Lecce – In fondo agli occhi

fonte: Informa-azione

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Due fili, indissolubili ed antitetici, legano fatti e persone apparentemente distanti tra loro: la guerra e la libertà.

Una donna somala, morta nel corso di uno sbarco nel sud del Salento, è l’ennesima vittima della guerra totale che il Capitale ha dichiarato all’umanità, a quella parte dell’umanità sul cui sfruttamento e sulle cui sofferenze fonda il suo processo di accumulazione. Partita per provare a sfuggire a condizioni di miseria, questa donna – come milioni di altri esseri umani – è andata alla ricerca della propria libertà, che pensava di poter trovare in quella zona del mondo in cui risiedono i maggiori responsabili delle cause che l’hanno costretta a scappare. Quando credeva di intravedere una possibilità, le condizioni della guerra l’hanno però nuovamente raggiunta, nelle acque a pochi metri dalla costa.

Altri sono stati più fortunati, almeno apparentemente… Arrivati incolumi sulla terraferma,credevano di poter soddisfare quel desiderio di libertà, tranne accorgersi poi di aver trovato, nel ricco Occidente, condizioni di sfruttamento e di miseria simili a quelle che avevano abbandonato, fatte di sfruttamento salariale brutale, discriminazione, repressione… Alcuni di essi, i più poveri tra i poveri, tanto da non possedere neanche i requisiti per avere un pezzo di carta che gli permetta di circolare senza doversi nascondere, hanno incontrato i lager delle moderne democrazie occidentali: i CIE, Centri di Identificazione ed Espulsione. È così che un linguaggio che si vuole sempre più neutro, per occultare la brutalità dei suoi significati, chiama i centri di internamento d’Italia.

Frutto nocivo di ogni guerra, questi lager non hanno mai soppresso le aspirazioni di libertà degli internati, che dal momento della loro istituzione nel 1998 ad oggi, hanno dato vita ad una serie infinita di evasioni, rivolte e distruzioni, mettendone a dura prova l’esistenza e la funzione. Ma il compito di distruggere questi luoghi dell’abominio non è solo di coloro che ci finiscono dentro, ma di chiunque odi la guerra ed ami la libertà; è questo il motivo che ha spinto tre manifestanti a portarsi fuori dalle mura del CIE di Brindisi – Restinco pochi giorni fa, motivo per cui sono stati posti agli arresti domiciliari prima, e all’obbligo di dimora dopo. Continua a leggere

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Lecce – Brindisi 18, 19 e 20 febbraio 2016. Tre giorni contro le frontiere

Riceviamo e pubblichiamo.

Giovedì 18 febbraio, ore 18.00, Villa Matta Occupata, Lecce:
Militarizzazione del territorio e controllo sociale.
A partire dai fatti di Parigi, una riflessione sull’uso statale dell’emergenza e della paura per giustificare le guerre sul fronte esterno e la guerra ai “nemici interni”. E dei possibili modi di opporsi, anche sull’esempio di alcune lotte concrete.
A seguire aperitivo.

Venerdì 19 febbraio, ore 18.00, Villa Matta Occupata, Lecce:
Reclusi se considerati clandestini, gestiti e controllati dallo Stato se riconosciuti profughi, comunque sfruttati nei campi o nei cantieri. Riflessioni sui modi e sui luoghi della differenziazione, dell’esclusione e dello sfruttamento.
A seguire aperitivo.

Sabato 20 febbraio, ore 15.00, Cie di Brindisi-Restinco:
Presidio in solidarietà ai reclusi, per la libertà di tutti e tutte.
All’isolamento strutturale del Cie, ubicato lontano dal centro abitato, Questura e Giudici vorrebbero imporre l’allontanamento dei solidali a suon di fermi, fogli di via, arresti e obblighi di dimora. Se l’isolamento è funzionale alla gestione pacificata di ogni struttura di segregazione, infrangerlo è un passo fra i tanti per inceppare la macchina dell’esclusione.

