Fortezza Europa – La Guardia Civil ammette: il 6 febbraio lasciammo affogare i migranti a Ceuta

Riportiamo una notizia pubblicata dal sito di notizie eunews.

Ceuta“La mattina del 6 febbraio scorso, quando 15 persone morirono nelle acque di confine spagnole di Ceuta (ne scrivemmo anche noi), la pattuglia della Guardia Civil non ha aiutato gli immigrati che erano “raggruppati vicino alle rocce del pontile” per “,prudenza” per evitare “il pericolo di collisione con loro” a causa della vicinanza alla costa, in quanto le caratteristiche della barca della polizia “non lo consentivano”, hanno dichiarato i membri dell’equipaggio, secondo le deposizioni cui ha avuto accesso il giornale on line eldiario.es. Nella zona non sono arrivate in tempo altre navi dell’esercito più leggere, fino a quando “quasi nessun migrante era ancora in acqua”.

L’operazione lanciata quella mattina dalla Guardia Civil, che ha compreso anche spari di proiettili di gomma e razzi lacrimogeni, continua a spiegare eldiario, ma non sono stati utilizzati mezzi adatti al salvataggio, non ci si è organizzati per farlo a quanto sembra. Non fu chiamata la Croce Rossa, ne il Salvataggio marittimo, né barche più adatte ad operare in quella situazione, come risulta dalla stessa relazione depositata dalla Guardia Civil alla magistratura.

L’equipaggi della barca (inutilmente se non dannosamente) presente sul luogo ammette che “a causa del gran numero di persone che stavano nuotando si valutò che qualsiasi tipo di manovra andava realizzata con la massima prudenza, restando a una certa distanza da loro che continuavano ad entrare in acqua”. Nessuno è stato aiutato, dicono i membri dell’equipaggio, perché ‘nessuno è stato visto chiedere aiuto’.”

 

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CIE – il regolamento unico dei lager moderni

fuocoaicieCome riporta il sito del Ministero dell’Interno, in data 2 dicembre è stata diramata una circolare che stabilisce l’attuazione del regolamento unico sui “Criteri per l’organizzazione e la gestione dei centri di identificazione ed espulsione”.
La circolare, diretta alle prefetture delle province nel cui territorio si trovano Cie, è stata spedita a Bari, Bologna, Brindisi, Caltanissetta, Crotone, Gorizia, Milano, Roma, Torino e Trapani. E’ quindi possibile ipotizzare che, anche nelle città dove i centri hanno riaperto con denominazione CARA, l’intenzione del governo sia quella di riportarli alla funzione di Centri di Identificazione ed Espulsione.

Secondo associazioni, politici ed organizzazioni umanitarie, il fatto che al regolamento unico sia allegata una “Carta dei diritti e dei doveri dello straniero nel CIE”, da consegnare obbligatoriamente ad ogni persona internata, avrebbe particolare rilevanza in quanto sintomo del rispetto dei diritti umani nei Cie.

Se credessimo ad un cambiamento di rotta, senza guardare al sistema di sfruttamento ed alle deportazioni coatte, sarebbe facile cogliere l’occasione per elencare migliaia di abusi, violenze e sevizie in quasi 20 anni dalla costruzione di questi Lager moderni.
Segnaliamo invece il link dove potete trovare questa ennesima opera di normalizzazione dei campi d’internamento per migranti chiamati Cie, in un momento di cambiamento dei tempi di prigionia e di enti gestori.

I Lager non si possono riformare, solidarietà alle persone che in questi anni hanno lottato per distruggerli e liberarsi.

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Germania, Austria e Italia lanciano “controlli trilaterali” per affrontare “il crescente numero di rifugiati”

