Germania – Arresti di massa dopo la protesta nel centro di accoglienza a Donauwörth

Tradotto da: Solidarity&Resistance

La mattina presto del 14 marzo 2018 è stata impedita una deportazione dal centro di accoglienza di Donauwörth.
Successivamente, nel pomeriggio, è stata effettuata una grande operazione di polizia. Chi si trovava all’interno del centro è stato chiuso a chiave nelle stanze e anche le porte d’entrata e d’uscita sono state serrate. Sono state effettuate perquisizioni e identificazioni. 29 persone sono state arrestate.
Da un lato, l’operazione di polizia è stata scatenata dalla deportazione impedita al mattino, tra le 3:00 e le 4:00, quando circa 100 persone sono uscite dalle loro stanze chiedendo che la deportazione fosse fermata. Dall’altro lato, era in atto negli ultimi mesi uno sciopero contro il lavoro pagato 80 centesimi e i corsi di lingua tedesca nel centro di accoglienza. I rifugiati in lotta rivendicano il riconoscimento della loro domanda d’asilo o la possibilità di lasciare la Germania in caso di mancato ottenimento del diritto di restare.

La burocrazia tedesca impedisce alle persone di lasciare il paese e le tiene in prigione per diversi anni, costringendole a rimanere inattive attraverso il divieto del lavoro e il divieto di istruzione.

Mentre impedivano la deportazione al mattino presto, nessuna violenza, resistenza o simili è stata commessa dai rifugiati. La persone si sono ritrovate collettivamente nel corridoio e hanno chiesto di fermare la deportazione di una persona. Nonostante la protesta nei limiti della legalità, i nomi dei presenti sono stati registrati e alcuni di loro sono stati portati via dalla polizia nel pomeriggio. Il dispiegamento durante l’operazione era composto di più di 100 agenti di polizia.

Questa operazione segue una tattica di criminalizzazione e intimidazione da parte della polizia, rivolta contro rifugiati che lottano per il loro diritto di soggiorno.
Secondo le ultime informazioni , 28 persone sono detenute e 1 attivista è in stato di detenzione preventiva in attesa di giudizio (“Untersuchungshaft”). Sono accusati di violazione di domicilio e di essere i presunti leader della protesta.

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Notizie dal confine alpino

Riceviamo e pubblichiamo. Per inviarci notizie, analisi, contributi: hurriya[at]autistici.org
Qui potete scaricare anche una newsletter collettiva pubblicata nei dintorni della frontiera di Briançon, in lingua francese e pronta per la stampa.
Intanto dal sito Macerie apprendiamo che il 14 marzo un’ottantina di persone si sono radunate alla frontiera tra Italia e Francia, davanti alla PAF (polizia di frontiera francese), per protestare contro il fermo di Benoit e l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina affibbiatagli. Appena pochi giorni prima, infatti, Benoit era stato sorpreso da un posto di blocco francese a poche centinaia di metri dall’ospedale di Briançon mentre trasportava una donna incinta in pieno travaglio, suo marito e i due bambini. La donna è stata accompagnata all’ospedale ma Benoit è stato fermato e il resto della famiglia rispedito indietro a Bardonecchia. Durante il presidio si è deciso di bloccare a intermittenza la strada, creando fastidio alla mobilità di frontiera, sotto gli occhi di Gendarmerie oltralpe e Digos nostrana.

Il dispositivo frontiera si perfeziona.
RFI e ONG collaboratori del sistema.

Dalla parte italiana, tra Bardonecchia e Clavière, il dispositivo frontiera si perfeziona. Nell’ultimo mese RFI (Rete Ferroviaria Italiana) ha migliorato il suo sistema di controllo e selezione che applica all’interno delle stazioni dell’Alta Valsusa, in particolare a Bardonecchia. Per le Ferrovie infatti la presenza continua di profughi all’interno della stazione rappresenta “un problema di sicurezza per i ferrovieri in servizio e un disagio per i passeggeri in attesa di prendere i treni”. Da qui la decisione di ingaggiare due vigilantes in divisa che controllano lo stazionamento in sala d’attesa e cacciano fuori tutti coloro che non hanno un biglietto. Siamo infatti in piena stagione sciistica; la presenza delle decine di migranti che ancora affollano l’ultima stazione ferroviaria prima della frontiera, nel tentativo di raggiungere a piedi la Francia o perché già respinti dalla polizia francese e qui ricondotti, destabilizza l’ordine di una cittadina che d’inverno vive di turisti e sciatori.

