San Ferdinando – 8 anni dopo la rivolta continua la vergogna dei campi di stato

fonte: Campagne in lotta

Finisce un anno e ne comincia un altro, l’ottavo dalla rivolta di Rosarno, ma nei campi di lavoro calabresi nulla cambia. Nel pieno della stagione di raccolta, la vecchia tendopoli di San Ferdinando che le istituzioni non sono ancora riuscite a sgomberare grazie alla resistenza dei suoi abitanti, è stracolma di persone. Ai suoi margini spuntano costantemente nuove baracche che ospiteranno aspiranti lavoratori e lavoratrici, e molti altri che non troveranno nemmeno lavoro, ma per cui i ghetti e i campi sono diventati l’unico riparo possibile.

E la “nuova” tendopoli?
Ostentata e osannata dalle istituzioni e da buona parte del mondo dell’associazionismo e dai sindacati confederali e di base, e descritta come soluzione che avrebbe apportato un “netto miglioramento delle condizioni di vita”, a quasi cinque mesi dalla sua inaugurazione non viene più difesa da nessuno: chi ci vive dice che è mezza vuota, mentre a chi da fuori chiede di poterci entrare viene risposto che non ci sono più posti. Pare che gli ostacoli siano la lunghezza e la noia delle pratiche burocratiche di registrazione di ogni nuovo ospite, che quindi vengono evitate. Anche alcuni operatori della protezione civile (o meglio dell’associazione a cui la protezione civile ha informalmente appaltato la gestione della tendopoli) si sono licenziati dopo non essere stati retribuiti.

E mentre a coloro che erano stati ospitati nella fabbrica Rizzo viene ora imposto di trasferirsi nella nuova tendopoli o di andarsene, vivere nella nuova tendopoli è diventato sempre più difficile: acqua ed elettricità mancano continuamente e non ci sono né riscaldamento né fornelli per cucinare, tant’è che in molti tornano alla vecchia tendopoli per poter mangiare.

Come era stato previsto al suo annuncio, il progetto della nuova tendopoli è un fallimento anche agli occhi di chi l’ha costruita e si rivela chiaramente per quello che è: un modo fra i tanti dispiegati dal sistema di accoglienza di fare business con la gestione ed il controllo degli immigrati, mascherato da eccezionale e generosa soluzione abitativa. Continua a leggere

Pubblicato in General | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su San Ferdinando – 8 anni dopo la rivolta continua la vergogna dei campi di stato

Torino – Sullo sgombero dell’Asilo

fonte: Macerie

La notizia è apparsa nelle scorse settimane, a distanza di qualche giorno l’una dall’altra, da due quotidiani online torinesi. Il primo si occupa prevalentemente di cronaca cittadina, con quei toni scandalistici tanto cari alla nutrita schiera dei giornali reazionari; il secondo è invece una delle voci che, a sinistra, pungola chi governa, in cerca di qualche dialettica contraddizione e ben attenta però a non calcare troppo la mano.

Due degni rappresentati, insomma, di quella pluralità di interessi che spinge o si dichiara perlomeno favorevole allo sgombero dello stabile di via Alessandria 12.

Partendo dall’alto dell’attuale scena politica cittadina, troviamo la giunta Appendino che si sarà sicuramente legata al dito le critiche e contestazioni costanti ricevute dai compagni che frequentano l’Asilo e dalle persone sottosfratto che si organizzano con loro. Un contrasto netto esplicitato sin da subito, senza quei tentativi di lisciare il pelo alla giunta pentastellata, abbozzati da altre realtà “di movimento” torinesi in maniera più o meno maldestra e strategica, per la sua contrarietà al Tav o per l’attenzione alle periferie sbandierata in campagna elettorale.

Se scendiamo di qualche gradino incontriamo il Partito Democratico, che nel corso degli ultimi anni non ha mai fatto mancare i ringraziamenti a forze dell’ordine e magistratura in occasione delle numerose operazioni repressive contro alcuni compagni, accompagnati dalle richieste di sgombero. Al fianco del Pd troviamo un po’ tutte le forze politiche destrorse tra le quali, per l’impegno profuso, spicca sicuramente Fratelli d’Italia e il suo consigliere Maurizio Marrone.

