Contenzioni ed espulsioni: ingranaggi nella società dell’esclusione

Mentre mettevamo insieme i pezzi per questo articolo la realtà ha superato le atrocità che ci apprestavamo a raccontare: Abdel Latif, un giovane proveniente dalla Tunisia, viene ucciso il 28 novembre, dopo tre giorni in stato di contenzione meccanica nell’ospedale San Camillo di Roma.
Il razzismo di stato è tentacolare e Abdel Latif dell’Italia ha visto la segregazione in un hotspot a Lampedusa, la prigionia su una nave quarantena, la reclusione nel Centro di espulsione di Ponte Galeria a Roma, la contenzione nel reparto psichiatrico del San Camillo.

Due delle prigionie che hanno portato alla morte di Abdel Latif hanno come sfondo il sistema sanitario italiano, per il resto come garanzia ci sono gli attori dell’accoglienza umanitaria.

Le recenti mobilitazioni contro la contenzione psichiatrica ci hanno suggerito alcune riflessioni e abbiamo cercato informazioni riguardo il dibattito sulla contenzione meccanica, pratica che lo Stato dichiara di voler abolire con un percorso triennale che dovrebbe terminare nel 2023.
È da notare come negli stessi carteggi istituzionali le valutazioni partano da dati e note risalenti al 2001 e come dalle stesse analisi si arrivi a “raccomandazioni” e “suggerimenti” che, da allora e dopo 20 anni, non hanno avuto alcun riscontro pratico: si continua a morire nella violenza.

Ogni documento istituzionale è costretto a prendere in considerazione la lesione delle libertà individuali, la tortura, l’inefficacia in termini di miglioramento delle condizioni di salute e il peggioramento della persona sottoposta a contenzione meccanica fino a determinarne la morte. Protocolli che partono dall’assunto che “non è un atto sanitario, né un atto medico, non avendo nessuna finalità terapeutica, diagnostica o lenitiva del dolore”, confermano “la natura violenta della cura psichiatrica” e l’aumento dello stigma sociale per chi ha delle difficoltà ma al giorno d’oggi non esiste alcun monitoraggio di queste pratiche di tortura nelle strutture psichiatriche (figuriamoci nelle carceri, nelle RSA o nei CPR).
Già in passato veniva suggerito, non imposto, un registro per tenere nota delle ragioni, delle modalità e delle tempistiche dietro ogni contenzione.
Non serve grande immaginazione per credere che il tutto avvenga con la violenza fisica, la sedazione e l’abbandono perché i sostenitori della contenzione meccanica ritengono che il pericolo per l’incolumità degli operatori sanitari e la mancanza di personale siano delle buone ragioni per torturare e ammazzare le persone.
Convinzioni che le istituzioni non hanno neanche modo di paragonare ad altre strutture sanitarie che non utilizzano la contenzione meccanica perché la discrezionalità è immensa e senza controllo.

Nelle linee guida che lo Stato dichiara di voler adottare per superare la contenzione meccanica, oltre alla formazione del personale, c’è la trasparenza e l’accessibilità agli affetti e ai famigliari delle persone trattenute nelle strutture psichiatriche poiché, parte della contenzione, consiste nella reclusione.
Ora, guardando all’ultima persona uccisa dalla contenzione, probabilmente questa vicinanza affettiva sarebbe stata comunque impossibile data la blindatura delle frontiere.
Che il controllo psichiatrico – attraverso la somministrazione coatta, volontaria e involontaria di psicofarmaci – riguardi la vita delle persone detenute nei Centri di espulsione non siamo di certo i primi a saperlo. [Vedi anche 1 oppure 2]

Le persone recluse hanno sempre denunciato la presenza di psicofarmaci nel cibo e gli stessi farmaci come unica “cura” proposta oltre la tachipirina: un opuscolo recentemente pubblicato da nocprtorino.noblogs.org ricapitola la gestione sanitaria attuale nei CPR e fa un chiaro riferimento al controllo psichiatrico.
In passato abbiamo anche raccontato di iniezioni forzate di psicofarmaci nel CPR di Ponte Galeria e una querela da parte della cooperativa Auxilium ha comportato il sequestro preventivo della pagina che riportava l’articolo: ma quali altri aspetti del controllo psichiatrico riguardano le violenze a cui vengono sottoposte le persone immigrate?

Oltre ai sedativi, la contenzione meccanica è utilizzata nelle procedure di espulsione in molti paesi europei e non.
Fascette di plastica, scotch per legare mani, piedi e chiudere la bocca, caschi, cinghie, sedie con legacci… un inventario agghiacciante che ha portato alla morte di diverse persone, alcune conosciute per le proteste avvenute in seguito come Semira Adamu – ammazzata con un cuscino in faccia su un volo AirFrance mentre veniva deportata dal Belgio in Nigeria – e Jimmy Mubenga – soffocato su un volo di espulsione UK diretto in Angola.

Conclusioni

Le mobilitazioni contro la contenzione meccanica descrivono chiaramente la tendenza riformatrice a nascondere la violenza psichiatrica e il pericolo della sostituzione con una maggiore contenzione farmacologica in un paese convinto che l’elettroshock e i manicomi appartengano al passato.

Mentre la delegazione del Garante entrata a Ponte Galeria si dice intenzionata a fare chiarezza sulle cause di morte di Abdel Latif e si domanda se la contenzione porti alla morte, noi crediamo che la chiarezza ci sia già.
Tutti muoiono per “arresto cardiaco” ma lo stigma e la criminalizzazione spingono all’isolamento e nell’assenza di relazioni si è sottoposti a qualsiasi trattamento.

Sappiamo, dalle voci e dai racconti delle persone coinvolte, che sono gli stessi meccanismi di controllo delle frontiere e poi gli stessi luoghi istituzionali di segregazione e isolamento (navi, hotspot, centri di accoglienza, Cpr, reparti psichiatrici) che creano le condizioni di una forte sofferenza psichica. Creano una immane sofferenza lo stress di non riuscire a partire per migliorare la propria vita, il dover reperire migliaia di euro per pagarsi un viaggio, con la responsabilità di non deludere familiari e amici e la speranza di inviare presto soldi a casa, la paura durante una traversata dove si rischia la vita e si vedono morire compagnx, le torture subite nei lager, e all’arrivo in Italia, quando si pensava di avercela fatta, altre procedure rese ancora più incomprensibili perché in una lingua diversa, altre galere e violenze, nell’isolamento più assoluto, come nei CPR dove non è possibile nemmeno sentire telefonicamente la voce dei propri cari.

I tentativi di protesta contro questo sistema disumano spesso sono repressi ricorrendo appunto a motivazioni sanitarie, etichettando chi reclama libertà come un folle da sottoporre a trattamento sanitario obbligatorio e contenzione.

Davanti all’ennesima uccisione non deve cadere il silenzio.

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