Selezione ed esclusione. Dividere e nascondere per controllare meglio

Funzionale in questo senso è anche il prolungamento degli orari di apertura, ora anche diurni, della saletta della ONG Rainbow4Africa, adiacente alla stazione di Bardonecchia ma da questa separata, all’interno della quale ora i viaggiatori colpevoli di essere sans papiers possono trovare “rifugio” senza mescolarsi a turisti e sciatori.
Questa ONG funziona grazie al lavoro di diversi volontari che si alternano in stazione. Il loro lavoro è iniziato nel mese di novembre, alle porte dell’inverno, quando dopo varie pressioni sull’amministrazione ha ottenuto in concessione l’uso della stanza in stazione. L’umanitarismo sbarcato in frontiera grazie a R4A ha dato modo a decine di persone di non passare la notte al freddo, e di avere cure mediche: ma è presto diventato uno degli ingranaggi che permettono alla macchina dei respingimenti di funzionare, assumendo un volto più accettabile.
La gendarmerie francese e la PAF usano al loro meglio la struttura in piazza, deportando alla stazione di Bardonecchia su dei furgoncini bianchi decine di persone bloccate ogni giorno e notte al confine, dove sanno che Rainbow4Africa è lì pronta a mettere una pezza sulla brutalità della frontiera.

Al tempo stesso la possibilità per i solidali di intercettare, parlare e cercare complicità coi migranti si è ridotta al minimo, dal momento che gli operatori della ONG sembrano più ligi alla prescrizione del commissario di polizia (che formalmente regola l’utilizzo della saletta) che prevede che all’interno della stanza ci transitino soltanto gli “autorizzati”.
Rainbow4Africa ha inoltre ingaggiato dei “mediatori culturali” che pare dissuadano i migranti dal tentativo di passare la frontiera, e dei legali che di fatto operano una selezione tra chi ha qualche possibilità di entrare in Francia in modo legittimo, e chi è meglio che se ne torni nelle strutture di accoglienza da cui è scappato. Il nuovo “pacchetto Bardonecchia” prevede infine che, per coloro che vogliono, ci sia un servizio navetta della Croce Rossa Italiana che accompagna i migranti al Campo della Croce Rossa di Settimo Torinese.
Sembra così avviarsi, seppur in modo ancora poco strutturato, un sistema di controllo completo del destino del migrante, che passa attraverso la selezione e la reintegrazione nel circuito di accoglienza istituzionale.

Sull’altro fronte c’è Clavière, località immediatamente a di sotto del colle del Monginevro che a giudicare dai numeri, sembra essere più di recente il punto di passaggio privilegiato. Qui, al momento, il grande transito di migranti che tentano di attraversare a piedi o in bus la frontiera non sembra colpire né il sindaco secondo cui il “fenomeno” non esiste, né la curia locale, al cui prete qualche cittadino deve aver chiesto disponibilità su alcuni spazi riscaldati della chiesa, da utilizzare in caso di emergenza in questi giorni di freddo molto intenso (con temperature anche inferiori a -15° e l’inesistenza di spazi coperti dove ripararsi), sentendosi rispondere negativamente.

All Cops Are Borders.