Uscendo infine dalla Sala Rossa e concentrandoci sulla politica di quartiere, sono numerose le iniziative prese dalla Circoscrizione 7, all’interno della sua costante campagna contro il degrado in Aurora, per richiedere al Comune lo sgombero dell’Asilo e delle altre occupazioni abitative in zona. Nella stessa direzione si muovono poi quei comitati di quartiere moltiplicatisi negli ultimi anni che, con profili progressisti o reazionari, fanno della lotta al degrado e all’illegalità la loro unica ragione di vita. Oltre a chiedere lo sgombero degli edifici abusivamente occupati, queste associazioni si sono fatte più volte promotrici di proposte su come riconvertire questi spazi, con progetti di cui, naturalmente, si sarebbero fatti volentieri gestori.

E non sono le sole. Al di fuori del cortile della politica tout court, ma rimanendo per le strade di Aurora, sono diverse le figure che non vedono l’ora che lo stabile di via Alessandria 12 smetta di essere un luogo in cui ci si organizza per lottare contro quella guerra ai poveri chiamata riqualificazione. Figure che hanno altre idee su cosa potrebbero divenire questi locali. Come Alessandro Baricco e Laura Milani ad esempio, che dirigono rispettivamente la Scuola Holden e lo Iaad (l’Istituto di Arte Applicata e Design che sorge a qualche decina di metri dall’Asilo), e che qualche anno fa, in una lettera indirizzata al Comune, si dichiaravano pronti a farsi carico della gestione dei locali dell’Asilo, una volta che questi fossero stati restituiti … alla comunità.

Al fianco della Iaad sorge poi il Centro Direzionale Nuvola Lavazza che, non ancora ufficialmente inaugurato, sta iniziando a funzionare a pieno regime, e la cui vicinanza all’Asilo preoccupa non poco le autorità cittadine, almeno a giudicare dai blindati della polizia messi a presidiarlo ogni qualvolta nelle vicinanze ci sia una qualche manifestazione di protesta. Blindati che in tante occasioni hanno ben marcato il confine tra il quartiere proletario di ieri, che viene spinto sempre più in là a colpi di sfratti e di retate, e quello smart che si sta estendendo a macchia di leopardo.

Non si riduce certo ai soggetti citati il fronte degli investitori preoccupati dalla presenza dell’Asilo e più che pronti a utilizzarne altrimenti gli spazi. Ed è proprio la mole di denaro che viene e continuerà ad essere investita in quartiere che rende quest’annuncio di sgombero più concreto che in passato.

I grandi investimenti hanno bisogno di tranquillità, di quella violenza di classe a senso unico, di chi sfrutta contro chi è sfruttato, comunemente chiamata normalità. Una normalità contro cui si sono diretti gli sforzi di chi ha frequentato e frequenta tutt’ora i locali di via Alessandria 12. Per contrastare sfratti, retate e la presenza sempre più asfissiante della polizia nelle strade. E poi ancora, allontanandosi un po’ dalle strade di Aurora, per lottare contro le epulsioni e i Cpt, poi Cie e ora Cpr, sostenendo le numerose fughe e rivolte di chi vi era rinchiuso e fornendo a molti di questi uomini ospitalità. Altri sforzi hanno tentato quindi di scalfire le mura di quella discarica sociale che è il carcere, anche a partire dall’esperienza diretta di molti compagni che a più riprese vi sono stati rinchiusi in questi anni.

L’obiettivo di tutte le lotte e iniziative sviluppatesi attorno all’Asilo è stato quello di ricacciare indietro questa normalità, assieme a tutti gli uomini e le donne che corrono il rischio di esserne schiacciati.

La minaccia di sgombero dell’Asilo è un pezzo dello scontro di classe che quotidianamente si manifesta nelle strade di Torino. Come sempre continueremo a fare il nostro insieme ai tanti con cui in questi anni abbiamo lottato, discusso e condiviso le nostre vite, da questo lato della barricata.

macerie @ Gennaio 4, 2018

Pubblicato in Appuntamenti, General | Contrassegnato , | Commenti disabilitati su Torino – Sullo sgombero dell’Asilo

Egitto – Lettera di un condannato a morte sulle torture subite in carcere

Lettera di un condannato a morte sulle torture subite in carcere

#NoMilTrials  #StopTheDeathPenalty

“Mi hanno preso all’alba di oggi e hanno cominciato a infliggermi scariche elettriche su tutto il corpo. Mi avevano spogliato completamente di tutti i vestiti e nessuna parte del mio corpo è stata risparmiata dalle scariche elettriche. Hanno usato tutti i peggiori tipi di tortura elettrica persino nell’ano e sul pene … in queste due parti si concentravano in maniera particolare.

