«Abbiamo rotto l’acciaio per vedere il cielo»: le rivolte che hanno chiuso i CIE.

L’ultima proposta in ordine di tempo per aumentare il numero delle persone da deportare dall’Italia è stata quella del ministro degli interni Minniti, che nei giorni scorsi ha illustrato un piano per riaprire o costruire nuovi “piccoli CIE” in tutte le regioni d’Italia, strutture da massimo 100 posti (per un totale di 1500/1600) rispetto ai 359 ora disponibili nei 4 CIE rimasti aperti (Pian del Lago – Caltanissetta, Brindisi-Restinco, Corso Brunelleschi a Torino con capienza ridotta, la sola sezione femminile del CIE di Ponte Galeria a Roma).

La proposta ha sollevato un dibattito tra i vari schieramenti politici di governo e opposizione, tutti favorevoli comunque ad aumentare le deportazioni. Sono stati pubblicati comunicati e interventi anche dei gruppi e associazioni della sinistra “umanitaria”, incentrati sull’inutilità e l’inefficienza dei CIE nel favorire le espulsioni, sull’antieconomicità degli stessi, sulle distinzioni tra espulsioni “a norma di legge”, quindi legittime, e deportazioni “illegali” da contrastare: come se la stessa reclusione e la conseguente deportazione per non avere documenti in regola non fosse di per sé una barbarie inaccettabile. Nella maggior parte di questi interventi si parla dei CIE che “sono stati chiusi” negli ultimi anni senza specificare come, quasi fosse merito di un cambiamento nelle politiche governative, dell’azione della magistratura o dei controlli, visite e denunce portate avanti dalle associazioni umanitarie. La realtà incontrovertibile è che i CIE sono stati davvero distrutti e forzatamente portati alla chiusura solo grazie al fuoco delle rivolte portate avanti dalle persone recluse.

È per questo motivo che “fuoco ai CIE” non è uno slogan inventato da qualche solidale ma la reale pratica agita dai e dalle reclusx, l’unica finora riuscita a raggiungere l’obiettivo di distruggere questi luoghi di detenzione. Chi, meglio delle persone che vi sono recluse, sa cosa siano i CIE e gli Hotspot? Chi meglio di coloro che hanno lottato da reclusx contro questi moderni lager può raccontarci come siano stati realmente chiusi, e magari suggerire come contrastare quelli esistenti e quelli che verranno?

Ecco dunque una panoramica su quanto avvenuto nei CIE negli ultimi 3 anni in Italia.

CIE di Brindisi-Restinco – Alcune camerate, in due sezioni su tre della struttura detentiva pugliese, sono state rese inagibili grazie alla rivolta dell’8 agosto 2016 delle persone in esso recluse.

“Nel pomeriggio di lunedì 8 agosto, mentre all’esterno del Cie di Brindisi Restinco si svolgeva un presidio di solidarietà con i reclusi, da dentro in tanti hanno comunicato le condizioni cui sono costretti a sottostare. I finestroni delle celle si affacciano sul prato in cui si svolgeva il presidio, rendendo facile una comunicazione diretta, a voce. Poi i detenuti ormai in rivolta hanno appiccato il fuoco a lenzuola e materassi, in due sezioni, gridando “Libertà”. Ora le due camerate della sezione A ed una della sezione B sono inagibili”

Hotspot di Lampedusa – Chiusura di uno dei tre padiglioni presenti nel centro di contrada Imbricola in seguito all’incendio appiccato durante la rivolta dei migranti, il 18 maggio 2016. Il 24 agosto 2016 un nuovo incendio aveva danneggiato una cella nel padiglione dove sono reclusi i migranti minorenni.

“Una rivolta dei reclusi ha messo a fuoco materassi e arredi di un padiglione, già distrutto in passato dalle proteste dei migranti nel 2009 e 2011. Il rogo potrebbe essere stato appiccato dai tunisini dopo che si era diffusa la voce di un loro possibile rimpatrio coatto in aereo.”

CIE di Isola Capo Rizzuto-Crotone – Distrutto dal fuoco e chiuso dalla rivolta avvenuta il 10 agosto 2013 in seguito alla morte di Moustapha Anaki. Riaperto nel luglio 2015, è stato nuovamente reso inagibile dalla rivolta avvenuta il 5 marzo 2016, che ha portato alla nuova chiusura.