Il problema maggiore continua qui a rimanere la presenza della gendarmerie e della polizia di frontiera francese, che pattugliano strade e piste innevate con delle nuove motoslitte, talvolta allertate dagli stessi autisti della compagnia di bus RESALP, a bordo dei quali i migranti cercano di valicare il confine.
Il dispositivo frontiera si perfeziona. E assume le sembianze del gendarme e della PAF francese che viene a Bardonecchia a controllare chi sale sui treni in partenza per Modane. È sufficiente non essere bianco e non sembrare un turista per farsi controllare. Assume il volto del mediatore linguistico che ti invita a rientrare nel sistema dell’accoglienza e ti offre un posto su dei pullmini gratuiti fino a Settimo Torinese. Prende le fattezze del vigilantes che ti butta fuori dalla stazione se non hai il biglietto. Il sistema si struttura, preparandosi all’estate.
Se ad oggi l’interesse principale è stato quello di non rendere troppo visibile il “fenomeno” e cercare di scongiurare il morto per non farsi cattiva pubblicità, proteggere l’immagine e il turismo di queste città di frontiera, vedremo cosa succederà appena la neve si scioglie e finirà l’inverno, finora complice naturale del dispositivo frontiera in alta montagna.
La primavera porterà con sé nuovi scenari in frontiera, numeri diversi da quelli di oggi e una pioggia di soldi a valle per moltiplicare i tentacoli e l’efficienza del dispositivo di controllo e selezione preventivo.
Fuoco alle frontiere

DA BRIANCON
Le maraudes [1] notturne in montagna degli ultimi mesi hanno senza dubbio raggiunto il loro obiettivo primario di evitare che le persone che cercano di attraversare la frontiera francese nel Briançonese si trovino da sole al freddo, alla mercè dei respingimenti in Italia da parte delle forze di polizia. I solidali portano vestiti, bevande calde, cibo, e qualche informazione legale per tutelarsi dalla polizia. Nelle ultime settimane abbiamo osservato un netto incremento dei passaggi, con picchi fino a 20 persone alcune sere, nonostante il freddo dell’inverno.
Possiamo correlare questo fenomeno con la forte copertura mediatica che ha ricevuto la solidarietà montanara?
A poco a poco si è anche rafforzata la certezza che i passeurs [2] siano molto vicini ai migranti, cosa che ha dato ai solidali una spiacevole sensazione di essere strumentalizzati. Se la dipendenza dai coxeurs [3] per l’attraversamento di questo confine è sicuramente legata alla mancanza di informazioni sugli itinerari di passaggio (linee e fermate degli autobus, treni), l’effetto psicologico della loro presenza non può essere sottovalutato: al momento del passaggio, sicuramente ci si sente meno isolati e vulnerabili se si ha dato fiducia a qualcuno, lo si ha pagato perché garantisca l’attraversamento, e magari è della propria comunità di origine. Continua a leggere

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Foggia, 19 marzo – Dai ghetti scendiamo in piazza contro razzismo, sessismo e sfruttamento

fonte: Comitato lavoratori delle campagne

[English below]

ANTIRAZZISMO E ANTISESSISMO, A FOGGIA E DOVUNQUE: IL 19 MARZO DAI GHETTI SCENDIAMO DI NUOVO IN PIAZZA!
Foggia -Piazzale della Stazione, ore 10:00

Dopo le sparatorie di Macerata e Firenze, c’è ancora chi discute se l’Italia sia o meno un paese razzista. Peccato che il razzismo faccia parte della storia italiana fin dalla nascita dello Stato nazione, come una linea nera che attraversa la questione meridionale, le conquiste e i massacri coloniali, l’antisemitismo e la discriminazione contro i e le rom. E a partire dagli anni 80 colpisce senza sosta le persone migranti (dall’Africa ma anche dall’Asia e dall’Europa dell’est) con omicidi, violenze di ogni sorta, rappresaglie. Perdipiù, come anche i fatti di Macerata hanno dimostrato, il razzismo è sempre anche una questione di sessismo. Non solo le donne migranti, in quanto donne, subiscono una doppia violenza. L’odio razzista si fonda su una concezione delle donne come vittime passive, da proteggere e controllare in quanto emblemi e matrici della nazione o della razza, da un lato – o, se straniere o ribelli, come oggetti di brutalità e consumo usa e getta, dall’altra.

