Roma – CIE di Ponte Galeria: dalle lotte, la libertà.

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CWRf7FrW4AA2yBEMolte cose si sono mosse nel CIE di Ponte Galeria in seguito alla rivolta di venerdì 11 dicembre. Già ieri sono stati liberati alcuni ragazzi fermati durante l’incursione al centro Baobab. Oggi apprendiamo che molte persone recluse nella sezione maschile sono state liberate con un foglio che invita a lasciare il paese entro sette giorni.

Da dentro ci dicono che verso le nove del mattino la polizia è entrata nelle celle, prima annunciando il trasferimento di 6 ragazzi richiedenti asilo nel CIE di Bari Palese e di altri 5 nel CIE di Brindisi, poi annunciando la liberazione di tutti gli altri.

La sezione maschile del CIE di Ponte Galeria sembrerebbe al momento chiusa.

Nei giorni passati abbiamo assistito a visite nel CIE romano da parte di esponenti di Sel, associazioni e campagne para istituzionali, con lo scopo di denunciare le condizioni di vita nel CIE e chiedere la liberazione delle persone internate durante la retata al centro Baobab. I fatti dimostrano che la liberazione si ottiene in tutt’altro modo.
Undici persone non hanno però ritrovato la libertà da quelle gabbie e sono state trasferite in altri CIE: erano “richiedenti asilo” ovvero una delle categorie di persone inventate dagli stati per rafforzare il controllo dei flussi migratori. La recente apertura degli Hotspot ne è la dimostrazione.

Nella sezione femminile ci sono ancora circa 50 ragazze recluse, la maggior parte delle quali sbarcate da poco a Lampedusa. Le condizioni di vita nel centro, ci dicono da dentro, sono come sempre pessime, per mancanza di acqua e riscaldamento.
Se le persone recluse hanno chiuso una parte del centro, spetta a tutte e tutti non farla mai più riaprire, osteggiando i collaborazionisti che vorranno ristrutturare e fortificare il CIE di Ponte Galeria, sostenendo le lotte delle persone recluse.

Alcuni nemici e alcune nemiche delle frontiere

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Torino – Domenica 20 dicembre, presidio al CIE di Corso Brunelleschi

fonte: Macerie

cie20-12Il fuoco appiccato dai reclusi del Cie cittadino alle camerate qualche settimana fa ha minato fortemente il funzionamento del principale dispositivo di controllo e deportazione dei senza-documenti. Abbiamo già parlato di come la struttura, che poteva contare su metà della sua capienza massima prima della rivolta del 14 novembre, abbia ricevuto uno smacco non irrilevante soprattutto per il forte ridimensionamento dei posti a disposizione.

Certo è che ad accompagnare questa che è una fausta notizia, ci sono dei fattori, di ben altra pasta, che non è certo nostra intenzione trascurare. Infatti è intrinseco alla gestione dei centri detentivi che dopo una fase particolarmente riottosa, i controlli diventino ancor più asfissianti e ai reclusi vengano sottratti persino i pochi suppellettili permessi solitamente. A questo si aggiunge il fatto che i lavori di ristrutturazione per riportare al pieno funzionamento il Cie, già previsti da mesi, seppur di soppiatto sono ripartiti.

Tuttavia i gestori e le ditte che si occupano di far tornare le cose a posto avranno molto da fare, proprio grazie alle azioni coraggiose dei ragazzi dentro.

Anche per questo è necessario continuare organizzarsi contro il Cie e a sostegno di chi si ribella alla propria reclusione.

Presidio domenica 20 dicembre alle ore 17 davanti alle mura di Corso Brunelleschi all’angolo con Via Monginevro

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Roma – Riguardo il presidio solidale ed alcuni aggiornamenti dal CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo

imageSabato 12 dicembre, circa 70 solidali hanno partecipato al presidio davanti le mura del CIE di Ponte Galeria.
Mentre il presidio si svolgeva davanti la sezione femminile, dove le donne erano state preventivamente rinchiuse in cella per negargli l’accesso al cortile, una colonna di fumo nero indicava un incendio all’interno della sezione maschile.
Dopo circa un’ora il presidio ha scelto di spostarsi davanti le mura della sezione maschile, dove già dal giorno prima una protesta collettiva aveva reso inagibili numerose celle.
Appena i/le solidali hanno girato l’angolo, avvicinandosi alle recinzioni, un gruppetto di persone recluse è salito sul tetto per unirsi alle grida, salutare chi partecipava al presidio ed informare riguardo il grande dispiegamento di forze dell’ordine all’interno del centro.
Dopo un’ora il presidio si è spostato davanti l’ingresso del CIE e poi di nuovo davanti la sezione femminile per un ultimo saluto.

