Salerno – Una strage di stato e il cordoglio dei carnefici

Venerdì 3 novembre 2017 un gommone con a bordo più di 150 persone è in viaggio nel Mediterraneo verso l’Italia. Il gommone è in difficoltà, comincia ad imbarcare acqua. Quando viene intercettato dalla nave militare spagnola Cantabria, che ha il comando tattico dell’intera operazione Sophia nel Mediterraneo centrale, molte delle persone sono già affogate.

la gestione militare degli sbarchi

L’obiettivo della operazione Sophia dell’Eunavfor-Med è infatti principalmente quello di “prevenire i flussi migratori illegali”, di effettuare “fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti in alto mare di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico e la tratta di esseri umani”, di addestramento della guardia costiera libica: non certo il soccorso. Dalla Cantabria vengono recuperati 26 cadaveri e 64 sopravvissut*. La nave spagnola non si dirige verso i più vicini porti della Sicilia, forse perché siamo alla vigilia delle elezioni regionali e non si vogliono turbare gli elettori con nuovi sbarchi e morti, ma fa rotta verso Salerno dove arriverà la mattina di domenica 5 novembre. Le 375 persone imbarcate vengono identificate, selezionate e smistate, e come avviene in tutti gli sbarchi le persone adulte che provengono dai paesi del Maghreb (Egitto, Tunisia, Algeria, Marocco) sono respinte per direttissima, in questo caso si tratterà di 3 egiziani e 3 marocchini.

La notizia ha un ampio risalto sui media perché si viene a sapere che i 26 corpi appartengono tutti a giovani donne, e perché la realtà delle morti incrina la narrazione dei successi del governo nel fermare drasticamente il numero di sbarchi dalla Libia. Per questo motivo non viene diffusa l’informazione che nel naufragio sono morte altre cento persone non recuperate, e sui media locali e nazionali si scatenano le ipotesi più efferate e razziste: si lascia intendere che sono stati i loro stessi compagni di viaggio a picchiare, stuprare e uccidere le 26 donne. Un infame modo per assolvere le istituzioni.
Solo pochi giorni fa le dimensioni della strage vengono pubblicizzate, con molta meno enfasi, e le autopsie fanno chiarezza su quanto avvenuto: le 26 donne sono morte per annegamento, e non presentano segni di violenze recenti. Due vittime vengono riconosciute dai parenti sopravvissuti, altre 3 dai bigliettini ritrovati nei vestiti: sono Marian Shaka e Osato Osaro, di 20 anni, Ugechi Fawour Omba, 29 anni, Ozuoma Okpara, 24 anni e Loveth Jonathan, di età sconosciuta, tutte nigeriane.

Il 17 novembre si sono tenuti a Salerno i funerali delle 26 donne, il sindaco ha proclamato il lutto cittadino, l’evento ha visto la copertura giornalistica di media internazionali, che hanno rilanciato l’immagine di una città e di un paese accogliente e solidale, coraggiosamente alle prese con una drammatica emergenza umanitaria. In realtà in città viene applicata una tolleranza zero verso gli ambulanti immigrati, rom, senzatetto, parcheggiatori abusivi e in generale come d’altronde nel resto del paese, verso tutte le persone emarginate, e, passata la commemorazione, le pratiche repressive continueranno quotidianamente. Il cordoglio delle autorità nazionali e locali per le morti può ben sposarsi con la persecuzione e le violenze sui vivi, dai lager in Libia finanziati e voluti dal governo italiano in accordo con gli aguzzini locali, ai campi e centri dove le persone arrivate nel paese vengono segregate, alle retate e deportazioni, alla repressione delle proteste. Le stragi in mare delle persone migranti sono tutte e sempre stragi di stato. Gli stessi stati che non concedendo visti hanno costretto Marian, Osato, Ugechi, Ozuoma, Loveth e tutt* gli/le altr* a trovare la morte nel Mediterraneo, pagano aerei per deportare altre nigeriane recluse nei CPR, affittano traghetti per espellere i migranti maghrebini, bus per respingere le persone considerate irregolari alle frontiere. I viaggi sicuri sono solo per chi viene buttato fuori dalla fortezza Europa.

