Lecce. Op. Nottetempo, sentenza Corte di Cassazione: annullata condanna per associazione sovversiva

Riprendiamo da informa-azione

Processo Nottetempo. Sentenza Corte di Cassazione

Il 14 novembre 2014 i giudici della V sezione della Corte di Cassazione hanno annullato, con rinvio alla Corte d’Appello di Taranto (per competenza territoriale), la condanna per associazione sovversiva a carico di 12 anarchici leccesi inquisiti nel 2005 nell’ambito dell’operazione Nottetempo. I reati specifici sono tutti prescritti.
In primo grado l’accusa per associazione sovversiva (art 270 bis) era stata riformulata in associazione a delinquere (art. 416) a carico di solo quattro imputati; ed otto erano stati assolti. Poi, in secondo grado nel 2010, la Corte d’Appello di Lecce aveva emesso sentenza di condanna per tutti gli imputati per associazione sovversiva semplice (art. 270).
Quando saranno disponibili le motivazione della Cassazione, si capirà in che modo la Corte di Taranto è chiamata ad esprimersi.

Ricordiamo che l’accusa di associazione ed i vari “reati” specifici contestati (istigazione a delinquere e manifestazioni non autorizzate; diffamazione; incendio di alcuni bancomat di Banca Intesa, del portone del Duomo di Lecce e contro l’abitazione di don Cesare Lodeserto; danneggiamento degli erogatori di alcune stazioni di distribuzione carburante Esso) erano legati alle lotte in corso contro l’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca (Lecce) e contro la guerra in Iraq.

Alcuni degli imputati

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Trentino – Impressioni di novembre

Fonte: Informa-azione
Al presidio di tre giorni e tre notti nato a Marco di Rovereto per bloccare i carotaggi legati al progetto del TAV partecipa anche un gruppo di ragazzi del luogo. Uno di loro, durante una partita a carte, dice: “Questo presidio riscatta in parte il pessimo clima che si era creato qui a Marco contro i profughi”. A luglio, con il pretesto di un tentativo di stupro, si erano espressi per la chiusura del campo profughi praticamente tutti i politici, dal sindaco PD alla Lega, dalla circoscrizione ai fascisti. I discorsi che si sentivano in piazza e nei bar avevano l’odore inconfondibile del linciaggio. Se a Marco ci fosse stata una presenza organizzata di fascisti non è escluso che avremmo assistito ad una sorta di “caccia al negro” realizzata con la partecipazione o con il consenso di una parte del paese.

Ad ottobre in tutta Italia, e anche in Trentino, i clerico-fascisti delle Sentinelle in piedi vengono duramente contestati. La “legge contro l’omofobia” presentata dal centro-sinistra viene congelata dopo un’intervista di Bressan a “Vita Trentina” in cui l’arcivescovo di Trento paragona l’omosessualità alla pedofilia.

Anche nella democratica Trento si svolgono le retate contro gli immigrati privi di documenti. L’operazione si chiama “Mos maiorum”, cioè “costumi degli antenati”. Alla polizia piace il latino. Un paio di anni prima la Digos aveva chiamato “Ixodidae” (“zecche”) un’operazione contro 43 anarchici per “associazione sovversiva con finalità di terrorismo” conclusasi con l’assoluzione degli imputati. Ma i “costumi” rimangono. Il 5 novembre, a Trento, al termine di un dibattito sullo squadrismo fascista svoltosi nella facoltà di sociologia, tre pattuglie di polizia (tra quelle presenti in città per i controlli “antidegrado” voluti dal democratico Andreatta) cercano di fermare e perquisire una quarantina di compagni, che se ne vanno in corteo per sfuggire all’accerchiamento. Nella concitazione del momento, uno sbirro dimentica il latinorum ed urla “Fermatevi, zecche!”. Continua a leggere

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Roma – Corrispondenza da Tor Sapienza

Riceviamo e publichiamo volentieri questo contributo.