CWRf7FrW4AA2yBEAttraverso i contatti con le persone recluse sappiamo che verso la mezzanotte di sabato, il ragazzo che venerdì si era tagliato le vene dopo un pestaggio, è stato trasferito al CIE di Bari Palese. Non è la prima volta che avvengono trasferimenti del genere a scopo punitivo. Il giorno seguente, altri ragazzi che avevano partecipato alla rivolta sono stati convocati dal direttore del CIE romano, che minaccia trasferimenti ed espulsioni. Per il momento non si hanno notizie di altri trasferimenti, né di imminenti espulsioni.
Seguiranno aggiornamenti.

Solidarietà ai rivoltosi.
Dei CIE solo macerie.

Alcuni nemici e alcune nemiche delle frontiere.

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Berna – Un’occupazione per l’autodeterminazione invece dell’isolamento e del controllo

Traduzione da Renversé 

Berna, occupazione di un futuro centro federale per i migranti

“Vogliamo creare un luogo di autogoverno nell’ex ospedale di Ziegler dove le persone che sono migrate qui possano organizzarsi e autogestirsi, senza il controllo dei privati o dello Stato”

b3Nella notte di Venerdì 12/12/15 è stata occupato l’ex Ospedale Ziegler di Berna. Si tratta di un atto di resistenza contro il centro di detenzione federale proposto per i migranti, il cui allestimento è in programma per il 2016 in questo edificio.

Traduzione di una lettera distribuita nella zona

Abbiamo occupato ieri, 2015/11/12, un edificio dell’ex Ospedale Ziegler a Berna! Come abitanti della zona, probabilmente sarete a conoscenza del fatto che un nuovo centro federale per i richiedenti asilo verrà installato qui. Non accettiamo un progetto del genere, non perchè consideriamo l’arrivo di persone migranti come un problema, ma perché rifiutiamo il modo in cui vengono trattati.

Ci rifiutiamo di considerare queste persone come un problema o come una massa minacciosa, come vengono spesso dipinti dai media o dai politici. Noi non vogliamo partecipare al dibattito sul modo migliore per gestire i migranti. Sono degli esseri umani che sanno organizzarsi molto bene da soli, quando non viene loro impedito. Uno spazio per vivere è disponibile in molti luoghi. La politica migratoria non è orientata alle esigenze delle persone ma piuttosto agli interessi dello Stato e dell’economia. Poichè violare queste leggi ingiuste comporta conseguenze molto gravi per gli immigrati, noi occupiamo questo edificio come gesto di solidarietà. Questo posto potrebbe diventare una casa auto-organizzata per le persone che emigrarono nella zona.

b2Immaginate di essere messi in un luogo dove è proibito muoversi liberamente, dove vi vengono tolti tutti i vostri effetti personali. Tutto vi sarebbe imposto: quando poter essere visitati da un medico, quando e cosa mangiare, con chi condividere la stanza, quando andare a dormire. E sareste sorvegliati costantemente, potendo uscire solo durante il giorno e in momenti specifici. Sempre con l’obbligo di chiedere il permesso. Senza avere la possibilità legale di garantirvi da voi stessi la sussistenza, potendo contare solo sui pochi euro che vi vengono concessi giornalmente, o provando a guadagnare qualcosa in un modo che è sempre considerato illegale. Aggiungendo a tutto questo la costante minaccia di essere espulsi in un paese in cui non si vuole vivere e dove potreste trovarvi in pericolo.

Nei centri federali sono allestite strutture simili a prigioni. Gli abitanti dei centri sono privi di qualsiasi forma di libertà e di autodeterminazione. Essi sono tenuti a rispettare le norme specifiche del centro, per le quali non esiste alcuna base giuridica. L’applicazione di queste norme si basa sulla minaccia che quelli di voi che non li seguono alla lettera non avranno alcuna possibilità di ricevere un permesso di soggiorno. Chi malgrado tutto si oppone è classificato come recalcitrante e imprigionato ed espulso, se possibile.

be1Lo sviluppo di questi centri rende ancora più efficace la divisione dei migranti in diverse categorie, e il poterli controllare ed espellere più facilmente. “Fare il più possibile a partire dal meno possibile”, concentrando tutti in centri più grandi. Ecco la strategia perseguita non solo dalla Svizzera, ma da tutti i paesi detti “d’accoglienza”. Per i richiedenti asilo la centralizzazione significa più controlli e regolamentazione nella vita quotidiana e ancor più isolamento all’esterno del centro. Ogni fase della procedura di asilo si svolgerà nei centri federali, dal primo interrogatorio dei reclusi fino alla decisione della corte e alla probabile espulsione. I richiedenti asilo vedranno le loro domande analizzate il più rapidamente possibile in una procedura accelerata per poterli espellere il più presto possibile.