L’eccessivo uso della corrente elettrica aveva bruciato tutto il mio corpo, così l’hanno cosparso con un liquido per farlo riposare un po’. Hanno ripreso di nuovo dopo la preghiera della sera. Poi fino all’alba del giorno dopo hanno usato gas e benzina mentre continuavano con le scariche elettriche. Sulle parti dove mettevano gas e benzina le scariche erano più forti. Io gridavo ma nessuno si impietosiva per la durezza della tortura”.

È una lettera che Ahmad Abd el-Muneim, uno dei 4 prigionieri assassinati dalla dittatura lo scorso 2 gennaio, scriveva prima di morire. Insieme a lui sono stati uccisi Lotfy Ibrahim Khalil, Ahmed Abdel Hady al-Seheimy e Sameh Abdallah Youssef (un 5° condannato a morte è stato assassinato per un altro caso).

I familiari delle vittime sono stati avvisati dell’esecuzione da una chiamata della polizia che ordinava loro di andare a ritirare i corpi senza vita.

Si tratta dell’ennesima montatura giudiziaria. I 4 sono stati accusati di aver attaccato un bus a Kafr el-Shaykh nell’aprile del 2015. Tuttavia, in base a un decreto presidenziale che concede all’esercito egiziano la sorveglianza di luoghi e terreni pubblici fino a 2 miglia dalle strade pubbliche, la sentenza è stata emanata da un tribunale militare. Come tutti gli altri casi giudicati dai tribunali militari il processo è stato condotto in fretta, senza verificare i fatti, senza dare tempo di preparare la difesa.

Un’ennesima strage di innocenti. La vendetta della dittatura che non riesce a limitare gli attacchi armati contro civili e militari, non solo nel Nord Sinai (dove la guerra prosegue ininterrotta da anni).

Nell’ultima settimana 19 civili sono stati giustiziati dal regime. Tutti giudicati da tribunali militari che nel 2017 hanno condannato a morte 117 civili (nel 2016 sono stati 60).

#Nomiltrials

#Stopthedeathpenalthy

Giustizia e verità per tuttx

Pubblicato in dall'Egitto | Contrassegnato , , , , , , | Commenti disabilitati su Egitto – Lettera di un condannato a morte sulle torture subite in carcere

Egitto – Processi del 30 dicembre: Mahienour e Moatasem condannati a 2 anni. Alaa dovrà risarcire 1 milione di ghinee.

Il 30 dicembre 2017 la compagna Mahienour e Moatasem sono stati condannati da un giudice di Alessandria a 2 anni di carcere per aver preso parte il 14 giugno 2017 a un presidio non autorizzato ad Alessandria contro la ratifica della cessione delle isole Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Insieme a loro, Asmaa Naeim,Waleed El Amary e Ziad Abo El Fadl sono stati condannati a 3 anni in contumacia. Le/i cinque imputatx sono statx condannatx per reati previsti dalla legge anti protesta del 2013 e vanno da “teppismo” a “protesta non autorizzata” a “insulto al Presidente della Repubblica”, l’appello è fissato per il 13 gennaio.

Dopo la sentenza i/le solidali che si erano radunati di fronte al tribunale urlando slogan contro la sentenza e un processo farsa sono state attaccate dalle guardie avvelenate che sono riuscite a catturarne 3. Mustafa, Haitham e Muhammad sono stati picchiati e portati in commissariato. Il 2 gennaio sono stati trasferiti di fronte alla corte della Sicurezza Nazionale d’Urgenza che ha spostato la sentenza di una settimana per raccogliere le prove. I tre sono accusati in base a reati previsti dalla legge anti protesta del 2013 (teppismo, manifestazione non organizzata, intralcio al traffico).

Sempre il 30 dicembre Alaa Abdel Fattah è stato condannato in un altro processo al Cairo a pagare una cauzione di 30000 ghinee (1500 euro) per “offesa al sistema giudiziario”. Inoltre, insieme ad altri venti imputati dovrà pagare un risarcimento di un milione di ghinee egiziane (50000 euro) per aver insultato il capo del Club dei Giudici all’epoca della presidenza di Morsi. Alcuni degli imputati sono stati invece condannati a 3 anni di carcere (la sentenza è appellabile in Cassazione).

