Milano – ATTACCHIAMO I PADRONI (prima gli italiani): assemblea pubblica [21/4] e corteo contro ENI, devastazioni e guerre [5/5]

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Bologna – Cronaca del presidio del 26 marzo davanti all’hub di via Mattei

Riceviamo e diffondiamo.
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CONTINUANO LE PROTESTE CONTRO LE GABBIE DELL’ “ACCOGLIENZA”

Cronaca del secondo presidio davanti all’hub di via Mattei a Bologna.

“Freedom from jail”, “We want home” , “Transfer” , “C3 Interview” , “Respect humanity” sono alcune delle scritte riportate sui cartelli esposti da chi vive nell’hub di via Mattei (Bologna), durante la recente protesta del 26 marzo. Nel pomeriggio, fuori dall’hub si è tenuto un partecipato presidio, formato da una ventina di compagn*, presto raggiunti da circa 50 persone che vivono nell’hub e che sono uscite dalla struttura formando un piccolo corteo, raggiungendo le/i solidali.

La protesta è stata incentrata sulle condizioni di vita all’interno dell’ex Cie.

Il 7 marzo scorso c’era stato un altro presidio fuori dalla struttura, durante il quale era stato possibile scambiare contatti e ascoltare le storie di chi resta bloccato nell’hub da diversi mesi. Nelle settimane successive i contatti sono stati mantenuti e insieme è stato organizzato un nuovo momento di lotta per portare l’attenzione su quello che era emerso dai racconti di chi vive nel centro. I motivi che hanno spinto molti migranti a protestare contro quella che loro stessi chiamano PRIGIONE riguardano soprattutto le scarse condizioni igieniche/alimentari (mosche nel cibo, pasti freddi e cattivi, il divieto di cucinare, servizi igienici rotti, sovraffollamento delle stanze, topi nei letti, scarsa assistenza medica), oltre all’attesa infinita dei documenti che li costringe a restare in una struttura fatiscente come quella di Via Mattei, dove viene persino richiesto loro di lavorare al mantenimento della struttura – un altro aspetto importante della loro denuncia.

Queste condizioni non si verificano soltanto all’interno dei locali della struttura dell’ex Cie, ma anche nel container costruito circa un anno fa – sotto il solito strumentale vessillo dell’emergenza – sullo spiazzo interno dell’hub (quello che un tempo veniva utilizzato come campo da calcio) nel quale il livello del sovraffollamento e delle condizioni igienico/abitative è portato ancor più all’estremo. Anche all’interno del campo vengono così riprodotte quelle stesse logiche di un turnover interno, di divisione e di differenziazione che caratterizzano l’intero sistema dell’accoglienza e delle politiche migratorie, dove le condizioni di sopravvivenza vengono trasformate in strumenti di continuo ricatto e disciplinamento. Come le loro stesse voci hanno raccontato nelle corrispondenze con RadioOndaRossa e RadioBlackOut durante il presidio, queste attese senza fine distruggono le loro vite e il loro futuro: in queste condizioni continuare ad aspettare sembra essere l’unica azione possibile.

La rabbia provocata da questo limbo è stata spesso riportata da chi vive nel centro all’attenzione degli operatori, i quali in molte occasioni hanno rimbalzato il problema con false promesse oppure dicendo di non avere soluzioni mentre, al contempo, hanno frenato le esplosioni di rabbia di chi è costretto a stare alle loro regole con la minaccia del peggioramento del processo burocratico riguardante commissioni, permessi e documenti.

Durante il presidio del 7 marzo gli stessi operatori hanno raccontato a chi vive nell’hub che uscendo avrebbero incontrato gente violenta, nemica dei migranti, gente che avrebbe voluto “spaccare loro gambe e braccia”. Qualcuno si è lasciato convincere, qualcun altro no ed è venuto a raccontarlo al presidio e in radio. Dopo il 7 marzo, un richiedente asilo che aveva raggiunto il presidio si è visto togliere il riscaldamento dalla stanza, e indica questo gesto come una vera e propria ritorsione nei suoi confronti per aver partecipato alla protesta. Le minacce si sono ripetute anche ieri, 26 marzo, quando chi è rientrato nella struttura è stato intimidito dallo staff del centro che ha affermato che “in futuro il nuovo governo avrebbe potuto deportare chi avrebbe partecipato a proteste e presidi”. Un trattamento simile è stato riservato solo ad alcuni, in maniera evidentemente selettiva.

