Roma – Imbrattata auto Engie

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Mentre si avvicina la chiusura del bando per la ricostruzione della sezione maschile del CIE/CPR di Ponte Galeria a Roma, qualcuno/a che ha in odio carceri e centri di detenzione per migranti ha pensato bene di ricordare a Engie la sua complicità nelle deportazioni.
Ricordiamo che Engie è un colosso mondiale nella produzione e distribuzione dell’ energia di cui fa parte Gepsa, multinazionale francese che fa profitti gestendo carceri private e CIE in Francia, sfruttando il lavoro dei detenuti e costruendo nuovi penitenziari. In Italia, Gepsa gestisce il CIE di Torino e Roma, oltre al CARA di Milano, rendendosi nei fatti complice delle espulsioni di migliaia di persone ogni anno.

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Segregazione e sgomberi: la spirale senza fine del sistema dei campi

Un silenzio angosciante ha accompagnato l’assedio, lo sgombero e l’uccisione di due persone nell’operazione di deportazione interna che lo Stato ha attuato nella provincia di Foggia ai primi di marzo.

Il silenzio è il nostro, è quello delle mancate azioni. Questa spietata operazione militare vuole ripetersi nei restanti ghetti della provincia, così come per la tendopoli di San Ferdinando in Calabria: a dimostrarcelo non sono solo le parole del neo-ministro sanguinario Minniti, ma quanto sta avvenendo in diversi accampamenti informali lungo la penisola, passando da Foggia a Caltanissetta.

Le condizioni “indecorose” di vita nei campi improvvisati, dove sopravvivono le persone deliberatamente emarginate dalle leggi sull’immigrazione, sarebbero il pretesto per attaccare questi luoghi e trarre maggior profitto, oltre che dallo sfruttamento quotidiano, anche dalla gestione di migliaia di vite.

Guardando alle conseguenze dello sgombero del Gran Ghetto di Rignano, l’installazione di due “campi di lavoro” di Stato, dove gli ingressi vengono sorvegliati dalla polizia e regolati da un orario legato alla produzione e dove la distribuzione dei pasti viene appaltata a una ditta esterna, ha comportato l’inclusione temporanea per alcuni, l’esclusione per altri/e che sono stati/e costretti a vivere per strada, in condizioni peggiori rispetto a quelle del campo distrutto dalle autorità.

In questi giorni abbiamo letto molte considerazioni riguardo questa tragedia: dal tastierismo militante alla CGIL passando per le associazioni umanitarie come Emergency e MEDU; tutti sembrano concordare sulla necessità di radere al suolo i ghetti e le tendopoli poiché bacino per i caporali che approfittano di persone costrette a vivere in condizioni estreme.

Ci chiediamo quindi se lo sgombero del Gran Ghetto abbia ripristinato la conclamata legalità, se dunque ora nei due nuovi campi l’intermediazione attraverso i caporali sia scomparsa perché le aziende agricole applicano i contratti e sono attivi servizi di trasporto per i luoghi di lavoro; se la vita delle persone sia migliorata dopo la distruzione del ghetto, portato avanti, a causa della resistenza dei suoi abitanti, per ben 4 giorni ed eseguito a ogni costo, compreso quello di due persone bruciate vive.

La risposta alla domanda retorica è ovviamente negativa: per chi abita nei due campi poco è cambiato ma varie centinaia di migliaia di euro, che non potevano venir stanziati per case, trasporti e assistenza sanitaria, ora affluiscono nelle tasche di chi costruisce e gestisce i nuovi ghetti di Stato.

Basta poi guardare a chi firma i protocolli per collaborare nella gestione dei nuovi campi per capire chi guadagnerà dagli sgomberi.

