Torino – Domenica 8 ottobre presidio al CPR di Corso Brunelleschi

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Egitto – È fondamentale la solidarietà per #FreeAlaa! Liberx tutti e tutte!

Da pochi giorni è iniziata una campagna sui social network che chiede la scarcerazione di Alaa Abd el-Fattah, un compagno che sta scontando 5 anni di carcere (al momento sono passati tre anni e mezzo) per un corteo non autorizzato del 26 novembre 2013. All’epoca era stata appena approvata la legge terribile anti-protesta, pensata dai militari per vietare e reprimere ogni sorta di manifestazione pubblica di dissenso.

Quel giorno il collettivo NoMilTrials (No ai processi Militari sui Civili) aveva organizzato un presidio davanti al Parlamento, per chiedere la fine dei processi militari sui civili. La polizia decise di caricare. Moltissime compagne e compagni furono arrestati e messi dentro. Ad alcuni, come Alaa, vennero date delle aggravanti totalmente inventate. Le pene per tutti furono durissime, dai tre ai cinque anni ciascuno.  

Il prossimo 19 ottobre ci sarà l’appello di Alaa per la condanna che lo vede dentro (il prossimo 30 settembre ci sarà, invece, un’altra sentenza per un processo che lo vede accusato di offesa al sistema giudiziario in cui Alaa rischia fino a sei anni in un carcere di massima sicurezza). Continua a leggere

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Egitto – Nuova ondata di repressione contro tutto e tuttx!

In questi ultimi giorni il regime ha dato il via all’ennesima ondata di repressione decidendo di colpire in maniera trasversale tutti e tutte. Sotto dittatura e soprattutto per chi si oppone e resiste non esiste tregua.  

Così, alla fine di un concerto della rock-band libanese Mashrou’ Leila, 7 ragazzi sono stati arrestati con l’accusa “di promuovere devianze sessuali”. Sono stati visti dalle guardie sventolare una bandiera arcobaleno e tanto è bastato per finire in carcere in attesa che vengano ultimate le investigazioni (una procedura che può durare degli anni in Egitto e che permette allo Stato di tenere dentro le persone in maniera del tutto illegale).  

Un tribunale del Cairo aveva condannato l’avvocato Khaled Ali a 3 mesi di carcere o al pagamento di una cauzione di 1000 ghinee con l’accusa di “pubblica indecenza”. L’avvocato in effetti è anche attivista, ex candidato alle elezioni presidenziali del 2012, difensore di tantx compagnx e prigionierx politicx, uno dei principali oppositori alla cessione delle isole di Tiran e Sanafir all’Arabia Saudita. Se confermata in appello tale sentenza impedirà a Khaled Ali di candidarsi, come da lui stesso annunciato, alle elezioni del 2018.   Continua a leggere

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Roma – Sul presidio al CPR di Ponte Galeria del 23 settembre

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Finché non verran giù mura e sbarre

Sabato 23 settembre quasi una trentina di persone è tornata davanti le mura del CPR di Ponte Galeria. Nonostante alcuni saluti estemporanei – e lontani dagli occhi delle guardie – organizzati durante l’estate, mancava ormai da giugno una presenza solidale che provasse a spezzare l’isolamento di quel luogo infame e dimenticato.

Al nostro arrivo abbiamo incrociato diverse mamme con bambinx che uscivano dal cancello del CPR: credendole amiche o parenti delle detenute, qualcuna di noi ha provato ad avvicinarle e parlarci, scoprendo che nessuna di loro aveva idea del luogo di cui era stata ospite per assistere a una partita. Difatti, nel primo pomeriggio, l’associazione I Diritti Civili nel 2000 – Salvabebè/Salvamamme, aveva permesso a queste famiglie di assistere al primo incontro delle Fiamme Oro (squadra di rugby della PS), all’interno di un progetto di contrasto alla povertà estrema finanziato dalla Regione Lazio. Così, nel campo della caserma Stefano Gelsomini, immediatamente alle spalle delle sezioni del CPR, famiglie per la maggior parte immigrate – sotto lo sguardo di Minniti e Gabrielli, ospiti illustri del macabro evento – assistevano ignare e felici mentre a pochi metri da loro scorreva la vita detenuta di molte loro connazionali.

