Giappone – proteste e sciopero della fame nei centri di detenzione per migranti

Pubblichiamo questo articolo che spiega brevemente la situazione vissuta nei centri di detenzione in Giappone e le proteste e lo sciopero della fame che 90 reclusx stanno portando avanti nei due più grandi lager giapponesi. In assenza di contatti diretti, ci troviamo obbligatx a utilizzare l’unica fonte al momento disponibile.

fonte: eastwest.eu

Giappone: nei centri di detenzione per migranti è scoppiata la protesta

Diverse decine di persone detenute in strutture per l’immigrazione in Giappone hanno avviato la scorsa settimana uno sciopero della fame. Chiedono alle autorità giapponesi un trattamento più umano.

È circa l’una di notte del 26 marzo quando una guardia del centro per l’immigrazione di Ibaraki, un centinaio di chilometri a nordest di Tokyo, si accorge che nella cella di Nguyen The Hung, un detenuto vietnamita sulla quarantina, c’è qualcosa di strano. L’uomo è per terra, sembra non respirare più. La guardia chiama i soccorsi. Troppo tardi, a nulla servono i primi soccorsi. Nguyen è morto.

Nelle prime ore dopo il ritrovamento, si fa strada l’ipotesi del suicidio. Ma la verità è più violenta. L’uomo, ha rivelato Reuters a inizio maggio, aveva avuto un infarto rimanendo per ore riverso sul pavimento della sua cella: la sua morte era stata completamente ignorata dal personale di guardia nella struttura.

Arrivato in Giappone nel 1998 per cercare asilo, il 47enne era stato arrestato per aver prolungato la sua permanenza nel paese del Sol Levante oltre la scadenza del suo visto e per traffico di droga. Da una settimana era stato trasferito in una cella d’isolamento per essere «monitorato» dopo aver lamentato dolori continui al collo e alla testa.

Nella struttura mancava infatti un medico di servizio a tempo pieno che lo potesse visitare e dargli un quadro completo del suo stato di salute e così il monitoraggio si traduceva nella mera somministrazione di antidolorifici da parte del personale di guardia.

Tredici morti in dieci anni

Quella di Nguyen The Hung è solo l’ultimo e più recente episodio di questo tipo nei centri di detenzione ed espulsione dei migranti illegali in Giappone. A novembre 2014, Niculas Fernando, originario dello Sri Lanka arrivato in Giappone per trovare la sua famiglia e rinchiuso in un centro per l’immigrazione di Tokyo dopo che le autorità aeroportuali avevano notato irregolarità nel suo visto turistico, muore in circostanze simili a quelle di Nguyen.

Fernando aveva fatto in tempo a vedere il figlio George dietro una barriera di plexiglass in una stanzetta dell’ufficio immigrazione dell’aeroporto di Haneda, a Tokyo. Meno di dieci giorni dopo, il suo corpo veniva ritrovato nella cella di isolamento dove era stato spostato anche lui per essere «monitorato», disteso a faccia in giù in una pozza di urina. Per giorni aveva lamentato forti dolori al petto, senza poter essere visitato da un medico. Pochi mesi prima di Fernando, un 57enne birmano e un camerunese di 43 anni, e un 33enne iraniano erano morti rispettivamente d’infarto e per soffocamento durante il pasto — probabilmente una reazione provocata dall’eccessiva assunzione di farmaci e psicofarmaci.

Proteste nei centri

Il governo giapponese ha però finora sempre smentito che le morti fossero imputabili alla negligenza del personale e tantomeno alla mancanza di assistenza sanitaria all’interno delle strutture di detenzione. Eppure un fondo di verità sembra esserci. A poco meno di due mesi dalla morte di Nguyen in due delle principali strutture di detenzione per clandestini del Giappone — a Tokyo e Nagoya, dove si contano rispettivamente 576 e 150 detenuti provenienti principalmente da Cina, Asia sudorientale e Medio Oriente — infatti è scoppiata una rara ma quanto mai significativa protesta.