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Algeria – Razzismo di stato ed espulsioni di persone migranti in Algeri

 

Da più di un mese ad Algeri è ripresa vigorosa la caccia alle persone migranti. Dall’agosto 2017, in particolare, circa 3000 migranti sono stati espulsi verso il Niger senza avere la possibilità di appellarsi alla misura. Nell’ottobre 2017 la polizia ha effettuato nuove retate arrestando almeno 500 persone migranti provenienti dal Niger, dalla Nigeria, dal Mali, dal Camerun e dalla Costa d’Avorio.  Tra di loro anche numerosx migranti che vivevano nel  paese nord africano da diverso tempo e con un lavoro stabile, donne incinte, famiglie intere con neonatx e decine di minori non accompagnati.  Per dei giorni interi la polizia ha rastrellato diversi quartieri periferici di Algeri e di altri comuni limitrofi, prelevando i migranti dai propri domicili, dai posti di lavoro, per strada. Una vera caccia all’essere umano. 

Il numero esatto delle persone espulse non si conosce esattamente ma si tratta di diverse centinaia di persone, almeno 500. I migranti sono stati deportati su dei bus nel campo di detenzione per migranti di Zéralda, dove sono restati dei giorni in condizioni pessime, e da qui a Tamanrasset, nel Sud del paese, dove sarebbero stati abbandonati nel deserto. Continua a leggere

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Torino – Incendiate due aree del CPR di Corso Brunelleschi

fonte macerie

Due notti fa i reclusi del Cpr torinese hanno dato fuoco all’area blu e a quella verde rendendo inagibili diverse stanze. La celere è arrivata immediatamente dispensando lacrimogeni e botte, insieme ai pompieri che hanno pensato bene di raffreddare gli animi lavando letteralmente i reclusi con le pompe dell’acqua. I celerini ci sono andati particolarmente pesanti con i manganelli e gli schiaffi soprattutto nell’area blu dove da dentro ci arrivano notizie di diversi feriti. Spenti gli incendi è stata effettuata una perquisizione alla ricerca dei temutissimi quanto efficaci accendini mentre fuori dalle mura dei fuochi di artificio hanno salutato i reclusi e portato solidarietà alla rivolta.

La maggior parte delle persone che erano rinchiuse nell’area blu e in quella verde hanno passato la notte tutte insieme nella mensa al freddo, senza coperte né materassi mentre dodici tra loro sono stati prelevati e messi in isolamento. I compagni di reclusione questa mattina, non sapendo nulla della loro sorte, hanno rifiutato il cibo in segno di protesta.

La situazione è ancora in evoluzione e le notizie si susseguono contrastanti. Sapremo nei prossimi giorni avere un quadro meglio delineato di questa notte di incendi e delle sue conseguenze sui reclusi coinvolti e le stanze che li rinchiudono.  Per ora le persone sono state spostate dalle camere rese inagibili e sono sballottate qua e là tra refettorio e aree già strapiene. Voci tra le stanze dicono che potrebbero esserci dei trasferimenti.

Staremo a vedere, per il momento ci rallegriamo di questo fuoco novembrino che ricorda a tutti che dentro ai fu Cie, soprattutto quando le strutture sono colme, pace non può esserci.

macerie @ Novembre 15, 2017

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Bari – Riaperto il 13 novembre il CPR di Bari Palese

Oggi, martedì 14 novembre, le prime persone verranno recluse nel CPR di Bari, riaperto ufficialmente ieri, secondo quanto riportato dai media. Il CIE di Bari fu chiuso in seguito ai danneggiamenti riportati dalla struttura dopo le rivolte dei migranti detenuti avvenute tra il 24 e il 29 febbraio 2016.
Nell’agosto 2017 il tribunale di Bari aveva condannato “la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno a pagare un risarcimento di 30mila euro per danno all’immagine in favore del Comune di Bari per la inumanità del Cie” paragonandola a “luoghi rimasti saldamente legati in senso negativo alle strutture di costrizione e di sofferenza di esseri umani che vi erano collocati, come Auschwitz, Guantanamo e Alcatraz.
L’ex Cie ora riapre col nuovo nome di CPR, Centro di Permanenza per il Rimpatrio, con 126 posti previsti, grazie a una “procedura d’urgenza da 750mila euro, affidata in dieci giorni alla ditta Ladisa“, che gestirà il Cpr fino a dicembre.
Una corsa contro il tempo, da parte del Ministero, per dimostrare la capacità di riaprire entro il 2017 almeno uno dei nuovi CPR previsti dai piani governativi.