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Manifesto – La guerra è pace

Riceviamo e diffondiamo. Ricordiamo che per scriverci e mandarci contributi l’indirizzo è hurriya[at]autistici.org

Su alcuni muri di Roma sono comparse alcune scritte e un manifesto dal titolo “La guerra è pace” a firma Marco Minniti, Ministro dell’Interno, che provano a rivelare cosa si nasconde dietro il “controllo dei flussi migratori” e gli accordi che l’Italia ha stipulato con la Libia. Dietro ogni discorso ipocrita sull’Italia che accoglie, ogni propaganda terrorizzante su presunte “invasioni” di migranti, ci sono accordi criminali e politiche fatte di morti in mare, respingimenti, arresti, deportazioni e internamento nei lager libici, stupri e torture.

Alcune nemiche e nemici delle frontiere

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Roma – Sabato 23 settembre presidio al CPR di Ponte Galeria

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Siamo alla fine di un’estate che ha visto lo stato, come spesso accade, approfittare delle città quasi vuote per incrementare la sua violenza e applicare i nuovi strumenti repressivi a disposizione (legge minniti-orlando, quindi ordinanze anti-degrado, daspo urbano…).

Dallo sgombero delle abitazioni abitative a Roma e in altre città della penisola, a quello delle tendopoli di chi lavora nelle campagne, alla distruzione di campi rom, ci sembra chiaro l’obiettivo del potere di eliminare ogni forma di autorganizzazione delle persone e al contempo controllarle, obbligandole a trasferirsi in centri accoglienza o in campi militarizzati.

Non è mancata però la forte resistenza di chi con il suo corpo si è oppostx a tali violenze, contro cui ancora oggi molte di queste persone continuano a lottare, per rivendicare la propria libertà e rifiutare soluzioni imposte dall’alto.

Questo scenario che si palesa ogni giorno davanti ai nostri occhi è complementare a quanto succede in mare e sulle coste libiche. Difatti, negli ultimi mesi, dopo gli accordi criminali tra Italia e Libia, il numero di sbarchi di migranti è drasticamente diminuito: per esempio il mese di agosto ha visto un calo dell’85% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Quello che viene propagandato come un successo dal ministero dell’interno, sostenuto da tutto l’apparato di potere italiano e anche europeo, appare in realtà più come uno sterminio di massa. Solo in questa metà del 2017 il regime delle frontiere ha ucciso in mare più di 2000 persone; il destino di quelle che riescono a sopravvivere è invece l’arresto e la deportazione in qualche lager libico, dove sono costrette a vivere in condizioni ostili e pericolose, ammassate in stanze con altre 100 persone, sottoposte a stupri e torture di ogni genere.

Lo Stato si libera così di migliaia di persone compiendo un silenzioso massacro col solo fine di guadagnare gli applausi, la fiducia e i voti di coloro che, ogni giorno, rivolgono la loro frustrazione contro altre persone oppresse, dimenticando o ignorando chi siano i veri nemici da attaccare.

Intanto, lontano dagli occhi e dal clamore mediatico, continua il progetto statale di costruire nuove prigioni per migranti “senza documenti”, o ristrutturare velocemente quelle distrutte dalla rivolte di chi vi era recluso.

Che avvenga sotto casa nostra o lontano migliaia di chilometri, non possiamo girarci dall’altra parte o continuare a essere spettatori passivi della tragedia in atto.

Il silenzio davanti a tutto questo orrore ci rende complici.

Per questo, sabato 23 settembre, torneremo sotto le mura del CPR di Ponte Galeria a portare solidarietà alle donne recluse e gridare ancora una volta il nostro odio verso nuove e vecchie e galere e questa società che ne ha bisogno.

nemiche e nemici delle frontiere

 

 

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Roma – Contro gli accordi Italia-Libia

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Oggi, 9 settembre, un gruppo di nemiche e nemici delle frontiere, ha esposto uno striscione davanti al Ministero della Difesa, sede della Marina Militare, per evidenziare il ruolo dell’Italia nella strage di migranti in atto nel Mediterraneo. Sullo striscione era scritto “Le persone respinte in mare finiscono nei lager in Libia. Stato complice e assassino”.

