Roma – Le donne nel CIE di Ponte Galeria in sciopero della fame contro la detenzione

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Aggiornamento: Lo sciopero della fame, iniziato mercoledì scorso, è terminato venerdì sera, dopo che il direttore del CIE si è recato lì per parlare con le donne che protestavano promettendo di considerare le loro rivendicazioni e risolvere la situazione. Si è trattato ovviamente di false promesse e dei soliti raggiri con cui i carcerieri cercano sempre di calmare le acque per far sì che in quel lager non si muova alcuna voce di malcontento. Questa è la famosa buona gestione di Gepsa (multinazionale francese della carcerazione privata) che tanto viene decantata da media e operatori, una gestione fatta di repressione, infantilizzazione, ricatti e inganni continui.  Nonostante la fine dello sciopero, la rabbia delle recluse non si è placata, anzi è aumentata dopo aver constatato di essere state prese in giro.

Non smetteremo di essere solidali con chi lotta per liberarsi da ogni gabbia, consapevoli che tutta questa violenza ogni tanto torna al mittente.

nemiche e nemici delle frontiere, 28.02.2017

Verso metà gennaio, undici donne di origine marocchina, arrivate dalla Libia e sbarcate sulle coste italiane, sono state prelevate e portate in una struttura per migranti in Calabria, descritta come un centro di grandi dimensioni simile a una prigione, da cui non potevano uscire e dove la polizia le scortava anche in bagno. Si tratta con ogni probabilità del CPA/CARA di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
Dopo una breve permanenza sono state trasferite, a inizio febbraio, nel CIE (ora CPR) di Ponte Galeria, dove sono state avviate tutte le procedure per la richiesta di asilo politico.
A seguito di questa richiesta, è stato comunicato loro che verranno ugualmente trattenute lì per due mesi, senza fornire altre spiegazioni. Sappiamo che i tempi di permanenza all’interno del CIE, che riguardino processi di identificazione o di elaborazione delle domande d’asilo, sono spesso arbitrari e possono variare dai 30 ai 90 giorni.
Dopo essere state accolte solo da gabbie e polizia, le donne si son viste quindi negata anche la possibilità di conoscere il motivo della loro detenzione.
Per questo hanno deciso di ribellarsi e lottare contro questa privazione della libertà, inziando tutte insieme uno sciopero della fame.
Obiettivi di questa lotta sono inoltre quelli di  denunciare le precarie condizioni di vita all’interno del CIE e il bisogno di conoscere il destino a cui le autorità le hanno condannate.
Diffusasi la notizia all’interno del lager, anche altre recluse hanno appoggiato questa scelta unendosi allo sciopero.
La loro lotta per la libertà riesce a superare e abbattere le differenze con cui gli stati ci dividono e obbligano a essere servx silenti.
La nostra solidarietà alla loro scelta di scioperare rende più instabile il muro che ci separa.
Sempre a fianco di chi si ribella contro vecchie e nuove carceri.

nemiche e nemici delle frontiere

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