Traduzione da: Statewatch

tumblr_ne4o8uutnI1qcrg73o1_500Il 13 novembre il Ministero degli Interni tedesco ha annunciato l’inizio di quello che è definito “il pattugliamento trilaterale” : pattuglie di polizia nelle zone di frontiera che coinvolgono agenti provenienti da Germania, Austria e Italia. L’operazione “potenzierà in maniera significativa” i controlli, soprattutto sui treni. Thomas de Maizière, ministro federale degli Interni tedesco, ha dichiarato: “In vista del crescente numero di rifugiati è necessaria e urgente una forte azione contro la migrazione illegale” [1]
Le nuove misure sono state pubblicizzate col termine  “trilaterali”, tuttavia sembra che i controlli si svolgeranno principalmente  sul territorio italiano. Joachim Hermann, il ministro degli Interni della Baviera – lo Stato tedesco più vicino al confine italiano – ha detto: “Il nostro obiettivo è quello di fermare, in Italia, i richiedenti asilo che viaggiano sui treni”. [2] Il comunicato stampa ufficiale del suo ministero afferma che è “giunto il momento” che “il governo italiano si concentri sul flusso dei richiedenti asilo”. [3]
Hermann, riferendosi alle preoccupazioni che l’Italia non riesca a soddisfare i suoi obblighi ai sensi del regolamento di Dublino ( in base al quale il primo paese europeo di arrivo dei rifugiati deve assumersi la responsabilità della loro loro domanda di asilo )-  ha sollevato lo spettro di minacce alla sicurezza: “Questo [movimento di persone provenienti dall’Italia e dirette in Germania] non riguarda soltanto la fornitura di alloggi disponibili per i richiedenti asilo in Baviera, ma solleva anche problemi di sicurezza interna, dal momento che criminali e terroristi potrebbero essere tra i richiedenti asilo.” [4]
Hermann è un membro del partito conservatore cristiano-sociale (CSU), che da tempo esprime preoccupazione per il modo in cui l’Italia ha affrontato le migrazioni dal Nord Africa. Quando un notevole numero di immigrati ha cominciato ad arrivare sulle coste dell’Unione europea, durante la rivoluzione del 2011 in Tunisia, l’Italia ha deciso di rilasciare visti temporanei che consentono loro di viaggiare all’interno della zona Schengen. Hans-Peter Friedrich, l’allora ministro federale degli Interni e membro della CSU, ha dichiarato che in questo modo l’Italia ha violato l’accordo di Schengen e che: “L’Italia deve risolvere il suo problema dei suoi rifugiati da sola”. Come risposta a questa situazione, gli stati tedeschi della Baviera e dell’Assia hanno proposto di introdurre controlli alle frontiere. [5]

Le conclusioni del Consiglio

Il comunicato stampa del Ministero federale degli Interni osserva che il piano “a tre vie” “per frenare l’immigrazione clandestina attraverso attività specifiche bilaterali, trilaterali e altro” è stato introdotto dopo che i ministri degli interni dell’UE hanno adottato “pertinenti conclusioni del Consiglio” nella riunione del 10 ottobre.
Le conclusioni sono basate sulle proposte del governo italiano, che attualmente detiene il semestre di presidenza di turno del Consiglio dell’UE. L’Italia ha proposto un approccio “basato su tre pilastri”:

– “Cooperazione con i paesi terzi… rafforzamento della capacità di FRONTEX di rispondere in modo flessibile e tempestivo ai rischi e alle pressioni emergenti, e, infine,  azioni dell’UE per sostenere e attuare pienamente il nostro sistema europeo comune di asilo, anche attraverso una maggiore cooperazione operativa. “[6]

Le conclusioni prevedono una serie di azioni in relazione al “Sistema europeo comune  di asilo” e una maggiore cooperazione operativa:

– “Nel breve termine, l’Unione europea deve agire per garantire l’attuazione piena e coerente del sistema europeo comune di asilo. A tal fine tutti gli Stati membri devono dare la priorità a investire e costruire sulla capacità di garantire un sistema nazionale flessibile per la ricezione e l’asilo, in grado di rispondere ai flussi improvvisi.Inoltre, al fine di affrontare i grandi movimenti “secondari” all’interno dell’UE che sono attualmente in corso, si devono trovare soluzioni per contrastare il modus operandi ideato dalle reti di trafficanti che mirano ad aggirare il sistema EURODAC. ..

– “Per questo motivo gli Stati membri, garantendo l’attuazione piena e coerente del sistema europeo comune di asilo, dovrebbero lavorare in particolare su procedure sistematiche di identificazione, registrazione e rilevazione di impronte digitali, tra le quali:

– “(1) garantire che le impronte digitali siano prese a terra, immediatamente dopo l’arresto (il fermo) connesso con l’attraversamento irregolare delle frontiere, nel pieno rispetto del regolamento Eurodac;

– “(2) l’adozione di misure restrittive per evitare la fuga nel caso in cui i migranti rifiutino di farsi prendere le impronte digitali, nel rispetto dei diritti fondamentali;

– “(3) informare i migranti in modo tempestivo dei loro diritti e obblighi e conseguenze del mancato rispetto delle norme in materia di identificazione.”

Se i migranti sono fermati (arrestati) e gli vengono prese le impronte digitali in Italia, questo renderebbe l’Italia responsabile per le richieste di asilo : che è ciò che Hermann e i suoi colleghi hanno chiesto.
La conclusione insistono sul fatto che: “Le priorità operative così definite dovrebbero essere attuate da tutti i soggetti coinvolti, senza indugio e con il coordinamento della Commissione europea, che si terrà in stretto contatto con il “Servizio europeo per l’azione esterna” e il Consiglio.”
Non è chiaro come l’Italia risponderà a queste proposte, quello che è certo è che il paese ha indubbiamente dovuto affrontare pressioni significative dalla Germania.
Nel mese di agosto Joachim Hermann ha accusato l’Italia di “rinunciare platealmente ad applicare le regole sui migranti previste dall’UE” e di “ignorare intenzionalmente le procedure standard sui rifugiati, come il rilevare le impronte digitali, al fine di permettere loro di presentare domanda di asilo in altri paesi.” [8] A settembre il ministro degli Interni italiano, Angelino Alfano, si è recato a Berlino per incontrare Hans-Pieter Friedrich, il suo omologo tedesco, per discutere la questione delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. Gli effetti che i “controlli” trilaterali hanno avuto sul campo sono finora sconosciuti, e resta da vedere se soddisferanno i politici che li hanno introdotti.  Il governatore bavarese Horst Seehofer, appartenente allo stesso partito di Joachim Hermann, ha già detto che “dobbiamo impostare quote per i rifugiati in Europa. E dobbiamo affrontare il fatto che i rifugiati devono essere ripartiti equamente tra i membri dell’UE ” [9]

