Roma – 29 Giugno: Iniziativa contro Daspo Urbano e retate

Come se non ci fosse un Daspo – Block Party!

29 giugno ore 18:30 – Piazza dei Mirti (Centocelle)

Le nuove leggi sull’immigrazione clandestina e sulla sicurezza urbana (Minniti-Orlando) proseguono nella direzione della guerra alle\ai povere\i, concentrando la repressione contro chi vive di piccola criminalità, e spingendo nelle periferie chi vive di espedienti. Dall’entrata in vigore di queste leggi sembra aumentato il numero delle retate e la loro violenza, basti pensare all’omicidio di Maguette, venditore ambulante senegalese ucciso dai vigili urbani durante un controllo qui a Roma, o ai pestaggi avvenuti a Torino da parte della polizia; all’aumento delle espulsioni di persone senza documenti, ai progetti di costruzione di nuovi centri di detenzione per migranti, all’introduzione del Daspo Urbano, a rinforzare le misure già in uso come il foglio di via, i decreti penali di condanna ecc., all’incremento di militari e forze dell’ordine nei quartieri e nelle strade.

I media fomentano la paura del diverso suggerendo che la causa dell’assenza di lavoro, della violenza sulle donne e nelle strade sia la presenza di persone migranti e\o povere, in genere di chiunque viva ai margini della legalità o chi si ribella. Sponsorizzando inoltre le applicazioni per “segnalare” (infamare) le persone che non seguono le regole. Garantendo che nessuno agisca contro ciò che non gli piace, ma che si limiti a delegare agli sbirri la propria sicurezza. Omettendo che sono spesso gli sbirri a pestare, stuprare e uccidere nelle strade.

I proclami sul “degrado” insistono a indicare chi non resta chiuso in casa (perché non ne ha una o perché non vuole) o beve fuori da un bar come qualcosa di brutto e indecoroso.

Vorrebbero farci sembrare chi scrive su un muro o chi vende per strada più pericoloso di chi con una divisa gira ogni giorno con una pistola ed è giustificato a usarla.

Ci vogliono convincere infatti che le nostre difficoltà economiche e sociali siano provocate da chi vive ai margini, sex workers, venditori ambulanti abusivi, writers, chi chiede l’elemosina o lavora illegalmente per sopravvivere, chi non si adegua alla “normalità” o chi lotta contro questo sistema infame che arricchisce solo i ricchi e affossa sempre di più chi stenta a sopravvivere.

L’arrivo dell’estate verrà accompagnato dal solito proliferare di ordinanze anti-alcool, anti-vetro e anti-bivacco, volte a impedire a chi non è seduto nel dehor di un bar o ristorante (quindi chi non spende soldi in un localino) di stare in strada e vivere i quartieri.

Centocelle ha visto l’apertura di tantissimi nuovi locali e fast-food che, insieme all’arrivo della metro C, ha determinato un aumento degli affitti e del costo della vita, dipingendo come inaccettabile l’abusivismo e la morosità, con il conseguente incremento delle persone sfrattate dalla proprie case e cacciate dal quartiere perché non potevano più permettersi di pagare, e l’arrivo dei militari nelle piazze.

Questo invece è per noi inaccettabile. Inaccettabile è la polizia che ogni giorno invade i quartieri in cui viviamo a caccia di persone da sbattere in galera; inaccettabile è il razzismo di stato che ogni giorno perseguita i venditori ambulanti stranieri e le comunità rom, cercando chi non ha i documenti giusti per rinchiuderlo in un lager; inaccettabile è non poter vivere e incontrarci tranquillamente nelle strade perché ogni giorno c’è una nuova regola che ci impedisce di mangiare, bere e divertirci in piazza.

Vogliamo riprenderci la libertà di organizzarci contro i nostri nemici e vivere la vita che desideriamo.

Non vogliamo che Centocelle diventi un altro dei quartieri di Roma con le strade piene di guardie che difendono i ricchi, chi consuma i territori, chi specula e sfrutta.

Per questo abbiamo deciso di occupare piazza dei Mirti, stare in strada tutte e tutti insieme contro questo sistema, le leggi e la polizia che ci vorrebbero chiudere a chiave in casa ognuna nella sua solitudine.

Fuori fascisti, sessisti, razzisti e guardie dai nostri quartieri !

nemiche e nemici delle frontiere

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Modena – Domenica 25 giugno presidio contro il CPR

Riceviamo e diffondiamo.