Alaa sta scontando da più di 3 anni e mezzo una pena di 5 anni a cui sono da aggiungere altri 5 di rientro notturno al commissariato. Lo scorso ottobre la Cassazione ha confermato la pena inflitta per reati connessi alla legge anti protesta relativi a una manifestazione NoMilTrials del novembre 2013.

L’altro processo tenutosi il 30 ad Alessandria e che vedeva imputato l’avvocato Muhammad Ramadan (tra l’altro legale di Mahienour) è stato, invece, spostato al 10 gennaio. L’avvocato è accusato di offesa al presidente e di aver pubblicato false notizie su facebook.

Libertà per Mahienour e Moatasem.

Libertà per tutte e tutti dalle gabbie del regime.

Pubblicato in dall'Egitto | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Egitto – Processi del 30 dicembre: Mahienour e Moatasem condannati a 2 anni. Alaa dovrà risarcire 1 milione di ghinee.

Alta Val di Susa – Domenica 7 gennaio, camminata contro le frontiere, per muoversi liberamente! [Rimandato al 14 gennaio]

Fonte: Briser les Frontières

Marcher pour Briser les Frontières
Camminata contro le frontiere, per muoversi liberamente!
Da Claviere a Montgenèvre.

Domenica 7 gennaio alle ore 11.00 [Rimandato al 14 gennaio]

Appuntamento al parcheggio di via Nazionale a Claviere.
Con abbigliamento adeguato per una camminata sulla neve.
Le frontiere non esistono in natura, sono un sistema di controllo.
Non proteggono le persone, le mettono una contro l’altra.
Non favoriscono l’incontro, ma generano rancore.

Le frontiere non dividono un mondo da un altro, c’è un solo mondo e le frontiere lo stanno lacerando!
L’indifferenza è complicità!

Per Info: +39 3485542295

(In caso di maltempo l’iniziativa si farà la domenica successiva)

Pubblicato in Appuntamenti | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Alta Val di Susa – Domenica 7 gennaio, camminata contro le frontiere, per muoversi liberamente! [Rimandato al 14 gennaio]

Val di Susa – Contro la militarizzazione della frontiera

Nelle ultime settimane le condizioni climatiche in alta Val di Susa sono diventate molto rigide, ciononostante tutti i giorni continuano ad arrivare decine di persone disposte a perdere la vita per tentare di oltrepassare la frontiera.

La maggior parte di loro prova a passare per vie senza dubbio meno pericolose, come il treno o il bus, ma vengono fermati dalla gendarmerie, caricati sulle camionette e riportati alla stazione di Bardonecchia che spesso non è la stazione da cui sono partiti.

Questo macabro gioco di persone che, dopo sentieri estenuanti, vengono prese e scaricate in alta val di Susa può portare ad un epilogo drammatico da un momento all’altro.

Una maggiore militarizzazione della zona porterebbe unicamente a rendere ancora più clandestino il passaggio, aumentando ulteriormente il rischio per chi è disposto a dare la vita per passare.

Non è militarizzando ulteriormente il confine che si evitano i morti, ma unicamente non lasciando solo i turisti a poter decidere liberamente quali montagne poter visitare.

Chi va realmente fermato è colui che in divisa pattuglia la frontiera francese e ancor di più chi dal caldo del parlamento europeo è il cinico responsabile di questo teatrino.

Per un mondo di uguali nelle mille differenze.

Briser les frontières

Pubblicato in dalle Frontiere | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Val di Susa – Contro la militarizzazione della frontiera

Egitto – Aggiornamento sulla detenzione di Mahienour

Fonte: Free Mahienour

La famiglia di Mahienour è andata a farle visita dopo il suo trasferimento dal carcere di al-Qanater a quello di Damanhour.

La sorella ci ha aggiornate sulla sua situazione che è allarmante.

I familiari che fanno visita alle persone detenute devono percorrere distanze lunghissime all’interno del carcere, con l’ingente peso dei viveri, su cui i/le detenutx fanno affidamento dentro.

Chi fa visite ai/alle detenutx viene perquisito insieme ai viveri, come le scatole del cibo e la stessa frutta che viene tagliata e aperta per poi buttare il tutto in un’unica busta.

Per quanto riguarda Mahienour, è reclusa in una cella molto affollata con altre 31 detenute, ognuna di loro ha uno spazio di 50 cm per poter dormire. Sono quindi costrette a fare a turno, Mahienour dorme due ore al giorno.

La corrispondenza è ammessa, ma solo dopo il controllo delle guardie.