A Crotone è peggio di Bari, è come un campo di militari, tutti i giorni fanno perquisizioni più di 50/100 [della] polizia militare, entrano nelle stanze, [ci mettono] tutti quanti attaccati al muro […] come in guerra. Ad un marocchino che protestava hanno dato due schiaffi. La rivolta: i ragazzi hanno deciso che lì la vita è insopportabile […] è un campo di concentramento. Hanno deciso di andare via da lì talmente tremendo, ed hanno acceso il fuoco. Eravamo 27, la maggior parte sono stati liberati ieri, 7 [espulsi] nel loro paese d’origine…”

CIE di Bari – Il CIE è andato a fuoco due volte nell’arco di una settimana, il 24 e 29 febbraio 2016, e a seguito dei danneggiamenti è stato chiuso.

A Bari non funziona niente, i ragazzi alla fine si sono organizzati perché sono arrabbiati […] tutto è stato bruciato. Ci hanno spinti fuori nel corridoio dove siamo rimasti fino alle 4 della mattina. Dopo questo non hanno dato niente di quello che chiedevano i ragazzi: si sono organizzati di nuovo e hanno fatto la stessa cosa, è stato bruciato di nuovo”

CIE di Corso Brunelleschi a Torino – Nella rivolta del 12 febbraio 2016 un incendio distrugge l’area bianca della struttura, riducendone la capienza. In precedenza il 14 novembre 2015 i reclusi del Cie di Corso Brunelleschi avevano dato vita a una rivolta che aveva distrutto gran parte del Centro.

“Domenica notte infatti i reclusi lì rinchiusi hanno dato fuoco a tre delle cinque stanze che compongono l’area, lasciandola mezza bruciacchiata. I motivi della protesta sono da ricercare ancora una volta nell’insofferenza alla reclusione e nelle condizioni di vita nel Centro misere e degradanti.”

CIE di Ponte Galeria a Roma – La sezione maschile del CIE è andata completamente distrutta ed è stata chiusa dopo la rivolta dell’11 dicembre 2015.

“Oggi 11 dicembre c’è stata una forte protesta nel CIE di Ponte Galeria. Un ragazzo, dopo aver ricevuto cure mediche in ospedale, rientrando al centro, è stato portato di nuovo in ospedale perché la macchina che lo trasportava ha fatto un incidente. Una volta rientrato al CIE è stato provocato da un agente della Guardia di Finanza, senza nessun motivo. Alla provocazione sono seguite percosse violente, testimoni diretti parlano di calci e pugni. Il ragazzo, che in quel momento si trovava solo, ha reagito tagliandosi le vene. Quando gli altri reclusi si sono accorti dell’accaduto, vedendo un loro compagno sanguinante a terra, hanno iniziato una protesta che ben presto si è allargata a tutta la sezione maschile. Sono stati bruciati materassi e distrutte quasi tutte le celle agibili. Le forze dell’ordine sono intervenute in massa per sedare la rivolta. “

CIE di Gradisca d’Isonzo – Chiuso in seguito ai danneggiamenti riportati dopo una serie di proteste e rivolte, che videro la morte di Abdelmajid El Kodra durante un tentativo di fuga, e il successivo incendio del 30 ottobre 2013 e la rivolta del 1° novembre.

“Nella notte del 30 ottobre tre ragazzi provano a evadere dal Cie di Gradisca ma sfortunatamente vengono notati e bloccati dagli sbirri presenti all’interno del centro che, mostrando il solito coraggio, cominciano a pestarli. Appena gli altri reclusi si rendono conto di quello che sta accadendo cominciano a urlare e a sbattere oggetti contro le recinzioni. Dopo poco le urla si trasformano in fuoco e l’incendio divampa in cinque delle otto stanze presenti nel centro. Vetri spaccati, materassi e lenzuola in fiamme e sopratutto la rabbia dei detenuti fanno desistere la polizia dall’intervenire all’interno delle aree.”

CIE di via Corelli a Milano – Una serie di rivolte e incendi, 5 in 60 giorni, portano l’11 novembre del 2013 alla completa distruzione e chiusura del CIE. La struttura è stata in seguito riaperta come “centro di accoglienza” e ora si parla di utilizzarla di nuovo come CIE.

“Al tentativo di fuga la polizia ha reagito in maniera molto violenta, provocando diversi feriti. A quel punto gli internati hanno chiesto con forza che i più gravi venissero portati in ospedale, ma la polizia ha rifiutato e ha continuato a manganellare chi protestava. È esplosa la rabbia e, settore dopo settore, stanza dopo stanza, il Cie è stato dato quasi completamente alle fiamme.”

CIE di Modena – Fortemente danneggiato da un incendio durante la rivolta del 19 luglio 2013, il CIE chiude i battenti i primi di agosto. In questo CIE, da molto tempo veniva impedito l’utilizzo dei telefoni cellulari alle persone recluse, per ostacolare la comunicazione con l’esterno.