Circa 90 detenuti hanno avviato uno sciopero della fame in segno di protesta contro le condizioni «disumane» in cui sono tenuti e contro la mancanza di assistenza medica. Dal 2006 sono state 13 le morti di detenuti stranieri, di cui quattro suicidi accertati. Almeno in cinque casi — compreso quello di Nguyen — la mancanza di un’assistenza sanitaria in loco — solo ad aprile, ad esempio il centro di detenzione di Ibaraki ha assunto un medico full-time e solo per i giorni feriali — ha giocato una parte fondamentale. L’aumento di questi casi tra il 2013 e il 2017 rispecchia l’aumento delle richieste d’asilo al governo giapponese, circa 8mila nel 2015, di cui solo 20 accettate.

Oltre a un miglioramento generale delle condizioni di detenzione, i migranti chiedono al governo di concedere il rilascio e la sospensione della pena detentiva. Ma tra riforma della costituzione e la storia d’amore a lieto fine della principessa Kako l’attenzione pubblica in Giappone — come anche all’estero — sembra rivolta da altre parti. Almeno per ora.

@Ondariva

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Torino – Sul presidio al CPR del 21 maggio: nulla di nuovo sotto il sole

Fonte: Macerie

Davanti al rinominato Cpr si sono ritrovati questo pomeriggio una cinquantina di nemici delle espulsioni, ostinati come sempre a tener compagnia per qualche ora ai reclusi dentro, vicini a loro nell’odio per quelle mura detentive.

Interventi al microfono hanno inneggiato alla libertà, cori si sono alzati contro tutte le prigioni, rulli di tamburi e qualche canzone hanno risuonato nell’aria primaverile del mesto parchetto che costeggia il Centro. Ogni tanto, a rompere quest’alternanza, un boato forte di qualche petardo.

I detenuti hanno sentito bene questo calore, tant’è che un ragazzo ha provato a rispondere alle urla solidali e a buttare a terra i pochi suppellettili della camera come protesta contro la reclusione. In una manciata di minuti sono entrati dieci agenti antisommossa e manganello alla mano l’hanno portato nell’isolamento dove gli hanno rotto la testa di botte. All’infermieria interna gli hanno messo un po’ di nastro adesivo con della garza e l’hanno lasciato dolorante con unbenestare. Invece qualche solidale fuori, in contatto con lui telefonicamente, ha provato a chiamare un’ambulanza affinché potesse raggiungerlo per migliori cure. Peccato che il reticente operatore telefonico del 118 abbia intavolato scuse di procedura: a suo dire un’ambulanza non può soccorrere qualcuno dentro al Cpr senza l’autorizzazione della questura. Vero o no, poco importa, speriamo solo che mai qualcuno dentro a quell’infausta prigione abbia bisogno di cure veloci, perché di celeri ci sono solo le botte della polizia. Come dimenticare del resto che nel maggio 2008, nell’allora Cpt, Hassan fu lasciato morire sul suo letto con la schiuma alla bocca? Continua a leggere

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CPR di Caltanissetta: Adriana in sciopero della fame

Fonte: Radio Black Out

Ad oltre un mese dal trasferimento al CPR di Caltanissetta, Adriana comincia uno sciopero della fame per denunciare il perdurare della propria condizione di detenzione e per gettare luce sulla situazione dei migranti detenuti nei centri di detenzione amministrativa in generale.
Ascolta la corrispondenza con Adriana:

Per chiarire la dimensione legislativa e giurisprudenziale che viene attraversata da questo emblematico, ma non unico, caso, abbiamo raggiunto ai microfoni Enrica Rigo, docente di diritto presso l’università di Roma3:

Di seguito, una trascrizione parziale della corrispondenza con Adriana.