Seguiamo la campagna di solidarietà con le/gli imputatx dei 3 processi del 30 dicembre:

– Mahienour, Moatasam, Asmaa, Waleed e Zeyad

– Alaa Abdel Fattah

– Mohammad Ramadan

#FreeMahienour #FreeAlaa #30DecemberTrials

Libertà per tuttx!!

Pubblicato in dall'Egitto | Contrassegnato , , | Commenti disabilitati su Egitto – Aggiornamento sulla detenzione di Mahienour

Egitto – Lettera di Mahienour dal carcere in solidarietà con chi lotta in Palestina

Il prossimo 30 dicembre si terranno in Egitto tre processi differenti in cui saranno giudicati la compagna Mahienour, Moatasim ed altrx 3 imputati, l’avvocato Muhammad Ramadan (tra l’altro avvocato difensore della stessa Mahienour) ad Alessandria, il compagno Alaa Abdel Fatah al Cairo. Le imputazioni farsa a loro carico sono pesanti e tuttx rischiano diversi anni di prigione che si sommano a quelli già scontati o che devono ancora finire di scontare (come nel caso di Alaa). In tutti e tre i casi, in effetti, si tratta di una chiara vendetta di stato sferrata dagli apparati di sicurezza attraverso gli organi giudiziari verso l’opposizione rivoluzionaria al regime e al presidente dittatore.
Per solidarizzare con Mahienour, Alaa, Muhammad, Moatasam, Asmaa, Waleed e Zeyad è cominciata una campagna sui social e mezzi di comunicazione. Il nome viene da una frase che lo stesso Alaa disse a proposito di Mahienour quando questa venne messa dentro, qualche anno fa: stima per compagnx conosciutx che lottano affianco alle persone sconosciute!
Le pagine Facebook dove trovare informazioni sono FreeAlaa e FreeMahienour. Su twitter l’hastag è #30DecemberTrials, #محاكمات_30_ديسمبر

In questi giorni Mahienour ha scritto dal carcere in cui si trova un messaggio di solidarietà con la lotta del popolo palestinese, impegnato a lottare per la fine dell’occupazione sionista e la pace.

Scrive Mahienour:
“Salute al grandioso popolo palestinese che da solo sta combattendo contro la brutalità e la tirannia, supportato solo dalla sua speranza e dal diritto alla propria terra.
Forza al popolo palestinese, tutto il popolo! al di là dal governo e dalle varie fazioni politiche.
L’eroe è il popolo, è lui che combatte e lotta per la propria causa.
Come noi, nel nostro paese, dal 2011, stiamo pagando il prezzo di aver chiesto giustizia, il popolo palestinese non ha paura di pagare il prezzo per prendersi la sua terra e il diritto a vivere. Questa è la più coraggiosa e nobile forma di lotta.
La questione della Palestina non è solo una questione pubblica. Da quando esiste è sempre stata una questione chiarificatrice delle posizioni assunte dai vari regimi.
Questa volta la posizione del regime egiziano non è arrivata nemmeno a denunciare e condannare. Anzi, è stata piatta e vaga, dimostrando così il livello di collusione e complicità. Ciò appare chiaramente dalla decisione di chiudere tutti gli spazi pubblici dove esprimere il proprio pensiero e dall’arresto delle persone che manifestavano di fronte il sindacato dei giornalisti e della moschea di al-Azhar. Dal momento che ogni movimento popolare avrebbe potuto dimostrare il fallimento del governo di al-Sisi”.

Pubblicato in dall'Egitto | Contrassegnato , , , , | Commenti disabilitati su Egitto – Lettera di Mahienour dal carcere in solidarietà con chi lotta in Palestina

Lampedusa – Tentativo di fuga dall’hotspot e deportazioni

Apprendiamo da media locali che ieri, 18 dicembre, a Lampedusa 10 persone di origine tunisina hanno provato a scappare dall’hotspot in cui erano recluse nascondendosi in un camion che trasportava rifiuti.
Questa rischiosa pratica non è nuova tra gli harragas: infatti solo due settimane fa, altre 5 persone avevano rischiato la vita provando a rifugiarsi in uno di questi camion, sperando di poter continuare così la fuga sul traghetto direzione Porto Empedocle. Dopo questo precedente episodio, i controlli di polizia sono notevolemente aumentati sull’isola, incrementando difatti quelli verso i mezzi compattatori alla ricerca di persone che provano a fuggire alle deportazioni.
Ieri, intanto, 20 persone sono state deportate dall’hotspot di Lampedusa verso la Tunisia.

