Spagna – 16 maggio: se chiudono le frontiere, blocchiamo le strade.

Traduzione da “Plataforma suport Refugiades Alt Urgell”

CHIAMATA PER UNA GIORNATA DI LOTTA LUNEDI 16 MAGGIO.
Se chiudono le frontiere, blocchiamo le strade!

spagnaPoche settimane fa, un gruppo di residenti dell’ Alt Urgell si è organizzato e ha creato la piattaforma di supporto con i rifugiati dell’Alt Urgell, dopo aver visto con impotenza, tristezza e rabbia, un giorno dopo l’altro, l’azione vergognosa da parte dell’Unione europea che blocca e militarizza i suoi confini, permettendo e causando la tragedia dei rifugiati e migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria causata e alimentata dagli interessi economici della stessa Unione europea.

Da allora ci siamo mobilitati ogni Domenica bloccando la strada che porta ad Andorra, bloccando la frontiera, come mezzo di pressione al fine di forzare la UE ad aprire le frontiere. È un’azione che richiede pressione, è chiaro che da soli sarà impossibile aprire i confini. Ecco perché facciamo un appello ad estendere i blocchi stradali e a farlo in modo coordinato. Per avere un maggiore impatto proponiamo la data del pomeriggio di Lunedi 16 maggio, in coincidenza con l’ultimo dei tre giorni di vacanze in Catalogna.

Chiediamo a tutti i collettivi di supporto ai rifugiati e migranti, alle brigate e alle organizzazioni politiche e sociali di unirsi ai blocchi e fare un salto nelle mobilitazioni. La situazione è totalmente insostenibile e giorno dopo giorno sempre più morti si accumulano sul fondo del Mediterraneo. Non possiamo continuare a permettere questo genocidio.

Se bloccano le frontiere, blocchiamo le strade!

Piattaforma Supporto ai Rifugiati Urgell

Blocco 17 Aprile

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Brennero, 7 Maggio – Una giornata di lotta

Riceviamo e diffondiamo:

7 MAGGIO: UNA GIORNATA DI LOTTA

Non doveva essere una giornata di testimonianza. Non è stata una giornata di testimonianza.
Ci sono donne e uomini che non vogliono accettare barriere, filo spinato, detenzione amministrativa, immigrati che muoiono in massa alle frontiere di terra o di mare, campi di concentramento. All’interno di una giornata di lotta internazionale – con cortei in diversi paesi e varie iniziative anche in Italia, di cui cercheremo di fare un resoconto – al Brennero varie centinaia di compagne e compagni si sono battuti. Difficile immaginare un contesto più sfavorevole di un paesino di frontiera con una sola via di accesso. Quelle e quelli che sono venuti lo hanno fatto col cuore, consapevoli che nella battaglia contro l’Europa concentrazionaria che gli Stati stanno costruendo – di cui il confine italo-austriaco è un piccolo pezzo, il più vicino a noi – si paga un prezzo. L’aspetto più prezioso sta proprio qui: nel coraggio come dimensione dello spirito, non come fatto banalmente “muscolare”.
Siamo fieri e fiere di aver avuto a fianco donne e uomini generosi, con un ideale per cui battersi.
In tutte le presentazioni della giornata del 7 maggio – e sono state tante – siamo sempre stati chiari: se ci saranno le barriere, cercheremo di attaccarle, altrimenti cercheremo di bloccare le vie di comunicazione, a dimostrazione che il punto per lorsignori non è solo erigere muri, ma gestirli; sarà una giornata difficile.
Lo scopo della manifestazione era bloccare ferrovia e autostrada. Così è stato. Va da sé che se tra una manifestazione combattiva e il suo obiettivo si mette quella frontiera costituita da carabinieri e polizia, il risultato sono gli scontri.
Siamo riusciti a salire al Brennero senza aver chiesto il permesso a nessuno perché lo abbiamo fatto collettivamente, in treno e con una lunga carovana di auto. Abbiamo preso – senza pagarlo – un treno Obb, società ferroviaria responsabile di controlli al viso e di respingimenti. Per gli altri, solo la determinazione a reagire con prontezza ha distolto gli sbirri dai controlli all’uscita dell’autostrada. Le auto che non erano nella carovana sono state purtroppo fermate e i compagni a bordo non hanno potuto raggiungere il Brennero.
Quella di sabato è stata una manifestazione contro le frontiere anche nel senso che erano presenti tanti compagni austriaci.
Non sono certo mancati limiti organizzativi e di comunicazione. Tutt’altro. Ma questa è una discussione tra compagne e compagni.
Ci rivendichiamo a testa alta lo spirito del 7 maggio, con la testarda volontà di continuare a lottare contro le frontiere e il loro mondo.
La solidarietà nei confronti dei compagni arrestati, che ora sono di nuovo con noi, è stata calorosa. Nel carcere di Bolzano, i cui detenuti hanno risposto con entusiasmo al presidio di solidarietà, i quattro compagni sono stati accolti come fratelli.
Ciò per cui ci scandalizziamo rivela sempre chi siamo.
Per noi l’orologio danneggiato della stazione del Brennero ha questo significato: che si fermi il tempo della sottomissione.