Lo stesso tipo di operazione avvenuta a Rignano è ora programmata nella grande tendopoli di San Ferdinando, dove vivono 2000 persone. Per due giorni la polizia ha circondato il campo, non permettendo a nessuno di uscire, eseguendo perquisizioni a tappeto tenda per tenda, controllando i documenti, portando persone in questura e arrestando una donna. Intorno al ghetto la presenza di forze dell’ordine è quotidiana, le identificazioni di migranti e solidali sono diventate la norma. Dopo il taglio della corrente elettrica a gennaio, negli ultimi giorni sono state chiuse le piccole botteghe dove era possibile comprare dei beni di prima necessità, dal cibo ai prodotti per l’igiene. Le autorità mostrano il pugno di ferro rendendo le condizioni di vita ancora più difficili, cercando così di costringere le persone ad allontanarsi “spontaneamente”. Nel frattempo nelle vicinanze si costruisce il nuovo campo: un’area delimitata da una recinzione dove portare solo 300/500 persone munite di documenti.

Chi vive nelle grandi città ha già conosciuto le campagne repressive che precedono gli sgomberi di interi edifici da svuotare e demolire per riportare “decoro e legalità” in un quartiere, quando palazzine o intere popolazioni di quartieri periferici vengono per mesi descritte da politici e media come “covi per criminali o clandestini” e “gestiti dal racket e dalla malavita”. Palazzine o intere colate di cemento chiamate periferie, che non sono certo la “vita desiderata” da tanti ma che hanno conosciuto la resistenza delle persone che vi abitano perché lo sgombero significava l’espulsione dalla città, la recisione di tutte le relazioni e le abitudini costruite nel tempo o la vita appesa all’ospitalità temporanea in un residence.

Quelle in provincia di Foggia e altrove sono lunghe operazioni militari che dobbiamo osteggiare; non iniziano e non finiscono lì e le due persone uccise, Mamadou e Nouhou, gridano vendetta.

Una vendetta che forse sarebbe iniziata prima se fossero stati due abitanti italiani di un qualsiasi ghetto metropolitano ad aver perso la vita.

Le grida invece, quelle delle stesse persone in lotta contro lo sfruttamento e la segregazione, per conquistare documenti, casa e contratti per tutti e tutte, sono quelle che dobbiamo sostenere perché nessuno sgombero ha mai garantito a nessuno/a la vita desiderata.

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Firenze – 22 marzo. Fuoco ai CIE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Firenze, 22 marzo, ore 19:00 in Piazza Torquato Tasso discussione aperta sulla gestione dei migranti in Italia e la lotta contro il Centro di Identificazione ed Espulsione di Torino.

L’incontro ha la finalità di offrire una panoramica sul sistema di accoglienza dei migranti in Italia: CPA, Hotspot, CIE, CARA e Sprar, responsabilità e ruoli nel percorso dei migranti, cambiamenti in programma e conseguenze a cui porteranno . Si porrà particolare attenzione al punto di vista del migrante attraverso la condivisione di alcune lettere provenienti dal CIE.
Il migrante come merce, quali aziende e marchi traggonno vantaggio economico dal sistema di accoglienza e qual’è la relazione tra le struttutre di accoglienza e il lavoro sfruttato dei migranti.
Parte dell’incontro verterà sull’esperienza decennale di lotta al CIE di Torino, storia della lotta, ritmi e possibilità.

A seguire apericena, musichetta e birrette in loco!

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Roma – Sabato 18 marzo presidio al CIE/CPR di Ponte Galeria

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Egitto – Gli accordi con la Germania sui flussi migratori e il conflitto nel nord del Sinai

