I flussi si spostano, la militarizzazione resta

Tratto dall’ultimo numero di Nunatak – Rivista di storie, culture, lotte della montagna che ringraziamo per averci risposto.

I flussi si spostano, la militarizzazione resta

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Con l’arrivo dei militari francesi nel sud delle Alpi Marittime, durante l’estate 2016, una parte dei flussi migratori si è spostata più a nord, interessando altre vallate delle Alpi occidentali. Ma il controllo della frontiera, nella zona compresa tra Fanghetto, dal lato italiano, e Breil e Sospel, dal lato francese, è rimasto pressoché totale, impegnando centinaia di militari della Legione Straniera, della Gendarmerie, della Police Nationale, della PAF. I controlli si effettuano sulle principali strade di comunicazione, con la richiesta di aprire il vano bagagli a ogni vettura in transito. Pattugliamenti, rilevamenti termici e appostamenti sono predisposti anche sui sentieri e lungo i corsi dei fiumi.

La scorsa estate, una manifestazione di diverse centinaia di migranti, che dal centro di accoglienza di Bevera si stava dirigendo verso il confine francese, è stata dispersa dai gas lacrimogeni degli sbirri italiani e i gruppi di manifestanti che sono riusciti a fuggire verso il confine sono stati braccati e quindi fermati grazie all’utilizzo di droni francesi.
Questo episodio non è che il più evidente segnale della tendenza affermatasi nelle Alpi Marittime: nonostante il calo dei flussi – dovuto, oltre che alla stagione fredda, all’allestimento dei campi di concentramento in Libia, in Turchia, in altri Paesi del Mediterraneo e sui confini dell’Europa dell’Est – il dispositivo di controllo è stato mantenuto e si sono moltiplicate le rappresaglie nei confronti della popolazione solidale con controlli e test su alcool e sostanze stupefacenti. Il terreno su cui il più noto tra i solidali roiaschi ospita i pochi migranti che, in una sorta di “corridoio umanitario”, riescono legalmente a passare, è controllato giorno e notte da militari per nulla dissimulati nella boscaglia.
Da qualche tempo a questa parte, uno di questi flussi si sta dirigendo oltralpe attraverso i passi che separano l’alta Valle di Susa dal Brianzonese. In quelle zone la militarizzazione del territorio, con l’arrivo degli Chasseurs Alpins, si è concentrata sui passi intorno al Monginevro, mentre nei fondovalle la presenza poliziesca è appena percepibile, almeno durante la stagione nevosa, perché assolutamente sconveniente al clima turistico degli straricchi vacanzieri che affollano le Hautes Alpes. Reti di solidarietà si sono attivate per soccorrere sui passi più alti i migranti di passaggio, e, da ambo i versanti, per offrire sostegno a chi si trova costretto a passare la frontiera di nascosto, sfidando sorte e temperature polari, per sfuggire ai controlli dei gendarmi. Una situazione già vissuta a Ventimiglia e poi nella Roya francese, come in altre località di frontiera sulle Alpi. Le Alpi non hanno mai smesso di essere un luogo di passaggio: è una costante nella storia di queste montagne.
Come a Ventimiglia e nella Roya, anche nelle Alpi Cozie una rete solidale, “trasversale” ed eterogenea, trova dei punti in comune per offrire sostegno attivo e concreto a chi si trova costretto a passare la frontiera da clandestino (si veda l’esperienza di «Briser le frontières» in Valsusa). Riflessioni e analisi su ciò che è avvenuto nelle precedenti mobilitazioni potrebbero aiutare a crescere, forse evitando o perlomeno prevedendo, gli inevitabili intoppi che questo genere di esperienze produce. Penso che nelle Hautes Alpes francesi e nelle altre vallate delle Alpi occidentali, conoscere quanto è già avvenuto altrove potrebbe apportare consistenti elementi, affinché un momento di sensibilità e mobilitazione collettiva riguardo ai flussi migratori, si trasformi in una critica più ampia e decisa contro la repressione, la guerra, il colonialismo economico e lo sfruttamento delle risorse, in atto da parte dell’Occidente nel resto del pianeta.