Dalle 22.30, Villa Matta Occupata, Lecce:
Concerto: Cospirazione (Milano punk-hardcore)
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Torino – La buonanotte e il buongiorno

fonte: Macerie

Se un noto modo di dire proferisce che le cattive notizie non vengon mai sole, in base a quelle arrivate nelle ultime dodici ore possiamo affermare di trovarci d’accordo. Dopo settimane d’attesa, infatti, è di ieri sera la conferma di quattro sorveglianze speciali, per ora notificate solo all’avvocato: un anno e due mesi per Paolo e Andrea, un anno per Fabio e Toshi. Ricordiamo che la procura aveva fatto la stessa richiesta anche per altri quattro compagni che — almeno quello — non saranno sottoposti a questa meschina misura. Non avendo ancora ricevuto le carte, non si sa nel dettaglio quali siano le prescrizioni imposte ai sorvegliati ma, appena sapremo qualcosa in più, lo metteremo nero su bianco. 

Come anticipato sopra,  alla cattiva novella del crepuscolo è seguita subito dopo quella dell’alba. Stamattina, intorno alle 7, Digos e agenti di polizia hanno fatto irruzione nelle case private e bussato minacciosamente alla porta di alcune occupazioni in Aurora per “accompagnare” alla questura di via Grattoni dieci persone. E così dieci compagni, di cui uno quasi sorvegliato, saranno costretti alla firma quotidiana benché l’industrioso Pm Padalino avesse chiesto nientemeno che gli arresti domiciliari per tutti.

La motivazione dell’operazione?

Un’azione di disturbo in solidarietà agli arresti, nel maggio scorso, di Erika, Luigi, Marco, Paolo e Toshi alla sede di Urban Barriera, agenzia comunale che si occupa della riqualificazione di Barriera di Milano. Di questa iniziativa vi avevamo già parlato; qualche volantino distribuito dentro e fuori, un attacchinaggio sulle vetrine del posto e un intervento al megafono. Quello che non vi avevamo ancora raccontato, perchè lo veniamo anche noi a scoprire solo oggi leggendo le carte dell’operazione, è che i funzionari e gli impiegati comunali che lì lavorano, dopo aver chiamato la polizia, si sono resi disponibili a riconoscere dal book fotografico fornito dalla Digos i volti dei contestatori. Così diversi mesi dopo si raccoglie il frutto del solerte lavoro collettivo. Come si dice, a ognuno il suo, e così dopo le indagini della Digos, le carte passano di mano in mano fino al Gip che solerte e immancabile firma.

Per ora non aggiungiamo di più; a breve vi daremo notizie più precise delle quattro sorveglianze in via di applicazione e delle novità intorno a quest’ennesima azione repressiva.

Qui sotto vi riproponiamo il manifesto incriminato.
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Torino – La rabbia brucia: presidio sotto il CIE di corso Brunelleschi il 23 Gennaio

Fonte: Informa-azione

La rabbia brucia
TORINO -⁠ 23 GENNAIO 2016
dalle 15:00
PRESIDIO SOTTO IL CIE DI CORSO BRUNELLESCHI
c.Brunelleschi angolo v.Monginevro

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“Refugees Welcome!”: un movimento di solidarietà o la difesa della supremazia dei valori dell’uomo bianco?

  1. Abbiamo tradotto questo articolo pubblicato lo scorso ottobre, nel periodo in cui migliaia di persone si ammassavano alle frontiere esterne della fortezza Europa, per forzarle e attraversarle collettivamente, mentre in molte città europee si sono svolte manifestazioni al grido “Refugees Welcome”. Ricorderete sicuramente le celebrazioni del “3 ottobre”, ovvero l’anniversario di una strage nel Mediterraneo, utilizzato dai governi europei come pretesto per rafforzare la militarizzazione e le conseguenti pratiche di identificazione forzata, classificazione e detenzione.
    Pensiamo che questo testo possa orientare la discussione intorno alle pratiche di lotta e solidarietà tra oppressi.

