Identificazioni di massa? Osteggiamole

fonte: Rete Evasioni

A poche settimane dalla piazza romana contro Erdogan del 5 febbraio, e a seguito di tante altre occasioni in cui il controllo delle forze dell’ordine ha attuato le stesse dinamiche specialmente in questa città, ci prendiamo il tempo per qualche considerazione, sperando che le riflessioni qui poste possano tradursi in stimoli per il nostro agire.

Queste righe, infatti, non vogliono prendere in esame le ragioni che spingono la controparte a disporre o meno dei dispositivi repressivi di cui parleremo né, tanto meno, entrare nel merito della valutazione di presunta “pericolosità” che lo Stato e i media fanno nei confronti di chi lotta. A nostro avviso, quanto scelgono di mettere in campo non è sempre direttamente proporzionale al potenziale livello di conflittualità.

Premettiamo che siamo nell’Europa del “sistema hotspot” e, più precisamente, nel Paese che ha più volte ricevuto elogi per il sistema di identificazione forzata a cui sottopone le persone immigrate che vi fanno ingresso. Solo tre settimane fa è stato addirittura presentato un progetto per l’identificazione “hi-tech”, che verrà applicato in via sperimentale nel porto di Catania. Si tratta di un tunnel modulare, dotato di sensori e facilmente ricollocabile, che consentirà di velocizzare ed ottimizzare le procedure di identificazione dei migranti che approdano nei porti siciliani, attraverso la raccolta di specifici parametri biometrici, e anche di effettuare in pochi minuti un primo screening sanitario. Questo “tunnel” verrà spostato secondo le esigenze e di fatto renderà l’identificazione forzata un passaggio “naturale”.

Sono proprio le resistenze collettive e individuali a raccontarci le pratiche e gli scopi di questo sistema che, oltre a classificare e deportare persone il più velocemente possibile, punta a costruire un’immensa banca dati, condivisa fra più Stati.
Qui la categoria della “pericolosità sociale” o quella della “vittima da salvare” viene, di volta in volta, attribuita in base al paese di provenienza. Dunque per “chi si è” e non per “ciò che si è commesso”.

Nel nostro piccolo…

Da anni, e ormai sempre più di frequente, le grandi manifestazioni sono accompagnate da numerosi tentativi di identificazione di massa che si aggiungono al solito impianto investigativo fatto di numerose videoriprese e fotografie.
Pullman bloccati all’ingresso delle città per permettere il foto segnalamento di tutti i passeggeri; rastrellamenti nei luoghi “caldi”, anche nei giorni precedenti ai cortei, per elargire preventivamente fogli di via a presunti manifestanti; checkpoint nelle vie d’accesso alle piazze dove avviene il concentramento, così da poter effettuare la perquisizione di ogni persona che intenda accedervi. Infine, il famoso kettle, preso in prestito dalla polizia britannica, ossia l’accerchiamento di tutti i partecipanti a una manifestazione o di uno spezzone specifico da bloccare e separare. Ciò allo scopo di identificare ogni persona presente oppure consentire il trasferimento in massa nella questura con l’ausilio di pullman della polizia.
Queste pratiche sono andate via via estendendosi anche a momenti di mera espressione di dissenso, con bassissima partecipazione e nessuna conflittualità.

Perché opporsi? Continua a leggere

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[Periodico di lotta] Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle NUMERO UNO

Riceviamo e pubblichiamo.

Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle
— PERIODICO DI LOTTA —
— NUMERO UNO —

Qui il link per la lettura.
Qui il file in pdf per la stampa.
Pagina Facebook e pubblicazioni cartacee.

Shown below the translations in different languages [ITA – ENG – FR]

Questo periodico esiste grazie alle lotte.

Il nostro impegno è quello di tradurre e distribuire in più lingue lettere aperte, comunicati, racconti e appelli di chi lotta nei centri di accoglienza, nei ghetti, nelle tendopoli, ai confini, nelle città e nei centri di espulsione.
Il nostro desiderio è che ogni battaglia possa imparare dalle vittorie e dai limiti dell’altra per intensificare la lotta contro le frontiere, la repressione e lo sfruttamento.
Lo Stato divide per controllare, questo giornale, “Fuori controllo”, vuole sconfiggere l’oppressione con la solidarietà, per questo è importante scambiarci idee e obiettivi sulle lotte che portiamo avanti.
Puoi scrivere a fuoricontrollo[at]distruzione.org o alla pagina facebook Fuori controllo – Out of control – Hors de contrôle per mandarci contributi che pubblicheremo nel numero successivo.
Ci vediamo nelle lotte!
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This zine exists thanks to struggles.