Tor Sapienza, esempio di architettura concentrazionaria. Piccolo quartiere disperso nell’immensa periferia romana. Case popolari, edifici disposti ad anello, con un unica via di accesso ed un unico bar come punto di ritrovo. Il centro di prima accoglienza (per minori non accompagnati, richiedenti asilo e misure alternative al carcere minorile) lo hanno piazzato lì, al centro della discarica sociale costruita trent’anni fa, ma è corpo estraneo anche ai codici condivisi del ghetto, unico edificio in qualche modo collegabile allo Stato, altrimenti ritiratosi da questo suo lembo estremo. Un edificio in cui vivono dei poveri considerati privilegiati perché hanno tetto e pasti assicurati.

É in questo luogo, che martedì scorso dopo un’assemblea pubblica una parte degli abitanti ha protestato contro il centro di accoglienza ed alcuni lo hanno attaccato con bombe carta.
Il Centro non ha mai creato particolari problemi a nessuno. Parlando con persone diverse (ospiti, operatori, residenti) non è emersa una chiara causa scatenante degli attacchi. Neppure i media abituati a sponsorizzare la guerra etnica, ci hanno detto qual’è stata la “colpa” degli immigrati, se non quella di esistere.
I pochi episodi citati come “causa scatenante” non coinvolgono gli ospiti del centro: i residenti lo sanno perfettamente. Non si è verificata, da quanto abbiamo appurato, una lesione degli interessi criminali di qualche capo-zona, recondita causa di episodi similari.

Cos’è successo quindi e perché?
Ci sembra che il centro di accoglienza sia stato individuato come anello debole, come punto facile da attaccare per rendere visibili le proprie rivendicazioni e sfogare la frustrazione.
Da quanto abbiamo appreso esiste nel quartiere un forte malessere legato alla qualità della vita ed alla mancanza di servizi. Vi è una difficile convivenza, nella comune povertà, degli italiani con gli stranieri residenti in zona, in particolare con il vicino campo nomadi. Vi è un evidente dilagare di una sottocultura razzista, malcelata dietro il solito “io non sono razzista ma …”.

Esiste poi chi questi attacchi li sta pianificando da tempo. Chi fomenta e incanala l’odio, indirizzandolo contro i poveri tra i poveri. Il tutto palesemente finalizzato al controllo sociale, ad un progetto politico di destra che ricalca modelli che hanno avuto successo in Grecia e Francia.
Dietro episodi come questo, che si stanno susseguendo sul territorio romano troviamo sempre gli stessi attori: pezzi del neofascismo e famiglie criminali fanno il lavoro sporco, comitati anti-degrado ed il partito “Fratelli d’Italia” si muovono alla luce del sole.
É l’anticipo di una campagna elettorale sporca.
É, inoltre, una battaglia che questi fascisti stanno vincendo nel momento in cui sono riusciti a determinare il terreno dello scontro: quello del degrado e della sicurezza. La sinistra, con la sua aggiunta dose di ipocrisia, insegue sullo stesso piano. Il risultato per i poveri è la repressione. Per gli immigrati in particolare, ad ogni sparata di questi “cittadini per l’ordine”, seguono retate, deportazioni nei CIE, espulsioni.

Successivamente al primo assalto, diversi solidali hanno preso contatti con questa realtà. Si tratta di un quartiere di duemila abitanti con scarsa presenza di compagni, nonostante la zona di Roma est abbia un’alta concentrazione di case occupate, centri sociali, collettivi.
Mercoledì sera, quando tutto sembrava tranquillo, si è verificato un secondo attacco. In questo caso si è trattato di un’azione pianificata compiuta da non molte persone, capaci di stare in strada e reggere gli scontri. É molto probabile che una parte degli assalitori sia venuta dall’esterno del quartiere e che vi fossero fascisti. L’attacco è stato violento ed effettuato da più lati, i ragazzi del centro hanno barricato le porte e lanciato oggetti dalle finestre per impedire l’accesso.
Alcuni solidali con gli immigrati hanno tentato di radunarsi per portare un aiuto, ma sono giunti sul posto quando l’accesso al quartiere era bloccato dalla polizia giunta in forze.
I razzisti hanno vinto questo scontro nel momento in cui hanno fatto assumere all’episodio una dimensione di carattere nazionale, garantendosi il successo del trasferimento della struttura e costruendo un precedente riproducibile a cascata su tutto il territorio. Di questo va preso atto.

