sono i reclusi a salvarsi la pelle tra di loro, a loro il compito di capire come giocarsi le strade per la libertà nella consapevolezza generale che è meglio che giocarsi la vita.

Certo, questo caldo e le condizioni detentive non assicurano la miglior prontezza di spirito, ci si aggiungono poi anche i continui pestaggi delle forze dell’ordine. Un racconto tra i tanti: qualche giorno fa un ragazzo tunisino è stato picchiato da diversi agenti dopo che, avendo ricevuto l’ennesimo diniego a una richiesta fatta ai gestori del centro, chiedeva spiegazioni. “La polizia gli ha detto: vieni a vedere. E lui è caduto nella trappola“. “L’hanno massacrato di botte”, dice chi ha visto. “Chiusi qui dentro senza motivo- le persone stanno impazzendo. Tanti motivi. Solo quando sei in una stanza buia con loro capisci le cose. Due volte a settimana, tre, dipende, ci sono pestaggi. Tutti i giorni litighiamo per il cibo. Verso 8,30-9 di sera litighiamo sempre con loro. Ora ci danno sempre solo pane olio, una coscia di pollo, basta. Una zuppa da schifo. Così non puoi andare avanti.

Ed è la sbobba servita quotidianamente come pasto a suggerire un’azione un po’ più collettiva, come quella di alcuni ragazzi dell’area blu che da giorni fanno casino contro gli operatori che consegnano i pasti, in molti buttano il cibo per terra. Il cibo scaduto, dentro sovente vengono trovati insetti e anche se qualche volta non è deteriorato, è comunque immangiabile.

Ieri una quarantina di nemici delle espulsioni si sono presentati in corso Brunelleschi per cercare di portare ai detenuti un po’ di sostegno, per parlare dentro con il microfono e per mettere un po’ di musica in grado di superare le alte mura. I ragazzi dentro hanno risposto con molta energia, si sentivano tante voci inneggiare alla libertà. Dopo qualche anno i numeri sono infatti tornati a salire notevolmente, pare che le persone rinchiuse siano ora circa 170 e potrebbero crescere ancora quando finiranno i lavori di ristrutturazione dell’area rossa e di alcune camere di quella bianca. In molti per la mancanza di spazio dormono fuori.

Durante il presidio arriva una chiamata da dentro che viene subito trasmessa e così dalle casse una voce esprime tutto il suo desiderio di libertà e invoglia anche i presenti a intonare cori più rabbiosi. All’improvviso due grossi botti si sentono scoppiare poco lontano e la polizia in forze schierata davanti alla struttura si allarma e si avvicina ai presidianti, i celerini mettono i caschi, il capo-piazza la fascia tricolore e sembra pronta la carica con la Digos che riprende diligentemente la scena. Negli ultimi giorni devono cercare di essere puliti nelle procedure di manganello, un po’ di attenzione si è sollevata su di loro e per aprire teste devono seguire l’iter. Alla fine nonostante la presenza minacciosa non si muovono.

Da dentro ci fanno sapere che due cordoni in antisommossa sono arrivati a controllare anche i detenuti, ci rimarranno ancora qualche ora a tener gli animi a bada con l’idrante. Dalla questura un pensiero d’estate per rinfrescare gli animi, probabilmente.

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