“Buongiorno a tutti quelli che ci ascoltano, io sono qui in qualità non soltanto di transgender ma anche come persona, come essere umano, perché […] la mia vita è stata rubata dalle istituzioni italiane, io sto chiedendo soltanto la mia libertà, che mi ridiano la mia vita […].
Perché quello che sto passando io, ogni persona che è migrante in Italia oggi può passare per le stesse cose. Perché adesso esiste un nuovo apparato repressivo: anche se una persona ha speso tutta la sua vita a lavorare in Italia, ha versato più di 30 anni di contributi, perché gli era scaduto il permesso di soggiorno da 15 giorni, è andato a finire in un CIE. Tutto questo per la mancanza di lavoro, lo sappiamo tutti che esiste la mancanza di lavoro oggi in Italia […] Ci sono alcune persone che si trovano dentro il CIE che hanno anche il permesso di soggiorno valido, e si trovano qui, non perché hanno commesso un reato, non perché hanno commesso niente […].
Io voglio dare voce a questa storia, che non è solo la mia storia, perché è la mia sofferenza, quello che sto vivendo io, perché lo sto vivendo in prima persona: qui è un Auschwitz, è un vero campo di concentramento, legalizzato e attualizzato nell’anno 2017. Ormai gli immigrati sono presentati soltanto come dei numeri e dei quattrini […]. Quindi noi parliamo qui di milioni di euro e io denuncio anche questo perché lo stato in cui vivono gli altri ragazzi è invivibile, come persone, e stiamo tornando alle leggi razziali nell’anno 2017. Anche io come cittadina emigrante, come cittadina brasiliana, anche io sto pagando e quindi quello che è capitato a me può capitare a qualunque persona domani, anche alla mia mamma, che è sposata: ci sono persone qui che sono sposate, che hanno figli, che sono cittadini italiani e si trovano dentro un CIE per essere rimandati a casa […]. Ho iniziato lo sciopero della fame per la mia libertà perché non ritengo giusto che io stia qui […].”

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Torino – Presidio al CIE/CPR domenica 21 maggio

Fonte: Macerie

Dal governo centrale asseriscono che entro luglio saranno messi in funzione sette nuovi Cpr: Brescia per la Lombardia, Gradisca d’Isonzo per il Friuli, Modena per L’Emilia-Romagna, Santa Maria Capua Vetere per la Campania, Palazzo San Gervaso per la Basilicata, Cosenza per la Calabria, Iglesias per la Sardegna. Alcune strutture sono già state in passato prigioni per senza-documenti, danneggiate dalle rivolte dei reclusi fino alla loro chiusura; altre, come il sito sardo e quello lombardo, erano prigioni canoniche o caserme.

Alla macchina delle espulsioni cercano di fornire nuovi ingranaggi ma ci saranno sempre dei nemici pronti a organizzarsi per farli saltare e dei reclusi che non si arrendono alla violenza della privazione della libertà.

Venerdì 19 maggio, ore 18 alle Serrande di corso Giulio Cesare 45: discussione con alcune compagne sulla lotta contro le prigioni per immigrati a Barcellona e contro le frontiere.

Domenica 21 maggio, ore 16 in corso Brunelleschi all’angolo con via Monginevro: presidio in solidarietà ai reclusi del Cpr torinese.

Cie o Cpr, fuoco a tutte le prigioni!

macerie @ Maggio 15, 2017

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Roma – Sul presidio al CPR di Ponte Galeria di sabato 13 maggio