La lotta dei lavoratori e delle lavoratrici migranti delle campagne, in Puglia come in Calabria e altrove, non diversamente dalle storie dei e delle migranti più in generale, racconta però un altro aspetto del razzismo. Quello degli spari e delle percosse non è che la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più profondo e strutturale: le politiche migratorie e quelle sull’asilo che negano, limitano e tolgono in qualsiasi momento l’accesso alla casa, al lavoro, ai documenti e ai servizi; la discriminazione e la destinazione ai lavori più precari, pericolosi e malpagati, i ghetti e i campi di lavoro, i centri di espulsione e di accoglienza. Tutto questo è razzismo, anche se legale e democratico.
Non si tratta quindi di episodi sporadici né delle “gesta di un folle”: è qualcosa che succede quotidianamente e dappertutto, nell’ infantilizzazione e criminalizzazione delle persone richiedenti asilo, negli sfratti e nelle espulsioni, così come nello sfruttamento estremo che sta alla base della filiera agro-industriale. E non è neppure un problema di semplice ignoranza da risolvere con l’educazione alla diversità e le cene interetniche: è una faccenda di potere e di profitto, che riguarda tutte e tutti. I fatti delle ultime settimane, dagli attacchi fascisti e razzisti alla repressione brutale dello stato e alle dichiarazioni di chi ha raccolto voti fomentando l’odio e la violenza, dimostrano quanto sia urgente una riflessione molto più ampia sulle origini e le pratiche del razzismo e del sessismo in Italia, dalle istituzioni alle strade, contro cui ci si deve organizzare in maniera compatta. E soprattutto dimostrano come razzismo e sessismo siano uno strumento indispensabile sia per mantenere saldo il controllo dello stato sui cittadini, attraverso misure di sicurezza sempre più serrate e repressione, che per salvaguardare gli interessi del capitale che sullo sfruttamento dei lavoratori basa il suo profitto.

Lottare contro tutto ciò non è facile. Come Rete Campagne in lotta, crediamo che sia indispensabile partire dalle lotte reali delle persone che subiscono il razzismo, sostenere le loro pratiche di autorganizzazione e metterle in comunicazione le une con le altre. Soprattutto oggi, quando “l’antirazzismo democratico” della sinistra istituzionale e associativa mostra tutta la sua ambiguità e inutilità, o peggio ancora cerca di bloccare le rivolte perché cominciano a mettere a rischio i loro privilegi, come abbiamo visto a Firenze e come vediamo da anni nelle campagne del sud con la finta “lotta al caporalato” e la vittimizzazione dei lavoratori in funzione di pratiche assistenzialiste e neo-colonialiste messe in atto da sindacati e associazioni. Continua a leggere

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Lampedusa – La repressione contro chi, lottando, ha chiuso l’hotspot

Ieri 14 marzo in una nota il Ministero degli Interni annunciava la chiusura dell’hotspot di Lampedusa, “alla luce del recente incendio doloso che ha reso inagibile una ulteriore sezione alloggiativa, già compromessa da analoghi precedenti episodi”.

Nelle ore immediatamente successive alla diffusione della notizia si è scatenata la lugubre autocelebrazione di chi, tra i patrioti di USB, Contropiano, Askavusa e tutta la rete di alleanze che nell'”antirazzismo” sta costruendo la propria sfera di potere, si è affrettato ad appuntarsi sul petto medaglie al merito per aver conseguito questo risultato attraverso esposti, denunce e reportage. [1]

Su questo agire abbiamo già scritto numerose considerazioni in passato e non è nostra intenzione ripeterle qui.
In questo caso il merito dovrebbe provenire dal sopralluogo nell’hotspot del coordinatore nazionale dei Vigili del Fuoco USB.

Mentre sul web qualcuno accenna al trasferimento nei CPR della penisola di tutte le persone costrette a Lampedusa [2], come operazione che accompagnerebbe la chiusura del centro, le autorità continuano con la repressione delle persone immigrate che negli ultimi mesi hanno coraggiosamente portato avanti la lotta per conquistarsi la libertà smantellando pezzo dopo pezzo il campo di concentramento di Lampedusa. Ieri sera 4 tunisini sono stati fermati dalla polizia nell’isola, accusati di aver appiccato il fuoco ai materassi in due diversi punti dell’hotspot. Sono stati subito trasferiti sotto scorta a Porto Empedocle e da qui reclusi nella casa circondariale “Pasquale di Lorenzo” nei dintorni di Agrigento.