Per quanto riguarda la Roya francese – come con chiarezza espresso nell’opuscolo «Qui aide qui dans la Roya», uscito nell’agosto 2017 – dopo un iniziale movimento spontaneo e assolutamente diffuso sul territorio, che ha coinvolto centinaia di persone di quelle vallate, una crescente egemonia nelle mani delle associazioni umanitarie o sedicenti tali, nate sull’onda dell’emergenza, che si erano anche assunte il ruolo di mediatori tra le istituzioni e i migranti, ha finito per estendere il meccanismo della delega assoluta verso coloro che avevano questo dialogo con le autorità, fino all’esaurimento di qualsiasi tipo di iniziativa personale. La rete di solidarietà ai migranti di passaggio avrebbe potuto trasformarsi in un più complesso e articolato movimento contro la guerra e le frontiere, e se ciò non si è verificato, le responsabilità non vanno cercate soltanto tra chi ha sempre avuto un dialogo aperto con le istituzioni, ma anche tra coloro che non hanno cercato, o non sono riusciti, a rendere ancora più cosciente la sensibilità delle persone che hanno partecipato questi movimenti. Aiutare un migrante a passare la frontiera è più semplice e diretto che formulare una critica precisa delle circostanze che lo rendono tale. Aiutare un migrante è un atto concreto: lui ha bisogno di passare e tu gli puoi dare una mano. Nella Roya è mancata la necessaria fiducia nelle proprie e collettive potenzialità, la capacità di analisi e di critica: ad esempio in tanti sostenevano che soltanto giornalisti e fotografi avrebbero potuto sbloccare la situazione. La ricerca di un riconoscimento mediatico della lotta e il dialogo con le istituzioni sono stati gli argomenti maggiormente discussi e proprio per questo laceranti. Ci sono state scelte che hanno spento ogni contestazione e da un illegalismo complice si è passati alla complicità istituzionale.
Nei fatti, quando si è cercata la convergenza tra le lotte contro il raddoppiamento del tunnel del col di Tenda e quelle contro le frontiere, superando le dinamiche conflittuali tra i percorsi, le autorità francesi e italiane hanno immediatamente represso ogni velleità sincretista, favorendo il processo di divisione. Eppure quella era una buona strada. Per continuare a resistere e andare avanti, lontano dalle polemiche sull’inevitabile conflitto che oppone le componenti libertarie alle classiche formazioni autoritarie, all’interno di una determinata lotta, sarebbe urgente e necessario formulare delle proposte concrete e “altre”. Qualche proposta, alcune delle quali purtroppo non videro mai la luce, circolò nelle Alpi Marittime: da quella di organizzare delle marce sulle linee di confine in montagna a quella di occupare borghi e paesi abbandonati nei pressi della frontiera. O ancora quella di allargare la rete dei sentieri e delle case aperte e solidali, quella rete che nei secoli ha permesso a contrabbandieri, eretici, disertori, banditi e partigiani di resistere in montagna: punti di riferimento per chi attraversa la frontiera da clandestino, spazi liberati contro la logica degli Stati e delle loro guerre, non dei centri di accoglienza istituzionalizzati. Libere zone, che eliminano ogni concetto di frontiera, a cavallo delle Alpi.
Nelle mobilitazioni allargate, le componenti che fanno riferimento allo Stato e alle sue istituzioni seguono il loro percorso, e difficilmente svilupperanno una critica più ampia alla militarizzazione, alle frontiere e alla guerra.
Sta a noi inventare altre proposte e forme di esprimere la solidarietà, approfondendo il dibattito, cercando di imparare dalle esperienze passate, per poter agire di conseguenza.

Per tornare a un’analisi di quanto di buono, e di pericoloso per le autorità, si sia tentato di mettere in campo negli scorsi anni in valle Roya, riprendiamo alcuni estratti dall’opuscolo appena citato.
«Nella Roya il ricordo dell’occupazione effimera dell’ex posto di dogana a Fanghetto, e la repressione mirata che ne è conseguita, ci porta a pensare che ciò che temono maggiormente le autorità, è innanzitutto l’incontro e la prospettiva di elaborazione di azioni politiche in risonanza da ambo i lati della frontiera e la nascita di un movimento di solidarietà, difficilmente controllabile e adeguato alla situazione in quanto concreto e transfrontaliero, perché situato sulla “strada dei migranti”, e potenzialmente produttore di un linguaggio comune con gli esiliati. Le autorità temono questo più che i motivi che aveva avanzato il prefetto per giustificare lo sgombero della dogana abbandonata e la repressione del movimento: la paura di una convergenza, sincretismo, tra la resistenza al progetto del raddoppiamento del tunnel del col di Tenda e la solidarietà con gli esiliati. Elaborare un’intelligenza comune sulla situazione fra solidali in Francia e in Italia ci sembra essere la sola maniera di uscire dall’impasse in cui le mobilitazioni sembrano oggi trovarsi dai due lati della frontiera».
«L’umanitarismo, quando non si appoggia su un’analisi politica del proprio ruolo nel dispositivo di “controllo e sicurezza”, potrebbe diventare una garanzia e uno strumento importante per le politiche repressive nei confronti delle mobilità umane indesiderabili».
Si potrebbe dedurre che le autorità non temono soltanto un linguaggio comune con gli esiliati, ma anche l’incontro di tensioni che non riconoscono gli Stati e le frontiere e sono per questo portatrici di un linguaggio sovversivo. Considerato che il controllo del fenomeno migratorio, e la possibilità di espulsione, si estende per ogni migrante a tutto il periodo di permanenza negli Stati europei e non soltanto alle frontiere, che la quantità di migranti che riescono a raggiungere l’Unione Europea è appena sufficiente a soddisfare la richiesta di mano d’opera a basso costo, si evince che il dispositivo di controllo serve più che altro a tranquillizzare l’opinione pubblica circa i flussi e agitando la psicosi da terrorismo, a tastare sul terreno gli effetti di una progressiva e permanente militarizzazione di ogni “zona sensibile” del patrio suolo. Non si tratta soltanto di difendere la libertà di circolazione dei migranti, ma di rimettere in discussione un modello sociale che, attraverso un controllo sempre più diffuso e capillare, sta trasformando il territorio in una gigantesca prigione.

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