Domenica 25 giugno a Modena presidio contro il CPR in piazza Matteotti, ore 17.

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Egitto – È questa la vita che ci tocca?!

Una compagna scrive: “Questa è la vita che ci tocca da ora in poi? Carceri, notizie di arresti di amici e colleghi, condanne a morte ogni settimana, sparizioni forzate e torture?

Anche quando cerchiamo di allontanarci, anche quando cerchiamo di ignorare tutto quello che accade e ci concentriamo sulla nostra vita privata vengono da te per trascinarti di nuovo in un incubo?

È questa la nostra vita da ora in poi? Gli ultimi anni dei nostri venti anni gli abbiamo passatx da un tribunale a un commissariato, e dalle carceri, all’obitorio.

Anche l’inizio dei nostri trent’anni stanno passando dai commissariati alle prigioni, ai tribunali e i labirinti legali e le notizie che spezzano gli animi, i cuori e i sogni.

E poi? Qual è la fine di tutto questo?

È questa l’aria che tira al Cairo dopo l’ennesima brutale ondata di repressione messa in atto dal regime. La scusa formale è stata la ratifica del parlamento (contro il parere del Consiglio di Stato che ne sanciva l’incostituzionalità) della cessione di Tiran e Sanafir – due isole nel Mar Rosso – all’Arabia Saudita. Di fronte al malcontento generale, ingrandito da una crisi economica e sociale che sta distruggendo il paese, il regime ancora una volta ha scelto di rimarcare come non ci sia spazio per la dissidenza.

In pochi giorni oltre 150 persone sono state arrestate. Alcune prese direttamente ai presidi, altre nelle strade adiacenti, altre ancora direttamente a casa all’alba. In tante sono sparite per ore prima di essere viste dai loro legali. Sono attivisti, avvocati, giornalisti, semplici persone. Le accuse sono sempre le stesse da anni a questa parte: terrorismo, incitazione al disordine, qualche post o foto su facebook, oppure semplicemente nulla. Basta poco in Egitto per finire in carcere. L’avvocato Tareq Huseyn (fratello di Mahmoud un ragazzo minorenne finito in carcere due anni per una t-shirt che indossava) per esempio nonostante l’ordine di rilascio è ancora in cella da più di 4 giorni. Niente cibo, niente acqua, stessi vestiti da due giorni. Altri, “più fortunati”, sono stati rilasciati con 10000 ghinee di cauzione.

Basta poco in Egitto per finire condannati a morte. 6 ragazzi le cui confessioni sono state estorte attraverso tortura finiranno tra qualche giorno uccisi dal regime se il tiranno Sisi non concederà l’amnistia.

Sono anni, appunto, che a migliaia fanno su e giù da un incubo all’altro. Anni di proteste nelle carceri dove si continua a morire per negligenza medica, dove ci si ammala di malattie contagiose, non c’è acqua, né cibo decente, né diritto alle visite. Anni in cui ci si sveglia la mattina col terrore di vedere il nome di qualche amico, collega, conoscente finito in galera. Anni in cui si va da un tribunale all’altro per dare supporto a chi finisce nelle grinfie di un regime che gode di tutto il sostegno internazionale.

L’Egitto è una dittatura, solidarietà con chi ancora resiste e lotta!

Libertà per tutt*.

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Torino – Domenica 25 giugno presidio al CPR

Fonte: Macerie.

La settimana scorsa il Cpr (ex Cie) di Torino ha ricevuto visite. Una delegazione di persone ben vestite che parlavano inglese, francese, alcuni anche arabo, è venuta a passeggiare tra le mura di Corso Brunelleschi. Non si capisce bene cosa volessero né se fossero politici, funzionari o personale di qualche Ong. Sembra che qualche giorno prima avessero fatto visita anche a Lampedusa.
Arrivati in mattina, hanno passato tutto il pomeriggio a tentare il dialogo con i reclusi, a far domande su come si vive dentro, come si mangia e sul loro stato di salute. In molti tra i ragazzi rinchiusi hanno però rifiutato il dialogo. “Che dobbiamo dirgli. Qui è uno schifo, e niente cambia. A cosa serve parlargli”. Alcuni pare avessero il timore di riferire le violenze, il cibo da schifo e le botte che passano dal Cpr torinese per non subire poi ritorsioni da parte dei poliziotti. Qualcuno ha fatto persino finta di dormire pur di evitare le insistenti quando ininfluenti domande che i signorotti bene vestiti volevano porre. A rimarcare l’inutilità della passeggiata è la risposta data a chi, tra i reclusi, chiedeva un contatto per restare aggiornato e sapere se avrebbero fatto qualcosa al riguardo: “State tranquilli, ci faremo vivi noi”. Chiuso il dialogo; abito buono, faccia da culo.