abbattere le frontiere

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Brennero – Situazione degli/delle arrestat* di sabato

fonte: abbatterelefrontiere.blogspot.it

 

09 maggio 2016
Situazione degli arrestati di sabato al Brennero.
In questo momento stanno iniziando i processi per direttissima per tutti i compagni, le udienze si terranno separatamente, pare che il primo sarà Stefano con l’accusa di resistenza.
Molti compagni si trovano al tribunale.

Ore 14:00
Stanno finendo di convalidare gli arresti di sabri e miriam,poi ci sarà il processo in direttissima per tutti e sei insieme, il capo di imputazione è solo resistenza e la misura cautelare richiesta è il divieto di dimora in provincia di Bolzano, probabilmente questa sera dovrebbero essere tutti liberi!

ore 16:00
Richiesta spropositata da parte del PM:
2 anni e 6 mesi per tutti tranne che per Sabri, per lei 2 anni e 4 mesi con già lo sconto di pena per il rito abbreviato e per Miriam 2 anni e 2 mesi, tutti senza condizionale.
La sentenza è prevista per le 17.

E’ stata emessa la sentenza:

1 anno con condizionale Miriam, 1 anno e 2 mesi Stefano e Cristian con condizionale, 1 anno e 4 mesi con condizionale a Luca, 1 anno e 4 mesi senza condizionale e con divieto di dimora a Bolzano a Sabri e Nemo.

Tutti liberi stasera!

Qui potete ascoltare il collegamento in diretta durante le udienze.

 

 

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Comunicato solidale con compagn* arrestat* al Brennero da No Borders Sardegna

fonte: informa-azione

ABBATTERE OGNI FRONTIERA – Solidarietà con i compagni e le compagne arrestati al Brennero

Il filo spinato di una base militare non è diverso da quello che si trova lungo una frontiera.

Tagliare le reti di un poligono significa dimostrare che i limiti imposti dagli stati sono valicabili. Lottare per distruggere le frontiere assume la stessa valenza.

I confini diventano barriere che vengono innalzate per impedire l’accesso a chi è ritenuto scomodo, un problema da risolvere con burocrazia e manganelli, frontiere e CIE, hot spot e galere.

L’obiettivo del corteo del 7 maggio al Brennero è stato chiaro, dimostrare con determinazione di voler abbattere le frontiere e prendere una posizione netta scegliendo da che parte stare: quella degli sfruttati, contro ogni sfruttatore.

La risposta della repressione non si è lasciata attendere: cariche ripetute, lacrimogeni e manganellate hanno lasciato il segno ma non hanno impedito che per alcune ore la ferrovia e l’autostrada fossero bloccate.

Il prezzo da pagare è stato alto: oltre le contusioni e le ferite, infatti, 4 compagni e 2 compagne sono stat* arrestat*.

Gli sbirri si sono rivelati per quello che sono, l’ennesima frontiera posta ad ostacolo alla libertà, una frontiera prezzolata e sostenuta dagli Stati che nella giornata di ieri ha dimostrato la sua ferocia.

