Dai distretti del Made in Italy, scrutando l’orizzonte. Qualche riflessione per darci una prospettiva.

fonte: Campagne in Lotta

Nelle enclavi dell’agroindustria Made in Italy la stretta sulle politiche migratorie, che fa il paio con la crescente repressione del dissenso, ha avuto effetti tangibili, senza però stravolgere un orientamento che ha origini antiche. Il ‘contenimento’, come l’attuale presidente del consiglio ha definito la sempre più marcata esternalizzazione manu militari della gestione dei flussi migratori sulle rotte africane, portato avanti da Minniti e proseguito dai governi successivi, ha ridotto il numero di persone che dai centri d’accoglienza veniva reclutata (direttamente o passando per i ghetti e i campi di lavoro) per il lavoro bracciantile. Non soltanto perché sono diminuiti gli arrivi, ma perché la morsa securitaria, il razzismo diffuso e la stretta sul rilascio e il rinnovo dei permessi di soggiorno di chi già si trovava in Italia hanno indotto molti di coloro che gravitavano nell’ampia costellazione di ghetti e campi, funzionali al reclutamento di manodopera, ad abbandonare la nave.

Non si tratta ovviamente di un esodo di massa: per chi non ha un passaporto Schengen, arrivare in Francia, in Spagna, in Svizzera o in Germania (le mete più comuni ed ambite) non è affatto semplice, e comporta seri rischi oltre che un onere finanziario di non poco conto. Come per coloro che partono dalla Libia, o prima ancora dall’Africa sub-sahariana, anche per chi cerca di muoversi all’interno dell’Europa i confini sono portatori di morte e sofferenze. A parte il filtro delle frontiere interne dell’Unione, la chiusura dei centri d’accoglienza, insieme al fatto che le politiche migratorie europee legano chi è arrivato in Italia a doppio filo con il territorio per le pratiche di rinnovo dei permessi, garantiscono una presenza di potenziale manodopera – perlomeno per il tempo (di solito biblico) necessario a chi la fornisce di espletare le pratiche relative al soggiorno e di trovare una via di fuga.

E tuttavia, già da inizio anno gli agricoltori e le loro associazioni manifestavano disappunto, ritrovandosi a corto di braccia. Anche perché i cittadini dei paesi comunitari (rumeni e bulgari su tutti), che negli ultimi dieci anni hanno rappresentato una fetta decisamente consistente degli operai agricoli in questo paese, stanno a loro volta disertando. Complice anche la crescita economica nei paesi di origine, che seppur non fermi l’esodo verso l’Europa occidentale, permette comunque di allargare gli orizzonti a chi in precedenza era costretto ad affidarsi ad intermediari senza scrupoli perché non poteva permettersi nemmeno di sostenere il costo del viaggio. Alla prima occasione, anche i braccianti europei fuggono dalle condizioni di lavoro estreme a cui erano abituati in Italia, e soprattutto nel Mezzogiorno. A questo si aggiunga la minaccia repressiva per chi utilizza manodopera irregolare, a partire dall’allargamento alle aziende della responsabilità nel reato di caporalato, intervenuto tre anni or sono, e al conseguente aumento di controlli e arresti. Come molti lavoratori raccontano, nessuno assume più chi non ha i documenti; e allora si rischia, lavorando e facendo lavorare a nome di altri, muniti di permesso, e dandosela a gambe levate (spesso su istruzione del datore di lavoro o del caporale) quando arriva un’ispezione.

Ma avere i documenti per chi in Italia è irregolare è quasi impossibile – a differenza di quel che accade altrove in Europa. In cambio di un po’ di sconto sul fiscal compact e di lauti finanziamenti per gestire i flussi, dentro e fuori i patri confini, da almeno 4 anni l’Italia (insieme a Libia e Niger, Grecia e Turchia) gioca per l’Europa il ruolo di una gigantesca prigione per immigrati, da cui è difficile evadere. Per gli altri paesi dell’Unione, è un comodo filtro che permette di selezionare la manodopera senza troppo sporcarsi le mani. Nemmeno la possibilità – pur concessa dalla legge, ma sempre in chiave ricattatoria – di ottenere un permesso di soggiorno denunciando il proprio padrone, o l’intermediario, che sfrutta, convincono i lavoratori, soggiogati dalla necessità di portare a casa la pagnotta e impauriti dalle minacce. Ciò non significa ovviamente che non siano disposti a lottare, come hanno dimostrato le mobilitazioni dei mesi scorsi, in continuità con quanto accade da dieci anni a questa parte, da Saluzzo a Foggia e San Ferdinando.