Quello che ci auguriamo resti per sempre un cumulo di macerie è stato spesso teatro di rivolte, proteste e resistenze ma anche di violenze, rappresaglie e brutali aggressioni statali. La responsabilità della distruzione di un Lager è nel fatto stesso che quel Lager esista.

Negli ultimi decenni si sono attraversate importanti fasi di “chiusura temporanea” dei centri di identificazione per persone immigrate. Chiusure dovute alle lotte coraggiose delle persone recluse.
Anche quando la macchina delle espulsioni era più vicina al collasso e non c’era una pesante prospettiva di nuovi centri di detenzione, il contributo dei compagni e delle compagne non ha avuto la forza necessaria per dare una spallata definitiva a questo sistema di oppressione.

Esprimendo massima solidarietà a chi oggi vive la pesante rappresaglia dello Stato, ci auguriamo che il coraggio dimostrato nelle lotte trovi spazio nelle azioni per impedire che nuovi Lager vengano aperti.
Ai politicanti tutto il nostro disprezzo.

Note:
1 Anche la CRI (che gestisce il centro), il sindaco di Lampedusa e Linosa, l’Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione ( A.S.G.I.), la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili (CILD) e IndieWatch si sono intestate il merito della chiusura del lager grazie alle loro denunce
2 Secondo quanto riportato da alcune testate on line il centro sarà invece svuotato progressivamente e ad oggi “sembra che siano presenti nel centro ancora 70 persone” e altre decine sono presenti nell’isola.

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Bologna – Resoconto del presidio all’hub in via Mattei del 7 marzo

Riceviamo e pubblichiamo.

Nel pomeriggio di mercoledì 7 marzo una ventina di compagn* ha formato un presidio di fronte all’hub per richiedenti asilo di via Mattei.

L’attenzione dedicata dalla stampa locale a questa chiamata, come era prevedibile, si è tradotta nella presenza di tre camionette di polizia e carabinieri ai lati dell’ingresso della struttura, relegando le/i manifestanti sul marciapiede dalla parte opposta della strada.

Questo dispiegamento di forze ha assunto da subito un significato intimidatorio, inteso a scoraggiare le persone che attualmente vivono nella struttura dall’avvicinarsi al presidio.

Nonostante la distanza, i/le partecipanti hanno dato avvio a una lunga serie di interventi in diverse lingue, intervallati dalla musica, riuscendo nell’intento di farsi notare da chi stava all’interno dell’hub anche grazie alla distribuzione di materiale informativo a persone che rientravano nella struttura, incontrate nelle vicinanze.

Poco a poco è stato possibile innescare la comunicazione sulle questioni più importanti, come il progetto di trasformazione parziale dell’hub in centro di permanenza per il rimpatrio, struttura detentiva per chi attende l’espulsione. Di fondamentale importanza è stata la condivisione di notizie sulle lotte passate e presenti dei migranti che tentano di mettere in crisi il sistema repressivo fondato su accoglienza e deportazione.

La messa in scena poliziesca che aveva accolto il presidio si è definitivamente sgonfiata quando i primi abitanti del campo di via Mattei hanno raggiunto il presidio e, in senso opposto, alcun* compagn* hanno incontrato, avvicinandosi all’ingresso della struttura, i migranti che vi si erano affacciati dall’interno. Grazie a questo movimento reciproco è stato possibile chiarire le ragioni dell’iniziativa a un numero maggiore di persone. Continua a leggere

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L’incubo che sta vivendo l’Egitto dal 2013 a oggi non ha fine

Da settimane, in previsione delle elezioni presidenziali, di cui tutte le persone conoscono l’ovvio risultato, l’Egitto è tappezzato dalle foto del dittatore in tutte le dimensioni, in ogni angolo e centimetro di strada. Un incubo costante che non puoi proprio fare a meno di ignorare.