Il nostro silenzio, le loro menzogne

Sabato 13 maggio, in poco più di dieci siamo tornatx sotto le mura del CPR di Ponte Galeria per portare solidarietà alle recluse ed esprimere ancora una volta il nostro odio per quel lager e chi lo gestisce e ne legittima la presenza. Ad aspettarci una folta schiera di soliti noti stalker, in divisa e non, che evidentemente smaniavano dalla voglia di trovare la prossima preda da dare in pasto allo stato.
La comunicazione con le donne detenute è stata purtroppo unidirezionale, nonostante le nostre speranze di trovarle fuori in cortile dopo l’ora di pranzo. Supponiamo quindi che, come al solito, per spezzare il già fragile legame di solidarietà che cerchiamo di stabilire durante i presidi, i gestori del lager abbiano nuovamente costretto le recluse a rimanere dentro le celle impedendo loro di rispondere ai nostri saluti e cori.
Abbiamo provato per due ore a raccontare alle detenute chi siamo e cosa succede fuori da quelle mura, delle lotte portate avanti dai/dalle migranti, dello stato fascista che uccide.
Sappiamo poco di quello che sta accadendo all’interno del CPR in questo momento, poiché le ultime donne recluse con cui eravamo in contatto, Olga e R.  (che intanto ha passato le scorse settimane a Rebibbia), hanno finalmente riconquistato la libertà e siamo felici di poterle riabbracciare entrambe fuori da quell’inferno che è Ponte Galeria. Continua a leggere

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Modena – Basta sfruttamento! Manifestazione lunedì 15 maggio alla Stazione

Fonte: evento fb

DOCUMENTI E DIGNITA’ PER I/LE MIGRANTI

Noi, richiedenti asilo di modena e provincia, soffriamo il problema dei documenti, delle attese infinite senza alcuna certezza. E’ molto doloroso restare per anni in questo stato: abbiamo paura per il nostro futuro. In più non riusciamo a vivere normalmente con il poket money, siamo trattati male dagli operatori e dai capi dei progetti, e ci fanno pure lavorare gratis!
Abbiamo rischiato le nostre vite per venire in Italia e salvarci, abbiamo abbandonato i nostri paesi e la Libia in guerra a causa dei maltrattamenti subiti. Siamo venuti qui per vivere normalmente. Come ci accogliete?
Attendere degli anni e poi sbatterci fuori senza documenti né niente.
Oltre a ciò, siamo perfettamente consapevoli che la nuova legge Minniti va a peggiorare le nostre condizioni di vita: diventa più probabile diventare clandestini, e diventa più probabile essere rinchiusi nelle prigioni per migranti, i CPR (ex CIE).
Hanno aperto una di queste prigioni proprio a Modena, ma noi ci opporremo con tutte le nostre forze.
L’accoglienza guadagna dalla nostra presenza e quando finiscono di guadagnarci ci gettano via e ci lasciano senza documenti. Noi rifiutiamo questo destino. Continua a leggere

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Torino – Aggiornamenti sui recenti arresti

Fonte: Macerie

Con le carte arriva anche il nome del settimo compagno ricercato e non trovato, è Greg. Ci auguriamo che rimanga uccel di bosco, senza tante ansie.

Il resto sono diciassette pagine di carta stampata e parole legnose volte a definire le condotte e motivare l’esigenza della custodia in carcere. Le accuse rivolte agli arrestati sono, con precisione, resistenza aggravata verso pubblico ufficiale, sequestro di persona e danneggiamento.

L’accusa di sequestro di persona è supportata da numerose citazioni di materia giuridica che definiscono l’esistenza del reato quando la condotta del reo priva di libertà fisica e di locomozione una persona, anche se non in maniera assoluta, per un tempo apprezzabile. Quindi sono bastati dieci minuti. Il tempo che i carabinieri hanno passato chiusi dentro le loro autovetture prima di abbandonare il luogo.

Le condotte e la responsabilità degli imputati è tenuta assieme dal concorso sia materiale che morale, “la semplice presenza sul luogo dell’esecuzione del reato può essere sufficiente ad integrare gli estremi della partecipazione criminosa quando, palesando chiara adesione alla condotta dell’autore del fatto, sia servita a fornigli da stimolo all’azione e un maggiore senso di sicurezza”.