Pubblicato in dalle Galere | Contrassegnato , , , | Commenti disabilitati su Lampedusa – Tentativo di fuga dall’hotspot e deportazioni

Torino – Sul presidio al CPR di Corso Brunelleschi e aggiornamenti

fonte macerie

La rivolta del 13 novembre all’interno del Cpr di corso Brunelleschi aleggia ancora nell’aria: a ridosso del presidio davanti alle mura che si è tenuto sabato scorso, una perquisizione approfondita e preventiva ha interessato i reclusi dell’area rossa, dando tuttavia esito negativo. L’area rossa è stata riaperta da poco, dopo i lavori di ristrutturazione in cantiere oramai da mesi, portando la capienza del centro agli attuali 145 posti circa. E se non fosse per le due aree bruciate e distrutte durante l’ultima rivolta, la struttura sarebbe tornata a pieno regime come non lo era oramai da anni.

A riprova, poi, che le rivolte hanno spesso un effetto immediato sulle vite dei reclusi ci giunge notizia che numerose persone sono state liberate con un decreto di espulsione di sette giorni, una manovra abbastanza consueta quando il numero di posti diminuisce all’improvviso e senza dare tempo alle autorità di riorganizzare le deportazioni.

Tra le conseguenza di una rivolta la repressione emana il suo influsso nel tempo, così da più di dieci giorni ai reclusi è impedito di incontrarsi al campetto, con la scusa “del ghiaccio e del freddo”. Molte persone sono state minacciate e gli è stato sequestrato il telefono per qualche giorno.

Il presidio di sabato è stato un’occasione per raccontare degli ultimi episodi avvenuti a Caltanissetta e Parigi. Infatti nella notte tra sabato 9 e domenica 10, alcuni detenuti hanno dato fuoco a tre padiglioni del Cpr siculo di Pian del Lago. La protesta è esplosa in seguito alla notizia di un imminente deportazione di massa di 40 tunisini, che hanno scelto di organizzarsi e reagire.
L’intera struttura è stata chiusa e evacuata fino al “ripristino degli impianti”, mentre i reclusi hanno espresso la loro rabbia anche contro gli operatori che lavorano all’interno del centro, bersagliandoli con lancio di oggetti, “comprese scarpe, sedie ed effetti personali”. Il tutto è stato accompagnato anche da un tentativo di fuga di massa, purtroppo fermato dalle forze di polizia. Tuttavia, per ora, nessuno è stato arrestato o risulta indagato. (ndr: qui gli aggiornamenti su deportazioni e arresti a seguito dalla rivolta)

Vale la pena ricordare che il Cpr di Caltanissetta era considerato un “modello d’efficienza” della macchina delle espulsioni: tra gennaio e luglio, su un transito di 840 persone, 639 sono state deportate. La media era quasi di cento espulsioni al mese. Un primato che è stato fermato da queste fiamme invernali. Dei 90 reclusi del centro, 40 sono stati deportati in Tunisia questo lunedì, come era già stato da tempo disposto, con un volo charter partito dall’aeroporto Falcone-Borsellino di Palermo. Degli altri al momento non abbiamo notizie certe.

E mentre decine di persone tentano ogni giorno di varcare la frontiera tra l’Italia e la Francia, anche oltralpe ben più in là del confine non si fanno attendere episodi di protesta e rivolta. Nel centro di reclusione di Parigi, nella notte del 5 dicembre, otto persone hanno tentato la fuga, agguantati subito dalla polizia. Una volta riportati in sezione, però, hanno deciso insieme agli altri compagni di oscurare le telecamere con della carta igienica e bloccare le porte antincendio, appiccando il fuoco in dodici stanze devastando così l’area e privando la struttura di 57 posti.

Mettere in comunicazione la rabbia di Parigi con quella di Torino e Caltanissetta, passando le informazioni ai reclusi su ciò che accade in altri centri di detenzione così distanti eppure così simili, è il minimo che si può fare da fuori per sostenerli. Così come tornare spesso sotto quelle detestate mura a portare un po’ di solidarietà a chi non ha mai smesso di lottare per la propria libertà.

macerie @ Dicembre 19, 2017

Pubblicato in dalle Galere | Contrassegnato , , , , , | Commenti disabilitati su Torino – Sul presidio al CPR di Corso Brunelleschi e aggiornamenti