Per questo ci sentiamo complici con chi lotta per rendere valicabili questi limiti, con chi il 7 maggio ha espresso fermamente la propria volontà di abbattere le frontiere. Tutta la nostra solidarietà va ai/alle compagni/e arrestati/e.

Contro ogni frontiera, contro ogni limite invalicabile, per la libertà.

SOLIDARIETA’ CON SABRINA, MIRIAM, STEFANO, CRI, LUCA, NEMO

TUTTE LIBERE, TUTTI LIBERI

Alcuni antimilitaristi sardi

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Bologna – Cortei selvaggi in solidarietà con i fermati alla manifestazione contro la frontiera al Brennero

fonte: informa-azione

1boFermati e rilasciati dopo diverse ore due attivisti No border che erano partiti ieri da Bologna per partecipare alla manifestazione al valico del Brennero. In centinaia erano giunti al confine tra l’Italia e l’Austria per protestare contro la chiusura dei confini in Europa. Duri gli scontri tra la polizia di confine e i manifestanti. A fine giornata si apprende la notizia dell’arresto di cinque persone e del fermo di altri diciotto manifestanti. Contro il corteo determinato che provava ad attraversare la frontiera la polizia non ha risparmiato l’uso di manganelli ed un fitto lancio di lacrimogeni.

Di rientro dalla giornata al Brennero, in serata, al grido di “Tout le monde déteste la police”, un corteo selvaggio ha attraversato le strade della Bolognina per chiedere l’immediato rilascio degli attivisti arrestati durante il corteo della mattina. Al passaggio dei manifestanti alcuni cassonetti della spazzatura di via Matteotti sono stati ribaltati e alcune transenne sono state divelte provocando qualche disagio al traffico cittadino.

Anche nel pomeriggio di domenica le azioni di solidarietà sono proseguite con un breve presidio in piazza Maggiore. Subito dopo in una cinquantina hanno attraversato via Ugo Bassi dove si sono fermati davanti il consolato d’Austria per chiedere ancora una volta libertà per gli arrestati del giorno prima al Brennero. Gli stessi attivisti No border hanno poi proseguito fino in via del Pratello, presidiata da tre blindati della polizia e forze dell’ordine in assetto anti sommossa.

Così un comunicato rilasciato oggi a firma di alcuni “Solidali e compagn* di Bologna” in solidarietà agli arrestati: “C’è una parte del mondo incredibilmente ricca, ed una che l’ha resa tale. A suon di guerra, colonialismo, accordi con dittatori, il ‘Nord’ ha preso risorse e lavoratori da sfruttare. Ma questo benessere che è solo per pochi e non per tutti/e: anche in Europa, c’è uno spazio sempre più ampio fra chi opprime e chi è oppresso, e in entrambe le classi ci sono sia nativi che migranti. Per questo gli Stati sostengono la propaganda razzista e tengono nel ricatto del permesso di soggiorno chi arriva da altri paesi: per poterli ricattare e sfruttare, dirottandogli contro l’odio che meriterebbero i padroni, provocando una guerra tra poveri. Un esempio di questa politica è quello delle barriere e dei muri che si stanno costruendo in luoghi di passaggio. In questo caso, è l’Austria a finanziare la prima barriera visibile a tutti nel ‘cuore’ dell’Unione Europea, la prima al suo interno. Per questo ieri, sabato 7 maggio, un corteo si è mosso dalla stazione di Brennero, per sottolineare cosa significhi la proposta austriaca, per non dimenticare le tante frontiere che già isolano l’Europa per terra e per mare. Sappiamo bene da che parte stare: con i/le cinque compagni/e attualmente in stato di arresto. Al grido di ‘Abbattere le frontiere’ si voleva ribadire che non siamo disposti ad accettare nessun tipo di confine, né fisico né mentale. L’unica libertà di movimento accettata è quella delle merci e dei capitali, unico motivo per cui l’Europa ha minacciato ripercussioni per l’eventuale creazione di un materiale confine interno”.
2bo

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Taranto – Aggiornamenti sull’hotspot

Dopo quasi due mesi di funzionamento, un breve aggiornamento sull’hotspot di Taranto.