Nel giorno in cui Mubarak, i suoi figli e tutto il suo entourage vengono scagionati dall’accusa di aver ucciso più di 800 persone durante la rivoluzione del 2011, la cancelliera Merkel è al Cairo per rafforzare i rapporti tra Germania e la dittatura – si legge sulla stampa- “in materia di immigrazione illegale e lotta al terrorismo”. Sorvolando sul mega accordo per costruzione di 3 centrali elettriche da parte dell’azienda tedesca Siemens, la cancelliera ha offerto al regime 250 milioni di dollari in “supporto al coraggioso piano di riforme”. L’Egitto! … un paese in cui il centro Nadeem – appena chiuso dalle forze di polizia – ha documentato nel solo mese di febbraio 107 assassini di stato, 110 sparizioni forzate, 24 casi di torture in detenzione.
Per quanto concerne il tema “emigrazione”, sembra saltato (per ora) il piano per l’allestimento di campi di detenzione in Egitto, ma resta la collaborazione con la dittatura sotto forma di aiuto (fornitura mezzi e logistica) a lavoro di controllo e repressione dei flussi migratori. Stessa cosa per ciò che concerne la lotta al terrorismo.

A questo proposito è particolarmente interessante notare come la cancelliera non abbia nemmeno accennato alla guerra che da più di due anni si sta combattendo nel Nord Sinai tra le forze governative e le milizie affiliate allo Stato islamico. Una guerra dimenticata, con centinaia di vittime civili, che lo Stato sta perdendo e che vede l’Egitto collaborare anche con Israele non solo contro ISIS ma anche nella costruzione di una zona cuscinetto di 10 km lungo il confine con Gaza. Il che ha comportato lo spostamento forzato di intere famiglie e l’allagamento e distruzione dei tunnel sotterranei, unica fonte di sostentamento per la popolazione assediata di Gaza.

Ora il conflitto si è spostato anche nel centro del Sinai, dove l’esercito non smette di reprimere e uccidere. Giorni fa il parlamento ha esteso lo stato di emergenza e il coprifuoco nell’area di al-Arish per ulteriori tre mesi. E’ in vigore dall’ottobre del 2014.

La settimana scorsa, invece, una settantina di famiglie copte sono state sgomberate da al-Arish e trasferite a Ismailiya. Chi si è recato sul posto, racconta del terrore che le persone vivevano quotidianamente. Le milizie islamiche sistematicamente procedevano con esecuzioni nei confronti dei copti, davanti alle famiglie stesse.
La situazione è fuori controllo, lo Stato non è in grado di arginare la situazione, queste le parole di alcune persone che per terrore, non dicono i propri nomi e ora si trovano confinati al limite di Ismaliya. Sradicati dalle loro case, hanno perso tutto. Molti raccontano che se non fosse stato per la complicità e la solidarietà data dai vicini di casa musulmani, non ce l’avrebbero fatta. La rabbia è tanta, ma la loro situazione li rende ricattabili.

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Roma – Occupazione della sede della Regione Puglia in solidarietà di chi lotta nei ghetti in provincia di Foggia

In queste ore è in corso a Roma l’occupazione simbolica della sede della Regione Puglia, in solidarietà e sostegno alle lotte dei/delle bracciant* e di tutte le persone che vivono nei ghetti in tutta Italia, prigioniere dei CIE e delle leggi sull’immigrazione.

Di seguito il comunicato di Campagne in Lotta.

Ghetto di Rignano: nessun* è sol* davanti la violenza dello Stato.

Dal 28 febbraio, quattro giorni di assedio delle forze dell’ordine hanno coinvolto i 700 abitanti del Ghetto di Rignano in una maxioperazione di sgombero. Nonostante i tentativi di deportazione forzata, e le false promesse di documenti e lavoro a chi avesse abbandonato volontariamente il Ghetto, le persone lì presenti non hanno accettato di lasciare le loro case senza una reale alternativa immediata e praticabile. 