Lo striscione è stato poi appeso in un altro punto visibile della città. Abbiamo scelto di esplicitare la nostra posizione contro uno dei luoghi simbolo della guerra ai/alle migranti che l’Italia conduce anche in mare: questo per rendere chiaro che non c’è nessuna “Italia accogliente che salva i migranti” ma solo un cinico disegno di sterminio.
Non vogliamo continuare a tacere rendendoci complici di simili nefandezze.

nemiche e nemici delle frontiere

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CPR: tentativo d’incendio a Caltanissetta, evasioni a Brindisi.

Malgrado la cappa di silenzio calata sui CPR, all’interno continua la lotta per conquistarsi la libertà. Alcuni di questi tentativi riescono a rompere l’isolamento che circonda queste strutture e arrivano sulle prime pagine dei giornali.

CPR di Pian del Lago – Caltanissetta (fonte).

“Alcuni immigrati trattenuti nel Cpr, centro per i rimpatri di Pian del Lago hanno dato fuoco a vestiti e biancheria per protestare contro il loro imminente rimpatrio coattivo. A differenza di quanto riportato dall’Ansa la protesta non riguardava i tempi d’attesa (per il riconoscimento dello status di rifugiato politico, ndr.) e dunque non è stata messa in atto da richiedenti asilo ospiti del Cara, come confermato dalla Questura di Caltanissetta.

Il danneggiamento, avvenuto poco prima della mezzanotte di ieri, è stato comunque molto limitato. Due o al massimo tre ospiti della struttura, infatti, hanno provato a dare fuoco ad alcuni materassi senza riuscire nel loro intento poiché a seguito di precedenti episodi del genere avvenuti in passato, tutto il materiale di cui è dotata la struttura è ignifugo, compresi i materassi. Il risultato è stato un muro annerito e nessun altro danno. I luoghi sono stati già ripristinati dallo stesso personale della cooperativa Auxilium che gestisce il centro. Solo fumo e nessun danno a cose e persone.

Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco assieme al personale di servizio e alle forze dell’ordine. La situazione stamattina è tornata alla normalità, ma sono in corso indagini per risalire ai responsabili che si sono dilegauti in altri padiglioni della struttura.

Dal blog Comunella Fastidiosa rilanciamo inoltre la notizia di un riuscito tentativo di evasione.

Evasione dal CPR di Brindisi-Restinco.

Nella notte del 12 agosto scorso quattro immigrati sono evasi dal Cpr di Brindisi Restinco dopo aver praticato un foro nella recinzione.

In fuga verso la libertà, hanno avuto abbastanza tempo per far perdere le proprie tracce in quanto gli addetti alla sorveglianza del centro si sono accorti del fatto solo la mattina dopo.

Dall’ottobre 2015, data in cui il centro di Restinco ha ripreso a funzionare, sono state numerose le testimonianze sulle dure condizioni di vita di chi vi è recluso (cibo scadente, scarsa igiene, minacce da parte dei sorveglianti e degli operatori…). In casi più esasperati, alcuni detenuti sono arrivati a tentativi di autolesionismo e suicidio. Proprio lo scorso 16 agosto, un recluso marocchino ha provato a togliersi la vita per le orribili condizioni quotidiane.

Un anno fa un incendio, in seguito a una forte protesta, rese inagibile per un po’ di mesi alcune sezioni del Cpr (allora denominato Cie), rendendo meno efficace la capacità dello Stato di recludere e deportare.

Ora la riconquista della libertà con la fuga di alcuni irriducibili.