NOTE:
[1] Bundesministerium des Innern, ‘Trilaterale Streifen gegen illegale Migration’, 13 November 2014
[2] ‘Einreise von Illegalen und Terroristen verhindern’, Blu-News, 14 November 2014
[3] Bayerisches Staatsministerium des Innern, ‘Verstärkte Kontrollen gegen illegale Migration’, 13 November 2014
[4] ‘Einreise von Illegalen und Terroristen verhindern’, Blu-News, 14 November 2014
[5] David Crossland, ‘Italy Using Dirty Trick to Force EU to Help With Refugees’, Spiegel Online, 11 April 2011
[6] Adopted as Conclusions on 10 October 2014: ‘Taking action to better manage migrator flows’, 13747/14, 6 October 2014
[7] Notice of meeting and provisional agenda, ‘Strategic Committee on Immigration, Frontiers and Asylum’, CM 4769/14, 28 October 2014
[8] ‘Migration: Bavaria governor calls for border control’, ANSAMed, 8 September 2014
[9] ‘Migration: Bavaria governor calls for border control’, ANSAMed, 8 September 2014

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CIE – Tempi di permanenza e cambi di gestione

Fonte: Macerie

Il 25 novembre è diventata effettiva la legge che fissa a 3 mesi il tempo massimo di permanenza nei Cie. Non era esplicitamente indicata la sorte di quanti, a quella data, risultassero reclusi in un Cie da più di 90 giorni. A distanza di una settimana, ecco qualche dato: al Cie di Bari, su 79 “ospiti”, ne sono usciti 12; la percentuale si alza a Roma e a Torino: aPonte Galeria su 59 ne sono usciti 22, mentre in Corso Brunelleschi 13 su 28. I poliziotti non sono rimasti però con le mani in mano e la popolazione dei Centri è stata prontamente rimpolpata, pur rimanendo al di sotto del numero di presenze di quando funzionavano “a pieno regime”. A Torino sono attualmente 30 i reclusi; nei giorni scorsi ci sono state alcune espulsioni immediatamente bilanciate da altrettanti ingressi.

Significativa la storia di un ragazzo marocchino che, scontati 4 anni nel carcere di Ivrea, viene portato nel Cie di Torino dove resta per più di 4 mesi. Liberato insieme a tanti altri il 25 novembre, fa rientro a Milano, dove lo aspetta la famiglia, libero ma con in mano un foglio di via che gli intima di lasciare l’Italia entro una settimana. Qualche giorno dopo, incappa in un fermo, proprio sotto casa. Non potendo negare il suo domicilio ed essendo privo di documenti, viene portato in Questura. La solfa è sempre la stessa: con le buone o con le cattive deve lasciare l’Italia. Non avendo abbandonato il Paese con le sue gambe, prima ancora della scadenza dei termini legali, la polizia gli fa di nuovo visita e lo riporta in Corso Brunelleschi.

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A Roma, dove i reclusi sono circa un ottantina, ci sono novità, come ci segnalano alcuni blog egiornali. La gara d’appalto bandita più di un anno fa dalla Prefettura di Roma è stata vinta, come già a Torino e a Milano, dal raggruppamento temporaneo d’imprese composto da Gepsa e dall’Associazione Culturale Acuarinto, che, dal 15 dicembre, subentrerà ad Auxilium, e chiederà 28,80 euro per ogni recluso, contro i quasi 41 euro pro capite dell’ente gestore precedente. Oltre ai tagli previsti dal capitolato d’appalto (anziché garantire un presidio medico 24 ore su 24 si garantirà un presidio infermieristico; l’assistenza psicologica sarà ridotta; i reclusi riceveranno 2,5 euro al giorno anziché 3,5; si risparmierà sul catering e sui servizi di pulizia), che hanno messo in agitazione le principali sigle sindacali, preoccupate per le sorti dei 67 onesti lavoratori della struttura, la Gepsa, grazie alla sua ventennale esperienza negli istituti penitenziari d’Oltralpe, è piuttosto esperta nel far calare i costi delle strutture che gestisce. Ad esempio, a quanto risulta da un sopralluogo al Cara romano di Castelnuovo di Porto effettuato a settembre, gestito da Gepsa e Acuarinto dalla fine del 2011, il numero dei pasti preparati ed erogati è inferiore al numero dei richiedenti asilo, non vi è corrispondenza tra le ore di pulizia richieste dall’appalto e quelle che risultano dal calcolo delle ore effettivamente lavorate dal personale, né è mai stata comprata l’ambulanza prevista dal bando.