Non ci stupiamo del ruolo subdolo e infame che svolgono tutte le figure che si adoperano nel mantenimento di strutture come l’hub, abbiano esse una divisa o meno.

Non ci stupiamo che le richieste di miglioramento delle condizioni di vita rivolte da chi vive nel centro di via Mattei ai suoi responsabili siano state spesso rispedite al mittente, senza risposte.

Non ci stupisce neppure che chi lavora nell’hub cerchi di dividere chi vuole protestare insieme, di incutere timore nei soggetti più ricattabili, di far apparire chi lotta fuori come un nemico.

E’ la forza di una protesta comune che spaventa chi vorrebbe mantenere la calma e la rassegnazione dentro le mura di quella prigione chiamata hub.

Il 26 marzo, durante il presidio, molte persone hanno preso parola al microfono, senza lasciarsi spaventare dall’ingente presenza degli sbirri accorsi in difesa delle mura del “campo” di via Mattei. Ai/alle solidali presenti al presidio è stato chiesto di diffondere le notizie riguardo alle condizioni di vita interne al centro e di organizzare nuovi momenti di protesta insieme, per far sì che non si abbassi l’attenzione su questi luoghi, dove quello che viene spacciato per accoglienza è solo una menzogna e dove il ricatto e l’infantilizzazione sono le uniche regole di sopravvivenza.

Sempre più nemiche e nemici delle frontiere

PROTESTS CONTINUE AGAINST THE CAGES OF THE “RECEPTION” SYSTEM
Chronicles from the second protest in front the Hub in Via Mattei in Bologna. Continua a leggere

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Cronache di quotidiane infamie

Che le procure abbiano spesso provato a basare le proprie tesi accusatorie paventando “regie esterne” dietro le rivolte che hanno smantellato i centri di espulsione è cosa nota a chi da anni prova a costruire percorsi di solidarietà. Che le forze dell’ordine abbiano spesso rinchiuso in cella le persone recluse durante i presidi che avvengono all’esterno, è pratica risaputa e volta a ostacolare la comunicazione. Anche le minacce di ritorsioni ed espulsioni immediate qualora si comunicasse con i solidali non sono mai mancate.

Questa volta ci pensano l’osservatorio migranti basilicata e cronache di ordinario razzismo ad avanzare pesanti accuse nei confronti di chi si è recato al CPR di Palazzo San Gervasio per parlare con le persone recluse.
Che questi infami non avrebbero aspettato tanto tempo ad affannarsi sulle tastierine del pc era cosa chiara a chiunque abbia partecipato al presidio dello scorso lunedì 26 marzo. Infatti, dopo un’oretta di presidio, quando i solidali si sono spostati davanti il cancello del CPR per attendere che le fdo riconsegnassero loro i documenti dopo l’identificazione, hanno avuto il piacere di incontrare un noto esponente dell’osservatorio migranti basilicata che s’impegnava a parlare con la polizia, imputando l’organizzazione del presidio a un collettivo e ricevendo in cambio qualche insulto. Troppo poco…

Oggi su internet compaiono accuse più chiare. Senza mezzi termini questa gente, che si è fatta un nome sulla pelle delle persone immigrate, ha pensato bene di dichiarare che “Gli slogan gridati al di là delle griglie metalliche della “voliera” hanno però avuto l’effetto di incitare alla protesta all’interno e infiammare gli animi. Questo ha provocato l’immediata reazione delle Forze dell’ordine che hanno caricato i detenuti, provocando alcuni feriti (secondo quanto riportato dai familiari stessi dei tunisini).”

