Egitto: ennesimo assassinio di stato in carcere e situazione repressiva

Non esiste periodo di tregua per chi vive in Egitto, neppure durante il mese di Ramadan. Il regime continua a reprimere senza limiti mentre nel paese si diffonde l’epidemia di coronavirus. Da settimane vige il conprifuoco notturno. Il paese è allo stremo ormai da anni, stretto tra la violenza e la corruzione del regime dei militari e i prestiti della comunità internazionale. Eppure l’Europa continua a fare affari con la giunta al potere a cui vende armi o – come nel caso dell’Italia – ricevendo in pompa magna carichi di aiuti sanitari sottratti alla popolazione in cambio di silenzi e complicità.

La prigione non uccide, la solitudine sì. Ho bisogno del vostro sostegno per non morire. Negli ultimi 2 anni, ho cercato da solo di “resistere” a tutto quello che mi sta succedendo per poter uscire fuori la stessa persona che hai sempre conosciuto, ma non posso andare avanti. Ho bisogno del vostro sostegno e ho bisogno che ricordiate loro che sono ancora in prigione e che mi hanno dimenticato e che muoio lentamente ogni giorno perché so di essere solo di fronte a tutto e so di avere molti amici che mi vogliono bene e che hanno paura di scrivere di me o che pensano che uscirò comunque senza il loro sostegno. Ho bisogno di voi e ho bisogno del tuo sostegno più che mai“.

Sono le ultime parole scritte da Shady Habash, un ragazzo di 22 anni, l’ennesimo assassinio di stato in carcere. Il fotografo e regista si trovava da due anni in custodia cautelare nel dannato carcere di Tora, al Cairo. Era stato messo dentro perché aveva realizzato un videoclip di una canzone in cui il cantante in esilio Ramy Essam ridicolizzava il dittarore al-Sisi. Qualche giorno fa le guardie del carcere lo hanno lasciato morire in cella nonostante le ore di grida dei suoi compagni. Shady è morto tra le loro braccia. L’ennesima vittima di negligenza medica. Una delle armi usate dal regime per sbarazzarsi di chi gli si oppone.

Ricordiamo che il compagno Alaa Abdel-Fattah il 13 aprile scorso ha cominciato lo sciopero della fame in carcere.

Alaa è in isolamento dal mese di settembre. Gli è vietata l’ora d’aria, non può ricevere posta, libri e soprattutto non può ricevere visite (bloccate in tutte le carceri del regime dal 10 marzo). Da più di due settimane la famiglia di Alaa aspetta davanti al carcere per cercare di far arrivare dentro vitamine, soluzioni per la reidratazione e disinfettanti ma la direzione carceraria preferisce il pugno di ferro e vieta qualsiasi contatto con lui, anche scritto. L’unica cosa che hanno fatto uscire sono i dati clinici sulla sciopero risalenti a una settimana fa.

Con la scusa della pandemia, le guardie stanno negando alle persone detenute la possibilità di avere contatti con l’esterno, i rinvii vengono fatti automaticamente. Nella giornata di ieri, tutti i processi politici sono stati rimandati in automatico senza neanche la presenza dei legali, di 15 o 45 giorni. Prolungamenti che per migliaia di persone, come Shady, significano mesi e anni di custodia in carcere. Per tuttx valgono le stesse accuse. Ieri erano oltre 800 persone, tra cui anche la compagna Mahienour, Solafa, Esraa, lo stesso Alaa e il suo avvocato Baker, il compagno Haitham Mohamadein, lo stesso Patrick e tantx altrx.

Del resto, il regime continua a prelevare le persone dalle case, anche con la scusa del coprifuoco, e a farle sparire per poi metterle in carcere preventivo.

Il 20 e il 21 aprile sono state prelevate da casa Marwa Arafa, al Cairo,  Kholud Said, ad Alessandria. Sottoposte a sparizione forzata per diversi giorni, Marwa per due settimane, sono riapparse di fronte alla procura dei Servizi di sicurezza. Tutte e due sono accusate di far parte di un gruppo terroristico e la solita accusa di diffusione di false notizie.

Libertà per tutte e tutti.

La rabbia è tanta.

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