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Saronno – 14 novembre iniziativa “Alle radici delle fuga” @ Circolo della Teppa

fonte roundrobin

ALLE RADICI DELLA FUGA

LA MISTIFICANTE DEFINIZIONE DI “MIGRANTE ECONOMICO” DI FRONTE ALLE RESPONSABILITA’ ECOLOGICHE E SOCIALI DEL MONDO CIVILIZZATO IN CUI VIVIAMO

“Sulle sabbie del deserto come sulle acque degli oceani non è possibile soggiornare, mettere radici, abitare, vivere stabilmente. Nel deserto come nell’oceano bisogna continuamente muoversi, e così lasciare che il vento, il vero padrone di queste immensità, cancelli ogni traccia del nostro passaggio, renda di nuovo le distese d’acqua o di sabbia vergini e inviolate”
Alberto Moravia

Una discussione a più voci, un confronto tra percorsi diversi. Scardinare l’apparente separazione tra le diverse critiche a questo mondo. Il fenomeno migratorio è un fenomeno epocale, che non saranno i respingimenti in mare o i campi di concentramento in Libia a fermare. Il patto col diavolo di Minniti e dell’Unione Europea, ieri con Erdogan oggi con le milizie tribali nord africane, non fermerànno un esodo di massa che ha radici ben più profonde.
L’Africa è terreno di conquista per ogni sorta di investitore: dalla terra per l’agricoltura industriale e biotecnologica, alle miniere, alle infrastrutture energetiche, alle discariche. Il mondo digitale, del software e della tecnologia, esiste grazie alla materialità dello sfruttamento in atto in quelle zone del globo. Le innovazioni scientifiche di stampo biotecnologico accrescono ancora di più il divario di potere e denaro tra chi ha in mano i brevetti ed i mezzi in grado di sviluppare la produzione ed organizzare la forza lavoro e chi si è visto distruggere da secoli di massacri e guerre schiavistiche o coloniali le conoscenze tradizionali legate al territorio abitato.
Territorio che, in ogni caso, non esiste più. Di fronte alla desertificazione, al cambiamento climatico causato dalle attività umane, gli equilibri naturali si sono dissolti. Dal deserto e dall’oceano bisogna fuggire, come diceva Moravia.
I responsabili, i modi in cui quotidianamente avalliamo questo sistema, ecco su cosa occorre interrogarsi. Rifiutare gli esseri umani in fuga da guerre e carestie significa non voler accettare di pagare il prezzo delle nostre scelte di vita e della nostra organizzazione sociale. Ma rimane sempre il problema di tutto ciò che di non umano – gli altri animali, le piante, gli ecosistemi – quotidianamente distruggiamo per affermare la nostra supremazia. Fermarsi al fenomeno migratorio, quindi, resta insufficiente per una profonda comprensione di cosa il sistema scientifico, tecnologico ed industriale produce a livello mondiale.
Senza lasciarsi abbindolare dalle frasi di circostanza che, dall’EXPO di “nutrire il pianeta” al G7 dell’agricoltura di Bergamo, ci ripetono come sia il progresso la soluzione e la via in cui dobbiamo credere, occorre invece pensare a quale, nel 2017, possa essere una prospettiva di liberazione che travalichi le necessità dell’essere umano e prenda in considerazione anche il rapporto con la totalità naturale che ci circonda. Perchè come non può esistere libertà accanto allo sfruttamento di altri esseri umani, così non ci può essere vita accanto alla sistematica uccisione di organismi viventi e l’avvelenamento di interi ecosistemi.