Prendendo contatti con il centro, il giorno successivo, ci è stato fatto presente come la minaccia di tornare ad incendiare il posto fatta la sera precedente fosse da prendere seriamente. Nel pomeriggio, da parte degli operatori che temevano per l’incolumità degli ospiti, è stata fatta una chiamata per intervenire a difesa nell’eventualità di un attacco.
Non nutriamo simpatia per i centri di accoglienza, ma ci sembra interessante sottolineare il fatto che da un’entità legata alle istituzioni sia partito un’ appello verso contesti solidali, informali o antagonisti. Ci sembra che ben simboleggi il ritirarsi dello Stato, di fronte alla crisi, dalle sue diramazioni periferiche.
Questo territorio abbandonato cos’è?
É certamente un terreno su cui rischia di insediarsi la guerra civile, la barbarie dello scontro etnico. Per qualcuno è un terreno sul quale bisogna fare ritornare lo Stato, richiamandolo ai suoi doveri. Ci piace proporre un’altra lettura, più difficile da concretizzare ma molto più allettante: quella di un terreno provvisoriamente liberato, sul quale si può trovare lo spazio per costruire forme di sperimentazione, di autonomia, auto-organizzazione, autogestione. Non chiediamo nulla ma ci riprendiamo quanto lo Stato abbandona retrocedendo.

Alla richiesta di intervento, molti hanno risposto negativamente, anteponendo considerazioni di stampo strategico, che sconsigliavano di intervenire. Insieme ad altri abbiamo risposto all’appello partendo da considerazioni di natura etica. Volevamo dire ai ragazzi, alcuni con alle spalle esperienze traumatiche, che fuori da quelle mura non vi era solo odio contro di loro. Queste persone erano in pericolo, noi potevamo intervenire, quindi lo dovevamo fare.
Le considerazioni strategiche le lasciamo a persone sicuramente più abili di noi.
Siamo andati in un contesto non facile, con il centro presidiato dalle polizia, ed alcuni dei solidali sono riusciti ad entrare. Il nostri bottino politico consiste nell’accoglienza e nei sorrisi sinceri che abbiamo ricevuto dai ragazzi: siamo contenti così.

All’esterno le voce dell’arrivo dei fasci si sono susseguite senza che i fasci arrivassero. Dall’alto lato della strada si è radunato un folto gruppo di persone, visto che siamo stati invitati a parlare ci siamo avvicinati. L’impressione è stata quella di trovarsi di fronte la Folla nel senso teorico del termine, con i suoi umori, la sua imprevedibilità, la sua plasmabilità. Persone che, in fondo, hanno un gran bisogno di parlare e di sfogare il loro disagio. Ci hanno identificai come “quelli dei centri sociali”, che non sanno niente, e che vengono a gettare discredito su di loro. Ci vorrebbe molto tempo per stabilire un dialogo proficuo, abbiamo una forte necessità di capire, oltre ogni lettura ideologica e precostituita.
Abbiamo semplicemente detto di non avere nulla a che spartire con le guardie e questo era l’unico punto d’incontro immediatamente possibile.
Parlando della famosa guerra tra poveri, abbiamo chiesto come si potesse prendersela con dei ragazzini e non con i veri responsabili del disagio che non sono certo difficili da individuare. Qualcuno ci ha risposto – parole letterali – che il centro è solo un capro espiatorio, insomma il posto giusto per fare casino, attirare l’attenzione, farsi dare qualcosa e probabilmente, aggiungiamo noi, fare un piacere a qualcuno che poi si ricorderà.