Cronache di ordinario razzismo di questi sinistri colonialisti, per i quali le persone recluse sono incapaci d’intendere e di volere, e si sarebbero ribellate solo e soltanto per aver ascoltato degli slogan provenienti dall’esterno, provocando così come “reazione” una carica delle povere fdo che altrimenti si comporterebbero bene con le persone immigrate.
Tutto questo lo dichiarano al posto di chi ha portato avanti per mesi una lotta coraggiosa per liberarsi dalle gabbie di Lampedusa (attraverso tentativi di fuga, presidii, denunce pubbliche, marce, scioperi della fame, proteste, e infine danneggiando l’hotspot fino a ottenerne la chiusura) e che per questa ragione si trova adesso prigioniero a Palazzo San Gervasio.

Ci sfugge cosa spinga questi soggetti a puntare il dito contro i/le solidali che, senza tornaconti personali, scelgono di comunicare direttamente con le persone recluse, raccontando la situazione in altri centri di detenzione e mettendosi a disposizione per fare da megafono sulla situazione dentro il CPR e a darsi da fare affinché non resti un problema solo delle persone imprigionate.
Abbiamo potuto leggere sui social network che parte del loro problema sia quello di non essere stati preavvisati e coinvolti. Dato l’epilogo non possiamo fare altro che credere indispensabile la distanza da questi soggetti, per rafforzare l’autorganizzazione e indebolire l’autoreferenzialità e il protagonismo di questi politicanti.
Immaginiamo che parte delle infamate sia il frutto di un sentimento competitivo e di potere che ci fa ribrezzo, e dal considerare la loro come UNICA pratica possibile. Una solidarietà “autorizzata”, sottoposta al controllo e consenso delle istituzioni, possibile solo ed esclusivamente per “specialisti” come avvocatx, parlamentarx, giornalistx e associazioni riconosciute, che punta esclusivamente sui miseri margini legali, che diventano via via sempre più ristretti. Un’attività che si basa principalmente sull’ingresso di delegazioni, nel clima artificiale e di minaccia che le caratterizza in ogni luogo di detenzione.

Non abbiamo nulla da insegnare a chi ogni giorno resiste nelle patrie galere.
La storia di questi lager ci mostra che le rivolte, le evasioni e le resistenze sono state in grado di danneggiare la macchina delle espulsioni.
Di certo non ci crediamo superiori a nessunx ma riteniamo necessario contribuire con la solidarietà, la vicinanza e le azioni concrete per mettere fine all’esistenza dei centri d’espulsione o di qualsiasi campo che limiti la libertà delle persone.

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Bologna – Voci dal presidio davanti l’HUB di via Mattei

fonte: Radio Ondarossa

Una corrispondenza dal presidio davanti l’hub di via Mattei a Bologna. Nella prima parte una solidale ci racconta i recenti cambiamenti di funzioni della struttura nella catena del sistema di accoglienza\detenzione\espulsione. Nella seconda parte ascoltiamo le voci delle persone recluse nella “prigione”: le condizioni in cui sono costrette a vivere e le rivendicazioni che portano avanti quotidianamente, bloccate da mesi nella struttura.

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I flussi si spostano, la militarizzazione resta

Tratto dall’ultimo numero di Nunatak – Rivista di storie, culture, lotte della montagna che ringraziamo per averci risposto.

I flussi si spostano, la militarizzazione resta

Achtung

Con l’arrivo dei militari francesi nel sud delle Alpi Marittime, durante l’estate 2016, una parte dei flussi migratori si è spostata più a nord, interessando altre vallate delle Alpi occidentali. Ma il controllo della frontiera, nella zona compresa tra Fanghetto, dal lato italiano, e Breil e Sospel, dal lato francese, è rimasto pressoché totale, impegnando centinaia di militari della Legione Straniera, della Gendarmerie, della Police Nationale, della PAF. I controlli si effettuano sulle principali strade di comunicazione, con la richiesta di aprire il vano bagagli a ogni vettura in transito. Pattugliamenti, rilevamenti termici e appostamenti sono predisposti anche sui sentieri e lungo i corsi dei fiumi.