Traduzione da No Borders Serbia

Il 4 settembre 2015 una donna mi grida in faccia: “Torna al tuo paese” durante una manifestazione “Refugees Welcome” alla stazione degli autobus di Barcellona, dove ho presentato domanda di asilo lo scorso anno. La manifestazione era organizzata da “Stop Mare Mortum” ed era seguita da un evento per celebrare i partiti spagnoli “di sinistra”, organizzato da “Barcellona en Comú” (precedentemente noto come “Guanyem Barcelona”) e dalla sua leader, Ada Colau. Questo partito e gli altri partiti europei di destra e “di sinistra” utilizzano la vulgata popolare umanitaria “Refugees Welcome!” per i propri interessi politici.
Ho incontrato folle di bianchi che cantavano “Si, se puede / Yes, we can”. Tutto ha avuto inizio quando ho deciso di far sentire la mia voce per dire: io non sono un “rifugiato”, non voglio il vostro aiuto, voglio gli stessi diritti di Ada Colau, gli stessi diritti di qualsiasi bianco europeo. Tanto è bastato loro per affrontarmi violentemente, da buoni colonialisti. La conclusione di tutto il discorso durante la manifestazione verteva su “Come sono buoni / forti i bianchi” con un appello “per l’unità e l’orgoglio europeo”. Ma quello che queste persone non sanno è che i “rifugiati e gli immigrati” hanno già i propri piani: libera circolazione, benessere nonché l’abolizione della “zona dell’essere” [NDT cioè della separazione tra esseri umani “riconosciuti” e non riconosciuti come tali (1)].

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“Rifugiati e immigrati” non sono soggetti in cerca di aiuto e di pietà in Europa; stanno chiaramente esprimendo e mostrando – con il loro muoversi da sud a nord verso paesi europei – la reazione alla colonizzazione, il movimento degli oppressi verso le terre dei colonizzatori.
Gli immigrati provenienti da Sud America, Marocco e Sahara si recano principalmente in Spagna; le persone provenienti da Algeria, Tunisia e Senegal migrano verso la Francia, dalla Libia verso l’Italia, dall’India in Inghilterra e così via. Si stanno muovendo dalle X-colonie e dagli stati post-coloniali, che sono ancora sotto l’influsso del sistema coloniale classico, verso le terre dei colonizzatori.
Sono “in fuga” dalle guerre, dalla fame, dallo sfruttamento, in cerca di migliori possibilità di vita o vogliono solo godersi le città europee e lo stile di vita che è stato edificato sullo sfruttamento, riprendendosi le risorse che la geografia coloniale ha rubato alle persone che vivono nel sud del mondo.
“Lo sguardo che il nativo rivolge alle città dei coloni è uno sguardo di lussuria, uno sguardo di bramosia… E questo i coloni lo sanno molto bene:”Vogliono prendere il nostro posto”. E’ vero, Non c’è colonizzato che non sogni almeno una volta al giorno di impiantarsi al posto del colono.” (2) Questo movimento naturale del colonizzato dal sud del mondo verso il nord è un diritto da riprendersi, da recuperare, avere una minima restituzione; quando il colonizzato non ha alcun posto dove fuggire dalla guerra, dalla fame, dalla povertà e dallo sfruttamento, si muove direttamente verso la causa di tutto questo, la Fortezza del colonizzatore, la Fortezza dell’uomo bianco. Continua a leggere

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Sabotatori delle recinzioni alla frontiera dei Balcani

Traduzione da: Rabble

rab1Non appena i recinti di filo spinato sono stati eretti in tutta Europa, migranti e compagni hanno compiuto azioni dirette per abbatterli.

Durante le ultime azioni compiute, i compagni hanno attaccato il confine croato-sloveno. Di seguito alcune testimonianze raccolte da media mainstream.

“Sembrano vostri vicini, gente comune e studenti che in nessun modo sembrano diversi dagli altri. Ma solo durante il giorno. Quando arriva la notte, si vestono di nero, si calano il passamontagna sopra i loro volti e indossano i guanti. Prendono forbici adatte e si inoltrano nella notte, verso il confine con la Slovenia. Con un po ‘di fortuna, tornano con uno spesso rotolo di filo spinato e pubblicano le foto dei loro trofei sulla pagina Facebook di un gruppo che riunisce i “tagliatori di filo spinato anonimi”. L’iniziativa è stata avviata in Croazia, in Istria, e si è poi diffusa in tutte le zone di confine croate. Dopo una delle incursioni in Hrvatsko Zagorje, l’idea ha quindi attraversato il confine, riferisce Jutarnji List il 31 Dicembre 2015.

rab4I manifestanti su entrambi i lati del confine hanno iniziato pacificamente, decorando la recinzione con addobbi natalizi, giocando a pallavolo, appendendo striscioni con vari messaggi. Il compositore sloveno Matija Krecic ha anche eseguito un concerto “Christmas Morning” (con tre violini e un violoncello) accanto alla recinzione nella regione di Bela Krajina, ma tutte queste iniziative hanno avuto scarso effetto. A questo punto si è passati ad un azione diretta: non appena giunti in prossimità della recinzione di Matulji, i residenti hanno iniziato il taglio delle reti e la pubblicazione di foto souvenir.