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Roma – Comunicato : sabato 25 novembre presidio al CPR di Ponte Galeria

riceviamo e diffondiamo

Da molti anni la propaganda mediatica dei governi dei paesi occidentali proclama che “le nostre donne” sono libere perché hanno gli stessi diritti degli uomini.

Tale rivendicazione viene portata avanti in contrapposizione alla presunta condizione delle donne nei paesi colonizzati, che vivono, nell’immaginario occidentale, una situazione di passività e sottomissione.

Si riafferma ancora una volta il discorso razzista che assegna a noi brave europee il compito di salvare queste “vittime” dalla  barbarie, specialmente se donne, ancor più migranti e/o sex workers.

Di  fatto, a braccetto con questa vocazione salvifica della narrazione imperialista, ci passeggia un sistema eteropatriarcale che dalla vittimizzazione della donna accresce il proprio potere e le proprie forme di dominio e controllo sui corpi, dipingendoli come non in grado di autodeterminarsi e incapaci di assumere il controllo della propria esistenza, e pertanto giustificandone la privazione di libertà in nome della “loro” sicurezza.

Come se un’emancipazione dalla condizione di vittime non fosse neppure immaginabile. Come se non esistessero esperienze di autodifesa collettive e individuali, e ci si potesse soltanto rassegnare alla propria condizione soggettiva.

La riduzione delle donne a vittime, deboli, incoscienti e irrazionali è uno dei presupposti che legittima il patriarcato e funge da spiegazione oggettiva alla sua esistenza. Fondamenta la teoria che le donne siano biologicamente inferiori e dunque le rende soggetti facilmente controllabili e strumentalizzabili.

Come appunto accade nella propaganda partitica e in quella giornalistica, i corpi delle donne rappresentano un territorio da salvaguardare dalle invasioni barbariche. Dove i barbari sono, come sempre, tutti quelli che vivono fuori dai confini dell’impero. Questa visione antica non è un retaggio culturale, ma uno strumento che giustifica e copre gli interessi economici delle guerre imperialiste e delle strette securitarie dei paesi occidentali, come per esempio accade attraverso la propaganda contro l’islam. Dall’altra parte, esso controlla attraverso la paura e l’autorepressione  le donne cui questo discorso giunge forte e chiaro sin da quando sono bambine, cercando di imporre loro la rassegnazione a dover sacrificare libertà e autodeterminazione in nome della  sicurezza.

Personalizzare le esperienze di violenza è una strategia che divide le donne e fa percepire loro le esperienze come atipiche e slegate da quelle delle loro simili. Quindi mina una visione complessiva del fenomeno e di conseguenza una possibile soluzione.

Storie di donne recuperate in mare, donne liberate dalla schiavitù della tratta, storielle commoventi d’integrazione, donne dipinte come povere vittime da compatire, da salvare da questa vita crudele da cui sono scappate, e da accogliere. Così le descrivono i media al soldo delle istituzioni e del potere. Lo stesso potere che ipocritamente piange le 26 ragazze nigeriane arrivate morte a Salerno su un barcone, e che dichiara di voler fare giustizia definendo il fatto come “una tragedia dell’umanità”.

Esiste però un’enorme contraddizione insita in queste parole, narranti le storie individuali di donne migranti. Questa contraddizione rivela due realtà che sembrano opposte, ma che in fondo sono simmetriche e rappresentano le due facce di una stessa medaglia.

Queste donne, infatti, una volta arrivate in Italia vengono istantaneamente oppresse da un meccanismo perverso che le categorizza, le classifica e le rende più facilmente controllabili. Chi decide in quale categoria inserirle e muoverle come pedine da una all’altra  è sempre lo stesso potere centrale che le compatisce  e che vuole salvarle.

Qualcuna viene inclusa in quella che viene chiamata “accoglienza”: un sistema infantilizzante che le rende dipendenti da tutto e per tutto. Le donne che entrano in questo circuito e in questo limbo in attesa di un asilo politico  o una sorta di protezione legale, nel “migliore” dei casi  sono sottoposte a rigide regole che limitano la loro libertà e la loro iniziativa personale.