La notte è molto buia in questa via. Nei prossimi giorni arriveranno i politici a farsi fare le foto davanti al trofeo. La guerra sociale, invece, riprende da domani in un punto qualsiasi qua attorno. Chi vuole star sveglio/a prenda il suo posto.
Roma 13 11 2014

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CIE di Bari – oggi come ieri

Il Cie di Bari

Il Cie di Bari

A gennaio 2014 dopo diverse rivolte – come dimenticare l’incendio dei Cie del 5 dicembre 2013, l’allagamento e gli scontri scoppiati il 24 dicembre 2013 a causa del cibo immangiabile – un giudice della I Sezione civile del Tribunale di Bari ha messo nero su bianco che i Cie sono peggio delle carceri e che i migranti detenuti (non ospiti come si ostinano a scrivere taluni giornalisti) hanno meno garanzie dei carcerati.

Con un’ordinanza ha imposto alla presidenza del Consiglio dei Ministri, al ministero dell’Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Bari Palese. “Non è azzardato concludere che, se lo stato degli stranieri trattenuti nei Cie in vista della loro espulsione fosse stato assoggettato alla disciplina dell’ordinamento penitenziario vigente, la loro condizione sarebbe stata migliore o comunque più ‘garantita’, quanto meno sul piano formale”.

Non crediamo che dei lavori di ristrutturazione possano cambiare la realtà di questi lager etnici; i lavori di manutenzione sono funzionali al sistema: servono per generare nuovi appalti e rimettere in sesto o fortificare mura, reti e sbarre.

A Bari (come negli altri centri rimasti aperti) le rivolte e le proteste dei/delle migranti – che sono la vera ragione della chiusura dei Cie in Italia – non si sono arrestate per tutto il 2014: marzo, aprile, ancora aprile, settembre e ottobre.

Ieri una delegazione di “Lasciatecientrare” è andata di nuovo in visita nel Cie di Bari ma a differenza di altre volte non è stato loro consentito di filmare o fotografare l’interno del Cie.

Come raccontano gli oltre 70 reclusi, la prigionia resta una brutalità (nei 3 moduli su 7 rimasti attivi) che non può essere mostrata pubblicamente, senza considerare la qualità del cibo che mangiano, le difficoltà di incontrare gli avvocati, la presenza di sbarre in tutti i locali.

Il fatto che la delegazione abbia constatato la violazione dell’ordinanza del giudice riguardo la manutenzione è una conferma di quanto la gestione di questi lager sia tutto un business. Ma questi affari sono costantemente minacciati dalle rivolte che ne hanno ridotto le capacità, portandola ad un massimo di 500 posti nei 5 Cie rimasti aperti.
I Cie non sono riformabili, i Cie non sono ristrutturabili, dei Cie solo macerie!

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Il Cie di via Mattei di Bologna riapre i battenti come Centro di prima accoglienza

NOCIE1Articolo ripreso da Macerie

Dopo quello di Corelli a Milano, anche il Cie di via Mattei a Bologna riapre i battenti non più come Centro d’Identificazione ed Espulsione ma come Centro di prima accoglienza.  Su questa riapertura vi proponiamo un contributo arrivatoci da Bologna.

Bologna. Il Centro di via Mattei ha riaperto cambiando veste e da Cie è diventato Cara. Nel febbraio 2013, il Cie di Bologna fu chiuso dopo che diverse rivolte avevano reso inagibili alcune aree e dopo che il consorzio “L’Oasi”, che l’aveva in gestione, aveva smesso di pagare gli stipendi non riuscendo più a trarre sufficiente profitto da una convenzione ottenuta con una gara d’appalto all’estremo ribasso: 20/25 euro a recluso