La scorsa estate, una manifestazione di diverse centinaia di migranti, che dal centro di accoglienza di Bevera si stava dirigendo verso il confine francese, è stata dispersa dai gas lacrimogeni degli sbirri italiani e i gruppi di manifestanti che sono riusciti a fuggire verso il confine sono stati braccati e quindi fermati grazie all’utilizzo di droni francesi.
Questo episodio non è che il più evidente segnale della tendenza affermatasi nelle Alpi Marittime: nonostante il calo dei flussi – dovuto, oltre che alla stagione fredda, all’allestimento dei campi di concentramento in Libia, in Turchia, in altri Paesi del Mediterraneo e sui confini dell’Europa dell’Est – il dispositivo di controllo è stato mantenuto e si sono moltiplicate le rappresaglie nei confronti della popolazione solidale con controlli e test su alcool e sostanze stupefacenti. Il terreno su cui il più noto tra i solidali roiaschi ospita i pochi migranti che, in una sorta di “corridoio umanitario”, riescono legalmente a passare, è controllato giorno e notte da militari per nulla dissimulati nella boscaglia.
Da qualche tempo a questa parte, uno di questi flussi si sta dirigendo oltralpe attraverso i passi che separano l’alta Valle di Susa dal Brianzonese. In quelle zone la militarizzazione del territorio, con l’arrivo degli Chasseurs Alpins, si è concentrata sui passi intorno al Monginevro, mentre nei fondovalle la presenza poliziesca è appena percepibile, almeno durante la stagione nevosa, perché assolutamente sconveniente al clima turistico degli straricchi vacanzieri che affollano le Hautes Alpes. Reti di solidarietà si sono attivate per soccorrere sui passi più alti i migranti di passaggio, e, da ambo i versanti, per offrire sostegno a chi si trova costretto a passare la frontiera di nascosto, sfidando sorte e temperature polari, per sfuggire ai controlli dei gendarmi. Una situazione già vissuta a Ventimiglia e poi nella Roya francese, come in altre località di frontiera sulle Alpi. Le Alpi non hanno mai smesso di essere un luogo di passaggio: è una costante nella storia di queste montagne.
Come a Ventimiglia e nella Roya, anche nelle Alpi Cozie una rete solidale, “trasversale” ed eterogenea, trova dei punti in comune per offrire sostegno attivo e concreto a chi si trova costretto a passare la frontiera da clandestino (si veda l’esperienza di «Briser le frontières» in Valsusa). Riflessioni e analisi su ciò che è avvenuto nelle precedenti mobilitazioni potrebbero aiutare a crescere, forse evitando o perlomeno prevedendo, gli inevitabili intoppi che questo genere di esperienze produce. Penso che nelle Hautes Alpes francesi e nelle altre vallate delle Alpi occidentali, conoscere quanto è già avvenuto altrove potrebbe apportare consistenti elementi, affinché un momento di sensibilità e mobilitazione collettiva riguardo ai flussi migratori, si trasformi in una critica più ampia e decisa contro la repressione, la guerra, il colonialismo economico e lo sfruttamento delle risorse, in atto da parte dell’Occidente nel resto del pianeta.

Per quanto riguarda la Roya francese – come con chiarezza espresso nell’opuscolo «Qui aide qui dans la Roya», uscito nell’agosto 2017 – dopo un iniziale movimento spontaneo e assolutamente diffuso sul territorio, che ha coinvolto centinaia di persone di quelle vallate, una crescente egemonia nelle mani delle associazioni umanitarie o sedicenti tali, nate sull’onda dell’emergenza, che si erano anche assunte il ruolo di mediatori tra le istituzioni e i migranti, ha finito per estendere il meccanismo della delega assoluta verso coloro che avevano questo dialogo con le autorità, fino all’esaurimento di qualsiasi tipo di iniziativa personale. La rete di solidarietà ai migranti di passaggio avrebbe potuto trasformarsi in un più complesso e articolato movimento contro la guerra e le frontiere, e se ciò non si è verificato, le responsabilità non vanno cercate soltanto tra chi ha sempre avuto un dialogo aperto con le istituzioni, ma anche tra coloro che non hanno cercato, o non sono riusciti, a rendere ancora più cosciente la sensibilità delle persone che hanno partecipato questi movimenti. Aiutare un migrante a passare la frontiera è più semplice e diretto che formulare una critica precisa delle circostanze che lo rendono tale. Aiutare un migrante è un atto concreto: lui ha bisogno di passare e tu gli puoi dare una mano. Nella Roya è mancata la necessaria fiducia nelle proprie e collettive potenzialità, la capacità di analisi e di critica: ad esempio in tanti sostenevano che soltanto giornalisti e fotografi avrebbero potuto sbloccare la situazione. La ricerca di un riconoscimento mediatico della lotta e il dialogo con le istituzioni sono stati gli argomenti maggiormente discussi e proprio per questo laceranti. Ci sono state scelte che hanno spento ogni contestazione e da un illegalismo complice si è passati alla complicità istituzionale. Continua a leggere