Durante quei giorni di resistenza, un corteo ha raggiunto Foggia per ribadire ciò per cui nei ghetti della provincia si lotta da anni: documenti, casa e contratti di lavoro. 
La Prefettura, obbiettivo dei e delle manifestanti, ha risposto alzando l’ennesimo muro, promettendo la demolizione totale del Gran Ghetto con l’intervento militare: la notte del 3 marzo, durante le operazioni di sgombero muoiono due persone, Mamadu Konate e Nouhou Dumbia, bruciate vive mentre dormivano. Continua a leggere

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Roma – 4 marzo Presidio in Solidarietà con chi resiste nel Gran Ghetto (Fg)

Riceviamo e diffondiamo dalla Rete Campagne in Lotta

Lo stato deporta, sgombera e uccide.
La lotta delle persone immigrate in provincia di Foggia è la lotta di ognuno di noi.
Al fianco di chi resiste nel Gran ghetto di Rignano
Sabato 4 marzo, ore 11
Presidio davanti al ministero dell’Interno
piazzale Esquilino – Metro Cavour o Termini.

Evento fb

 

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Gran Ghetto di Rignano: lo Stato sgombera, deporta e uccide

Aggiornamenti dallo sgombero del Gran Ghetto di Rignano a Foggia. Ieri centinaia di abitanti del ghetto, rimasti senza un riparo, si sono mossi in corteo fino alla Prefettura di Foggia per protestare contro lo sgombero e le deportazioni. Nella notte, nel campo circondato e bloccato da polizia, carabinieri e vigili del fuoco, un incendio ha provocato la morte di due persone: Mamadou Konate e Nouhou Doumbia, di 33 e 36 anni. Centinaia di baracche sono state distrutte dal fuoco. Di seguito pubblichiamo il comunicato della rete Campagne in Lotta e una corrispondenza di Radio Onda Rossa con un compagno della rete.

Sgombero al Gran Ghetto di Rignano: Dopo il corteo, i morti di stato

Questa notte un nuovo gravissimo episodio è accaduto al Ghetto di Rignano. Due persone sono morte in un incendio. Dalla notte del 28 Febbraio è in atto una maxioperazione di sgombero che sta coinvolgendo più di 700 persone. Dopo la prima giornata, in cui 100 persone sono state deportate in due strutture site nel territorio del comune di San Severo, la polizia ha avuto difficoltà a procedere con lo sgombero. Nonostante i tentativi di deportazione forzata, e le false promesse di documenti e lavoro a chi avesse lasciato volontariamente il Ghetto, i lavoratori e le lavoratrici lì presenti non hanno accettato di lasciare le loro case senza una reale alternativa immediata e praticabile. Intanto perché i posti disponibili nelle due strutture non sono sufficienti per tutte e tutti, e poi perché senza un sistema di trasporto da e per i luoghi di lavoro abbandonare il ghetto significa perdere qualsiasi possibilità di sostentamento, per quanto misera. Per non parlare della condizione delle donne, che hanno ancora meno opportunità di reddito al di fuori del sistema dei ghetti. Ma a tutti coloro che sono rimasti è stato impedito di accedere alle loro case, anche solo per recuperare gli effetti personali, ed hanno passato notti all’addiaccio. Per questo nella giornata di ieri, 2 marzo, si è mosso un corteo spontaneo che dal Ghetto ha raggiunto la Prefettura al centro di Foggia. I manifestanti hanno ottenuto che una delegazione fosse ricevuta dai rappresentanti del governo e della polizia, ma l’esito dell’incontro è stato negativo, e la Prefettura ha confermato la volontà di procedere allo sgombero. Stanotte ci sono state nuove tensioni, fino ad arrivare allo scoppio di alcuni incendi. In uno di questi sono morte carbonizzate due persone, ancora da identificare. Continua a leggere

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Belgio – Morte in cella nel centro di detenzione di Vottem

Fonte: Getting the voice out

Comunicato del CRACPE (Collectif de Résistance Aux Centres Pour Etrangers) del 2 marzo 2017

Un uomo dell’Azerbaijan, detenuto nel centro di Vottem, è stato trovato morto questa mattina. Secondo le informazioni disponibili, era arrivato a Vottem tre giorni fa da un altro centro di detenzione. Due giorni fa aveva cercato di automutilarsi perché non poteva sopportare la sua reclusione. La reazione a questa situazione di sofferenza, sebbene fosse ferito, è stata di rinchiuderlo in isolamento, dove stamattina è stato ritrovato morto.