Ora, dal 19 luglio 2014, il centro di via Mattei ha riaperto, riconvertendosi in struttura di prima accoglienza per richiedenti asilo politico, per far fronte alla decisione del Viminale di destinare a Bologna 200 tra uomini e donne arrivati via mare in Italia questa estate. Si racconta che nel giro di una notte siano stati rimossi da volontari sbarre e cancelli, visto che chi viene ora ospitato nel centro non è più recluso e può quindi entrare e uscire liberamente. Si fa per dire perché, a fronte delle dichiarazioni della assessore Frascaroli per cui «Ci sarà il rilascio dei permessi umanitari, ai quali hanno diritto tutti. Poi si vedrà quanti potranno richiedere asilo», i documenti che ci hanno fatto vedere alcuni degli “ospiti” incontrati nei paraggi del centro non sono altro che minuscoli fogliettini di carta infilati in una bustina di plastica trasparente riportanti il nome e un numero. A questo si aggiunge un braccialetto colorato di plastica con su scritto a pennarello il numero corrispondente a quello sul tesserino. Ecco, che con questo genere di documento, l’unico fornito loro da mesi, ci si possa muovere liberamente risulta davvero impensabile.

La nuova struttura fa parte di quelli che vengono definiti “hub” (tecnicamente, “nodi di smistamento“) regionali e interregionali previsti dal Piano nazionale per fronteggiare il “flusso straordinario di cittadini extracomunitari” approvato il 10 luglio scorso dalla Conferenza unificata Stato-Regioni ed enti locali. Per il momento l’Hub/Cara di Bologna viene gestito in forma transitoria, che avrebbe dovuto scadere il 30 settembre ma ancora non è cambiato nulla, da un consorzio di cooperative sociali, alcune appartenenti a Lega Coop, e non è dato conoscere per quale somma. Ne fanno parte: Lai-momo, Camelot, L’Arcolaio e Mondo Donna (associazione sostenuta dal Rotary), tutti con sede a Bologna e provincia. I pasti vengono forniti dalla Camst (potente gruppo dell’area della ristorazione, da più di 60 anni, con forti legami con enti e servizi pubblici).

In questo momento nel centro ci sono solo uomini, le donne sono da poco state trasferite non si sa dove, che aspettano senza far nulla e senza sapere nulla per intere giornate gironzolando per le strade della zona, per altro periferica e per lo più occupata da capannoni. Rispetto ai primi mesi, ora sono meglio vestiti e alcuni dicono che il cibo non è male, mentre per altri è molto scarso. Le condizioni igieniche variano, non sempre i locali sono puliti. Le barriere del vecchio Cie in realtà non sono sparite e restano sbarre e gabbie davanti alle camerate. Vengono dati loro pochi spiccioli e niente biglietti del bus. Abbiamo incontrato dei giovanissimi ragazzi ganesi che dicono di essere in 26 sotto i 18 anni. Le autorità avevano promesso di mandarli a scuola per imparare la lingua, ma non è mai avvenuto. Da due mesi stanno sbattuti sulle panchine di un piccolo parco o di un giardinetto nei dintorni, la loro tristezza è visibile in modo straziante: “se avessi i documenti me ne tornerei da mia madre in Ghana per andarla a prendere e ritentare la fortuna altrove”, ci dice uno di loro. Parlano, come i loro compagni adulti, di essere in attesa di trasferimenti. Trasferimento è la parola che ci ripetono di più senza però poter capire dove e quando. La maggior parte viene dalla Nigeria, dal Ghana, dal Senegal, dal Gambia, dal Sudan, dalla Costa d’Avorio, dal Bangladesh, dall’Eritrea e molti hanno fatto la traversata dalla Libia, dove lavoravano, alla Sicilia. Sono in una situazione di stallo, senza soldi e senza documenti.

Dal 3 novembre, è in corso una protesta da parte dei rifugiati di Villa Aldini a Sasso Marconi, gestita anche questa dalla Cooperativa Lai-momo. Fanno un presidio sotto la Prefettura perché, dopo aver ottenuto il permesso umanitario, hanno ricevuto la comunicazione di non avere più l’ospitalità. Stanno quindi per finire in mezzo alla strada.”

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Roma – Sul presidio davanti il CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo.

chiudiamoIeri, 8 novembre, si è tenuto un presidio solidale davanti il CIE di Ponte Galeria.
Per due ore le grida dei reclusi e delle recluse si sono intrecciate con quelle dei/delle solidali nonostante l’ente gestore e le guardie avessero deciso, già dalle prime ore del mattino, d’intralciare la giornata di proteste chiudendo tutte le celle e non permettendo a nessuno d’incontrarsi.