Intanto le pessime condizioni che si vivono tra quelle odiose mura smuovono di continuo tentativi, per lo più individuali, di protesta. Nell’area blu cinque ragazzi sono in sciopero della fame da due giorni mentre un terzo lo ha iniziato ieri. La motivazione è il cibo immangiabile, sempre uguale e schifoso. A volte buttano tutto comunque.

Spesso gli strumenti di lotta a disposizione in luoghi di reclusione quali Cpr e carceri sono piuttosto spuntati e se collettivamente non si riesce a dare vita a rivolte e proteste più generalizzate ed efficaci non per questo si rinuncia a provare a farsi sentire, spesso utilizzando il proprio corpo come mezzo. Ne sono esempio gli scioperi della fame in corso come pure i tanti atti di autolesionismo che avvengono all’interno delle strutture detentive.

E intanto in sordina ma costanti continuano i lavori di ristrutturazione del Centro per riportarlo alla capienza massima. Una nuova area è stata completata qualche giorno fa. L’area viola, accanto alla bianca e alla gialla, ha riaperto i battenti per aumentare gli effettivi detentivi. Al momento sembra che ci siano tra le otto e le quindici persone, tutti nuovi arrivati presi in retate da tutta Italia. Qualcuno dice che la settimana scorsa sono stati fatti dei lavori nell’area rossa chiusa da anni in seguito agli incendi scoppiati durante le rivolte nel fu Cie.

Con più posti a disposizione gli arrivi e le deportazioni si fanno più fluidi e costanti. L’altra notte sono stati espulsi una decina di tunisini mentre il Centro si sta nuovamente riempiendo di nigeriani per l’ormai tristemente classica espulsione di massa che, secondo le voci, dovrebbe avvenire questo giovedì.

Insomma tanti motivi per tornare sotto le mura del Cpr torinese per dare sostegno ai reclusi con un rumoroso presidio.

L’appuntamento è per questa domenica 25 giugno alle ore 17 nel pezzo di prato su corso Brunelleschi angolo via Monginevro

Aggiornamento: un ragazzo marocchino ha tentato di impiccarsi questo pomeriggio dopo essersi tagliato le mani in segno di protesta. Non gli lasciavano incontrare la fidanzata che era venuta in visita. L’hanno tirato giù i compagni di area mentre un militare lasciandolo lì gli ha detto di morire. Da che sappiamo ora sembra che sia in infermeria.
Nell’area verde stanno protestano da ieri sera: battono sui muri e sulle reti dopo la deportazione dei sedici tunisini. I militari si sono schierati davanti all’area a controllo della situazione. Nell’area blu invece molti hanno buttato il cibo negli ultimi due giorni e nell’area bianca oggi non è stato servito il pasto a cinque detenuti senza motivazione apparente.

macerie @ Giugno 20, 2017

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Roma – Aggiornamenti dal CPR di Ponte Galeria

Da una corrispondenza di una compagna dell’assemblea di lotta contro i CIE/CPR con Radio Onda Rossa del 16 giugno, si viene a sapere di una reclusa che si è sentita male ed è stata trasferita in ospedale, mentre un’altra ha tentato il suicidio.
Negli ultimi giorni sono state recluse nel CPR di Ponte Galeria 27 donne provenienti dal Marocco, da poco sbarcate. A breve è inoltre previsto un volo di deportazione di massa in Nigeria. Nel Lager romano sono già recluse circa 40 donne nigeriane ed è possibile che con i rastrellamenti in strada il numero cresca in vista dell’espulsione.

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Torino – Un ragazzo senegalese picchiato dalla polizia durante una retata

fonte: macerie

Di verità, interpretazioni e certezze

https://www.autistici.org/macerie/wp-content/uploads/14.jpgUna mattina qualunque a Porta Palazzo, il sole cocente di mezzogiorno incombe su dei manifesti freschi che riportano le foto del pestaggio di ieri e sulle chiacchiere accaldate degli avventori tra un banco e l’altro di scarpe, proprio là al ridosso del mesto PalaFuksas. Qualche bancarellaro si fa sfuggire quanto sia stata terribile la scena di ieri, del ragazzo picchiato dalla polizia dopo una concitata fuga, qualcun altro – invece – con tono sornione afferma di non aver visto nulla e con un’asserzione secca impone questa valutazione anche ai vicini di attività “noi non abbiamo visto niente, eh!”. Di lui, il giovane senegalese, si sa ben poco tranne che dopo esser stato portato al pronto soccorso è stato tradotto alle Vallette.