Il gruppo che ha recentemente iniziato a fare incursioni simili nei pressi di Zagabria comprende un membro del Fronte dei lavoratori, un’organizzazione di sinistra radicale, che si batte contro la “dittatura del capitalismo e delle oligarchie di partito”. Lui raccomanda a chiunque desideri partecipare alle incursioni di individuare un campo recintato dal filo spinato, e ritornarci di notte con un gruppo di tre persone “, due che tagliano e un guidatore”.

“Dopo un quarto d’ora, il conducente raccoglie coloro che stavano tagliando. Il filo è molto pericoloso e bisogna pertanto utilizzare guanti spessi e pesanti. Ma almeno il filo non sarà in grado di ferire qualcun altro o impedire movimenti di qualcuno”, dice il tagliatore di filo spinato anonimo sulla pagina di Facebook che riunisce i tifosi con uno slogan: Tagliamo il filo! Iniziativa per la rimozione auto-organizzata delle recinzioni sui confini che dividono le persone, uccidono gli animali e ci portano indietro ai secoli bui della storia europea.”

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Tutti gli attivisti sloveni sono andati lì dalla capitale slovena Lubiana: “Questa è la nostra quarta azione diretta. Il suono delle pinze che tagliano il filo mi allevia lo stress. Lo consiglio a tutti coloro che si sentono stressati” ha detto un giovane vestito di nero. Sulla sua testa c’era una telecamera GoPro collegata. Chiaramente, il video finirà su internet.

“Dopo che gli attivisti sono arrivati alle recinzioni, hanno iniziato a tagliare il filo spinato che è molto pericoloso. Si può rimanere impigliati con i vestiti e farsi dei tagli sulle mani. Quando gli animali vengono bloccati lì, sono condannati (nota di rabble: molti cervi sono stati uccisi dopo essersi impigliati nel filo spianto). Gli attivisti si aiutavano a vicenda per districarsi se qualcuno rimaneva bloccato nel filo spinato”

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Una testimonianza sulla deportazione condotta da Frontex in Nigeria il 14/10/2015

Fonte: Getting the Voice Out

110428_Frontex_BelgieIl 14 e 15 ottobre, ci sono state due deportazioni organizzate da Frontex, verso la Nigeria: un volo da Amsterdam, coordinato dai Paesi Bassi, con 28 deportati da paesi diversi, con uno scalo a Madrid, il secondo da Roma, coordinato dall’Italia, con 48 deportati. Qui una tabella “ufficiale”.

L’appello a manifestare a Roma contro le espulsioni. Il resoconto del presidio e delle espulsioni dal Cie di Ponte Galeria qui.

Questo volo riguardava cinque nigeriani trattenuti in Belgio. Non è stato facile capire l’itinerario del volo dei nostri due testimoni. Uno è stato bendato e ammanettato durante i vari trasferimenti, l’altro ignorava totalmente dove il furgone con i vetri oscurati lo stesse portando. Il segreto era estremamente ben custodito e ci sono state anche comunicate false informazioni! C’era anche una certa confusione perché pensavamo che ci sarebbe stato solo un volo e avevamo avvertito i nostri amici a Roma. Alla fine hanno avuto luogo due deportazioni collettive.

Testimonianza di un uomo che è stato deportato su un volo Frontex dal Belgio verso la Nigeria.