Nel 60% dei casi, la domanda di asilo riceve una risposta negativa entro 140 giorni. I migranti passano in questo modo nel centro federale tutto il periodo della procedura di asilo. Malgrado i confini siano sempre più chiusi e controllati con mezzi militari e la maggior parte delle persone riescite comunque a raggiungere l’Europa venga rimandata indietro, non è nell’interesse degli Stati porre fine totalmente all’immigrazione. L’obiettivo è piuttosto quello di fornire all’economia il numero necessario di onesti lavoratori, per continuare a farla girare. Alcuni sono “utili” perché altamente qualificati, altri perché si trovano in una situazione precaria a sufficienza per accettare i lavori peggiori. Quando la domanda di lavoro precario è soddisfatta, rimane l ‘”altro”, il “superfluo”, l’ “indesiderabile”. Al fine di adattare il numero di richieste d’asilo accolte alla domanda del mercato, sono emanate nuove leggi e inventate nuove categorie come quelle dei “migranti economici”, “senza documenti”, “con permesso provvisorio” e “respinti”, in opposizione ai “veri rifugiati”.

b4La politica dei centri e dell’esclusione non è una novità, i centri federali rappresenta soltanto un nuovo rafforzamento di queste politiche. A questo punto, è importante sottolineare che non vogliamo preservare il nostro vecchio sistema di centri di asilo, né rivendicare una più piacevole forma di gestione. Il problema per noi non è di sapere come lo Stato debba procedere con i migranti, perché non li vediamo come un problema da risolvere. Il problema è piuttosto lo stato stesso e le sue leggi che permettono ad alcuni di sfruttare il mondo intero, mentre altri e altre non sono nemmeno autorizzat* a muoversi dove desiderano.

Siamo solidali con tutte le persone e gruppi che vogliono combattere e attraversare le frontiere. Non esistono cattive motivazioni per lasciare il proprio paese di nascita. Fermiamo le deportazioni e sosteniamo la creazione di luoghi dove le persone che sono alla ricerca di una casa possano vivere in maniera auto-organizzata.

Lottiamo per un mondo senza sfruttamento e senza stati, frontiere, campi e prigioni. Il cambiamento dipende da noi!

 

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Lecce – Su Mistral Air e il Cie di Brindisi

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Mistral air è la compagnia area delle Poste italiane. Oltre ad occuparsi dello smistamento pacchi e raccomandate in giro per il mondo fa anche qualcos’altro. Infatti da un po’ di anni a questa parte si è lanciata nel triste ma ricco business del trasporto degli immigrati. Tra i voli effettuati dalla compagnia ci sono i cosiddetti voli di rimpatrio, cioè le deportazioni degli immigrati irregolari nei loro “presunti” paesi di provenienza.
Ogni giorno gli immigrati rinchiusi nei Centri d’identificazione ed espulsione italiani vengono costretti con la forza da poliziotti e militari,  a volte annichiliti dai sedativi e legati da costrizioni di fortuna, a salire sui voli di deportazione. Questi voli sono organizzati da differenti compagnie aree, ma tra tutte spicca proprio la Mistral air di Poste italiane. Con la riapertura del Cie di Restinco si è inserita immediatamente nell’affare legato al lager brindisino, che come esprimono queste testimonianze di alcuni reclusi funziona con la sua solita triste quotidianità.