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San Ferdinando: il #FACCIAMOLIENTRARE a ogni costo della sinistra italiana

Quanto avvenuto nei giorni scorsi a San Ferdinando, durante l’apertura della nuova tendopoli-prigione in vista della distruzione della tendopoli precedente, non deve passare sotto silenzio. Ancora una volta, e in maniera emblematica, si è vista all’opera quella sinistra italiana, fatta da partiti, sindacati, collettivi, centri sociali, associazioni, ONG, che rappresenta il volto umanitario del controllo e della gestione statale delle persone migranti. Una sinistra nemica di ogni forma di autorganizzazione, parassitaria e delatrice rispetto alle lotte che si autodeterminano, colonialista nell’approccio con le persone di altri paesi. È la sinistra statalista e legalitaria che si fa sponsor della “buona” accoglienza, che ritiene normale e umano costringere le persone a vivere in campi, centri, tendopoli, smistandole come pacchi per distribuirle sul territorio, ovviamente sempre senza che le persone gestite e controllate abbiano la benché minima voce su come voler vivere la propria vita. Nonostante siano circolati comunicati, “reportage” e commenti sul web che esemplificano pienamente l’atteggiamento che abbiamo riassunto qui sopra, dobbiamo includere fra queste sinistre organizzazioni anche quelle che hanno “gridato” pubblicamente contro lo sgombero pur essendo implicate da qualche tempo nella pianificazione di tale operazione con le forze istituzionali. Con questa sinistra bisogna rompere una volta per sempre, se davvero si vuole lottare per la libertà e l’autodeterminazione di tutti e tutte, ma sappiamo che solo il rafforzarsi delle lotte potrà scalzare questi finti e pericolossimi “alleati”.

La vecchia tendopoli nella zona industriale di San Ferdinando (la seconda di tre costruite in 6 anni dallo Stato) è un luogo di sopravvivenza, ben lontano dalle rivendicazioni abitative di chi lavora e lotta nella Piana di Gioia Tauro.
Un ghetto dove la situazione igienica e sanitaria è stata aggravata dal taglio della corrente elettrica, dalla disponibilità idrica a intermittenza, da enormi ammassi di rifiuti che il governo locale rimuove solo in vista di delegazioni istituzionali. Un luogo dove si è costretti a vivere data la continua negazione di documenti per un regolare soggiorno e di contratti di lavoro.
La nuova tendopoli-prigione, a detta di chi vive e lavora nella Piana da decenni, non tarderà a replicare queste condizioni estreme di vita IN TENDA e rappresenta unicamente uno strumento di coercizione ulteriore, date le norme che la regolano.

A San Ferdinando, in un momento difficilissimo, dopo mesi di controlli quotidiani di polizia, un incendio che aveva distrutto un terzo del campo, le persone della tendopoli attraverso continui dialoghi, confronti, assemblee, e le relazioni personali di fiducia sviluppatesi durante anni di lotte, cortei, blocchi stradali, erano riuscite a costruire un punto di vista comune di rifiuto del nuovo campo di stato, basato in primo luogo sulla solidarietà reciproca.
Solidarietà tra chi aveva o meno i documenti, opponendosi a questa artificiale distinzione tra esseri umani, prodotta dal potere, che avrebbe condotto i primi nel nuovo campo prigione, gli altri nei capannoni o dispersi chissà dove, esposti al rischio della reclusione nei CPR e alla deportazione. Solidarietà economica tra chi ha un minimo di disponibilità di soldi e chi no, che permetteva nella tendopoli una condivisione spontanea del cibo, e che sarebbe stata impossibile nella nuova tendopoli con una mensa a pagamento. Solidarietà tra chi era presente nella tendopoli in quel momento, e poteva permettersi di decidere sul trasferimento o meno, e chi invece, molti di più, era altrove per lavoro e che, se i primi avessero accettato il trasferimento, avrebbero trovato al loro rientro la vecchia tendopoli distrutta e nessun punto di riferimento. Solidarietà tra gli abitanti della tendopoli e chi, rispondendo al loro appello, si era posto al loro fianco per resistere insieme.

In secondo luogo, la scelta dell’autodeterminazione e dell’autonomia, il desiderio di prendere in mano la propria vita e non farsela gestire da altri.