Se si decide di infrangere queste regole o se chi comanda il “gioco” decide di cambiarle, allora  si passa dalla categoria “inclusa” o “includibile” a quella di indesiderabile, ed ecco che la medaglia si gira ed appaiono i lager di stato, chiamati CENTRI PER IL RIMPATRIO, e chi diceva di voler salvare quelle donne ne diventa l’aguzzino. 

Lì dentro sovraffollamento, cibo  avariato, assenza di cure mediche, tranquillanti, pestaggi e persino  l’allagamento della struttura della scorsa settimana

Le donne che finiscono nel Cpr spesso provengono dalle questure,  alle quali si rivolgono per sporgere denuncia per liberarsi dalla violenza dei loro partner, o semplicemente per rinnovare i documenti.

Non deleghiamo allo stato la soluzione a un problema di cui è artefice

Contrastiamo la logica dell’accoglienza e dei centri di detenzione, non rendiamoci complici della violenza e del razzismo di stato.

Solidarizziamo con chi sabota e lotta contro le frontiere e le galere.

SABATO 25 NOVEMBRE PRESIDIO AL CPR DI PONTE GALERIA

APPUNTAMENTO ALLE ORE 10:00 A STAZIONE OSTIENSE PER ANDARE TUTTX INSIEME

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Gricignano d’Aversa – La violenza del sistema di accoglienza

Il 10 novembre nel centro di accoglienza di Gricignano d’Aversa, in provincia di Caserta, durante l’ennesima protesta delle persone che vivono nella struttura, uno dei gestori, Carmine Della Gatta, ha sparato due colpi di pistola al volto del diciannovenne Alagiee Bobb, ferendolo gravemente. Da oltre un anno le 150 persone che vivono segregate nel centro portano avanti delle proteste per denunciare le condizioni di accoglienza: sovraffollamento, pessimo cibo, mancanza di assistenza sanitaria e degli altri servizi etc. [1] [2]  Nel marzo 2016 erano scesi nelle strade bloccando l’adiacente via Cardini, ma nulla era cambiato: le autorità sono al corrente delle situazioni nei centri di accoglienza ma, tranne in casi di macroscopici scandali, ritengono che vada bene così. Non è un caso che con tanta semplicità il sindaco di Gricignano dichiari di aver sottoposto a TSO (trattamento sanitario obbligatorio), solo una settimana fa, una persona che protestava.

Dopo il ricovero di Alagiee Bobb in ospedale, il giorno successivo, 11 novembre, i suoi compagni sono nuovamente scesi in strada bloccando per ore la provinciale Aversa-Caivano, controllati a vista da un ingente spiegamento delle forze dell’ordine.
In reazione a questa protesta ieri pomeriggio, 12 novembre, polizia e carabinieri hanno proceduto, senza nessun preavviso, allo sgombero del centro e alla dispersione delle 150 persone in altre strutture della provincia. Ancora una volta le prefetture si dimostrano indifferenti alle rivendicazioni di chi è costretto/a nei centri ma efficientissime nella repressione delle proteste: solo nell’ultima settimana, denunciate 11 persone a Gela, 9 revoche dell’accoglienza a Olzai e Tonara, 10 denunce a Bisaccia per la protesta nello SPRAR, 6 revoche dell’accoglienza a Montesarchio, 4 minori denunciati a Catania, 6 persone espulse dall’accoglienza a Valleve, e ci sono stati interventi delle forze dell’ordine ad Agrigento, Scicli, Tappino, Catania, Vicenza, Latina, Conetta.

La segregazione nei campi e nei centri a varia denominazione, per quanto venga chiamata “accoglienza”, mostra tutto il suo abominio nella repressione esercitata da chi gestisce e opera in queste strutture, con l’ovvia complicità delle istituzioni e delle forze dell’ordine.
Perché la solidarietà ad Alagiee e a chi ogni giorno lotta in tutta la penisola contro questo sistema di gestione e controllo IRRIFORMABILE non sia fatta di sole parole, è necessario unirsi alle battaglie e alle proteste. Se accettiamo che si tratti di notizie, più o meno eclatanti, da destinare alla cronaca locale o al “controllo popolare” di qualche complice delle istituzioni, meglio restare in silenzio.