Ascolta il contributo audio:

Qualche mese fa 30 tunisini rinchiusi nel Cie di Brindisi- Restinco sono stati prelevati dal lager pugliese ed espulsi dall’aeroporto di Papola casale proprio da Mistral air coadiuvata da un’altra compagnia chiamata Go2Sky.
Sono molti i rimpatri coatti organizzati da Poste italiane, non solo da Brindisi, ma da molte zone e aeroporti d’Italia. Poste italiane è dappertutto e in ogni città in cui viviamo, in ogni suo ufficio del quartiere si possono chiedere informazioni sulle deportazioni e sui soldi che le Poste fa sul corpo dei reclusi dei Cie. Ad esempio la mattina del 9 dicembre a Lecce un gruppo di nemici delle espulsioni ha fatto un giro intorno alla sede delle Poste Centrali di Lecce in P.zza Libertini, volantinando all’interno e attaccando dei manifesti sulle mura della struttura, proseguendo con degli interventi poi nel mercato vicino. Un modo, tra tanti, per  dire di cosa si occupa questa azienda e mostrarne la sua squallida realtà.

Il volantino distribuito:

poste ita lec

 

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Roma – Rivolta al CIE di Ponte Galeria

solidarietàRiceviamo e pubblichiamo

Oggi 11 dicembre c’è stata una forte protesta nel CIE di Ponte Galeria. Un ragazzo, dopo aver ricevuto cure mediche in ospedale, rientrando al centro, è stato portato di nuovo in ospedale perché la macchina che lo trasportava ha fatto un incidente. Una volta rientrato al CIE è stato provocato da un agente della Guardia di Finanza, senza nessun motivo. Alla provocazione sono seguite percosse violente, testimoni diretti parlano di calci e pugni. Il ragazzo, che in quel momento si trovava solo, ha reagito tagliandosi le vene. Quando gli altri reclusi si sono accorti dell’accaduto, vedendo un loro compagno sanguinante a terra, hanno iniziato una protesta che ben presto si è allargata a tutta la sezione maschile. Sono stati bruciati materassi e distrutte quasi tutte le celle agibili. Le forze dell’ordine sono intervenute in massa per sedare la rivolta. Dopo qualche ora la situazione sembra più calma. In questo momento, ci dicono da dentro, sono state riaperte 4 celle chiuse anni fa dopo una rivolta, dove hanno stipato alcune persone. Tutti gli altri al momento si trovano nel corridoio perché le celle non sono utilizzabili. I detenuti si preparano ad affrontare la notte senza posti per dormire e al freddo.
Nel frattempo un gruppo di persone si è recato davanti le mura della sezione maschile per portare solidarietà ai rivoltosi con grida e petardi.

Domani 12 dicembre, appuntamento alle ore 15 a stazione Ostiense per andare insieme al presidio solidale organizzato davanti il CIE di Ponte Galeria.

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Roma – Corteo a Torpignattara contro guerre e razzismo

Manifesto del 11- 12 per FBRiceviamo e pubblichiamo.
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Oggi pomeriggio un corteo di 200-300 persone ha attraversato le vie del quartiere di Torpignattara. Un corteo partecipato dagli/dalle abitanti della zona in risposta alle guerre, al razzismo e alla deriva securitaria.

Per tutta la durata del corteo sono stati fatti interventi al microfono in varie lingue, espressione degli incontri attraverso i quali si è costruita la manifestazione. Assemblee e volantinaggi partecipati durante i quali la Polizia Municipale ha agito come usa fare nel quartiere: identificazioni collettive e intimidazioni che hanno portato a multe salate, a minacce e all’internamento di un ragazzo senza permesso di soggiorno nel CIE di Ponte Galeria. Si tratta delle stesse squadrette che quotidianamente eseguono incursioni e retate nei bar e nei luoghi di ritrovo di persone migranti della zona.

Un percorso appena iniziato, questo, che coinvolge vari gruppi, individui e comunità presenti sul territorio, nato in risposta alle campagne mediatiche e al clima di terrore inaspritosi dopo i fatti di Parigi.

L’ambito è quello territoriale. L’obiettivo è quello di rafforzare le relazioni reali e solidali tra chi popola questo quartiere più volte presentato come una zona pericolosa dove domina la paura.

Se la volontà di chi governa è quella di svuotare le strade, rinchiudere ognuno nel suo piccolo spazio privato, aizzare la guerra di tutti contro tutti la risposta può essere solo quella di incontrarsi, confrontarsi e agire per trasformare radicalmente il mondo nel quale viviamo.

Di seguito un volantino distribuito durante il corteo.
STAMPARE

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Grecia – L’hotspot di Moria a Lesbo

Traduciamo e diffondiamo questo documento sulla situazione nell’hotspot di Moria, scritto dal Collettivo contro i centri di detenzione Musaferat di Lesbo.