In terzo luogo, la volontà di resistere, di non piegare la testa, di organizzarsi per decidere, far sentire la propria voce e agire insieme, cambiare e ottenere le cose attraverso la lotta.

Associazioni, collettivi e sindacati hanno diffuso e alimentato invece tra gli/le abitanti della tendopoli la paura, la divisione, il si salvi chi può, il pensare prima a se stessi, la desolidarizzazione, la rassegnazione, la sfiducia, la delega, la subalternità.

Qui potete ascoltare due voci dalla tendopoli di San Ferdinando andate in onda sulle frequenza di Radio Onda Rossa, dove due abitanti che hanno scelto di resistere alla deportazione restando nella vecchia tendopoli raccontano le ragioni della lotta e le proteste in corso nel nuovo campo-prigione.
Qui potete leggere gli aggiornamenti in data odierna, dalla pagina del Comitato lavoratori e lavoratrici delle campagne, sulla costante pressione che sta riguardando le persone che resistono nella vecchia tendopoli e la situazione nel nuovo campo di stato.

Vi lasciamo alla lettura di una sequenza di estratti tra articoli, comunicati e dichiarazioni, così che ognunx possa farsi un’idea dell’apparato messo in campo, come raccontato da chi abita nella vecchia tendopoli, per accompagnare e plaudere all’operazione di sgombero che, a distanza di 10 giorni, è tuttora in corso grazie alle resistenze.
È purtroppo constatabile l’assonanza tra le dichiarazioni di sedicenti solidali, giornaliste embedded travestite da Lara Croft e quelle di Prefetto e Questore.

Rassegna stampa delle infamità (i commenti in corsivo sono nostri) Continua a leggere

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Bardonecchia – 27/8 La polizia terrorizza e uccide: presidio in solidarietà a due ragazzi feriti

fonte: Macerie

Vi segnaliamo un appuntamento per questa domenica a cui ci sembra importante partecipare. Alle ore 16, alla stazione di Bardonecchia, un presidio in solidarietà a due ragazzi finiti all’ospedale dopo aver incontrato sulla propria strada l’arrogante agire della polizia.

Qui il volantino per il presidio.

La polizia terrorizza e uccide: non possiamo stare a guardare

Venerdì notte due ragazzi che tentavano di passare la frontiera tra Francia e Italia attraverso il Colle della Scala sono stati inseguiti dalla polizia fino a cadere in un dirupo. Ora si trovano all’ospedale, uno dei due in gravi condizioni.

Da un po’ di mesi a questa parte sono in molti che provano ad attraversare le Alpi dopo che la via di Ventimiglia è diventata impraticabile a causa della militarizzazione della zona, dei controlli capillari e dei respingimenti forzati. Lo stato francese in collaborazione con quello italiano si sta muovendo per intervenire anche nelle valli piemontesi con presidi delle forze di polizia sulle strade che portano fuori d’Italia e controllando i sentieri sulle montagne. Da Bardonecchia, chi vuole passare il confine tenta attraverso il tunnel ferroviario del Frejus rischiando di finire sotto un treno o nelle mani dell’esercito francese che, da poco, ne presidia l’uscita. Chi invece prova a piedi spesso incappa nei check point sui monti.

A Bardonecchia da mesi la presenza di migranti alla stazione e per le vie della città è diventata costante e sotto gli occhi di tutti. Addirittura, da febbraio, la stazione è stata chiusa di notte per impedire che le persone vi si accampassero per dormire. Quello che invece spesso non si nota è l’atteggiamento della polizia nei loro confronti, arrogante, violento e intimidatorio.
Niente di strano; dalla Libia a Calais, da Roma a Bardonecchia la polizia controlla, insegue, picchia, tortura e uccide chi trapassa frontiere e attraversa territori senza un visto regolare. La violenza della polizia non può essere tollerata.

Troviamoci alla stazione di Bardonecchia domenica 27 alle ore 16 per un presidio in solidarietà ai due ragazzi feriti e contro la polizia.

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