We are committed to translate into several languages and spread the open letters, communiques, stories and appeals of those who struggle inside asylum seekers’ reception centres, shantytowns, labour camps, on the borders, in cities and in migrant detention centres across Italy.
We wish for every battle to learn from the victories and limitations of others, in order to intensify the struggle against borders, repression and exploitation.
The State divides us in order to better control us. This magazine, “Out of control”, aims to defeat oppression through solidarity. For this reason, it is important to share ideas and objectives concerning the struggles that each of us carries out.
You can write to us through email at fuoricontrollo[at]distruzione.org, or on the facebook page Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle in order to send us your contributions for our next issues.
See you in the struggles!
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Ce périodique existe grâce aux luttes.

Notre engagement est celui de traduire et de diffuser, en plusieurs langues, des lettres ouvertes, des communiqués, des récits et des appels écrits par ceux et celles qui luttent dans les centres d’accueil, dans les ghettos, dans les camps, aux frontières, dans les villes et dans les centres d’expulsion de la péninsule italienne.
Notre souhait est que chaque bataille puisse apprendre des victoires et des limites des autres, afin d’intensifier la lutte contre les frontières, la répression et l’exploitation.
L’Etat divise pour contrôler. Ce journal, «Hors de contrôle», vise à vaincre l’oppression grâce à la solidarité. Voilà pourquoi il est important de s’échanger des idées et des objectifs sur les luttes qu’on mène.
Tu peux écrire à fuoricontrollo[at]distruzione.org ou à la page facebook Fuori Controllo – Out of Control – Hors de Contrôle pour envoyer des contributions qu’on publiera dans le numéro suivant de la revue.
A bientôt dans les luttes!

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Belgio – Manifestazione al centro di detenzione 127bis : “È magnifico, non siamo solx!”

Nel momento in cui si stavano svolgendo le manifestazioni della piattaforma cittadina “per una politica più umana”, abbiamo ricevuto delle chiamate delle donne e degli uomini che danno ospitalità a persone migranti, che annunciavano la collocazione nei centri dei detenzione ed espulsione (centres fermés) di migranti in transito.

Continuano, invece, gli arresti: albanesi, eritrex, turchx, rumenx, congolesi, marocchinx, algerinx e un vecchio signore greco (!) compongono l’insieme delle differenti nazionalità presenti in un’ala del centre fermé. Questi luoghi di detenzione, peggiori delle prigioni, detengono delle persone arrestate nel loro domicilio, sulle vie pubbliche, nei trasporti pubblici o nei parcheggi.

Una manifestazione spontanea si è tenuta questo lunedì 26/02/2018 davanti al centro 127bis a Steenokkerzeel. I/Le manifestanti chiedono la distruzione dei centres fermés e la fine immediata delle espulsioni. Moltx detenutx ci hanno chiamato “E’ magnifico, non siamo solx!”, “Tutto questo ci fa salire il morale”, “Aiutateci”. Continua a leggere

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Egitto: il regime delle sparizioni forzate

All’alba di mercoledì 28 febbraio, alle 3 di mattina, 8 persone vestite in abiti civili sono entrate a casa del dottore Gamal Abdel Fattah, lo hanno arrestato di fronte alla moglie e al figlio e portato con loro. Da quel momento più nessuna notizia. L’ennesima vittima di sparizione forzata. Il dottore, oppositore di tutti i dittatori e i regimi che hanno governato l’Egitto, è stato in carcere sotto Nasser e Sadat, torturato da Mubarak. Ora ha 72 anni e soffre di epatite C.

Ieri è scomparso l’avvocato Ezzat Ghonim, uno degli avvocati più attivi nella difesa dei diritti umani. Finora nessuna notizia su di lui, tranne che è stato visto per l’ultima volta vicino casa sua alle 18:30.