“La prima rivolta era scattata al pomeriggio per protestare contro la scarsità di igiene negli ambienti. Nel mirino i materassi, che sono stati bruciati nel cortile interno. Gravemente danneggiati due blocchi dei Cie: mobili e suppellettili fracassati, plexiglass spaccati. Nel pomeriggio riscoppia la rivolta. Gli ospiti sono 38, in 13 vanno sul tetto e iniziano a scagliare le tegole. Come fanno a salire? Grazie ai buchi che fanno nei plexiglass, gli spazi diventano gradini. Il fuoco, quello con le fiamme della rivolta collettiva, è divampato poi in tutta la sua potenza verso la mezzanotte ed proseguito sino alle 4 del mattino. Danni per 70mila euro e nove le persone arrestate. Ecco i protagonisti della nottata al Cie: una dozzina di tunisini sui tetti che tiravano le tegole contro gli agenti giù nel cortile, il cordone delle forze del’ordine, nell’ordine polizia, guardia di finanza, carabinieri, polizia municipale.”

CIE di via Mattei a Bologna – Chiuso nel febbraio 2013 dopo che diverse rivolte avevano reso inagibili alcune aree. Come nel caso di Milano, la struttura è ora adibita ad HUB/centro di accoglienza, ed è stata ipotizzata la sua trasformazione in CIE.

Contro i CIE, in solidarietà con le persone recluse, e oltre.

Se in termini di capacità detentive, il dato rilevante della distruzione dei centri continua ad avere effetti positivi per le persone rastrellate nelle strade, non possiamo fermarci a questo quando vogliamo descrivere le resistenze e le proteste delle persone recluse nei Centri di Identificazione ed Espulsione.

Le resistenze individuali e collettive alla macchina delle espulsioni hanno permesso di ottenere la libertà a molte persone, come le fughe, di massa e non, ci hanno dimostrato nel tempo.

Grazie all’impegno di alcuni compagni e compagne, attraverso le voci delle persone recluse abbiamo spesso raccontato le lotte quotidiane, non solo in Centri considerati “degradanti per la dignità umana” in termini di condizioni di prigionia ma anche in quelli considerati “CIE modello” per la tipologia di struttura e di trattamento.

A ogni protesta è spesso seguita una rappresaglia molto pesante per mano dello Stato, violenze che ovviamente sfuggono a chi in queste ora vanta il proprio ruolo nella chiusura dei CIE a suon di delegazioni, visite, petizioni e interrogazioni parlamentari.

Celle d’isolamento punitivo, arresti domiciliari all’interno degli stessi CIE, prigionia in carcere, deportazioni immediate, pestaggi e torture, punizioni collettive davanti le proteste individuali, utilizzo del reato di devastazione per impartire pene durissime nei confronti dei e delle ribelli, elargizione di psicofarmaci e punture di sedativi che lasciavano tramortito chi protestava, sono solo alcune delle forme di vendetta che lo Stato ha messo in campo in questi lunghi anni.

Accanto a questo, per difendere il lauto bottino delle cooperative e delle associazioni che hanno in appalto la gestione dei Centri, lo Stato si è impegnato nel pagare, nonostante la distruzione di intere sezioni, non sulla base della capacità detentiva ma su un accordo che prescinda dal funzionamento reale.

Portare la solidarietà alle persone recluse nei CIE, come si apprestano a fare i/le compagn* davanti le mura del Lager romano, e come avviene regolarmente da Torino a Brindisi, resta una pratica importante per alimentare la comunicazione tra l’esterno e l’interno, facendo sentire vicinanza e appoggio a chi vi è imprigionat*.

Chi guadagna sulla reclusione e la deportazione delle persone migranti è ovunque, che i collaborazionisti non lavorino indisturbati è compito di chi vive fuori dalle mura di questi moderni Lager.

Finché ci saranno le frontiere, le identificazioni e selezioni delle persone migranti negli hotspot; finché esisteranno commissioni che decidono chi, tra le persone segregate coattivamente nel circuito dell’accoglienza, può rimanere nel paese e chi no; le disposizioni che richiedono un permesso di soggiorno per continuare a vivere nel paese, le retate e i rastrellamenti nelle strade, ci saranno luoghi come i CIE dove recludere coloro che saranno deportati e minacciare tutti gli altri. Non è possibile opporsi ai CIE senza contrastare tutto l’insieme delle politiche e dei meccanismi istituzionali che inferiorizzano delle persone, rendendole ricattabili e sfruttabili come forza lavoro usa e getta.

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