Attraverso la comunicazione tra dentro e fuori le mura, veniamo comunque a sapere che, dopo il tentativo di fuga del 5 novembre, almeno 1 degli 11 ragazzi fermati dalle forze dell’ordine ha subito pesanti violenze.

Il presidio si è sciolto con saluti rumorosi e con la scelta di portare i racconti dei reclusi e delle recluse in città. I solidali hanno quindi fatto ritorno ad Ostiense per megafonare e volantinare al mercato tra la stazione e la metro Piramide.

Nel CIE di Ponte Galeria sono attualmente imprigionate circa 120 persone, le deportazioni sono all’ordine del giorno, così come i nuovi ingressi a causa delle continue retate in città.
L’ultima retata, di proporzioni agghiaccianti, è quella avvenuta all’Esquilino il 6 novembre. Il quartiere, da più di un mese, è sotto la pressione costante di associazioni, legate ad alcuni gruppi fascisti, che invocano quotidianamente l’azione repressiva delle forze dell’ordine con la retorica della lotta al degrado.

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Roma – CIE di Ponte Galeria: blackout

Mercoledì sera, 5 novembre, con la complicità del buio per un blackout, un ragazzo è riuscito a fuggire dal Cie di Ponte Galeria mentre altre 11 persone sono state fermate dalle guardie accorse in massa.
Ieri, una delegazione di lasciateci_entrare con al seguito esponenti del PD, partito al governo, ha fatto ingresso nel lager legittimandosi come “organo d’osservazione dei diritti fondamentali”,  molte le domande dei e delle recluse riguardo la nuova legge, ancora non entrata in vigore, che modifica il tempo massimo di prigionia, riportandolo a 3 mesi.

cieUscita la delegazione,  numerosi blindati carichi di gente hanno fatto ingresso nel CIE con 13 nuovi imprigionati e 9 nuove imprigionate.

Per domani, sabato 8 novembre, è previsto un presidio davanti il CIE di Ponte Galeria, in solidarietà con le persone internate e con le lotte per liberarsi dalle gabbie del lager.

L’appuntamento è a stazione Ostiense alle ore 14 oppure alle 15 a stazione Fiera di Roma, davanti le mura del CIE.

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Diritti umani nei Cie

Il Cie di Ponte Galeria

Il Cie di Ponte Galeria

Ripreso da Macerie

È stata approvata da alcuni giorni la legge che riduce notevolmente il tempo massimo di reclusione all’interno dei Cie. Dai 18 mesi, che nel 2011 avevano innalzato la precedente soglia di sei mesi, si è ora tornati a un massimo di 90 giorni di reclusione. Un cambiamento che si verifica in un momento particolare nella storia dei Cie, e con soli 5 Centri aperti sugli 11 esistenti. Non è certo azzardato pensare che le autorità cerchino in questo modo di raffreddare un po’ gli animi dei reclusi per evitare nuovi incendi e rivolte.
Questo cambiamento legislativo nasce da una recente iniziativa dei senatori Manconi e Lo Giudice, membri della Commissione straordinaria per la tutela dei diritti umani del Senato che per tutto il 2013 e per i primi mesi del 2014 si è occupata di Cie, pubblicando nel luglio scorso anche un ampio “Rapporto sui Centri di Identificazione ed Espulsione”. Sulla base di una disamina delle normative vigenti e di una serie di visite nei vari Centri, la Commissione avanza delle proposte al governo attraverso una Risoluzione approvata nel marzo scorso.
Espletate le denunce di rito sulle carenze strutturali e nella gestione dei Cie, sui casi più eclatanti di reclusi che vivono da anni in Italia, Manconi & Co. ribadiscono che, dati alla mano, se il trattenimento dei senza documenti dovrebbe essere una misura eccezionale finalizzata esclusivamente al rimpatrio, i Cie non funzionano granché. La reclusione è infatti molto lunga e assicura solamente l’identificazione ed espulsione di una piccola parte degli immigrati rinchiusi. Di nessun aiuto sono stati da questo punto di vista i 18 mesi. Le statistiche mostrano infatti che ai reclusi o vien dato nome, cognome e nazionalità entro un breve periodo di tempo, o questi sono destinati a rimanere dei Signor nessuno. Per la Commissione i 18 mesi non ha quindi fatto altro che rendere ancor più esasperante la reclusione e numerose le rivolte. Di qui la loro proposta di riportare a 60 giorni il tempo massimo di reclusione in un Cie.