Cos’è successo in quella cella? Lo ignoriamo. Le accuse sono lì. Quello che sappiamo è che la cella di confinamento è come una prigione dentro la prigione, isolamento completo, trattamento inumano. Si può impedire la chiamata d’assistenza, non importa il motivo, per essere ascoltatx e presx in considerazione.

Vogliamo ricordare cosa sono i centri di detenzione per stranierx: macchine per la deportazione. Per portare a termine queste deportazioni, la resistenza dei e delle detenutx deve essere spezzata attraverso prigionia, torture psicologiche e, se ciò non bastasse, i carcerieri non esitano a ricorrere alla segregazione. Quest’ultima a volte viene prolungata per settimane, in una sezione che chiamano “speciale”, lì al centro di detenzione per stranierx di Vottem. In più occasioni abbiamo denunciato l’isolamento di chi si ribellava: chi semplicamente rifiutava una detenzione illegale, ma anche chi in realtà avrebbe bisogno di monitoraggio medico o psicologico invece di essere trattato in quel modo.

Questi sono i risultati concreti delle politiche di Theo Francken che consistono nella chiusura delle fontiere e nella deportazione di 1000 persone in più ogni anno mentre aumentano le detenzioni. A breve toccherà anche ai bambini essere rinchiusi nei centri e subire maltrattamenti!

Il CRACPE sarà presente questo sabato, come ogni settimana, fuori dal centro di detenzione di Vottem alle 16 e chiamerà un grande presidio per denunciare l’inaccettabile.

Le parole di chi è detenutx nel centro Vottem:

“Bisogna fare qualcosa per le vostre politiche di merda”

“un uomo ha perso la vita a causa delle vostre politiche di merda”

“non siamo animali”

“continueranno a uccidere così?”

“Quando farete qualcosa voi belgi? Quanti morti ci vorranno?”

“Qui stamattina le guardie hanno messo la musica cercando di distrarci. Non hanno rispetto per niente, nemmeno per i morti”

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Foggia – Polizia e deportazioni dal “Gran Ghetto” di Rignano

Dall’alba di oggi 1° marzo più di 200 uomini tra polizia, carabinieri, guardia di finanza e vigili del fuoco sono impegnati in un’operazione di polizia nel cosiddetto “Gran Ghetto” di Rignano, in provincia di Foggia, dove vivono attualmente all’incirca 800 persone. I contorni dell’operazione sono ancora poco chiari, in attesa di aggiornamenti dalle persone sul posto, pubblichiamo un articolo di Campagne in Lotta su quanto sta accadendo negli ultimi giorni nella zona.

Ennesime operazioni di propaganda sulle spalle degli abitanti del Gran Ghetto.

Ancora una volta la Regione Puglia prova a scrollarsi di dosso l’onta dell’illegalità e del degrado del famoso gran ghetto – come se tra l’altro fosse l’unico da quelle parti – deportando o provando a deportare gruppi di persone inconsapevoli, da un luogo all’altro della provincia.

Ebbene sì, è stata proprio questa la strategia messa in atto dai funzionari della regione e dalle forze dell’ordine. Tutto è cominciato il 23 febbraio, martedì sera, quando le persone che vivevano a Casa Sankara – spazio di proprietà della regione – senza ricevere alcuna informazione sul dove e il perché sono state deportate in un altro spazio della regione, l’Arena, alla periferia di San Severo.

La mattina successiva la stessa compagine incaricata della prima deportazione si reca al gran ghetto, invitando le persone ad andare a vivere a Casa Sankara, adesso vuota. Ovviamente nessuna delle persone che vivono lì è voluta salire sulle vetture della polizia e dei carabinieri, per andare in un luogo sconosciuto, isolato e lontano dalla rete di contatti che almeno garantiscono qualche giornata lavorativa. Continua a leggere

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