L’iniziale gara di appalto per l’affidamento del centro è stata contestata da alcuni partecipanti, per cui attualmente l’hotspot è commissariato ed è gestito dal Comune di Taranto su incarico diretto della Prefettura. Responsabili sul campo sono la Polizia Municipale e la Protezione Civile, con l’ausilio della Croce Rossa e di associazioni e cooperative individuate direttamente dal Sindaco.

Direttore dell’hotspot è Michele Matichecchia, comandante della Polizia Municipale. Mentre fra le associazioni, la più attiva sembra essere la cattolica Noi e Voi (Associazione di Volontariato Penitenziario Noi e Voi, già impegnata in progetti di “reinserimento” per i detenuti del carcere cittadino).

La capienza prevista è di 400 posti, ma dalle cronache si nota che il numero di persone presenti è sempre superiore a tale cifra.

Com’era prevedibile, sin da subito sono state disattese le direttive ministeriali in base alle quali gli immigrati vi dovrebbero essere trattenuti per un massimo di 72 ore e poi, espletate le schedature, trasferiti in altre strutture (CIE o centri di seconda accoglienza).

Se nella fase di avvio della gestione del centro è stato messo in pratica il trattenimento di tutti gli stranieri per due e più settimane, dopo la fuga del 13 aprile – quando circa ottanta immigrati scavalcarono le recinzioni disperdendosi per la città – ora c’è in campo una differenziazione di trattamento.

Chi accetta di essere identificato (foto-segnalamento e impronte digitali) ottiene un tesserino e di giorno può uscire dal centro in attesa di essere trasferito, generalmente all’hub di Bari.

Chi rifiuta di farsi identificare – e si è saputo di un gruppo di immigrati in questa situazione – è trattenuto nell’hotspot per almeno due settimane, senza poter disporre del telefono e altri effetti personali. Poi se ribadisce il proprio rifiuto (ci saranno dei tentativi di convincimento?) viene cacciato dalla struttura con il foglio di via dall’Italia; probabilmente evita il CIE perché dopo le ultime rivolte e danneggiamenti la possibilità di reclusione in quei centri si è notevolmente ridotta.

Un ruolo fra gli ingranaggi di questa nuova macchina di reclusione se l’è ritagliato anche l’AMAT, l’azienda municipalizzata dei trasporti pubblici di Taranto, che ha messo a disposizione mezzi e autisti per il trasporto dall’hotspot alla questura, dove vengono emessi i fogli di respingimento differito, ma pure per la caccia all’uomo scatenata dalle forze dell’ordine per catturare e riportare nell’hotspot gli ottanta fuggitivi del 13 aprile.

A costo di essere ripetitivi, continuiamo ad affermare che quanti partecipano alla gestione e al funzionamento delle galere per stranieri – dalle associazioni cattoliche alle cooperative ed alle amministrazioni di destra e di sinistra – hanno compiti esclusivamente di tipo carcerario. L’umanitarismo che spesso professano serve solo a mascherare interessi, di tipo economico o politico, di un settore in costante crescita: la gestione e il controllo delle eccedenze umane in condizione di emergenza.

Un buon proposito resta quello di non rendere facile, a questi figuri, di continuare nel loro lavoro di secondini. sottosopra[at]autistici.org

In allegato, un manifesto diffuso in città.
aspettando domani - tarantoA3

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Lampedusa – Comunicato delle persone migranti in protesta