L’esigenza di mettere gli accusati sottochiave tra le mura carcerarie è motivata, secondo il giudice Arianna Busato, dalla gravità del fatto e dalla pericolosità sociale degli imputati e dal rischio di recidivanza. Non basterebbe la custodia ai domiciliari con controllo tramite apparecchi elettronici poiché all’interno dell’ambiente domestico, secondo la togata, potrebbero continuare le condotte delittuose.

Tra le righe che motivano le misure affibbiate a Greg, Giada, Antonio, Antonio, Camille, Fabiola e Francisco si svela lo zampino di Rinaudo e i suoi fantasmi. Ancora una volta nelle carte tribunalizie che descrivono alterchi e piccoli scontri con le forze dell’ordine si accenna alla percezione di uno spazio ritenuto franco, in mano agli anarchici.

Per fortuna non è un senso di proprietà a caratterizzare la presenza in strada, i tentativi nell’ostacolare le retate, la resistenza agli sfratti, ma l’impellenza di vivere il posto in cui si abita cercando di allentare i meccanismi di repressione e sfruttamento, creando legami capaci di stringersi e creare le condizioni per  difendersi, a tratti contrattaccare contro le minacce quotidiane che incombono. Del resto anche questo pezzo di città ha dei proprietari: nuovi e rampanti padroni che con i loro investimenti e progetti intensificano la frequenza  delle minacce repressive e di controllo – non solo verso chi cerca di lottare in quartiere, ma anche contro chi non può far altrimenti che essere abusivo, non pagare l’affitto o il biglietto sul tram.

Questi arresti non sono stati perfettamente piani: Ros, Carabinieri, Polizia e Digos hanno trovato un’ennesima occasione per entrare all’interno delle case occupate in quartiere e capire come orientarsi al loro interno, superando e distruggendo barricate. Ormai la scadenza è semestrale e rischia di diventare una triste ricorrenza nella percezione di chi abita le case e il circondario, di chi accorre in solidarietà e di chi si ferma solo a sbirciare.

Utilizzando gli arresti come leva, hanno infilato di straforo perquisizioni, tagli al gas e la distruzione totalmente gratuita, all’interno dell’Asilo, di porte, arredi e parti della struttura. Non ci lamentiamo, immagazziniamo rabbia e calibriamo quanto tempo ed energie saranno necessarie nel rimettere in sesto le cose e togliere i segni del passaggio della polizia.

Ancora più moleste, così, suonano le felicitazioni e l’applauso della sindaca infingarda all’operazione di sbirri.

Stasera all’asilo, in via Alessandria 12, alle ore 19 ci sarà l’occasione di incontrarsi, parlare e organizzarsi. Intanto si può scrivere ai compagni arrestati che sono tutti rinchiusi nel carcere delle Vallette, sicuramente in attesa dell’interrogatorio di garanzia che si terrà venerdì.

Antonio Pittalis

Antonio Rizzo

Camille Casteran

Fabiola De Costanzo

Francisco Esteban Tosina

Giada Volpacchio

c/o casa circondariale Lorusso e Cutugno

via Maria Adelaide Aglietta 35

10151 Torino

macerie @ Maggio 4, 2017

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Roma – Sabato 13 maggio presidio al CPR di Ponte Galeria

Aggiornamento. Per poter partecipare al corteo pomeridiano a Centocelle, per le tre ragazze bruciate vive, il presidio è stato anticipato: l’appuntamento è alle 11.30 alla Stazione Ostiense o direttamente alle 13 alla Fiera di Roma.