Anche il Cie di Trapani-Milo ha un nuovo ente gestore. A ottobre è tornata, dopo un paio d’anni, la Badia Grande, società cooperativa vicina alla Diocesi trapanese che aveva già fatto funzionare il Centro di identificazione ed espulsione da luglio 2011 ad agosto 2012 e che, a leggere il suo curriculum, ha le mani in pasta un po’ a tutti i livelli del settore dell’accoglienza degli immigrati. Cercando negli archivi dei siti internet è facile ritrovare le numerose denunce, giunte perfino dalla Comunità europea, per la sua gestione del Cara di Salinagrande, che doveva chiudere in settembre, oltre che l’accusa infamante di quello che era il principale referente delle strutture gestite dalla Diocesi, Don Librizzi. Il sacerdote direttore della Caritas di Trapani, approfittando del suo ruolo di membro della commissione territoriale per il rilascio dello status di rifugiato politico, estorceva prestazioni sessuali ai richiedenti asilo.

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Le proteste dei richiedenti asilo in Provincia di Caserta. Blocchi stradali e repressione.

A San Nicola la Strada, alle porte della città di Caserta, sia il 10 novembre che il primo dicembre circa 60 migranti ( provenienti da Mali, Senegal, Ghana e altri paesi) hanno effettuato un blocco stradale sul viale Carlo III , strada sulla quale si trova l’Hotel City che li ospita. La struttura, dove sono alloggiate 120 persone, è gestita, come molti altri centri SPRAR nelle province di Caserta e Napoli, dalla Cooperativa “New Family” .

protesta-Carlo-IIICon le loro voci, uno striscione e dei volantini i migranti hanno espresso le motivazioni della loro protesta: le discriminazioni razziali e i maltrattamenti, i ritardi nella “procedure di rilascio dei permessi di asilo per coloro che sono ancora in attesa del responso della commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, e dei permessi semestrali per motivi umanitari che riguardano quegli stranieri la cui domanda e’ stata bocciata”, la mancanza di cure mediche adeguate, il cibo scadente, il sovraffollamento delle stanze, dove vivono fino a sette persone,la mancata erogazione regolare del pocket money di 2,5 euro, l’impossibilità di chiamare telefonicamente amici e familiari.

Sullo striscione era scritto: “Per favore, per favore, abbiamo bisogno di cambiamenti. Stiamo soffrendo la discriminazione razziale di tutti i giorni, ci fanno sentire…. Siamo rifugiati…. Siamo stanchi di essere… e siamo venuti qui in Italia solo per vivere una vita migliore…. Abbiamo bisogno di documenti.”

Media, estrema destra e politici locali continuano a creare allarmismo sulla presenza dei rifugiati nella provincia di Caserta, ad esempio diffondendo la bufala di casi di tubercolosi tra i migranti, pur dopo la smentita ufficiale dell’ASL Caserta che ha effettuato i controlli.
Nel Comune di Formicola i migranti ( in prevalenza nigeriani ed eritrei) “ospitati” nel Villaggio turistico “Le Campole” per due volte , il 26 Novembre e in precedenza ad Ottobre, hanno dato vita a forti proteste, occupando la strada provinciale Barignano-Dragoni. La repressione non si è fatta attendere, e oltre l’immediato intervento di polizia e carabinieri, cinque migranti – considerati tra i più determinati a continuare la lotta- sono stati allontanati e trasferiti in un centro ritenuto “più sicuro” dalla prefettura e questura, dietro insistenza del sindaco.

Fonti:
– Articolo sulla protesta e il blocco stradale del 1° Dicembre
– Articolo sul comunicato dell’ASL Caserta che smentisce la bufala tubercolosi
– Articolo sulle proteste a Formicola

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Droni nelle strade al servizio di polizia e carabinieri

Vi proponiamo alcuni estratti di un articolo pubblicato da Antonio Mazzeo che potete qui trovare in versione integrale con il titolo “I Predator a supporto delle operazioni di Polizia e Carabinieri”.

predator“Dalle guerre in Afghanistan e Libia alla vigilanza di piazze, cortei, manifestazioni e azioni di lotta contro le politiche di austerity del governo italiano. I “Predator” dell’Aeronautica militare, dopo essere stati schierati nei principali scacchieri di guerra mediorientali e africani saranno messi a disposizione delle forze di Polizia e dei Carabinieri per interventi d’ordine pubblico e vigilanza del territorio.