Se puntar tutto sul tempo non è servito a molto, il suggerimento che arriva dai commissari dei diritti umani è quello di concentrarsi maggiormente sullo spazio. Data l’importanza del personale delle rappresentanze diplomatiche per i riconoscimenti e la loro scarsa disponibilità a percorrere centinaia di chilometri per farlo, il modo migliore per garantire identificazioni rapide e certe è far sì che i Cie si trovino il più vicino possibile a ambasciate e consolati. Non come quello di Gradisca, ad esempio, che non avendo sedi diplomatiche vicine era caratterizzato da tempi di reclusione molto superiori alla media.
Oltre a questa soluzione geografica, la Commissione propone di coinvolgere il Ministero degli Affari Esteri affinché realizzi «protocolli di collaborazione con le autorità diplomatiche» così da velocizzare «la procedura di identificazione in carcere e nei Cie ed evitare la prassi diffusa di identificazioni sommarie e superficiali da parte delle autorità consolari». Una volta tolta la scusa della lontananza, serviranno insomma anche una serie d’accordi formali, nero su bianco, che non consentano ai paesi d’origine degli immigrati senza documenti di far finta di niente.
Ma se la ricetta per ridurre ulteriormente i tempi di reclusione è quella di facilitare le espulsioni, gli ingredienti consigliati non finiscono qui. Laddove anche le autorità diplomatiche dovessero fallire e non riuscire nel loro lavoro, non resta che favorire la collaborazione diretta del recluso. L’incentivo pensato per spingere chi è senza documenti a rivelare la propria identità, e farsi deportare, è quella di cancellare automaticamente il divieto di reingresso per chi collabora alla propria identificazione. Oggi infatti chi viene espulso non può rientrare infatti in Italia per un periodo variabile dai 3 ai 5 anni.
«Se ci dai una mano a espellerti, in cambio noi ti consentiamo di riprovare un’altra volta a tornare in Italia, e chissà, magari domani sarai più fortunato», queste potrebbero essere grosso modo le parole con cui gli operatori di un Cie o le forze dell’ordine dovrebbero tentare di convincere il recluso di turno a collaborare. Per i paladini dei diritti umani chi è recluso in un Cie dovrebbe insomma affrontare la vita come se fosse un grande Gioco dell’oca in cui quando si torna al “Via” non è certo il caso di fare drammi, ma solo sperare che il prossimo lancio di dadi sia un po’ più fortunato. Una visione a dir poco sadica, specie se si pensa a quello che può comportare, in questi casi, riprendere i dadi in mano.
Sadismo a parte, tolte le denunce di rito ciò che emerge dal lavoro di questa Commissione è che per tutelare i reclusi è necessario razionalizzare il sistema Cie. Per evitare che la reclusione risulti troppo afflittiva e degradante non resta che oliare e rendere più efficiente la macchina delle espulsioni. Una Risoluzione non molto in linea con quella elaborata dai tutelati, che con incendi, rivolte ed evasioni si ostinano invece a promuovere la libertà e la distruzione dei Centri.