22.jpgDopo la diffusione massiccia del video che riprende abbastanza eloquentemente l’operato di ieri dei signori in divisa, la questura si è apprestata a mandare le veline alle testate locali elargendo la sua Verità: il fatto non è avvenuto, il ragazzo ha sbattuto la testa cadendo contro la struttura di un banco e per questo perdeva sangue. Di come esattamente siano andati i fatti non possiamo essere sicuri, che abbia anche sbattuto o meno la testa, certo è che in molti hanno visto come è stato menato mentre era già immobilizzato e sanguinante nella morsa dell’ordine pubblico.

Non crediamo che negli ultimi giorni alla polizia torinese abbia fatto male il caldo e sia per questo sopra le righe, conosciamo bene la sua violenza quotidiana, quella procedure in strada o quella meglio celata nelle stanze dei commissariati con la legittimazione del monopolio sul sangue altrui sgorgato. Capita però talvolta che qualcosa vada storto, che in tanti vedano, che qualcuno filmi, che ancor meglio si metta in mezzo ai loro controlli o provi a resistere, che chi subisce le percosse negli edifici della legge abbia la possibilità di raccontarle e organizzarsi per reagire.                                                                                                                                                      pp-3.jpgIntanto, andando a piè pari oltre le poco interessanti “verità” questurine, noi vorremmo dire della nostra piccola certezza: la polizia fa meno paura quando ci si organizza insieme per resisterle. Ed è la stessa piccola certezza che ieri nel tardo pomeriggio un piccolo corteo ha urlato per le strade di Porta Palazzo e Aurora.

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Italy – Warning! New raids and mass deportation flight for nigerian immigrants

Warning!

It seems that a massive deportation flight to Nigeria will start on Thursday 22 June. The charter would depart from Austria and, as in the past, would stop in Switzerland, Italy and then land in Lagos. The state could increase raids across Italy to fill the mass deportation flight.

Pay attention to the police controls in roads, stations and markets. Let’s resist together against raids, it’s time we all pick a side!

Attenzione!

Abbiamo modo di credere che giovedì 22 giugno partirà un volo di deportazione di massa diretto in Nigeria. Il charter partirebbe dall’Austria e in passato le tappe sono state Svizzera, Italia e poi Lagos. Lo Stato potrebbe incrementare i rastrellamenti nelle strade di tutta Italia per riempire il volo di espulsione di massa.

Facciamo attenzione ai controlli nelle strade, nelle stazioni e nei mercati. Resistiamo insieme alle retate, dimostriamo da che parte stiamo!

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Potenza – Un contributo sulla lotta al fianco delle persone costrette nel circuito dell’accoglienza

Riceviamo e pubblichiamo. Ricordiamo che per scriverci e inviarci contributi potete farlo alla mail hurriya[at]autistici.org

Il tutto ha inizio giovedì 8 giugno quando, insieme ad altrx compagnx del CSOA Anzacresa, apprendiamo che 10 ragazzi nigeriani hanno ricevuto un provvedimento di espulsione dal centro di accoglienza che li ospitava, gestito dalla cooperativa “Solidarietà”, a causa di discussioni interne dovute al sovraffollamento delle camere in seguito al trasferimento di altri ragazzi provenienti da un’altra struttura gestita dalla stessa cooperativa situata nella vicina cittadina di Melfi.

Non avendo alcun posto dove andare e avendo perso il “diritto all’accoglienza” i ragazzi decidono di stabilirsi in presidio permanente sotto il palazzo della prefettura di Potenza (sede anche degli uffici dell’omonima provincia). È qui che li raggiungiamo e ci uniamo al loro presidio supportando le loro richieste di un posto dove dormire e portando in piazza le nostre denunce al sistema di gestione della cosiddetta accoglienza e ad ogni confine e nazione.