Nei giorni scorsi è stato firmato a Roma un accordo che prevede il “concorso con i velivoli senza pilota Predator ad attività istituzionali della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri”, riferisce il Comando dell’Aeronautica italiana. Il protocollo d’intesa, mai discusso in sede parlamentare, è stato siglato dal capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica gen. Pasquale Preziosa, dal Capo della Polizia Alessandro Pansa e dal Comandante Generale dei Carabinieri, gen. Leonardo Gallitelli.
L’uso dei “Predator” in funzione di controllo interno rappresenta l’ennesimo salto di qualità nella gestione “militare” dell’ordine pubblico, in linea con le più recenti elaborazioni strategiche in ambito Nato (le cosiddette Urban Operations) che propongono l’intervento in future operazioni urbane anti-sommossa di reparti super-specializzati e super-armati di professionisti formatisi nelle operazioni di “guerra asimmetrica” in Iraq e Afghanistan. I velivoli a pilotaggio remoto che l’Aeronautica metterà a disposizione di Polizia e Carabinieri saranno gli RQ-1A e RQ-9B in possesso del 32° Stormo con sede ad Amendola (Foggia).  […]

Nei mesi passati i “Preadator” del 32° Stormo di Amendola sono stati impiegati per il pattugliamento del Mediterraneo centrale nell’ambito dell’operazione aeronavale “Mare Nostrum” condotta dalle forze armate per contenere il transito delle imbarcazioni di migranti e richiedenti asilo in fuga dal Nord Africa e il Medio oriente. Anche dopo il recente passaggio di consegne all’operazione Triton a guida Frontex, l’agenzia europea di contrasto all’immigrazione, i droni dell’Aeronautica continuano a volare nei cieli mediterranei con sortite fino ai confini meridionali della Libia con Ciad e Sudan. Anche in passato, i droni dell’Aeronautica militare erano stati impiegati in operazioni di “sicurezza interna” e controllo dell’ordine pubblico a favore della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri: ad esempio, durante il vertice intergovernativo Russia–Italia, tenutosi a Bari nel marzo 2007 o il G8 dell’Aquila del 2009. Continua a leggere

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Melilla – ricostruzione storica e informazioni

melilla-grande-libreTraduzione di un testo pubblicato da No Borders Morocco

Melilla è una città spagnola che sorge in territorio marocchino. Storicamentela città , sorta come un insediamento militare, nella seconda metà del XX secolo è cresciuta fino a diventare il porto commerciale che conosciamo oggi. Malgrado questa evoluzione, Melilla mantiene ancora un forte legame con il passato coloniale e per di più con la storia fascista della Spagna, in quanto la maggior parte dei generali che presero parte del colpo di stato del 1936 passarono la maggior parte della loro vita militare nelle colonie spagnole del Marocco. La prova di ciò è l’elevato numero di monumenti e vie dedicate al regime di Franco, che si possono ancora trovare oggi a Melilla.

Il suo confine, l’unica frontiera terrestre esistente (a parte Ceuta) tra l’Africa e l’Europa, viene spesso considerato un facile punto di ingresso in Europa. A causa di ciò, la città vive dalla fine degli anni novanta una forte pressione migratoria.

Questo è il motivo per cui il governo spagnolo ha costruito nel 1998 la famosa recinzione, che è stata poi ampliata nel 2005 e nel 2007, trasformando Melilla in una prigione a cielo aperto per i migranti “senza documenti”.

Per mantenere i migranti sotto controllo, nel 1999 il governo ha costruito il CETI (Centro de Estancia Temporal para Inmigrantes), un centro con una capacità di 480 persone. Tutti gli immigrati “senza documenti” a Melilla devono essere ospitati lì. La sua popolazione attuale è attualmente di circa 1300 persone, a causa dei frequenti salti della recinzione avvenuti negli ultimi mesi, così come altri valichi di frontiera irregolari (ad esempio passaporti falsi, nascosti in auto – vedi sotto). A parte il cibo e un posto dove dormire, entrare nel CETI significa anche entrare nell’iter burocratico di registrazione, conosciuto ufficialmente come “la orden de espulsione del territorio nacional”, il decreto di espulsione dal territorio nazionale. Il governo organizza traghetti ogni settimana, noti come la «salida» tra i migranti. Queste barche trasportano un numero di circa 80 migranti dal CETI alla terraferma spagnola, Malaga e l’Almeria. Al loro arrivo, i migranti hanno il permesso di soggiornare legalmente per 2 o 3 mesi sul territorio spagnolo, e una ONG li ospita per quel periodo. Dopodichè rimangono spesso “illegalmente” sul territorio spagnolo e possono diventare facilmente vittime dei raid della polizia, finendo nei centri di detenzione, per essere deportati successivamente.