riceviamo e pubblichiamo

Il 12 maggio 1977 Giorgiana Masi muore assassinata per mano dello Stato. Quarant’anni dopo lo stesso Stato continua ad agire la sua violenza e militarizzare i territori strumentalizzando anche la violenza sulle donne, sulle quali poi riversa invece tutta la sua brutalità; con i rastrellamenti continui per le strade, chi non ha i documenti ogni giorno viene rinchiusa nel CPR (ex CIE) di Ponte Galeria dove, privata della libertà, è costante oggetto di soprusi e minacce. Da Ponte Galeria partono numerosi voli di deportazione verso i Paesi d’origine, che riconsegnano queste donne alla violenza da cui erano scappate.
A Ponte Galeria, l’unico CPR in Italia con una sezione femminile, alcune donne, persino minori, sono recluse anche per aver avuto il coraggio di denunciare il compagno violento o un patrigno che le opprimeva. Per lo Stato la loro condizione di irregolarità o l’impossibilità di dimostrare la minore età ha più valore della loro richiesta di aiuto e necessitá di autodeterminarsi. La sinistra democratica al Governo emana norme di segregazione e discriminazione razziale e concede spazi sempre più ampi alle dimostrazioni di forza dell’estrema destra xenofoba.
A questo Stato democraticamente fascista, razzista e machista e a tutti i lager di Stato noi continuiamo a opporci ogni giorno. Siamo e saremo sempre al fianco delle detenute sostenendo la loro lotta per riconquistare la libertà.
Contro ogni confine, galera e oppressione.

nemiche e nemici delle frontiere

 

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Roma – Una ragazza minorenne reclusa nel CPR di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo.

Aggiornamento: Apprendiamo da Olga, da qualche settimana finalmente fuori da quelle maledette mura, che R. è stata trasferita nel carcere di Rebibbia. Al momento non sappiamo i motivi del trasferimento, potremmo fare numerose supposizioni ma, in attesa di ulteriori novità, quel che è certo è ancora una volta lo Stato infame che non tutela nessunx e non fa che spostare da un carcere all’altro, da un inferno all’altro, chi prova a ribellarsi alla violenza e lottare per la propria libertà.


R. è una ragazza di 17 anni assolutamente consapevole della violenza che lo stato sta agendo su di lei: per questo ha deciso di ribellarsi e raccontare la sua storia.

Ha 10 anni quando scappa con la madre dall’Ucraina e arriva in Italia. Qui frequenta le scuole nonostante i trasferimenti in varie città. A Brescia la madre trova un compagno che negli anni si dimostra autoritario e violento, tanto nei confronti della madre, alla quale impedisce anche di uscire di casa, quanto nei confronti di R. a cui viene anche impedito di vedere la madre.

R. è ancora minorenne, ma decide comunque che questa situazione non è più sopportabile: cerca allora di convincere la madre ad allontanarsi dal compagno e, quando questa si rifiuta, scappa di casa, riprendendosi libertà e indipendenza.

In questo periodo, dopo una rissa in cui lei non era direttamente coinvolta, viene convocata insieme a un’amica in questura per testimoniare ed entrambe vengono recluse in carcere per qualche giorno. L’amica di R. ha il passaporto ed è maggiorenne, ma non ha il permesso di soggiorno e dopo breve viene rimpatriata verso l’Ucraina. R. non ha i documenti con sé, e dopo 4 giorni viene rilasciata con un foglio di via.

Dopo qualche tempo si ritrova nuovamente tra le mani degli sbirri in questura. Lì viene tenuta in cella per due giorni senza che le venga nemmeno comunicato il motivo. Non le vengono dati né cibo né acqua; R. non ha con sé nulla, non un cellulare, non un assorbente, non un cambio, ha solo il certificato di nascita che però senza foto non basta come documento di riconoscimento. Iniziano gli interrogatori durante i quali, ammanettata alla sedia, subisce violenze da parte degli agenti, tanto che alcuni di loro intervengono per evitare che la cosa degeneri. R. non ci sta e nella cella si ribella a gran voce. Viene denunciata per danneggiamento aggravato perché accusata della rottura di una telecamera. Quindi è trasferita al CIE di Ponte Galeria. Solo una volta lì capisce dove è stata portata e cosa comporta e che, in quanto minorenne, in quel posto non ci potrebbe proprio stare. Cerca di contattare la madre in tutti i modi per farsi mandare il passaporto ma, ancora una volta, l’uomo non permette alle due donne di avere contatti e si rifiuta di aiutarla: “sei andata via, mo stai lì, magari quel posto ti raddrizza” le dice al telefono.