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Egitto – L’Italia collabora con il regime di Al Sisi per il controllo delle frontiere

Il 20 marzo scorso il capo della polizia Gabrielli è stato al Cairo per dare il via al progetto “pilota” biennale ITEPA (International Training at Egyptian Police Academy). Il protocollo tecnico italo – egiziano tra Accademia di polizia egiziana, Direzione Centrale dell’Immigrazione e Polizia delle Frontiere italiana, firmato già lo scorso settembre, prevede “la formazione della polizia di frontiera di 22 Paesi africani al fine di contrastare l’immigrazione clandestina e il traffico di esseri umani”. A tal fine sarà istituito un “centro internazionale di formazione” presso l’Accademia della polizia egiziana dove per tre volte all’anno saranno erogati 6 corsi per la formazione di funzionari di polizia e ufficiali di frontiera, che a loro volta istruiranno poliziotti nei loro paesi d’origine. Il fine è quello di rafforzare le competenze delle varie polizie nella gestione di flussi migratori, nello svolgere indagini “sul traffico di migranti e reati connessi, nel controllo alle frontiere e nella frode dei documenti”.

Come d’abitudine non poteva mancare una nota alla salvaguardia dei diritti umani e al rispetto delle procedure internazionali di protezione. Proprio per questo l’addestramento prevede l’utilizzo di esperti appartenenti sia alle organizzazioni europee (Commissione Europea, Frontex, Europol) che internazionali (Interpol, Unodoc, Unhcr e Oim).

Si tratta di un ulteriore importante elemento di una più ampia cooperazione tra Italia, Europa e regime egiziano nel controllo e blocco delle persone migranti in passaggio e in partenza dall’Egitto. Del resto, il presidente dittatore al-Sisi, ha più volte ripetuto di essere pronto a impegnarsi maggiormente in questo ruolo solo in cambio di forti investimenti economici (l’Egitto ha bisogno di moneta estera per evitare la bancarotta e rispettare impegni con FMI) e del silenzio sulla repressione brutale delle opposizioni politiche (e non solo) all’interno del paese. Più o meno quello che l’Europa sta già facendo con l’altro presidente dittatore turco (due regimi uniti nelle pratiche dittatoriali ma sull’orlo di una crisi militare nel Mar Rosso).

Del resto che i rapporti tra regime egiziano ed Europa siano ottimi lo dimostra l’incontro tra Sisi e Merkel nei primi di marzo. La Germania si dice pronta ad aiutare l’Egitto “nell’addestramento della polizia di frontiera e nella lotta all’immigrazione illegale”. D’altronde subito dopo l’incontro 100 migranti e richiedenti asilo di origine egiziana sono stati espulsi dalla Germania con il rimpatrio coatto in Egitto, deportati da 50 agenti tedeschi che li hanno lasciati nelle mani della polizia del Cairo.

Su un altro fronte, Bibi Netanyahu, primo ministro dello stato razzista di Israele, ha dichiarato che “un’inondazione di infiltrati illegali dall’Africa” è peggio degli attacchi terroristici. Pertanto la costruzione di un muro elettrificato lungo i 200 km del deserto del Negev al confine con l’Egitto, motivata con la “sicurezza dello stato”, avrebbe in realtà lo scopo principale di bloccare i flussi migratori che passano dal Sinai e non quello della lotta al terrorismo come lo stato sionista ripete da anni. E in questi ultimi tempi, in effetti, Israele ha dato il via a una vera e propria caccia alle persone migranti africane (principalmente sudanesi ed eritree) presenti nel suo territorio costrette a lasciare il paese oppure destinate al carcere a vita o all’espulsione.