Le strutture hot spot

m1In seguito agli accordi presi durante i vertici UE, da settembre è stata attuata la decisione di convertire il centro di detenzione di Moria a Lesbo in uno dei cinque cosiddetti “Hot Spot” periferici da allestire in Grecia (1). L’hotspot di Moria è stato selezionato come il primo da aprire in Grecia per via delle strutture già esistenti e dell’attività del suddetto centro detenzione. Alcune delle specifiche strutture necessarie al funzionamento dei centri hotspot erano già presenti sull’isola poichè il gran numero di arrivi di migranti nel periodo estivo ha reso Lesbo il principale ingresso in Europa.

L’inaugurazione del centro ha avuto luogo il 16 Ottobre alla presenza di dirigenti statali greci e dell’ Unione Europea. In realtà quello che è davvero avvenuto quel giorno è stata la rimozione violenta della maggior parte dei migranti che erano nelle aree che i dirigenti avrebbero visitato e la successiva rapida pulizia del posto. In questo modo è stata allestita la scena per le riprese dei media, scena poi tornata al suo precedente e consueto miserabile stato appena i dirigenti lasciarono l’isola. La dichiarazione di Andrea Rigoni (Italia), relatore della commissione per le migrazioni, rifugiati e sfollati della Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa (P.A.C.E.) durante la sua visita è abbastanza indicativa del significato e della simbologia di questi centri per l’attuazione della politica anti-migrazione dell’Unione europea e dei suoi Stati membri: «… la nostra impressione è che qui ci troviamo nel nuovo confine d’Europa, all’interno di questo centro. Fuori da esso si è al di fuori dell’Europa. Al suo interno, si entra in Europa … ».

m2All’interno del centro e nei campi di olivi circostanti, durante il periodo da settembre fino alla metà di novembre (il periodo con il picco di arrivi) erano presenti circa 5-10.000 persone ogni giorno. La maggior parte dei migranti è dovuta rimanere lì da 3 a 15 giorni, a seconda della loro nazionalità e del numero di registrazioni in corso. Al momento i settori con i prefabbricati del precedente centro di detenzione rimangono per la maggior parte del tempo inutilizzati per la sistemazione delle persone che arrivano, il che costringe la gran parte dei migranti ad acquistare tende da campeggio o a costruirsi improvvisati e poveri rifugi nei campi che circondano il centro. Dentro il centro, l’UNHCR ha allestito 62 piccole strutture e un grande tendone, destinato soprattutto all’alloggiamento delle famiglie e dei gruppi vulnerabili. I servizi igienici sono quasi inesistenti, soprattutto considerando il grande numero di persone che dovrebbero servirsene (2) . Come risultato molte persone usano le vecchie strutture abbandonate del precedente accampamento militare lì presente.

Negli ultimi tempi si stanno svolgendo lavori di ristrutturazione, alcuni dei quali effettuati da mezzi militari, per l’ampliamento del centro previsto nel prossimo futuro.

Registrazioni – Identificazioni

m3Il sistema di registrazione e di identificazione, dopo molte sperimentazioni, è stata suddiviso in due zone. La prima è utilizzata per le persone provenienti dalla Siria, che sono ancora la maggioranza delle persone in arrivo, e anche per i palestinesi e africani (3) . Nella seconda zona sono portate le persone provenienti da tutti gli altri paesi, ed è in questa zona che sono presenti la maggior parte delle difficoltà e delle tensioni. Le continue variazioni nel sistema di identificazione e di registrazione sono tra i motivi principali della creazione di confusione e di conseguenza di tensioni nella zona. Il ruolo di risoluzione delle tensioni è stato assegnato alle forze di polizia antisommossa che si sono stabilite sull’isola: le percosse e l’uso di lacrimogeni e spray urticanti costituiscono una parte essenziale nel funzionamento del centro.

Nel centro di detenzione c’è anche un reparto per i minori non accompagnati in grado di contenere 160 persone. La zona è costituita da un gruppo di chioschi all’ingresso sud, circondati da un doppio recinto coperto da filo spinato. L’accesso al sito è molto rigido ed è limitato a specifici gruppi e organizzazioni: ciò crea un muro di invisibilità intorno al funzionamento interno della struttura. In base agli arrivi e alla disponibilità di posti nelle altre strutture nel resto della Grecia, qui a Moria sono “ospitati” circa 50 minori. I principali problemi sono creati dalla detenzione congiuta dei minori, che ha portato a diversi scontri tra di loro. Nell’ultima visita del Collettivo Musaferat nella zona del campo, abbiamo ricevuto specifici reclami sul fatto che, dopo una di queste risse avvenuta negli ultimi giorni, c’era stata una brutale invasione della polizia antisommossa in assetto completo. I minori migranti presenti nel settore erano inorriditi dopo tutto questo.