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[Milano] Riapre Corelli


nobordersfonte: Macerie

Da ieri ha ufficialmente riaperto i battenti il Cie di via Corelli a Milano. Come avevamo già scritto, il Centro sarà provvisoriamente destinato a ospitare profughi e non immigrati senza documenti in attesa di espulsione. Sembra che sia stata proprio questo cambiamento della destinazione d’uso, voluto dal Comune meneghino, a farne ritardare la riapertura inizialmente prevista per metà settembre. Non si sa con precisione quando il Centro tornerà un Cie, al momento sembra che l’accoglienza profughi debba durare fino alla fine dell’anno ma è prevista la possibilità di ulteriori proroghe. La capienza complessiva della struttura è di 155 posti e come previsto a gestirla sono Gepsa e Acuarinto che hanno riassunto parte del personale della Croce Rossa Italiana precedentemente occupato nel Cie.

Dopo Corelli, un altro Cie potrebbe riaprire a breve per “ospitare” altri profughi. Qualche giorno fa infatti i capigruppo comunali di maggioranza di Gorizia hanno incontrato il Prefetto proponendogli di riaprire il Centro di Gradisca, chiuso dalle rivolte dei reclusi un anno fa, per scongiurare il rischio che la città venga «risucchiata in un vortice quotidiano di arrivi di richiedenti asilo politico».

 

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[Roma] Sabato 8 novembre presidio al CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo la locandina che invita ad un appuntamento in solidarietà con i reclusi e le recluse nel CIE di Ponte Galeria. Qui per salvare il file, stamparlo e diffonderlo nei quartieri.

8-NOVEMBREWEBFuoco ai CIE

I CIE (centri di identificazione ed espulsione) sono dei lager, lo diciamo da anni.
Nei CIE le persone sono rinchiuse per mesi in condizioni disumane, con la “colpa” di non possedere le carte giuste, senza sapere cosa sarà di loro.
I CIE sono parte della macchina dell’espulsioni, mangiano esseri umani, creano clandestini e li risputano nella società spingendoli ad accettare le peggiori condizioni di sfruttamento, minacciano e ricattano tutti gli immigrati, espellono chi è stato spremuto per anni ed ora non serve più.
I CIE  fanno guadagnare tanti soldi ai padroni dei nuovi schiavi e li fanno guadagnare anche agli sciacalli che li gestiscono: la Croce Rossa Italiana, le Misericordie, il Consorzio Connecting People, Auxilium, Acuarinto, etc… ed ora i professionisti della sicurezza come Gepsa, filiale di Cofely, società a sua volta appartenente alla multinazionale dell’energia Gdf-Suez.

Nel febbraio del 2009 centinaia di internati nel CIE di Lampedusa si sono ribellati e lo hanno incendiato, da quella data ha avuto inizio una straordinaria stagione di lotta: fughe, rivolte, incendi, danneggiamenti hanno portato alla chiusura di 6 CIE sui tredici esistenti ed al ridimensionamento degli altri.
La lotta ha inceppato il meccanismo delle espulsioni,  delle reclusioni, delle retate. Migliaia di sfruttati/e hanno beneficiato degli effetti prodotti dalle rivolte.

Il governo si è visto costretto, per calmare una situazione ingovernabile, a ridurre da 18 a 3 i mesi di permanenza massima all’interno dei CIE. Va detto, a chiara voce, che il merito di aver ottenuto questa diminuzione dei tempi di reclusione va solo a tutte e tutti quelli che hanno messo in gioco la loro vita lottando.

Altrettanto chiaramente va detto che non bisogna farsi illusioni, la riduzione dei tempi di reclusione verrà affiancata ad una riforma dei centri: lo scopo è quello di garantire le esigenze del governo e dei padroni, cioè lucrare sulla prigionia e reprimere meglio i poveri.

Solo con la lotta si può difendere quanto si è conquistato e solo con la lotta si possono ottenere nuove vittorie.
Per questo torniamo a Ponte Galeria, a fianco di tutte le internate e di tutti gli internati.

Chiudere i CIE, libertà per tutte e tutti, fuori razzisti e polizia dai nostri quartieri.

Presidio solidale al CIE di Ponte Galeria

Sabato 8 novembre, ritrovo alla stazione FS Ostiense, ore 14

oppure ore 15 alla stazione Fiera di Roma, davanti le mura del lager

alcuni e alcune nemiche delle frontiere

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