6 maggio 2016 – COMUNICATO PROTESTA MIGRANTI BLOCCATI A LAMPEDUSA

Noi siamo profughi/rifugiati siamo venuti qui perché scappiamo dai nostri paesi in guerra, i paesi da cui proveniamo sono Somalia, Eritrea, Darfur (Sudan), Yemen, Etiopia. Il trattamento che riceviamo nel campo di Lampedusa è inumano (ci sono stati anche casi di maltrattamento per il forzato rilascio delle impronte digitali da parte delle forze dell’ordine). Se non lasciamo le impronte gli operatori della gestione del centro sono aggressivi verbalmente e fisicamente nei nostri confronti, ci sono discriminazioni per la distribuzione dei pasti e ci vietano di giocare a pallone nel cortile. I materassi sono bagnati dall’acqua che esce dai bagni e questo può causarci anche malattie.
Ci sono minori, donne incinte e persone con problemi di salute che non ricevono le cure adeguate.
Siamo a Lampedusa, chi, da 2 mesi, chi, da 4 mesi.
Finché non ci daranno la possibilità di andare via da questa prigione in un luogo in cui ci sono condizioni di vita più dignitose ci rifiuteremo di dare le impronte.
Siamo venuti per il bisogno di libertà, umanità e pace che pensavamo ci fosse in Europa.
Non vogliamo essere rinchiusi in una prigione senza aver commesso reato, vogliamo una vita più dignitosa e provare ad avere protezione dato che scappiamo da situazioni che ci mettono in condizioni di rischiare la vita.
Lasciare le impronte in queste condizioni non ci lascia la libertà delle nostre scelte future come ad esempio potersi ricongiungere ai propri familiari o comunità già presenti negli altri paesi.
VOGLIAMO ANDARE VIA DA LAMPEDUSA PER AVERE LA PROTEZIONE CHE CERCHIAMO SCAPPANDO DAI NOSTRI PAESI. MOLTI DI NOI SONO IN SCIOPERO DELLA FAME E DELLA SETE E NON SMETTERANNO FINCHÈ NON SARANNO SODDISFATTE LE NOSTRE RICHIESTE.

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Torino – La storia di Hassan e della resistenza alle espulsioni

Fonte: Macerie

Anche se un po’ in ritardo rispetto agli eventi vogliamo raccontarvi la storia di Hassan; una storia come tante di ordinaria violenza nel Cie di corso Brunelleschi, con un epilogo però decisamente positivo.

uscitaHassan, da due mesi rinchiuso nel Cie torinese, si vede prelevato una mattina di fine aprile per essere espulso: manette di velcro a mani e piedi viene caricato in auto, direzione aeroporto di Malpensa dove viene portato sull’aereo di linea scortato da quattro poliziotti. Ma lui di tornarsene in Marocco proprio non ne vuole sapere e così comincia a lamentarsi, ad agitarsi provando a resistere all’espulsione. Tanto dice e tanto fa che riesce ad attirare l’attenzione di alcuni viaggiatori, dell’equipaggio e del pilota che decide di non volare con un uomo legato e in quelle condizioni. Hassan viene quindi fatto scendere dall’aereo e portato in uno stanzino dell’aeroporto dove viene malmenato dagli scontenti poliziotti che lo accompagnavano; quindi viene riportato al Cie di Torino e messo in isolamento.

Ma le botte prese fanno male e Hassan chiede a gran voce di essere portato in ospedale per accertamenti. Come sempre accade le orecchie degli operatori interni al Cie e della polizia sono sorde alla richiesta e così Hassan e i suoi compagni di reclusione cominciano a chiamare il Pronto Intervento per far arrivare un’ambulanza. Anche i solidali fuori, avvisati della situazione, si mobilitano e il centralino del 118 continua a ricevere richieste di intervento. Alla fine un’ambulanza arriva alla porta del Centro ma non viene fatta entrare; operatori e polizia continuano a sostenere che nessuno ha bisogno di cure ospedaliere, anche quando Hassan ingerisce delle monete in segno di protesta. Quello di cui invece hanno bisogno i gestori del Cie è la quiete e così in risposta al trambusto creato per avere una visita in ospedale decidono di sequestrare il telefono al ragazzo.

Hassan però non ci sta e spacca un televisore minacciando di fulminarsi con i cavi. Come tutta risposta viene arrestato con l’accusa di danneggiamento e trasferito alle Vallette. Qualche giorno fa ha avuto la direttissima e il giudice ha deciso di liberarlo con l’obbligo di soggiorno a Torino e il rientro notturno.

Una storia come tante dicevamo, ma con un finale che anima delle riflessioni. Sì perché la determinazione e il coraggio di Hassan, la solidarietà dei suoi compagni di reclusione e di quelli fuori ha fatto sì che le porte del Cie prima e del carcere poi si chiudessero dietro di lui, restituendogli una seppur limitata libertà.