ONG

m4Le numerose Organizzazioni Non Governative di volontariato e professionali presenti nel centro di detenzione svolgono un ruolo chiave per il suo funzionamento. Oltre a varie organizzazioni che sono attive nei dintorni del campo con lo scopo principale di fornire sostegno ai migranti appena sbarcati, molte altre ONG sono coinvolte con vari compiti nel funzionamento del centro, dal fornire assistenza nella costruzione delle strutture abitative ai lavori di pulizia, fino al supporto medico-psicosociale per i gruppi vulnerabili. L’importante ruolo di queste organizzazioni nel fornire assistenza, in particolare ai migranti che di solito arrivano esausti e necessitano di urgente supporto, è qualcosa che non può essere ignorato, così come le buone intenzioni di molti delle persone che lavorano con loro. Tuttavia è chiaro che il principale contributo di queste organizzazioni è quello di abbellire una situazione di svalutazione, miseria e reclusione : questo si ritorce contro tutti coloro che si suppone siano qui per aiutare.

Allo stesso tempo il silenzio assoluto mantenuto dalla maggioranza, se non da tutti, gli operatori delle ONG sugli episodi di violenza e sfruttamento all’interno e nei dintorni del campo, rende chiaro il loro ruolo nel centro e li qualifica come co-amministratori istituzionali e partecipanti attivi nella politica anti-immigrazione portata avanti nei centri di detenzione. Questo è qualcosa che non può essere esaminato separatamente dai piani più ampi, all’opera in tutto il mondo, di ricorso alle ONG e di privatizzazione nell’industria della sicurezza e dell’internamento (4).

In relazione alla presenza delle ONG professionali sull’ isola un altro punto importante è quello dei posti di lavoro che forniscono per molti residenti dell’isola e non solo. Il rapporto con l’economia locale, attraverso i posti di lavoro e i considerevoli flussi di denari necessari per la gestione delle attività, è un punto chiave per accrescere l’accettazione di questi centri da parte della comunità locale. Ultimamente sono circolate voci di presunti scandali, con parte dell’opposizione comunale e stampa che rivolge frequenti interrogazioni all’indirizzo dell’ufficio del sindaco per le sue operazioni finanziarie con alcune di queste organizzazioni e riguardo il ruolo centrale che esse svolgono nella gestione della questione migratoria sull’isola, sostituendo completamente l’autorità locale.

Gli affari

m5L’industria dello sfruttamento rimane fiorente nel centro di detenzione di Moria. Oltre agli appaltatori che continuano a guadagnare enormi profitti dalla gestione del campo (che aumenteranno di molto con la sua prevista espansione), anche i piccoli commercianti riescono a trarre profitto dalla situazione. Per lungo tempo l’amministrazione del centro ha permesso loro di operare all’interno del campo e solo nelle ultime due settimane è cambiato qualcosa. Durante la nostra ultima visita nei dintorni del centro abbiamo trovato sul luogo 8 spacci alimentari, un piccolo camion con frutta, un furgone che vendeva tende da campeggio e sacchi a pelo e 2 stand di Vodafone che sembra essere il vincitore della concorrenza tra le società di telecomunicazioni. Da notare il loro rapido adattamento alle esigenze del mercato: “offrono” schede sim con contratti con minuti gratuiti verso i paesi del Medio Oriente. Anche i proprietari di taxi sembrano capitalizzare la situazione: hanno spostato la fila dei taxi davanti al centro di detenzione dei migranti e applicano tariffe maggiorate rispetto al solito.

Modifiche previste

La diminuzione degli arrivi nei giorni scorsi ha portato alla decongestione del centro di Moria e ha permesso tempi più brevi per le procedure di registrazione della maggior parte dei migranti. Il completamento del previsto allargamento aumenterà la capacità di ricezione del centro, e questo, combinato con la pressione dei residenti del vicino paese contro la presenza degli accampamenti dei migranti sui circostanti appezzamenti privati, dovrebbe portare alla reclusione di tutti i migranti all’interno del centro (5) . Dopo il completamento di questo trasferimento dei migranti ancora presenti all’esterno dovremmo aspettarci la chiusura completa del centro con l’accesso consentito solo a media e organizzazioni accreditate. L’ultima questione rimasta in sospeso riguarda la collocazione del nuovo centro di deportazione, dove verranno portati i migranti ai quali non è consentito richiedere asilo.