Arresti di massa, torture, sparizioni forzate, violenze squadriste sono pratiche comuni del regime militare del presidente dittatore al-Sisi. Polizia e servizi segreti non risparmiano nessunx. Si calcola che dal 2013 almeno 2500 donne siano state imprigionate per motivi politici. Centinaia di persone spariscono (amnesty ne ha accertate 1700 dal 2015), vengono portate in luoghi sconosciuti, torturate, abusate e poi, nei casi più fortunati, ricompaiono dopo mesi con l’accusa di far parte di cellule terroriste. Molte invece vengono uccise e i loro cadaveri fatti sparire. Le esecuzioni extragiudiziali sono state 1029 lo scorso anno, secondo i dati del centro al-Nadeem. Continua a leggere

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Lampedusa – Le proteste rompono la cappa di silenzio

Gli hotspot, così come i CPR, sorgono per la maggior parte in posti isolati: ciò serve per nascondere agli occhi dei più l’orrore di questi campi di concentramento. Solo le proteste e le rivolte (e i presidi dei/delle solidali all’esterno, dove possibile) riescono talvolta a rompere il muro di silenzio che circonda questi luoghi di reclusione. A Lampedusa circa 150 persone, in maggioranza tunisine, sono in attesa di ricevere, alcuni da due mesi, un decreto di espulsione o essere deportate direttamente per via aerea. Le condizioni di vita nell’hotspot sono al solito disastrose. Lo racconta uno dei reclusi durante un’intervista, avvenuta sabato 24 febbraio nel corso di una protesta che ha visto decine di persone uscire dall’hotspot per dirigersi al porto dell’isola, reclamando libertà di movimento:

“Loro ci danno il mangiare con le medicine, metà pasti metà medicine: mangiamo un po’ e dormiamo due, tre giorni. Dobbiamo dormire qui o morire qui. Ci fanno vivere come animali, anzi gli animali vivono meglio di noi. Per dieci giorni non ho dormito, per dieci giorni non ho fatto doccia, perché non funziona.”

L’uso di psicofarmaci per sedare le persone recluse è stato testimoniato varie volte nei CPR, e ciò avviene anche a Lampedusa, costringendo le persone a saltare i già pessimi pasti per protesta, e a vagare sull’isola per procurarsi un po’ di cibo. A Lampedusa, come nell’hotspot di Trapani o nel CPR di Caltanissetta (il secondo danneggiato, il CPR ora chiuso, grazie ai danni provocati dalle rivolte), la notte non si dorme, per tenersi pronti a resistere alle possibili deportazioni, le cui operazioni di solito si svolgono alle prime luci del giorno.

Dal poco che si riesce a ricostruire da quanto riportato dai media, le proteste a Lampedusa sono continue.
Giovedi 22 febbraio nell’hotspot dei migranti avrebbero sparato dei razzi di segnalazione, provocando l’allarme e l’intervento delle forze dell’ordine.

Il sabato seguente, 24 febbraio, “un centinaio di migranti – pressoché tutti – sono usciti di mattina dalla struttura recandosi dapprima nella solita piazza antistante la Parrocchia di San Gerlando e successivamente, con un pacifico corteo, si sono spostati sulla banchina del porto commerciale di Cavallo Bianco. Al molo hanno dato il via ad un sit-in che promettono di mantenere fino a quando non verranno trasferiti in Sicilia. Ma la loro idea del trasferimento differisce da quanto previsto dagli accordi internazionali tra Italia e Tunisia circa i rimpatri dei cosiddetti migranti economici. Gli harragas seduti al porto pretenderebbero il trasferimento in Sicilia e da li la libera circolazione.” La protesta è stata controllata da polizia e carabinieri e i tunisini, malgrado l’intenzione di mantenere il presidio al porto a tempo indeterminato, sono stati costretti dal mancato approdo di traghetti e dal gelo notturno a ritornare nell’hotspot.
Il giorno successivo, lunedì 26 febbraio, nell’hotspot sono di nuovo intervenute le ff.oo. e i vigili del fuoco, a causa di un fumogeno acceso, intorno alle 22, in prossimità dell’atrio antistante la cucina.

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Roma – Sul presidio al CPR di Ponte Galeria di sabato 24 febbraio

Sabato 24 Febbraio una ventina di solidali si sono ritrovate/i davanti alle mura del CPR di Ponte Galeria per esprimere l’odio contro questa infame prigione come contro ogni gabbia, e per provare a comunicare con le donne recluse, a rompere quel muro di silenzio e indifferenza che le rinchiude e isola.