“Lunedi verso le 03:30 sono arrivati gli assistenti sociali del centro di detenzione, mi hanno detto di preparare i bagagli in vista del trasferimento in un altro centro a Merksplas e che probabilmente il mio volo di deportazione sarebbe dovuto partire la notte dell’indomani, 13 ottobre 2015. Quando mi hanno portato al centro di Merksplas, martedi 13, mi hanno detto di togliermi tutti i vestiti e denudarmi completamente,. Allora ho fatto una domanda sul perché mi stavano facendo questo, ma non erano in grado di rispondermi, poi l’uomo addetto alla sicurezza mi ha detto “lo facciamo a tutti gli immigrati che non hanno documenti” e infine mi hanno dato un piccolo pantaloncino bianco da indossare. Prima che mi rinchiudessero avevo chiesto di poter fare almeno una doccia ma mi hanno risposto che qui la doccia non è permessa. E nessuno poteva più venire a farmi visita, ai miei due amici della mia chiesa che erano venuti per incontrarmi non è stato permesso di vedermi. Era orribile. Quello che mi hanno fatto è contro i diritti umani e contro Dio e contro l’umanità.”

“Durante le due notti prima di portarmi in Nigeria non ho potuto fare la doccia. E mi hanno detto che era permesso fare solo due telefonate al giorno. Mi hanno sequestrato ogni cosa, compreso il telefono cellulare, ero completamente disorganizzato e stanco. Non avevo il permesso di incontrare più nessuno.

Solo un uomo della sicurezza, che era cristiano, è venuto da me e ha pregato per me e mi ha incoraggiato a mantenere la mia fede non importa cosa accadesse.

Il 13 ottobre, verso le 17 gli uomini della sicurezza e la polizia sono venuti a prendermi, mi è stato vietato di parlare, mi hanno trascinano di nuovo su e giù e mi hanno gettato sul pavimento con le mani dietro la schiena, e mi hanno colpito in testa e alle gambe , dove ho sentito molto dolore perchè avevo già delle ferite procuratemi quando ero arrivato nel paese. Alle 17,30 è arrivato un bus con vetri scuri e nessuno poteva vedere dentro, mi hanno trascinato e spinto dentro il bus come fossi un animale, non hanno mai permesso di camminare da solo all’interno del bus. Dalle 17 sono rimasto ammanettato anche dentro il bus diretto all’aeroporto di Rotterdam in Olanda. Era un dolore incredibile e mortale che non ho mai visto o sperimentato nel corso della mia vita. E non ero mai stato in prigione in vita mia.

Un volo di deportazione Frontex in Bulgaria

Un volo di deportazione Frontex in Bulgaria

Prima che il volo arrivasse si erano fatte le 22,30 ed ero ancora ammanettato. Abbiamo fatto il check-in e il volo è partito verso le 23,15. C’erano oltre 100 militari più la scorta della Polizia: Monitoring team leader, Monitor team, Observator leader, Observator team leader, Officer in Command, Backup leader, Backup team leader, Officer in control team leader, Officer in control, Team leader…etc., per citarne solo alcuni. La scorta di polizia era composta da più di 50 agenti. Era come se tutti i “leader”-qualcosa europei fossero venuti a scortarci. Continua a leggere

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Calais – 3 giorni di scontri contro fascisti e polizia e ora sgombero del campo

Lo sgombero della giungla di Calais passo dopo passo

Traduzione da: Calais Migrant Solidarity

A poco a poco, passo dopo passo, il governo sta approntando le misure necessarie per sgomberare la giungla.

line-in-the-sandLa Prefettura ha infatti annunciato che inizierà a sgomberare l’area della giungla che rientra nel raggio di 100 metri di distanza dall’autostrada. La zona è stata delimitata con vernice spray dai funzionari della Prefettura alcuni dei quali erano stati coinvolti nei precedenti sgomberi degli ultimi anni – e in molte zone l’area delimitata è chiaramente superiore ai 100 metri.

Le informazioni ufficiali fornite sono confuse, in conflitto tra loro ma ciò che è chiaro è che questo è solo l’ultimo atto di ciò che è accaduto nel corso degli ultimi mesi.

Queste cose accadono lentamente e se si guardano superficialmente sono facili da dimenticare. Ma qual è la strategia?

– Innanzi tutto, le persone vengono sfrattate dalla città di Calais e messe in un ghetto in una zona inquinata – ed è il governo francese che “ha aperto” la giungla, in primo luogo, attraverso la coercizione e la minaccia dell’uso della violenza.

– in secondo luogo, una zona della giungla viene evacuata attraverso uno sgombero «umanitario», col supporto dei lavoratori dell’associazione La Vie Active, che dicono alle persone che devono spostarsi e promettendo una soluzione migliore.