R. sa bene come tenere la schiena dritta e non si piega nemmeno di fronte ai controlli e alle perquisizioni delle guardie che per punirla sequestrano ogni oggetto che possa in qualche modo rappresentare autonomia, cura di sé o distrarla dall’oppressione di quel posto: specchi, pettini, accendini e persino le casse della musica, tutto è potenzialmente pericoloso e le viene quindi confiscato. Come in ogni carcere, nel lager di Ponte Galeria la spersonalizzazione delle detenute si attua anche attraverso il sequestro degli oggetti personali.

Ma questo non basta. La violenza dello stato agisce perfino nel supporre che la difficoltà di contattare e ricevere aiuto dalla madre, a causa della presenza di un compagno violento e possessivo,sia falsa, quindi la giudice non le crede, ritenendo impossibile che una famiglia neghi aiuto alla propria figlia: le viene così prolungata la detenzione ad altri 60 giorni per il mancato riconoscimento della minore età.

La storia di R. ci appare emblematica per aprire una riflessione su come la famiglia e i rapporti di potere che si generano al suo interno vengano usati come strumento di dominazione e controllo da parte dello stato patriarcale.

Infatti, la narrazione che fa R. fa della sua esperienza davanti ai giudici non viene ritenuta credibile perché questo comporterebbe la messa in discussione dell’idea di famiglia nucleare da fiction, unico luogo di protezione e cura, su cui lo stato stesso basa le sue fondamenta.

Ancora una volta, le pratiche liberticide dello stato puniscono, imprigionano e negano l’autodeterminazione delle singole persone.

Nemiche e nemici delle frontiere

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Leggi Minniti: un’analisi transfemminista

fonte: sommovimentonazioanale

Minniti, Orlando, Cirinnà – questo triangolo non ci va! Il sistema delle frontiere e la violenza sui corpi
La recente approvazione e conversione in legge dei due decreti-legge su immigrazione (d.l. n. 13/2017, convertito nella legge n. 46/2017) e sicurezza urbana (d.l. n. 14/2017, convertito in legge non ancora pubblicata) impongono la necessità di una riflessione in chiave transfemminista queer sull’accelerazione securitaria e repressiva che l’attuale Governo, in linea di assoluta continuità con quelli precedenti, sta attuando sui corpi di tutti quei soggetti non normalizzabili e non riconducibili a un’etica di Stato.
Numerose sono state le analisi dei contenuti specifici dei due decreti: quello che manca è un’analisi a partire da un posizionamento femminista e transfemminista dell’oppressione specifica che il sistema delle frontiere e del decoro urbano esercitano sulle nostre vite. Ovviamente questa necessità di analisi non può essere soddisfatta esclusivamente da questo documento – che è comunque frutto di discussioni collettive – ma è un tema che vorremmo interessasse in maniera trasversale tutti i tavoli che compongono la mobilitazione di “Non Una di Meno” soprattutto alla luce della nostra profonda convinzione che il Piano Femminista Contro la Violenza debba fungere da manifesto politico di rivendicazione e lotta in una prospettiva di lettura più ampia dell’esistente, e non debba essere solamente un documento tecnico di istanze da presentare alle istituzioni.
L’analisi dei due decreti-legge non può che procedere congiuntamente: seppur le tematiche che essi trattano sembrino all’apparenza differenti, in realtà la logica di fondo rimane la stessa. Ovvero, una stretta securitaria finalizzata alla selezione minuziosa di chi sta dentro e chi sta fuori, di chi è assimilabile ad un ideale fittizio di normalità, produttività, docilità, decoro e chi deve essere respinto ai margini della società, invisibilizzato e, nel caso, espulso. Continua a leggere

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