I nemici e le nemiche delle frontiere hanno trovato ad accoglierle/i, oltre al consueto dispiegamento di forze dell’ordine, anche un folto gruppo di giornalisti, bramosi di immortalare questi famigerati “gruppi di antagonisti” – di cui si era parlato nei giorni scorsi sui giornali – che avrebbero protestato “contro le politiche di immigrazione” (sempre parole loro) cavalcando l’onda di questo sabato di proteste in una Roma più che mai blindata, sperando di riprendere magari qualche succoso tafferuglio. Ma l’accoglienza è stata tutt’altro che calorosa: abbiamo ribadito infatti il rifiuto verso qualsiasi informazione che passa per i media mainstream e la loro complicità nel silenzio che aleggia quotidianamente sulle vite delle donne recluse come su ogni forma di oppressione. I giornalisti, presenti a Ponte Galeria solo quando c’è aria di scoop e pronti a rigirare il tutto in chiavi pietiste e di commiserazione, colpiti nell’orgoglio, hanno poi scritto i soliti articoli ridicoli, non smentendosi..fanno sempre piacere le poche certezze della vita!

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Besançon, Francia – Attaccati veicoli di Engie, Vinci e Poste

fonte: Round Robin

“Passeggiavo per le stradine, alla ricerca dei grossi venduti che ogni giorno si arricchiscono sulla pelle dei/le detenuti/e”

Questa piccola strofa di canzone popolare l’ho canticchiata ritornando dalla mia passeggiata, contento/a del sabotaggio di qualche meccanismo della reclusione. Un mucchio di imprese finanziano, concepiscono e costruiscono le strutture della repressione, che si tratti di prigioni o di CIE, oppure dei nuovoi locali del Ministero dell’Interno.

Al mattino del 22 febbraio, alcuni veicoli di imprese sono rimasti fermi, dopo aver avuto i pneumatici bucati. Fra questi c’erano:

— 2 macchine di Engie : Gepsa, filiale di Cofely-Suez, oggi Engie, si arricchisce rinchiudendo migliaia di persone, con o senza documenti, in Francia cosi’ come in Italia. Essa gestisce infatti decine di prigioni e di CIE, occupandosi in particolare della logistica della reclusione: manutenzione generale e dei sistemi elettrici, idraulici e termici, pulizia dei locali, informatica, spazi verdi, cibo, trasporto e bucato dei detenuti, ristoranti del personale penitenziario…

— 1 macchina di Vinci construction: quest’impresa di costruzione che non si limita soltanto alla cementificazione della terra, cosa necessaria al buon funzionamento del capitale, ma costruisce anche numerose prigioni e CIE.

— 1 macchina della Posta: che sia per la sua collaborazione all’espulsione delle persone senza documenti oppure più recentemente, per i suoi nuovi servizi offerti alle municipalità al fine di reperire piccoli delitti e degradazioni (scritte sui muri, degradazioni di mobilio urbano…). Attraverso i loro smartphone direttamente collegati con la polizia municipale e i servizi comunali, i/le postini/e potranno rilevare e denunciare queste “infrazioni ed inciviltà”. Dietro la volontà di fare della città un luogo sempre più asettico, questo à anche un modo per rendere gli atti di delazione sempre più accettabili e di fare di ciascuno un potenziale sbirro. Una volta ancora, gli smartphone non sono un semplice oggetto di abbrutimento, ma sono evidentemente dei nuovi attrezzi di controllo, che cio’ sia in manifestazione oppure nella vita sociale ed amorosa (geolocalizzazione, social network). In questi ultimi anni la Posta ha anche finanziato la costruzione dei nuovi uffici del Ministero dell’Interno, nel nord-est di Parigi.

Solo/a, nelle strade fredde e deserte, una lama sotto il giubbotto e la rabbia dentro, il colosso carcerario diventa cosi’ fragile…

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Bologna – Mercoledì 7 marzo presidio contro il CPR

fonte: roundrobin

Aggiornamento: il presidio è stato posticipato a mercoledì 7 marzo alle ore 17.


Né cpr né sprar. Giovedì 1 marzo ore 17 presidio davanti all’hub di via Mattei

In un clima dove “l’emergenza migranti” è al centro della campagna elettorale e la politica mostra un volto sempre più repressivo, è necessario tornare a sottolineare la vera natura del sistema di accoglienza italiano e riflettere sulla sua evoluzione nei vari contesti locali.