A Melilla c’è una comunità di migranti molto varia e le loro situazioni sono molto diverse. Di seguito alcune informazioni che si riferiscono al loro status giuridico, nonché ai modi più comuni di attraversare il confine:

Africani sub-sahariani : un piccolo numero di essi arriva in barca o con altri mezzi, ma la maggioranza entra in città saltando la recinzione. Sono i meno fortunati tra i migranti. Molti di loro non hanno altra scelta – ossia i soldi per pagare la traversata in barca o nascosti in una macchina – che aspettare al campo in Gourougou Mountain, sopportando il freddo e le incursioni della polizia marocchina, in attesa del loro momento per provare a superare le recinzioni. Sono anche la comunità più famosa dei migranti a causa del loro “spettacolare” modo di entrare in Europa, ma in realtà solo il 20% dei migranti entra così a Melilla.

Le comunità sub-sahariane in Melilla sono costituite da persone provenienti da Camerun e Mali, oltre che dalla Guinea Conakry, Costa d’Avorio, Nigeria, Gambia e Senegal.

Siriani : sono attualmente la maggioranza dei reclusi nel CETI. Sscappano dalla guerra e dal caos che l’Europa e l’Unione europea hanno contribuito a creare in Medio Oriente negli ultimi anni. Una grande percentuale appartiene alla classe media siriana che ha abbastanza soldi per fuggire dalla guerra, acquistare un biglietto aereo per il Marocco o in Algeria e poi attraversare a Melilla. Molti di loro sono curdi, provenienti dalla regione di Rojava e dalla città di Kobane, una zona di guerra reale. Il loro modo principale di entrare Melilla è quello di compare un passaporto marocchino per circa 2000 €, (i cittadini marocchini possono visitare Melilla ed entrare attraverso regolari punti di controllo di frontiera). Altri pagano importi simili per entrare attraverso altre vie.

Algerini: sono ridotti in numero e molti di loro non hanno il diritto di entrare nel CETI, perché non senza passaporto. In questi casi, e a causa del sospetto di essere marocchini che cercano di intrufolarsi spacciandosi di nazionalità algerina, lo stato nega l’ingresso di un gran numero di loro nel CETI. A nessun’altra comunità viene chiesto di mostrare il passaporto per poter essere ammessi nel centro. Molti di loro dormono in “chabulas” – baraccopoli – vicino al CETI in attesa di essere ammessi all’interno. I migranti che non sono registrati nel CETI non sono inclusi nelle “salidas” in Spagna continentale. Gli algerini che raggiungono la Spagna continentale sono, normalmente, immediatamente portati in un CIE (Centro de Intenamiento de Extranjeros, un centro di detenzione per stranieri) e deportati non appena viene dimostrata la loro nazionalità. Questo è uno dei motivi per cui molti algerini non portano documenti originali con loro.

Marocchini : quanto appartenenti ad un paese che confina fisicame con la Spagna, non hanno il diritto di essere ospitatai nel CETI, e se vengono intercettati dalla polizia, vengono immediatamente deportati. I cittadini marocchini dalle città vicine di Beni Enzar e Nador hanno un visto speciale che permette loro di entrare Melilla liberamente durante il giorno, ma non hanno il permesso di passarci la notte.

Minori: C’è anche un numero abbastanza grande di minori non accompagnati che vivono a Melilla. La maggior parte viene dal Marocco: attraversano il confine dai posti di controllo di frontiera ufficiali scappando dalle autorità o nuotando per entrare a Melilla. Di notte, al porto, cercano di intrufolarsi su navi container in partenza verso Malaga e Almeria nascondendosi dentro o tra i contenitori o salendo sulle navi passando dal mare. Molti di loro sono ospitati ufficialmente ospitati nel centro per minori “La Purisima”, ma spesso preferiscono vivere per strada o in chabulas a causa delle dure punizioni e dei maltrattamenti che subiscono da alcuni degli educatori.

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Dal 15 dicembre a Ponte Galeria arriva GEPSA

Il Cie di Ponte Galeria

Il Cie di Ponte Galeria

E’ di stamattina la notizia, riportata sui quotidiani main stream, che la società francese Gepsa (Gestion Ets Pénitentiaires Service Auxiliaire) e l’associazione culturale siciliana Acuarinto diventeranno dal 15 dicembre i nuovi gestori del lager di Ponte Galeria avendo vinto la gara al ribasso davanti ad Auxilium, l’attuale gestore.

Secondo quanto riportato dall’articolo il costo pro-capite per recluso passerà dagli attuali oltre 40 € ai 28,8 € della nuova gestione; affinchè ciò sia possibile verranno effettuati una serie di tagli ai servizi tra cui la sostituzione di un medico presente h24 con un presidio infermieristico, la riduzione dell’asssitenza psicologica, risparmi sul catering e sulle pulizie e la riduzione di 1 euro del contributo che viene dato ai reclusi (da 3,5  a 2,5 €).

Conosciamo già Gepsa che si è da poco aggiudicata, sempre in collaborazione con Acuarinto, la gestione del nuovo CARA di via Corelli a Milano e la gestione del Cie di Corso Brunelleschi a Torino.