Tornando quindi alle enclavi dell’agroindustria, non sono però solo le politiche migratorie e il ricatto del salario a privare chi ci si ritrova della libertà di movimento. Le politiche di segregazione riguardano anche i luoghi di vita, e non da ieri. Il 2019 è stato l’anno degli sgomberi in grande stile, a San Ferdinando come a Borgo Mezzanone: anche qui, Salvini ha imparato dal suo predecessore, agendo però con più spudoratezza, anche e soprattutto sul piano mediatico. Nella Piana di Gioia Tauro, è stata portata a compimento un’operazione di concentramento, che ha permesso di giungere ad un controllo militare della Zona Industriale di San Ferdinando, dove attualmente sorge la tendopoli ad alta sicurezza voluta dall’allora ministro Minniti. I controlli di polizia h24 mirano a creare un clima in cui sia impossibile organizzarsi e solidarizzare, come dimostrano anche i diversi provvedimenti repressivi adottati contro compagne e compagni a partire proprio dal 2017: in totale, cinque fogli di via e 15 denunce. Ma a farne maggiormente le spese è ovviamente chi là vive, sottoposto a pesantissime restrizioni circa l’orario di ingresso e uscita, la socialità e l’affettività, la possibilità di prepararsi il cibo in autonomia, e soprattutto di riunirsi in assemblea e protestare: alcuni abitanti sono stati oggetto, oltre che di minacce e aggressioni, anche di provvedimenti disciplinari di allontanamento, che solo grazie alle proteste sono stati revocati. Le minacce a chi si ribella sono costanti.

Il piano delle istituzioni è quello di svuotare progressivamente la tendopoli (ma non è chiaro quali siano le millantate ‘alternative’), non solo scoraggiando le presenze ma anche facendo sembrare il campo-prigione una prospettiva allettante, se paragonato al marciapiede, e quindi mettere a tacere chi si lamenta della gestione in stile lager. Recentemente nella tendopoli-carcere sono state infatti smantellate alcune delle tende, abbandonate come rifiuti a poche decine di metri dal campo mentre diverse persone sono state costrette a dormire per giorni all’addiaccio perché i gestori si rifiutavano di farle entrare. Ancora una volta, solo le proteste sono servite ad assicurare ai malcapitati almeno un tetto, anche se non impermeabilizzato. Nel mentre, associazioni e sindacati – primi fra tutti la CGIL e l’USB – hanno creato un “comitato per il riutilizzo delle case vuote nella Piana”, che però, pur avendo come obiettivo l’individuazione di edifici in disuso, non pare essersi accorto della presenza di un intero complesso edilizio presso contrada Serricella (appena fuori Rosarno) costruito con fondi europei specificatamente per risolvere la questione abitativa dei braccianti stagionali. Il comitato è peraltro scomparso dopo una serie di inutili riunioni con l’unico vero obiettivo di far pubblicità a sindacati e fautori dell’accoglienza degna e screditare la lotta autorganizzata. Gli abitanti della tendopoli hanno più volte chiesto a Comune e Prefettura l’accesso agli alloggi presenti nel complesso di Contrada Serricella, ma il sindaco di Rosarno teme troppo per il suo successo elettorale, che andrebbe ad essere gravemente minato se la popolazione locale sapesse che le abitazioni sono state consegnate (come era stipulato fin dall’inizio) agli immigrati, tanto da insistere con la Regione per un cambio di destinazione d’uso, poi miseramente fallito. Insomma, la gente continua a vivere in un lager iper-controllato se non per strada o in baracche fatiscenti, quando ci sono case vuote e nuove costruite appositamente per le loro esigenze.

A Saluzzo, d’altra parte, chi quest’estate si è organizzato in corteo spontaneo (senza nemmeno la solidarietà dei sindacalisti VIP che in passato avevano provato a cavalcare l’onda anche là) è stato raggiunto da fogli di via, decreti di espulsione, arresti e rimpatri forzati. Nel silenzio generale. La protesta è servita perché venissero installate alcune tende, ora smantellate. Il centro di accoglienza gestito prima dalla Caritas e poi da una cooperativa, al suo secondo anno di vita, ha ovviamente esaurito la capienza ad inizio stagione (peraltro offrendo un servizio del tutto inadeguato, con stanze sovraffollate e senza finestre e mancanza totale di acqua calda per lavarsi). Come poi è accaduto anche a San Ferdinando, in Calabria, la strategia dell’amministrazione comunale della cittadina piemontese è da anni quella di ‘scoraggiare gli arrivi’ tenendo i centri di accoglienza chiusi fin dopo l’inizio della stagione, e mantenendo un numero di posti letto insufficienti.