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Egitto – Intervista dal carcere ad Alaa Abdel Fattah

Alaa Abdel Fattah è uno delle e degli attivisti egiziani che il regime di Sisi ha condannato a 5 anni di carcere per manifestazione non autorizzata. Si trattava di una manifestazione contro i processi militari ai civili (NoMilTrials) che si tenne il giorno stesso dell’entrata in vigore della legge anti-protesta, nel 2013. Qualche giorno fa (8 novembre), dopo 3 anni e mezzo già scontati, c’è stato l’ultimo appello per la scarcerazione di questo processo farsa. Il giudice ha confermato la condanna a 5 anni di carcere e 5 anni di libertà vigilata (che significa passare almeno 12 ore al giorno in commissariato), più la cauzione di 100000 lire egiziane (20000 euro circa). A dicembre, tuttavia, Alaa aspetta un’altra sentenza per insulto alla magistratura.
Abbiamo tradotto l’ultima intervista di Alaa rilasciata in carcere e pubblicata il giorno stesso della sua sentenza d’appello.
1. Pensi che il tuo caso sia trattato come una questione politica e non solo giudiziaria?
Il periodo attuale è quello che più di tutti ha visto un processo di politicizzazione della magistratura che non ha risparmiato neanche le procedure più formali preservate nel passato. Mi riferisco, per esempio, ai procedimenti dei tribunali ordinari. Nel passato i servizi di sicurezza e il potere esecutivo, quando volevano evitare questi criteri, facevano ricorso alla giurisdizione eccezionale o ai tribunali militari, o ricorrevano alla detenzione prolungata senza processo.
A partire dal 30 giugno, però, la magistratura è stata utilizzata come una delle parti del conflitto politico. Il che ha portato la giustizia ordinaria a annullare le norme a cui aveva aderito precedentemente, come è possibile verificare anche nei casi giudiziari non politici. Fenomeni come quello della detenzione preventiva sono diventati molto comuni. Così come l’intervento diretto dei servizi di sicurezza è diventato senza precedenti.
L’apparato di sicurezza non accetta che qualcuno gli chieda conto, vuole che tutto stia sotto il suo controllo in maniera manifesta e palese. Persino i processi avvengono in dei luoghi controllati dalla sicurezza: stazioni di polizia, Accademia di polizia, o l’aula dei processi della prigione di Wadi Natrun.

2. Qual è la tua condizione all’interno del carcere e qual è l’atteggiamento della direzione carceraria nei tuoi confronti?
Chi detiene il potere si è molto impegnato nell’ isolarmi dal mondo esterno. Questo è abbastanza palese con le restrizioni e limitazioni che applicano, come il divieto di leggere libri o giornali, o quello di ricevere corrispondenze e altre restrizioni. D’altro canto il controllo dello spazio pubblico fuori dalle carceri può solo perpetuarsi in modo ancora più brutale sui detenuti dentro.
Per esempio, c’era un accordo tra un programma europeo sulla tv egiziana e il canale della BBC. In questo programma c’era un’ora di diretta giornaliera con notizie dal mondo, non solo politiche ma anche sulle scienze, cultura e altro. Questa diretta ultimamente è stata interrotta. In tv passa solo l’informazione di stato. A noi è concesso vedere solo i canali egiziani e leggere i giornali del governo. L’unico programma che passa ora è Top 40, un programma musicale di musica pop che tra l’altro non mi piace. Per forza di cose, dunque, so tutto su Kardashian e poco su quello che accade nell’area geografica attorno a me.
Poi ci sono le visite, tre o quattro volte al mese che durano un’ora, in cui con la mia famiglia cerchiamo di scambiarci più informazioni possibili, sia personali che non.
Ma nonostante tutto quello che ho appena raccontato, la mia condizione in detenzione, nonostante tutte le limitazioni e le restrizioni è migliore rispetto alla maggior parte dei detenuti. Continua a leggere

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Opuscolo – La politica del governo italiano in Libia

fonte romperelerighe

Ciò che accade al largo delle coste e all’interno del territorio libico è davvero rappresentativo dei tempi ignobili in cui viviamo.