– Alcune delle case già spostate, con l’aiuto dei collaboratori francesi, devono essere nuovamente spostate in una zona di costruzione più grande.

– La OFII (l’Ufficio immigrazione francese) cerca di spostare, con gli autobus, molte persone fuori dalla giungla, nei centri di accoglienza in tutta la Francia. Alcune persone sono deportate ai sensi della normativa di Dublino, nonostante le promesse in senso contrario (le deportazioni sono ora in stand by fino a marzo).

– Il numero di pattuglie di polizia nella giungla aumenta. In precedenza, la presenza di 3 agenti dell’antisommossa (CRS) veniva notata e allarmava la gente. Poi il numero di CRS è salito a 10. Ora, le persone non sono più allarmate da 20 agentiCRS che fanno pattugliamenti nella giungla due volte al giorno – entrando nei negozi e familiarizzando con la disposizione delle aree. Oggi, è possibile per un grande gruppo di poliziotti entrare nella giungla quasi inosservato, nonostante i furgoni CRS parcheggiati fuori della giungla stessa.

– La polizia attacca la giungla con gas lacrimogeni, sparando spesso nelle aree abitate da famiglie. Molte persone, stanche di questa violenza e di respirare gas velenoso, lasciano le loro case. Alcuni lasciano Calais.

– La polizia consente (e approva) gli attacchi dei fascisti sul perimetro della giungla. Le proteste fisiche sono represse con il gas lacrimogeno, spesso usato di notte. Gli attacchi fascisti mai. Questo è un altro modo di far andare via le persone dalle proprie case.

– Il nuovo campo con i container, che può ospitare solo 1500 persone, viene aperto l’11 gennaio – mettendovi prima le famiglie, poi quelli precedentemente sfrattati per costruire il campo, in terzo luogo le persone considerate “vulnerabili” e poi tutti gli altri con la regola del primo arrivato.

– A Dunkerque, MSF (Medici Senza Frontiere) aveva previsto di allestire un campo migliore. Sono stati fermati dal governo francese che ha chiesto la chiusura del campo; MSF ha rifiutato di costruire un campo chiuso. I negoziati sono in corso ma il messaggio del governo è chiaro.

– Il Governo afferma che solo 2000 i migranti devono rimanere a Calais (1500 nel nuovo campo e 500 a Jules Ferry) non riconoscendo di fatto il resto della popolazione che vive nella giungla.

– Prefettura e polizia sono venute nella giungla, questa mattina (ieri 10 Gennaio n.d.t), incontrando solo determinate persone delle comunità (individui selezionati che intendono rappresentarne migliaia). La Prefettura non ha risposto all’elenco di domande presentate (sulla violenza poliziesca, la collaborazione con i fascisti, le potenziali deportazioni, la ragione dietro il limite/confine di 100 metri, la capienza limitata del nuovo campo, e la riduzione dei servizi medici e di emergenza antincendio nella giungla). Hanno semplicemente detto alle persone che dovranno andarsene o subirne le conseguenze (un messaggio che le persone della giungla conoscono bene, vale a dire “Via! Via!” e “tornate alla giungla!” da parte della polizia).

Nell’attesa dello sgombero di alcune aree della giungla (la strategia divide et impera) e delle persone a cui non viene data alcuna chiara alternativa, rimangono più domande che risposte.

Che dire di tutti gli altri? Continua a leggere

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Atene – Occupazione internazionale: nuovo squat per i/le migranti a Exarchia

Fonte: Contrainfo

Nella serata di domenica 10 gennaio 2016 abbiamo occupato l’edificio vuoto in via Themistokleous 58, a Exarchia, Atene. L’intenzione è di aprire un luogo dove i/le migrant*, che sono bloccati qui in Grecia a causa delle politiche migratorie europee, possano vivere e auto-organizzarsi liber* dal controllo di stato. Siamo un gruppo di individui di luoghi e contesti diversi, uniti dalla lotta contro Stati, nazioni, confini, lager, prigioni, capitalismo; contro, alla fin fine, ogni parte di questo sistema marcio di dominazione che ci opprime. Siamo apert* a chiunque sia d’accordo con i nostri principi base e voglia partecipare al progetto senza secondi fini politici.