Dopo le recenti dichiarazioni del sindaco Virginio Merola, accolte con gioia dal capo della polizia Franco Gabrielli, ritorna su Bologna l’ombra del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR), la prigione per migranti in attesa di espulsione. La scelta ricadrebbe sul capoluogo emiliano per la sua vicinanza all’aeroporto e per la presenza dell’Hub sottoutilizzato di via Mattei, punto di smistamento dei migranti spediti dalla frontiera all’Emilia Romagna, dove gli esseri umani sostano e sono redistribuiti alla stregua di merci. L’Hub, già Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) prima del 2014, è ora in via di trasformazione in Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo (CARA).
Rispetto al CIE, il CPR muta nel nome ma non nella sostanza: rimane una struttura detentiva di natura amministrativa nella quale le persone senza documenti vengono rinchiuse in attesa dell’attivazione delle procedure di espulsione dal territorio nazionale e dell’effettiva deportazione. Continua a leggere

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Inghilterra – Sciopero della fame nel centro di detenzione di Yarl’s Wood

fonte: detainedvoices

Le persone detenute a Yarl’s Wood hanno iniziato lo sciopero della fame

Il 21 febbraio 2018 le persone detenute a Yarl’s Wood hanno dato inizio a uno sciopero della fame che ha coinvolto circa 120 persone come forma di protesta contro alcune delle pratiche più offensive dell’Home Office (dicastero del Regno Unito preposto all’amministrazione degli affari interni da cui dipende anche la polizia), che includono, ma non sono limitati solo a queste, le seguenti:

  • Violazione della  libertà personale. Consideriamo ingiusto che una persona il cui successo professionale dipende dal numero di persone deportate sia responsabile delle decisioni relative alla detenzione perché tale scelta costituisce un chiaro conflitto di interessi, una bancarotta morale. Se ci deve essere privazione della Libertà, questo deve avvenire in maniera ponderata e la decisione deve essere presa da un giudice qualificato in un tribunale. La maggior parte delle persone detenute non vengono recluse sulla base di una scelta del giudice.
  • Il Regno Unito è l’unico paese dell’unione europea che non prevede un termine massimo di detenzione e le persone vengono recluse a tempo indeterminato, completamente dipendenti dalle modalità di gestione incompetenti e intempestive dell’Home Office.
  • Stupro. L’Home Office rifiuta di accettare che lo stupro sia una forma di tortura. Riteniamo che questa scelta sia offensiva dato che continuano a imprigionare persone sopravvissute a violenza sessuale e di genere.
  • Le persone sopravvissute a tortura, traffico di esseri umani, schiavitù, richiedenti protezione internazionale, malate e con disabilità, continuano a essere detenute.

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Belgio – Ispezioni sul lavoro: pugno di ferro del governo nella caccia a sans papiers

Il 9 febbraio, sette sans-papiers sono stati arrestati in seguito ad un rastrellamento della polizia federale presso l’associazione culturale Globe Aroma, a Bruxelles, che lavora da 15 anni con le/gli artisti migranti. L’operazione va inquadrata all’interno della politica anti-migranti del governo federale e in particolare del ministro degli interni Jambon e del segretario di stato per l’emigrazione Francken, ambedue membri di un partito fiammingo di estrema destra.

“La polizia è dovunque e bracca le persone migranti in tutte le aree di sosta del paese, così come nelle stazioni”. Principali vittime dei rastrellamenti Eritrei/e, Sudanesi/e ed Etiopi. “Spesso gli arresti sono accompagnati da violenze fisiche da parte delle forze dell’ordine. La maggior parte delle persone arrestate sono liberate con l’ordine di lasciare il territorio (OQT), probabilmente per mancanza di spazio nei centri di detenzioni (centres fermés). Abbiamo saputo che in questi ultimi giorni gli arresti più frequenti riguardano giovani e donne”. “La maggior parte dei/delle Sudanesi e di altre nazionalità presenti nei centres fermés sono sistematicamente espulsi verso uno dei paesi “Dublino” (Francia, Italia, Paesi Bassi, Germania …). Secondo alcune informazioni raccolte, sembra che le persone migranti diano il loro consenso firmando un foglio in una lingua che non capiscono. Inoltre sappiamo che, qualora si rifiutino di firmare è l’assistente sociale che lo fa al loro posto”. “I/le Sudanesi sono l’obbiettivo dell’anno, ma per gli/le altrx, le persone migranti in transito, i/le numerosx sans papiers che risiedono da anni in Belgio, i/le richiedentx asilo, sono utilizzati quotidianamente gli stessi procedimenti illegali senza alcuna sorveglianza esterna, una volta che si ritrovano fuori dai centres fermés”. Continua a leggere

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