A Roma Gepsa si è occupata fino ad aprile del CARA di Castelnuovo, ma la gestione del centro è finita sotto la lente della prefettura per alcune irregolarità descritte in questo articolo, e la gestione è passata guarda caso proprio alla società Auxilium che attualmente gestisce il Cie Romano.

Di seguito ripubblichiamo l’articolo Voilà Gepsa pubblicato a settembre su Macerie che contiene diversi spunti di riflessione sul futuro della carcerazione etnica in Italia:

Sembra proprio che questa sarà la volta buona. Al terzo tentativo, dopo aver già concorso e vinto per ottenere l’appalto del Cara di Castelnuovo di Porto, un affare da quasi otto milioni di euro l’anno, e del Cie di Gorizia, e essersi vista annullare entrambe le assegnazioni per problemi contrattuali, Gepsa sembra sia finalmente riuscita ad aggiudicarsi la gestione del Cie di via Corelli a Milano. Ad affiancarla dovrebbe essere Acuarinto, un’associazione culturale di Agrigento, al suo fianco già nei primi due fallimentari tentativi. L’appalto, che assegna all’associazione siciliana il compito di occuparsi dei reclusi e alla società francese la gestione e la messa in sicurezza delle aree e dei cortili, dovrebbe rimanere invariato anche in seguito alla recente decisione del Ministero degli Interni di cambiare temporaneamente destinazione d’uso alla struttura.
Dal 15 settembre fino a marzo, Acuarinto e Gepsa, assieme agli ex-dipendenti della Croce Rossa riassunti, non avranno a che fare infatti con persone senza documenti a rischio espulsione, ma con uomini e donne con lo status di rifugiati. Non sappiamo ancora se il provvisorio passaggio dall’emergenza clandestini all’emergenza profughi cambierà qualcosa nel tariffario precedentemente stabilito con la Prefettura milanese, che prevedeva un rimborso di 40 euro a ospite contro i 54 euro precedentemente percepiti dalla Croce Rossa. I posti dovrebbero in ogni caso rimanere 140.
L’ingresso ufficiale di Gepsa nel mondo della reclusione in Italia non è una novità di poco conto e crediamo meriti qualche parola in più. Gepsa, filiale di Cofely, società a sua volta appartenente alla multinazionale dell’energia Gdf-Suez, è stata creata nel 1987 per poter sfruttare le possibilità che lo Stato francese stava allora offrendo alle imprese private di partecipare al mercato della gestione e costruzione dei penitenziari d’Oltralpe. Un’apertura al privato legata alla decisione dello Stato francese di aumentare il numero dei posti disponibili nelle sue prigioni, cui Gepsa in questi anni ha sicuramente fornito un contributo importante, tanto da esser considerata come uno dei partner principali dell’Amministrazione Penitenziaria.
Il suo acronimo rivela che è specializzata nella “gestione dei servizi ausiliari negli stabilimenti penitenziari” ed effettivamente, in quella che è la logistica della detenzione, Gepsa fa un po’ di tutto: manutenzione generale e degli impianti elettrici, idraulici e termici, pulizia dell’edificio, consulenze informatiche, cura degli spazi verdi, vitto, trasporto e lavanderia per i detenuti, ristorazione per il personale carcerario.
Altra attività in cui Gepsa si distingue è lo sfruttamento del lavoro dei detenuti attraverso la gestione di numerose officine all’interno dei penitenziari. Ogni giorno 1700 detenuti vengono messi al lavoro da Gepsa e ogni anno più di 180 trovano grazie ad essa un impiego una volta usciti di prigione. Continuando a dare un po’ di numeri potremmo dirvi che Gepsa gestisce 34 carceri e 8 Centri per immigrati senza documenti per una superficie pari a 715 000 m², che partecipa ad un consorzio per la costruzione e la gestione di altri 4 penitenziari, che garantisce il lavaggio di quasi 8 tonnellate di indumenti e la preparazione di 14500 pasti al giorno. Sono 400 infine i suoi dipendenti.
Cifre che aiutano a dare un’idea di cosa sia Gepsa e che la rendono una della possibili candidate a diventare quel gestore unico dei Cie di cui ormai da tempo le autorità discutono. A questo proposito, oltre alle dimensioni, gioca naturalmente a favore della società francese anche l’esperienza maturata nel mondo carcerario che include oltre alle competenze fin qui elencate anche la gestione dei dispositivi di sicurezza a Fleury-Merogis, il carcere più grande d’Europa.
L’eventualità che Gepsa diventi il futuro gestore unico dei Cie italiani o anche solo che sostituisca la Croce Rossa nella gestione di un gran numero di Centri, oltre a rendere più difficoltosa la resistenza dei reclusi, rischierebbe anche di minare ulteriormente il morale e l’efficacia delle iniziative fuori, che peraltro non è che godano già di una gran salute. Non aver infatti più una Croce Rossa su cui sparare ma trovarsi davanti una lontana società francese potrebbe aumentare il senso d’impotenza. Ma a pensarci bene, per far qualcosa, non è che bisognerebbe per forza recarsi fino in rue Henri Sainte-Claire Déville a Rueil-Malmaison.