Questo squat non ha l’intenzione di essere un servizio pubblico. Non siamo “volontar*” e non trattiamo i/le migrant* come vittime. Una delle sfide di questo progetto sarà di superare nella pratica la separazione che ci viene imposta dai confini e la cittadinanza. Questa casa cerca di diventare un luogo dove le persone si organizzano e imparano gli uni dagli altri, a prescindere dalle proprie origini.

Si tratta di un gesto contro il sistema e la politica migratoria. Non abbiamo l’intenzione di aiutare l’assistenza umanitaria fornita dallo Stato. L’assistenza umanitaria non-critica, integrata e/o assimilata, aiuta infatti lo Stato a concentrarsi sulle misure repressive per perseguitare e controllare la migrazione. Ci rifiutiamo fermamente di collaborare non solo con lo Stato e i partiti politici, ma anche con le ONG e altre organizzazioni od organismi che (ufficialmente o no) fanno la stessa cosa. Tutti questi farabutti approfittano della situazione dei/lle migrant* per lucro, per proteggere i propri interessi, guadagnare potere politico o costruire un profilo sociale.

Il controllo delle migrazioni è uno strumento nelle mani di chi ha il potere. In questo preciso momento lo Stato greco sta utilizzando la situazione dei/lle migrant* bloccat* qui per esercitare una pressione durante i negoziati per ottenere migliori condizioni che rendano possibile la realizzazione del terzo memorandum. Allo stesso tempo gli Stati europei regolano il flusso di migrant* secondo il loro bisogno di forza lavoro a basso costo, e il resto dei/lle migrant* vengono assassinat* (ai confini terrestri e marittimi e nelle strade delle città europee), incarcerat* o deportat*. L’Unione Europea potenzia le politiche repressive alle frontiere e negozia degli accordi con gli Stati all’interno e all’esterno dei confini europei per continuare e intensificare la guerra contro la migrazione con mezzi più efficaci. Continua a leggere

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Milano – Contro il ricatto del permesso di soggiorno

Riceviamo e pubblichiamo.

Per contributi scrivere a hurriya[at]autistici.org

Quando si parla di migranti non si tiene mai in considerazione il contesto e le motivazioni per cui decidiamo di partire e imbarcarci alla ricerca di un presente e futuro migliore. Che si scappi dalla guerra, dalle condizioni di povertà o che si decida di cercare fortuna c’è sempre il dolore per quelli che abbiamo lasciato e la paura per ciò che non si conosce. Allo stesso modo ogni racconto è sempre superficiale e non si dice niente di ciò che abbiamo dovuto fare per crearci un’identità, per farci degli amici, per riuscire a mangiare, per riuscire a dormire al caldo.

La sofferenza ci rende schiavi o ribelli, e dopo tanto subire ogni briciola può sembrare un segnale divino di qualche messia in mezzo all’inferno dell’indifferenza. Così tanti si abituano, decidono di tacere e subire in silenzio, sacrificando la vita nel presente per cercare di guadagnare la felicità domani, lontani da qui. Il problema è che nulla rimane fermo, le persone cambiano e a volte il sogno si trasforma in incubo, soprattutto quando ci rendiamo conto che il prezzo da pagare per raggiungere la felicità è l’infelicità permanente. Qui le cose cambiano. Si sceglie di dire basta, di ribellarsi, di andare incontro a questo destino ingrato, per non subire più, perché nessun altro uomo o donna possa essere discriminato o sfruttato semplicemente perché non è italiano.

parigi-manifestoPer avere un pezzo di carta bisogna dimostrare tutta la vita allo stato di essere bravi, di non aver perso il lavoro, e guarda caso siamo quelli che fanno i lavori che nessun altro vuole fare. Quelli che vengono pagati meno e che fanno arricchire i più furbi o i più ricchi. Paghiamo contributi per noi, per i nostri figli e per i figli degli altri, ma dobbiamo sempre essere grati, perché sembra che qualcun altro ci stia facendo un favore, e chi sono questi? Ovviamente i soliti politici che soffiano sul fuoco della povertà, arricchendosi anche col nostro lavoro e usandoci come capro espiatorio, uno spauracchio da agitare per distogliere l’attenzione e creare divisioni che servono ad alimentare la loro forza. Continua a leggere

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