Musaferat

Novembre 2015

Altre foto dell’hotspot di Moria sul blog Musaferat

Note

1) Secondo le informazioni disponibili, è prevista la creazione di 5 centri hotspot periferici nelle isole di Lesbo, Chios, Samos, Kos e Leros, più un centro molto più grande in una finora sconosciuta località dell’ Attica.

2) La loro situazione terribile si può vedere nelle immagini che seguono la nota.

3) Le famiglie siriane sono condotte per la registrazione e l’identificazione nel centro di Kara Tepe, ciò contribuisce al decongestionamento di questo luogo di identificazione.

4) Esaminare il ruolo delle diverse organizzazioni nella gestione della questione migratoria è molto importante. Il loro ruolo per la complessiatà che presenta non può essere descritto adeguatamente in questa nota informativa. Questo aspetto verrà analizzato più specificamente in seguito.

5) Fino ad oggi la necessità dei migranti di andare e venire al centro di registrazione per il completamento delle procedure ha portato ad una “apertura artificiale”. Parti della recinzione sono danneggiate e questi varchi vengono usati come ingressi aggiuntivi al centro. Nell’ultima settimana è stato applicato un sistema di ingresso controllato che consentire l’accesso solo per i migranti e le ONG registrate.

 

 

 

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Francia – Diversione dello stato d’emergenza: un provvedimento contro i migranti

Traduzione da Passeurs d’hospitalités

833216-05-calaisAbbiamo già assistito all’utilizzo dello stato di emergenza per vietare le manifestazioni per il clima in occasione della COP 21 e arrestare gli attivisti ambientali sospettati di avervi partecipato.

Oggi lo stato di emergenza viene usato per aggravare la repressione contro i migranti di Calais.

La strada nazionale 216 (RN 216) è una circonvallazione a quattro corsie che costeggia Calais e conduce al porto. I migranti percorrono questa strada in una direzione o nell’altra per andare o tornare in posti diversi, o per recarsi in ospedale, evitando cosi il centro della città dove sono frequenti i controlli polizieschi su base etnica. Lungo questa strada i migranti provano anche, quando ci sono ingorghi, a salire sui camion. La baraccopoli dove le autorità hanno concentrato quasi tutti i migranti si trova proprio sotto la circonvallazione.

Il decreto del 1 ° dicembre 2015, redatto sotto lo stato di emergenza, reprime con 7.500 € di multa e sei mesi di reclusione il percorrere a piedi la RN 216 e il rifiuto di un controllo di identità, che può essere fatto in qualsiasi momento, senza la richiesta del pubblico ministero. Questa sottigliezza, relativa ai controlli d’identità che possono avvenire in qualsiasi momento, legalizza l’arresto delle persone senza documenti di identità, il che potrebbero portare alla loro collocazione in centri di detenzione, oltre alla possibilità di reclusione.

Notiamo per inciso che sotto lo stato di emergenza una decisione amministrativa del Prefetto può trasformare l’atto di camminare in un dato luogo in un crimine punibile con la reclusione.

E i parenti delle vittime degli attentati apprezzeranno l’espediente di un governo per il quale lo stato di emergenza è un modo per regolare i conti, un giorno con i cittadini in disaccordo con le sue politiche, un altro giorno con una popolazione che considera indesiderabile.

La cronaca degli ultimi giorni a Calais, da Calais Migrant Solidarity 

Questa settimana a Calais

Ecco un riassunto di alcune degli avvenimenti di “routine” accaduti nella jungle questa settimana. Sono cose che accadono sempre e ancora, dato che avvengono sempre, in qualche modo non diventano notizie degne di essere riportate, o diventano ripetitive come notizie. Le riportiamo qui qui perché non sono normali, anche se accadono ogni volta.

Dall’inizio della settimana la Gendarmeria ha cominciato a dislocare in permanenza furgoni e agenti sul tratto dell’autostrada che va da Marck al porto di Calais.