Anche questa è oppressione!

Ogni notte polizia, militari e servizi segreti prelevano le persone da casa alle prime ore dell’alba o dai luoghi di lavoro durante il giorno e li fanno sparire in uno degli innumerevoli centri di detenzione sparsi nel paese. Nel caso in cui le persone ricercate non siano presenti arrestano qualche membro delle loro famiglie.

Ultimamente sono state arrestate e fatte sparire due persone adulte con una lunga vita di lotte alle spalle: il giornalista Jamal Abdel Fattah di 70 anni e il professore Hassan Hussein di 62. Riapparsi dopo più di una settimana, i due sono accusati di far parte di un gruppo terroristico e di usare i social network per fare propaganda terroristica. Si tratta delle imputazioni che il regime utilizza per tenere in carcere migliaia e migliaia di persone. Continua a leggere

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Lampedusa – Le proteste delle persone immigrate chiudono l’Hotspot

Dalla stampa veniamo a sapere che l’Hotspot di Lampedusa subirà un “progressivo e veloce svuotamento” grazie ai danneggiamenti avvenuti durante le proteste degli ultimi tempi.
L’intenzione dello Stato, dichiarata durante un incontro al Viminale avvenuto nel pomeriggio, è di procedere con la ristrutturazione dell’intero centro per rinforzare i dispositivi di controllo.
Nessuna informazione circola riguardo il destino delle persone che sono state costrette in quel centro d’identificazione, subito dopo essere sbarcate nella penisola, e che hanno portato avanti una lotta coraggiosa che ha spinto il campo di concentramento al collasso. In queste circostanze, il “progressivo e veloce svuotamento” dell’hotspot potrebbe consistere in una vera e propria rappresaglia dello stato, ovvero nell’espulsione immediata di gran parte delle persone bloccate nell’isola.
In attesa di comprendere meglio gli sviluppi e la reale situazione dentro le mura  del centro, vi lasciamo alle informazioni circolate oggi sulla stampa:

(ANSA) – ROMA, 13 MAR – “Progressivo e veloce svuotamento” e “chiusura temporanea” dell’hotspot di Lampedusa per consentire i lavori di ristrutturazione. E’ quanto deciso nel corso di un incontro oggi al Viminale tra il Capo Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione, il Direttore Centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere del Dipartimento di Pubblica Sicurezza ed il Sindaco di Lampedusa.
Nel corso del colloquio è stata analizzata la situazione del Centro di Lampedusa, anche alla luce del recente incendio doloso che ha reso inagibile una ulteriore sezione alloggiativa, già compromessa da analoghi precedenti episodi. A conclusione dell’incontro, si è convenuto di procedere al progressivo e veloce svuotamento della struttura con chiusura temporanea della stessa, per consentire l’esecuzione dei lavori di ristrutturazione, a partire da quelli già programmati, riguardanti la recinzione, i locali mensa e la videosorveglianza.

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Lampedusa – Ancora fiamme nell’hotspot, ancora lotte per la libertà

Come raccontavamo una settimana fa, nell’hotspot di Lampedusa le proteste delle circa 150 persone segregate sono continue. Ieri 8 marzo un razzo di segnalazione è stato scagliato dai migranti contro l’hotspot: è la terza volta in 15 giorni.
Alle 19 un gruppo di migranti è uscito dal centro per ricominciare una protesta sulle scalinate della principale chiesa di Lampedusa. Raccontano che dopo la precedente protesta, che li aveva visti portare avanti uno sciopero della fame per sei giorni, avevano ricevuto la promessa di un trasferimento in Sicilia, ma dopo un mese nulla è cambiato. Nessuno vuole rimanere nell’hotspot, e alcuni pur di essere trasferiti sono disposti a farsi accusare di furto: ricevere un decreto di espulsione entro sette giorni, raggiungendo la Sicilia, gli permetterebbe almeno la possibilità di continuare il viaggio verso altri paesi, ed evitare la deportazione immediata in Tunisia.