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La Coop Badia Grande prende in gestione il CIE di Trapani

trapani

Il Cie di Trapani Milo

Nuovo programma di differenziazione carceraria per migranti a Trapani, la provincia che con 2 centri governativi, 32 strutture straordinarie e 12 centri per richiedenti asilo (Sprar) è una delle aree italiane in cui è più fiorente il business della gestione dei migranti (fonte qui).

Ad agosto 2014 si stima fossero più di 2.500 i richiedenti asilo “ospitati” in zona; significativa la storia Hotel Poma a Custonaci: aperto nel 2009, 5 anni dopo la sua inaugurazione, l’hotel è stato trasformato in un centro d’accoglienza con una capienza di 97 posti. L’operazione è stata voluta dalla società francese Gepsa (società del gruppo multinazionale Gas de france), che già gestisce 15 carceri in Francia e si occupa della gestione del centro di via Corelli a Milano e del Cie di Torino.

Secondo quanto dichiarato dal prefetto (fonte qui) Hotel Villa Sant’Andrea di Valderice diventerà infatti centro di accoglienza per immigrati: la sua apertura è prevista entro Natale.  La nuova struttura sostituirà il Centro d’accoglienza di Bonagia, attualmente in fase di chiusura e teatro di numerose proteste da parte dei richiedenti asilo per i tempi di attesa sulle richieste di asilo.

Entrambe le strutture sono gestite dalla cooperativa Badia Grande, che subentrerà nella gestione del Cie di contrada Milo che era stato temporaneamente gestito dalla Croce Rossa dopo che il precedente ente gestore era stato estromesso per gravi inadempienze.

La coop Badia Grande era già nota nel sistema dell’accoglienza trapanese: a settembre aveva chiuso il CARA di Salina Grande a Trapani, forse una conseguenza dell’arresto di Don Librizzi, padre-padrone del sistema di accoglienza in zona e non solo, ma il sistema è una costellazione di associazioni, che facevano capo alla Caritas di Trapani, ed al centro di Badia Grande. Arrestato il vertice, sono rimaste in piedi le convenzioni stipulate dalle tante associazioni satellite (fonte qui)

Secondo quanto riportato dai media locali nei prossimi mesi dovrebbero aprire altri centri di “accoglienza” per migranti e la loro gestione sarà regolata tramite bandi – non più per asseganzione diretta come è avvenuto fin’ora – ma i centri già aperti contimueranno ad operare in proroga.

Sono, inoltre, in fase di realizzazione due nuove strutture per lo svolgimento delle operazioni di prima accoglienza inizialmente svolte al porto ed ultimamente effettuate al Cie di Milo.

Per una panoramica sul Cie di Trapani a questo link trovate diversi articoli tratti dal sito Macerie, mentre a questo link trovate una serie di articoli sulla situazione dei centri di accoglienza nel trpanese tratti dal blog Siciliamigranti.

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Grecia. Detenuti nel lager etnico di Amygdaleza in sciopero della fame in seguito alla morte di un ragazzo di 26 anni.

Il lager di Amygdaleza

Il lager di Amygdaleza

Centinaia di immigrati rinchiusi nel centro di detenzione di Amygdaleza hanno cominciato ieri uno sciopero della fame per protestare contro le condizioni disumane del centro e in particolare per la morte di Mohamed Asfak, un ragazzo di 26 anni proveniente dal Pakistan, avvenuta il 6 novembre.

Secondo il gruppo anti-razzista Keerfa il ragazzo sarebbe stato vittima di violenza da parte della polizia a giugno nel centro di detenzione di Corinto (sulle proteste di giugno a Corinto potete leggere qui); i problemi respiratori dovuti al pestaggio non sono mai stati curati a dovere e il ragazzo sarebbe stato portato all’ospedale in fin di vita quando ormai era troppo tardi. Su questa morte non c’è una versione ufficiale da parte di alcun funzionario del centro nè della polizia.

Non è certo la prima volta che nel centro di Amygdaleza ci sono delle proteste (la più violenta nell’estate del 2013 quando furono aumentati i tempi di detenzione da 12 a 18 mesi – info qui – e il brutale pestaggio dei migranti da parte dei MAT a settembre, ne abbiamo parlato qui): il centro infatti ha una capienza di 1000 persone ma attualmente si stima siano detenute almeno il doppio delle persone senza considerare la totale mancanza di infrastrutture nel centro stesso; inoltre in seguito alla decisione di intraprendere lo sciopero della fame sembra che la polizia abbia aumentato gli episodi di violenza nei confronti dei detenuti impedendo loro di avere contatti con l’esterno.

I campi di internamento etnici vanno chiusi, ovunque essi si trovino.

Solidarietà con i reclusi in lotta ad Amygdaleza.

Fonte FraEngGre

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