Martedì mattina sul presto alcune persone che vivono nella jungle hanno provocato un ingorgo sull’autostrada adiacente alla jungle: la polizia ha risposto con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. I testimoni dicono che un ragazzo stava fuggendo dalla polizia quando è stato colpito da un proiettile di gomma nella parte posteriore della gamba e si ruppe la gamba. I suoi amici l’hanno portato fuori dalla jungle e sono stati presi di mira dalla polizia con gas lacrimogeni. Dopo aver chiamato un’ambulanza ed essersi sentiti rispondere che sarebbe stato meglio che lo avessero portato loro stessi in ospedale, hanno scoperto che un’ambulanza era ferma proprio dietro l’angolo. Un’altra persona è stata colpita alla bocca con un proiettile di gomma, perdendo numerosi denti.

Durante la giornata di martedi, la polizia antisommossa CRS ha effettuato un blocco stradale su una delle uscite dalla jungle. I veicoli in uscita dalla jungle sono stati fermati e i conducenti e tutti i passeggeri hanno dovuto esibire i documenti. Le auto sono state perquisite in cerca delle persone senza documenti.

Mercoledì scorso la gente dalla jungle ha provocato un ingorgo all’ingresso dell’ Eurotunnel. Molte centinaia di persone hanno attraversato la città per essere lì, e sono state spinte indietro da parte della polizia. Molti sono riusciti a passare attraverso i cordoni della polizia per raggiungere il presidio/ingorgo, e per alcune ore sono stati bersagliati con gas lacrimogeni.

Giovedi ad un attivista di Calais Migrant Solidarity è stata negata l’uscita dalla jungle: gli è stato detto ‘la giungla è chiusa oggi’.

Nel pomeriggio c’erano molte persone sull’autostrada nei pressi dell’Eurotunnel perchè si erano diffuse voci poi rilevatesi false di un ingorgo sul posto.

CVn9a2UUsAAYLjyUn adolescente proveniente dal Sudan – Youssef – è stato ucciso in autostrada. Quella notte, circa 100 persone hanno marciato verso l’ ospedale per pregare per il loro amico morto. Era arrivato nella jungle da soli 3 giorni, e nessuno sapeva niente di più su di lui se non che il suo nome era Youssef ed era dal Sudan.

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Torino – Alcune considerazioni dopo le rivolte di novembre nel CIE di Corso Brunelleschi

abacusfonte: Macerie

A una decina di giorni dalla rivolta che ha reso inagibili diverse aree del Cie torinese ci sembra il momento di mettersi un poco nei panni dei matematici e far, dunque, qualche conto.

Abbiamo preferito aspettare, per capire come si sarebbero organizzati i gestori messi di nuovo di fronte a una bella gatta da pelare. Se infatti prima dell’incendio del 14 di novembre i posti disponibili erano una novantina, il Cie era più o meno pieno, il tran tran di ingressi ed espulsioni continuava senza troppi sbalzi, e i gestori potevano guardare con fiducia al futuro ripristino di tutti i centottanta posti disponibili, ora toccherà loro cambiare un poco i piani. Prima di tutto hanno dovuto far fronte al problema di aver rinchiuse più persone di quelle che il Cie può ad ora contenere. Pian, piano e senza troppi clamori in questi giorni circa unaventina di reclusi sono stati quindi, espulsi o trasferiti in altri Centri; qualche uscita pure è avvenuta; la più corposa, fino ad ora e da che ne abbiamo notizia, lunedì scorso quandosono state liberate senza essere identificate una decina di persone tutte insieme.

Nello specifico, attenendoci alle informazioni ottenute da dentro, riportiamo del trasferimento – sempre lunedì – di cinque ragazzi nigeriani a Ponte Galeria, da dove poi sono stati espulsi insieme ad altri ventinove connazionali, e poi di uno spostamento di due reclusi verso il Cie di Trapani e di un altro portato in quello di Bari.Il clima dentro al Centro è dunque viziato dall’ansia dei reclusi di esser portati via per un trasferimento o, ancor peggio, per l’espulsione. Giusto ieri un altro pezzettino del Cie è andato in fumo grazie alla protesta di alcuni ragazzi che, per evitare un trasferimento che era nell’aria, hanno dato fuoco alla stanza dove dormivano e sono poi saliti sul tetto restandoci per tutta la notte.

Il giorno peggiore secondo l’osservazione dei reclusi è il martedì, che a quanto pare non passa mai liscio. Anche il martedì appena passato un ragazzo marocchino è stato prelevato da corso Brunelleschi ed espulso. Per ora non si può dire sia una statistica, espulsioni singole avvengono quasi all’ordine del giorno. Continua a leggere

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