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Palazzo San Gervasio – Solidarietà ai reclusi nel CPR

fonte: Anzacresa

Oggi, 26 Marzo, siamo andatx al Cpr di Palazzo San Gervasio per portare solidarietà ai ragazzi reclusi, circa un centinaio provenienti in parte dall’hotspot di Lampedusa, incendiato a seguito di una rivolta. Nonostante le mura che ci dividevano siamo riuscitx a comunicare con loro, che hanno da subito urlato la loro voglia di libertà con la disperata consapevolezza di chi sa di trovarsi in un carcere.
“Libertà, libertà! Questa è una prigione!”: il grido che si sente provenire dal campo. Nel frattempo fuori intervengono le forze dell’ordine che procedono all’identificazione del gruppo, all’interno del campo, improvvisamente, cala il silenzio. Nell’attesa infinita dei controlli, l’aprirsi del cancello d’ingresso del Cpr per far spazio a macchine, volanti e mezzi di trasporto vari, ha reso possibile vedere e salutare alcuni dei ragazzi, seppur attraverso le sbarre. Mentre all’interno dei Cie prima e dei Cpr oggi, da anni i reclusi portano avanti un percorso di lotta e autodeterminazione c’è chi, sulla loro pelle, da infame, si costruisce una reputazione e falsa credibilità innalzandosi a paladino e protettore dei loro diritti.
Poco più tardi dei ragazzi all’interno sono riusciti a farci sapere di essere stati picchiati pesantemente da più poliziotti, con manganelli, calci e pugni per sopprimere ogni loro dissenso. Ci hanno gridato la volontà di rendere noti gli abusi da loro subiti e le condizioni in cui vivono ogni giorno (pestaggi, minacce e intimidazioni, cellulari spaccati, pessime condizioni igienico-sanitarie, docce fredde all’aperto, impossibilità di parlare con avvocati o di essere informati, assenza di beni primari, scarsa alimentazione…).
Li abbiamo sentiti determinati a resistere, “rincuorati” di non essere soli e motivati a continuare la lotta per essere liberi.

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Roma – 8 aprile @ NED – PSM “Sistema campo”: discussione e benefit per la cassa di solidarietà “La Lima”

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Roma – 30 Marzo: Un venerdì di Cristo – serata benefit contro CPR e frontiere @ Cagne Sciolte

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Claviere – Oggi domenica 25, appuntamento alle 12 per supportare l’occupazione

Riceviamo e pubblichiamo. 

CHEZ JESUS

da giovedì abbiamo occupato alcuni spazi pertinenti alla chiesa di Claviere.

Alla frontiera la situazione in queste ultime settimane si è complicata. Il flusso di persone che arriva al confine è sempre più forte e le pratiche di solidarietà diretta messe in atto in questi mesi non sono più sufficienti. Per questo sentiamo sempre di più la volontà di sollevare il vero problema, che è la frontiera, con forza maggiore.

Abbiamo occupato i locali sottostanti la chiesa anche perché si è resa sempre più evidente la necessità di avere tempi e spazi per organizzarci e parlare con le persone che a decine ormai ogni giorno cercano di attraversare questo confine.

Al tempo stesso questa occupazione non vuole invocare un intervento da parte delle istituzioni che potrebbero darci una risposta con la solita impalcatura dell’accoglienza dalla quale la maggior parte delle persone con cui ci stiamo confrontando fugge.

Preferiamo organizzarci in modo autogestito. Noi non vogliamo “gestire” delle persone; al contrario del sistema di accoglienza che conosciamo, che non fa altro che legittimare il dispositivo frontiera, vogliamo cercare complicità con chi si batte in prima persona per la propria libertà di movimento.

Invitiamo tutt* i/le solidali a raggiungerci per un pranzo condiviso.

Appuntamento oggi, domenica 25 marzo, Chez Jesus (sotto la chiesa di Claviere) da mezzogiorno.

Graditi cibo (già pronto), coperte, scarponi, indumenti caldi (guanti e sciarpe etc).

Briser les frontières

 

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