La Basilicata è il fiore all’occhiello di questa macchina mangia-soldi chiamata “accoglienza”, è qui che alcune delle società che operano a livello nazionale hanno stabilito la propria sede legale (es. Auxilium) ed è qui che questo modello di infantilizzazione e “reclusione addolcita” dei migranti sperimenta, fiorisce e prospera come e più che altrove. Il tutto alimentato dal clima di pacificazione sociale e rassegnazione che troppo spesso si respira in questa regione.

Questo presidio, durato ininterrottamente due giorni ed una notte, ha dato vita ad interessanti confronti e dibattiti durante le varie assemblee informali e collettive che all’interno dello stesso si sono svolte. Interrotto durante il fine settimana, in seguito ad una soluzione temporanea (solo parzialmente rispettata dalla controparte che l’aveva promessa), il presidio è ripreso con numeri inferiori ma con più grinta e determinazione nella mattinata di lunedì al termine della quale si è riuscitx ad ottenere un incontro con il prefetto ed una sistemazione più o meno temporanea al problema abitativo dei 10 ragazzi.

Al di là della cronaca dei fatti e dei risultati pratici, più o meno soddisfacenti, ottenuti nell’immediato tramite questa lotta è importante fare delle riflessioni e provare ad analizzare da un punto di vista critico ciò che è accaduto. Era importante supportare le rivendicazioni dei 10 ragazzi esclusi dal circuito dell’accoglienza ma, è stato importante anche riuscire a portare in piazza le critiche radicali al sistema stesso dell’accoglienza cercando di evidenziare che ciò che è accaduto non andava vissuto solo come un dramma umano di 10 persone senza documenti gettate in mezzo ad una strada, e che non si è trattato di un caso fortuito ed isolato, ma che si tratta di un risvolto inevitabile ed ineliminabile di un meccanismo di sfruttamento delle sofferenze e delle necessità di persone migranti volto esclusivamente ad arricchire chi pretende di gestirne la vita.

Le persone vengono trattate come merci e, nel caso decidano di ribellarsi alle condizioni disumane nelle quali sono costrette a vivere, vengono cestinate così da liberare il posto ad altri più innocui individui sulla pelle dei quali lucrare.

Sono in molti, tra gli stessi migranti, ad aver preso coscienza di questa situazione ed è in atto un meccanismo di solidarietà che prova a diffondersi pur trovando fortissima opposizione e repressione sia da parte della prefettura (che minaccia espulsioni di massa e rimpatri forzati per chi si ribella) sia, in maniera molto più meschina e subdola, da parte degli stessi gestori dei centri di accoglienza che provano, spesso purtroppo con successo, a spaventare chi partecipa in maniera solidale alle proteste iniziate da altri. “Tu che ci fai qua? Non fare stronzate sennò finisci anche tu in mezzo alla strada, fai il bravo, vattene dal presidio, che c’entri tu con loro?”

Giornate come quelle trascorse lasciano in bocca il sapore agrodolce di chi è riuscito ad ottenere il risultato parziale che si era proposto ma, è costretto a continuare ad interrogarsi sul reale avanzamento della lotta contro frontiere, sfruttatori e ricattatori, a domandarsi se le strade ed i metodi praticati siano realmente efficaci in un’ottica di avanzamento della lotta stessa. È importante portare avanti queste battaglie difensive ma, allo stesso tempo bisogna riuscire a conservare la lucidità mentale e le energie necessarie per elaborare un piano di controffensiva.

Contro ogni frontiera, contro ogni oppressione, contro ogni nazione.

A-lex, unx compagnx di Potenza

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Lettera aperta su delle scene di ordinaria repressione.

Riceviamo e pubblichiamo questo testo, la testimonianza di una delle quotidiane retate delle forze dell’ordine contro le persone migranti, avvenuta in questo caso in un non luogo come la Stazione Termini di Roma, che ha reso ancora più difficile la creazione sul momento di relazioni di solidarietà e resistenza. “Come si può intervenire in situazioni del genere?”. Consapevoli di una difficoltà reale di intervento che non vogliamo nascondere, ci auguriamo che si apra una riflessione e discussione collettiva sulle pratiche di resistenza e solidarietà con chiunque subisca controlli e rastrellamenti.