La lotta paga, insomma e a noi non può che far piacere sostenere coloro che, soli o in compagnia, non si arrendono al destino loro imposto ma cercano invece una via verso la libertà.

macerie @ Maggio 3, 2016

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Roma – Sul presidio del 30/4 al CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo.

Per scriverci hurriya[at]autistici.org

 

Sabato 30 aprile, come ogni mese, siamo tornati/e davanti alle mura del CIE di Ponte Galeria per portare la nostra solidarietà alle donne rinchiuse nella sezione femminile, l’unica area al momento funzionante.

Il presidio, nonostante la massiccia e costante presenza di guardie, si è svolto senza intoppi. Le nostre grida e gli interventi al microfono alternati dalla musica hanno ricevuto risposta.
Secondo gli ultimi aggiornamenti il numero di presenze raggiunge il centinaio, anche se la capienza massima della sezione dovrebbe essere di 80 persone. Molte sono state recluse nel CIE di Ponte Galeria di recente a seguito di rastrellamenti nelle altre città.
Il presidio si è concluso con il lancio di palline da tennis e i fuochi finali per salutarle, convinti/e che
una parte della nostra forza sia arrivata dall’altra parte del muro per rompere l’isolamento.

Qualcuno ha detto che l’avventura sta nel liberarsi non nell’essere liberi. Niente di più vero se si considerano tutte le persone rinchiuse in questi centri e non solo, ma valido anche per noi che recandoci in questi luoghi di oppressione, cerchiamo di liberarci dalla cultura alla quale apparteniamo e nella quale siamo immersi contrastandola come meglio crediamo. Che la nostra liberazione sia parte della loro.

Contro ogni gabbia e ogni frontiera

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Torino – Appello per tre giorni di discussione e lotta il 20, 21 e 22 maggio

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TRE GIORNI DI DISCUSSIONI E LOTTA

Da Idomeni a Calais arrivano immagini di persone che premono per passare frontiere sempre più chiuse. Contemporaneamente gli Stati europei mettono in campo una ristrutturazione nella gestione interna dell’immigrazione attraverso nuove strutture di smistamento e acuendo il controllo nelle strutture della detenzione amministrativa.
Proprio per questo è necessario incontrarsi per discutere dei cambiamenti in corso.
Gli incontri vogliono sollevare alcuni nodi critici, teorici e pratici, e i limiti incontrati nelle lotte con i migranti e immigrati che, nell’ultimo anno in particolar modo, si sono sviluppati in varie parti d’Italia e non solo. Consci della difficoltà e della complessità di questo proposito, pensiamo sia necessario ricercare un confronto aperto non dettato da scadenze di lotta o impegni di movimento. In pratica sentiamo il bisogno di riprendere una discussione riguardo questi argomenti specifici, senza per forza dover trovare una sintesi di analisi e di intenti ma piuttosto un terreno di confronto fertile nel quale poterci ritrovare nei mesi a venire.

Obiettivi delle due giornate:
– avere un confronto con diversi compagni rispetto alle politiche migratorie internazionali in relazione ai flussi e alla chiusura delle frontiere.
– fare il punto sull’evoluzione del sistema di accoglienza e di respingimento messo in campo in Italia partendo dagli Hotspot, dal sistema della cosiddetta “accoglienza secondaria” fino all’internamento nei Cie.
– avere un confronto con compagni impegnati in vari ambiti di lotta contro la gestione dell’immigrazione, quali a esempio la lotta contro i Cie e quella contro le frontiere.
– avere un confronto con compagni provenienti dall’estero che nell’ultimo anno hanno seguito diverse lotte al fianco di rifugiati e richiedenti asilo.