Verso le 20.30, il fuoco è divampato in due camere del piano superiore del primo padiglione, provocando anche la caduta del soppalco. L’incendio non si è diffuso ulteriormente per il rapido intervento del distaccamento dei vigili del fuoco presente in presidio fisso nell’hotspot, proprio per evitare che le proteste dei reclusi e i frequenti incendi distruggano i padiglioni, come già avvenuto in passato nel 2009, 2011 e due volte nel 2016. Sono subito accorse altre due squadre di vv.ff. che in due ore hanno circoscritto le fiamme.

Sono intervenute anche le forze dell’ordine in assetto antisommossa a contenere la protesta e il deflusso dall’hotspot.

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Firenze – Ancora fuoco sugli immigrati, la rabbia nelle strade

“è la seconda volta che c’è una sparatoria qua a Firenze, è la solita storia […] non posso credere che dopo 28 anni che sono qua… succedono queste cose anche grazie alle elezioni che sono fuoco sugli immigrati, è un messaggio di odio. […] una campagna elettorale razzista, e questo è il risultato. “

Queste le parole di una donna senegalese nella diretta su Radio Onda Rossa durante la protesta di oggi a Firenze, dopo l’uccisione di Idy Diene a Ponte Vespucci.
Domani, martedì 6 marzo, ci sarà un nuovo presidio alle ore 15 a Ponte Vespucci. Per sabato invece è previsto un corteo antirazzista in città.

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UK – Sciopero della fame e del lavoro nel CIE di Yarl’s Wood [aggiornamenti]

fonte: Cagne Sciolte

Riceviamo e diffondiamo alcuni aggiornamenti dal centro di detenzione per migranti di Yarl’s Wood, in cui è in corso uno sciopero della fame e dal lavoro dal 21 febbraio scorso.

Yarl’s Wood è l’unico CIE femminile in tutto il Regno Unito e tiene rinchiuse 410 donne.
E’ gestito da una compagnia privata, Serco, che ha un lungo track-record di violazione dei diritti umani.

Il Regno Unito è l’unico paese Europeo dove non sono specificati i tempi massimi di detenzione all’interno dei CIE. Molt* detenut* sono imprigionati per mesi o anni senza una data definitiva di rilascio. I/le detenut* e gli/le attivist* obiettano che le detenzione è dannosa e non necessaria.

Il 21 Febbraio circa 120 donne hanno cominciato uno sciopero della fame e del lavoro (Vengono sfruttate da Serco per un pound all’ora per lavori basici di mantenimento del centro come pulizie).

Nei giorni seguenti le donne hanno occupato l’ala medica e l’ala legale del CIE per diverse ore, rifiutandosi di sottoporsi a visite singole con un avvocato. Chiedevano invece di essere viste come un gruppo unito con una porta voce per negoziare con le autorità del centro.
Le donne richiedono la fine della pratica delle detenzioni a tempo indeterminato, la separazione delle famiglie e i maltrattamenti all’interno del centro.

A partire dal 26 Febbraio, le scioperanti hanno riportato che sono state minacciate verbalmente che i loro casi sarebbero stati compromessi dalla loro protesta e che sarebbero state trasferite in un carcere.

Giovedi 1 Marzo, una scioperante è stata deportata in India nonostante avesse un processo legale di richiesta di asilo in corso.

Il 2 Marzo, decimo giorno di sciopero della fame, varie detenute di Yarl’s Wood hanno ricevuto una lettera dall’Home Office (il ministero degli Interni) che dichiara: “Il fatto che tu stia attualmente rifiutando cibo e/o liquidi potrebbe accelerare le tempistiche del tuo caso e della tua deportazione dal Regno Unito.”
Degli avvocati solidali alla causa affermano che il documento potrebbe essere illegale, e offriranno supporto alle scioperanti per denunciarlo.

Sabato 3 Marzo gli ufficiali del ministero degli Interni hanno cercato di deportare due scioperanti in Botswana. In seguito a un intervento all’ultimo di due ministre Inglesi, le donne sono state fatte scendere dall’aereo.

Le dichiarazioni e richieste delle scioperanti sono state pubblicate da Detained Voices e seguono: Continua a leggere

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