Mi è capitato diverse volte di vedere una retata e provare a mettermi in mezzo, ma vederne lo svolgimento e le dinamiche dall’inizio alla fine è decisamente tutt’altra storia. Pochi giorni fa mi trovavo in tarda notte, circa le 4:30, a via Giolitti nei pressi della stazione Termini di Roma quando, sentendo delle urla, mi sono fermata. Di fronte a me, un capannello di persone intorno a tre ragazzi che litigavano così ho deciso di legare poco più lontano la mia bicicletta e andare a vedere cosa stesse succedendo. Nei circa due o tre minuti che ho impiegato in quest’operazione intorno a me, si è creato una sorta di scenario di guerra: una retata. Dapprima 3 volanti alle mie spalle che in un nonnulla sono diventate ben 9 chiudendo da entrambi i lati la strada. A quel punto, le guardie, sono scese dalle macchine e infilati i guanti, hanno iniziato a chiedere i documenti ai ragazzi che litigavano e a tutte le altre persone razzializzate (ossia le persone non bianche che vengono identificate come migranti) che non si erano riuscite ad allontanare prima, accerchiandole. Tutto è stato talmente veloce che non ho capito subito cosa stesse succedendo e così ho iniziato a chiedere alle persone intorno a me. Alcuni mi dicevano non lo so, altri dicevano una rissa ma solo uno mi ha fatto realmente capire cosa stava succedendo. Lo ha fatto urlandomi contro. Mi ha urlato “Bianca di merda”, mi ha detto “Cosa cazzo vuoi? Come ti permetti di venire qui in mezzo a noi e chiedermi come sto? Voi siete senza cuore! Guarda come cazzo ci trattate” e diverse altre cose mentre io, invano, cercavo di dirgli che ero lì per dar loro solidarietà. Lì per lì mi si è spezzato il cuore ma non ho avuto il tempo di riflettere quella sensazione perché un poliziotto, vista la scena, si è avvicinato a noi e rivolgendosi esclusivamente a me ha iniziato insistentemente a chiedere cosa stesse succedendo. Di fronte alla mia ostilità e al mio rigirargli la domanda dicendo che erano loro a star facendo quel macello hanno identificato anche questo ragazzo e me. Nel frattempo alle mie spalle si era aggiunta una camionetta e gli sbirri continuavano a chiedere i documenti alle, per fortuna poche, persone razzializzate che si trovavano in quei pochi metri di strada. Ho visto diversi altri sbirri uscire dalla stazione e altri da chissà dove diventando un discreto numero. L’atteggiamento nei confronti delle persone fermate era estremamente provocatorio ed aggressivo, zaini e borse venivano perquisite senza nessuna cura lasciando, in alcuni casi, cadere le cose a terra. Tutto intorno a me era violenza e sopraffazione. Poco dopo mi hanno ridato i documenti e poi, mi hanno allontanata da questo cerchio di infamità. Sono rimasta inerme, con le lacrime agli occhi, a vederli andar via di fianco alla mia bici. Non saprei quante persone hanno portato via. Poche, credo. Ecco che il modello nord europeo di intervento in strada è giunto a noi. Vorrei poter descrivere l’intensità e la velocità della violenza delle retate ma, come quell’uomo mi ha urlato a gran voce, non è la mia storia, non è la mia oppressione. Quello che quell’uomo diceva è vero: io vivere la strada senza documenti non lo so cosa vuol dire. Troppo spesso ci dimentichiamo che il fatto di riconoscere il nostro privilegio di bianchi e occidentali, non lo fa scomparire né lo depotenzia. L’unica cosa che mi sento di poter fare è una costante pratica di non attuazione del potere che il mio privilegio mi dà ma comunque resta che lo ho.

Dunque, quale può essere il mio contributo di affiancamento alla lotta delle persone razzializate? Preso in considerazione il fatto che ti ci trovi in mezzo d’improvviso per caso magari mentre sei sola, com’è successo a me in questo caso, come si può intervenire in situazioni del genere? Come si affronta la diffidenza che genera un bianco che giunge lì, di fatto come un alieno, dicendo di voler dare solidarietà? Nelle nostre ipotesi più rosee cosa ci aspettiamo che possa determinare il nostro intervenire in una retata? Quale prospettiva di lotta crediamo ci possa aprire l’approcciarci fisicamente a queste esperienze di resistenza?

Una compagna transfemminista e anarchica in cerca di complici

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Roma – Domenica 11 giugno benefit per compagnx torinesi arrestatx

Riceviamo e pubblichiamo.

Benefit per compagnx torinesi arrestatx per essersi oppostx a un controllo di polizia. Domenica 11 giugno, alle ore 18, agli archi di Torpigna, Largo Petazzoni, Roma.
Liberiamo le strade da ogni forma di autorità, solidali con chi si ribella!

 

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