La discussione vorrebbe toccare i seguenti punti:
– L’arrivo massiccio di immigrati previsto nei prossimi mesi potrebbe ricreare durante l’estate prossima una situazione simile a quella vissuta l’anno scorso a Ventimiglia, dove si stanno già ammassando centinaia di profughi. La chiusura della frontiera austriaca sta ostacolando il passaggio verso il nord- Europa deviando, probabilmente, i flussi provenienti dai Balcani e dal meridione, verso il confine nord-occidentale. Come poter immaginare un intervento di lotta che tenga conto delle contingenze pratiche che tali situazioni creano? Come portare avanti una solidarietà attiva con i migranti stessi senza scadere in dinamiche assistenziali ma rilanciando piuttosto percorsi di lotta e complicità? Quali limiti e quali possibilità offrono questi spazi nati attorno a una situazione d’ emergenza?
– L’enorme flusso di migranti viene fatto transitare negli Hotspot di recente apertura, che fungono da filtri attraverso i quali decidere della destinazione di ogni migrante, e in seguito incanalato verso strutture di seconda accoglienza quali gli Sprar, i Cas e i Cara. Questi luoghi esistono da parecchi anni ma nell’ultimo periodo si stanno moltiplicando per far fronte a un numero sempre maggiore di richiedenti asilo. La retorica dell’accoglienza, utilizzata per giustificare l’esistenza di tali strutture, nasconde una complessa rete di appalti nella quale si inseriscono cooperative e imprese che incassano lauti guadagni nella fornitura di servizi. E non solo. Il “parcheggio” offerto ai richiedenti asilo costringe molti a sottostare a un percorso di integrazione, reale o meno, costruito attorno ad attività educative e prestazioni lavorative di sfruttamento. A margine di questi percorsi ufficiali le strutture di seconda accoglienza rappresentano in molti casi un bacino di manodopera sottopagata da utilizzare nei lavori agricoli, nei cantieri o nei ristoranti, dove il caporalato trova ampi spazi di manovra. Quali possibilità di intervento contro cooperative, ONG, associazioni o enti che gestiscono tali strutture? Come intercettare momenti di conflittualità messi in atto dagli stessi migranti e in che modo poter intervenire? Come ci si può contrapporre alla propaganda dell’accoglienza mettendone in luce le contraddizioni più profonde e le sue finalità di controllo?
– I Cie sono l’ultimo luogo di transito per gli immigrati in attesa di espulsione, catturati durante le retate oppure provenienti dal carcere, dai luoghi di sbarco o di frontiera. Anche se la gestione dei Cie cambia a seconda della loro localizzazione e dei vari gestori che li hanno in appalto, negli ultimi anni tali strutture tendono a diventare sempre più simili a delle galere: la repressione interna a suon di controlli serrati, reparti di isolamento, privazione dei telefoni per comunicare con l’esterno, conferma questa ipotesi. Nonostante ciò le rivolte e le evasioni dei reclusi rimangono un esempio lampante di come poter chiudere questi Centri. La gestione dei servizi è una fonte costante di guadagno per ditte ed enti, talvolta i medesimi sia per i Cie che per i centri adibiti alla seconda accoglienza. Come poter sostenere dall’esterno le rivolte dei reclusi e come portare avanti anche in maniera autonoma la lotta contro i Cie?

Calendario degli incontri:

Venerdì 20 maggio
Ore 19:00 discussione su sistemi di gestione e controllo dell’immigrazione.
Dalla macchina delle espulsioni a quella dell’accoglienza.

Sabato 21 maggio
Ore 10:00, presidio in piazza Repubblica angolo corso Giulio Cesare.
Ore 14:30, racconto delle diverse esperienze di lotta a fianco dei sans-papiers. Interverranno dei compagni dalla Francia.
Ore 19:30, confronto su blocchi alle frontiere ed esperienze di lotta dell’ultimo anno.

Domenica 22 maggio
Ore 16:00, presidio sotto le mura del Cie in corso Brunelleschi.

Per dar la possibilità a tutti di conoscere prima di queste giornate i vari contesti di lotta, invitiamo a produrre dei contributi sui temi da affrontare da inviare all’indirizzo e-mail: in-contro-frontiere@riseup.net
I contributi verranno poi pubblicati sul sito http://www.autistici.org/macerie/

Tutte le discussioni si terranno presso l’Asilo occupato in via Alessandria 12, Torino.
Portate il sacco a pelo

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