Egitto – A sei anni dalla rivoluzione, il regime teme ancora ultras e lavoratori

Son trascorsi 6 anni dalla rivoluzione del 25 gennaio 2011 e tre anni dalla presa del potere dell’esercito egiziano che attraverso uno dei suoi membri, l’ex generale al-Sisi, ha di fatto instaurato una sanguinaria dittatura. In questo periodo tutti i tentativi di protesta, ribellione, espressione di malcontento sono stati cancellati da misure di repressione straordinarie e brutali. Il rapporto del centro al-Nadeem che si occupa della riabilitazione contro le violenze e le torture ha registrato nel 2016: 384 assassini di Stato, 980 sparizioni forzate, 535 casi di tortura.

Anche quest’anno, il 25 gennaio, nonostante l’assenza di ogni protesta o commemorazione, una decina di ragazzi sono stati arrestati solo perché giudicati “sospetti” e ora si trovano in carcere per 15 giorni in attesa dei risultati dell’indagine.

Vittima della repressione sono stati anche gli ultras in occasione del quinto anniversario del massacro di Port Said avvenuto il 2 febbraio del 2012. In quella notte 74 tifosi della squadra Ahly del Cairo, per ordine del Consiglio superiore delle forze armate e del ministero dell’Interno, vennero uccisi all’interno dello stadio, le cui porte vennero appositamente chiuse. Fu una vera e propria vendetta del regime contro una tifoseria schierata a favore della rivoluzione e protagonista nelle varie battaglie per le strade e le piazze d’Egitto.

In questi giorni sono partiti degli arresti preventivi, nei confronti di cinque di loro che sono stati prelevati forzatamente dalle proprie case e portati in commissariato, tutto per impedire ai tifosi, alle famiglie e agli amici di commemorare i compagni assassinati.

Durante la perquisizione delle abitazioni la polizia ha sequestrato t-shirt, adesivi, sciarpe, fumogeni, fuochi d’artificio. Tanto è bastato per accusare gli ultras di “incitazione alla protesta non autorizzata e al disturbo della quiete pubblica, formazione di un gruppo illegale, possesso di esplosivi”. I cinque, di età compresa tra i 21 e i 30 anni sono adesso detenuti, sotto indagine, per 15 giorni. Altri 4, con gli stessi capi di accusa, sono invece in libertà provvisoria.

Nella sera di mercoledì, invece, almeno 80 tifosi sono stati arrestati in maniera preventiva nei quartieri e nei caffè limitrofi allo stadio del club al Cairo.

Il regime egiziano ha dispiegato anche tutte le sue forze per impedire e sopprimere anche ogni sorta di movimento dei lavoratori, sia del pubblico che del privato.

A causa della fortissima crisi economica che il paese sta attraversando, le misure di austerità (dettate dal FMI) e l’aumento dell’inflazione, le proteste sono andate avanti anche nel 2016. Lavoratori e lavoratrici, così come uomini e donne in pensione, non smettono di chiedere migliori condizioni di lavoro, aumento di salario, bonus e quant’altro potesse attenuare la morsa delle pesanti misure economiche. La risposta del regime, naturalmente, è stata e continua ad essere impietosa.

Così 27 lavoratori civili attendono in carcere dal 23 maggio 2016, il verdetto del tribunale militare che li vede imputati per “incitazione allo sciopero e blocco della produzione della compagnia” in seguito a due giornate di sciopero.

Due lavoratori e sindacalisti del trasporto pubblico sono ancora in carcere, sotto indagine, e accusati tra le altre cose di “formazione di una cellula terroristica”. 4 loro compagni, invece, sono stati scarcerati dopo aver pagato la cauzione

L’ultima aggressione delle forze di polizia i lavoratori e i sindacati indipendenti risale a gennaio, nel governatorato di Suez. 27 operai di una fabbrica di olio, tra cui membri e dirigenti del sindacato sono stati arrestati e messi sotto accusa per aver incitato allo sciopero. Il 30 gennaio una sentenza li ha scagionati da ogni accusa. Ora gli avvocati stanno lottando affinché siano riassunti dall’azienda che li aveva licenziati.

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