Intanto, nel Tavoliere, il progetto concentrazionario langue. I 100 container di Casa Sankara, fiore all’occhiello della regione Puglia, destinati alla deportazione delle persone che abitano ancora negli insediamenti limitrofi sotto minaccia di sgombero, come l’Arena o la Pista di Borgo Mezzanone, sono ad oggi vuoti. Come la resistenza degli abitanti di questi luoghi ha dimostrato, nessuno ha la minima intenzione di spostarsi nell’ennesimo luogo di controllo e contenimento segregazionista, per giunta invivibile. Sono però queste le alternative, nei progetti istituzionali, che fanno da controcampo ad una violenta repressione giustificata con moventi come la ‘criminalità’ e il ‘degrado’, espressioni che di certo bucano lo schermo ma che celano e comprendono un sottotesto di concezioni razziste e patriarcali.

Com’è chiaro, le politiche contenitive, le leggi sull’immigrazione vecchie e nuove e lo sfruttamento sul lavoro rendono sempre più i ghetti e i luoghi di vita dei lavoratori immigrati un laboratorio di oppressione e sorveglianza. In maniera speculare, la solidarietà e le modalità di dissenso che non rientrano nei canali del consentito (limite che progressivamente si abbassa sempre più e sempre meno viene messo in discussione) vengono duramente puniti e scoraggiati, con l’intento di isolare sempre più chi lotta e criminalizzare chi sceglie modi di vita giudicati non conformi. Ne sono un palese esempio le due leggi su immigrazione e sicurezza che inaspriscono il regime giuridico a cui sono sottoposte le persone immigrate, le espulsioni e la reclusione nei CPR, accanto alla criminalizzazione di blocchi stradali, cortei, picchetti e altre forme di protesta storicamente utilizzati, per esempio, nelle lotte sul lavoro e per il diritto all’abitare.

Negli ultimi mesi, molte sono state le mobilitazioni degli abitanti dei ghetti in tutta Italia, fino ad arrivare all’ultimo grande sciopero del 2 settembre; queste lotte hanno dovuto far fronte non solo alla repressione ma anche alle gravi minacce e ai continui tentativi di pompieraggio da parte di associazioni e sindacati come l’USB, che da anni lucrano sulle tragedie nei ghetti e tentano di mettere la loro bandiera sulle lotte autorganizzate. Il mezzo dello sciopero, considerando anche la scarsità di lavoratori presenti rispetto agli anni passati e quindi l’aumento del potere contrattuale, unito alla presenza caparbia e conflittuale in strada, si dimostrano particolarmente utili in un periodo come questo, ed hanno consentito ai lavoratori di fare pressione sulle istituzioni fino ad ottenere la riapertura di un canale per l’ottenimento dei documenti. Questo non è bastato: la Questura di Foggia, nello specifico, ha esternato l’impossibilità di regolarizzare persone che vivono da anni in condizioni di marginalità e sfruttamento, soprattutto perché gli strumenti giuridici messi a disposizione dall’ultima legge non prevedono possibilità realmente usufruibili da chi vive questa situazione. Per questi motivi la lotta portata avanti da chi vive in questi luoghi deve necessariamente espandersi a livello nazionale ed europeo, scambiando esperienze e pratiche con chi lotta in modo autorganizzato su fronti simili.

Parallelamente, sempre più frequenti sono le rivolte dentro i centri di detenzione o i luoghi della cosiddetta accoglienza in tutta Europa, così come nelle carceri e alle frontiere; allo stesso tempo continuano e sono duramente punite le lotte sul lavoro che mettono in campo pratiche conflittuali, soprattutto quando queste vanno a inficiare un settore cruciale come quello della logistica. È chiaro ormai da anni il legame tra il controllo della mobilità e della circolazione, lo sfruttamento delle filiere controllate dalla GDO sugli ultimi anelli della catena, la realizzazione e la messa a profitto di luoghi deputati a contenere e gestire aspetti sempre più numerosi della vita di chi è costretto ad abitarci. È proprio da qui che è necessario ripartire, da questa triplice connessione che, se da un lato ha intensificato la repressione, dall’altro permette di allargare il fronte di lotta e immaginare punti deboli dove colpire.

CONTRO SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO, DOBBIAMO TROVARE IL CORAGGIO DI SFIDARE CHI CI MINACCIA E CI VUOLE DIVIS*.

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