Con lo spudorato pretesto della “lotta ai trafficanti di uomini”, lo Sato italiano sta lautamente finanziando signori della guerra, guardie e milizie (quello che si definisce maldestramente “governo libico”) per il controllo e l’internamento di massa dei poveri in fuga. Pattugliamenti e respingimenti sulle coste del Meditteraneo, detenzione nei campi di concentramento libici di circa seicentomila persone, costruzione di un muro nel deserto lungo il confine con il Niger, il Ciad e il Mali. Le stesse milizie che si sono arricchite per mesi con i viaggi della disperazione, ora sono pagate per impedirli.Sono le stesse milizie a cui l’ENI delega la difesa armta dei propri pozzi. Nei trentaquattro campi di concentramento si praticano quotidianamente torture, violenze, stupri. L’importante è che la merce umana non richiesta non venga a turbare i sogni di ordine e sicurezza in Italia e in Europa. Il resto non è affar nostro, giusto? D’altronde, con la Turchia di Erdogan non si sono stipulati gli stessi accordi?

La “ricostruzione” che i democratici annunciano ora in Libia in cambio dei muri anti-immigrati, è la continuazione di ciò che le loro bombe hanno cominciato. Le varie signorie libiche usano l’arma dei migranti da lasciar partire per contendersi i soldi e la legittimazione internazionali. Ciò che ogni potenza riconosce come “governo” è solo la banda di assassini più spietata e più affidabile.

Così come la partecipazione alla guerra è stata spinta all’epoca dal sinistro Napolitano, è uno sbirro del partito democratico come Minniti a pavoneggiarsi oggi di aver ridotti gli sbarchi. L’ENI intanto ha aperto altri nove giacimenti petroliferi nei circa trentamila chilometri quadrati di territorio libico su cui governa.

Altre aziende italiane sono pronte, con armi e bagagli.

Si militarizzano le città in nome del cosidetto “antiterrorismo”, poi si pagano le milizie jihadiste libiche per i propri interessi. Si ciancia di “diritti democratici”, ma l’unico “diritto” che hanno milioni di poveri è quello di crepare. Non si scomoda più la nozione di “razze inferiori”, ma il risultato è lo stesso.

Mentre tanti nostri simili sprofondano nel terrore, attaccare i signori dello sfruttamento e della guerra è il solo modo per non sprofondare nella più disumana indifferenza.

 

Per scaricare il pdf:

Volantone Libia

 

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Egitto – Scioperi della fame e morti nelle carceri egiziane

Sono centinaia i prigionieri delle diverse carceri egiziane che nel mese di ottobre hanno deciso di cominciare lo sciopero della fame a oltranza per denunciare la lunghezza dei tempi della detenzione preventiva e i diversi maltrattamenti di cui sono vittime. Tra questi anche 210 tifosi dello Zamalek (in seguito al rinnovo di un altro mese della loro detenzione) che, dopo aver cominciato la protesta, sono stati picchiati dalle guardie, rasati e minacciati di non essere trasferiti nella sezione non politica del carcere. 

L’arresto preventivo è, di fatto, uno dei tanti mezzi illegali usati dal regime per tenere in carcere a tempo indeterminato e senza fornire prove i/le detenute politiche. C’è chi, come il giornalista Shawkan, è da 4 anni dentro senza processo. 

Dei prigionieri in arresto preventivo scrivono:

Un messaggio dal cimitero dei vivi rivolto a chi ha cuore puro e coscienza e non rivolto al governo o al regime. Un messaggio che viene da un prigioniero che vuole vedere la luce e vuole vivere libero e sicuro.

Quattro ragazzi giovani sono stati arrestati nel quartiere di Dar al-Salam, accusati di appartenere ai Fratelli Musulmani, di aver capeggiato una manifestazione, di aver violato la costituzione e infine di voler rovesciare l’attuale sistema di governo. 

Le prove sono 4 cellulari e qualche volantino con su scritto “Gennaio ci unisce”.  Continua a leggere

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