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Aggiornamento: La deportazione di Olga è stata bloccata, nonostante lei sia attualmente ancora reclusa nel CIE di Ponte Galeria. Dopo aver raccontato e condiviso la sua storia, una rete solidale si è mobilitata al fianco di questa donna sostenendo il suo percorso di uscita dalla violenza, che dovrebbe portare anche alla sua liberazione. Ma tutto questo non basta a Olga per placare la sua rabbia dovuta alla detenzione, che considera ingiusta e assurda, e alle condizioni in cui lei e le altre recluse sono costrette a vivere all’interno di quelle mura.
Continuiamo a ribadire la necessità della lotta contro i lager di stato e l’importanza di mantenere relazioni con le detenute, per conoscere dalle loro voci le loro storie e resistenze che da sole o tutte insieme portano avanti per opporsi a reclusione e deportazioni, contro ogni narrazione vittimizzante da parte di giornalistx o di chi gestisce e lavora nei CIE.
nemiche e nemici delle frontiere, 27.02.2017
Retate nelle strade, stupri, soprusi e continue violenze nei centri di detenzione: questa è la quotidianità che lo stato offre alle donne migranti. Uno stato fascista e razzista fondato su machismo e cultura dello stupro; al di là dei propagandati progetti della polizia in difesa delle donne contro la violenza di genere, questo è uno stato che dice di proteggerti e nella realtà, al contrario, si trasforma in un ulteriore pericolo per la tua libertà e la tua vita.
Questo è ciò che è successo a Olga (nome di fantasia), una delle tante donne che spesso trovano il coraggio di liberarsi dalle loro relazioni violente. Olga è una donna ucraina che, nel momento in cui si è rivolta alle forze dell’ordine per denunciare le violenze agite da quello che era il suo compagno, è stata rinchiusa nel Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, da dove la deporteranno a breve, perché la sua condizione di “irregolare” ha prevalso sulla sua richiesta di aiuto. Non si tratta di un caso isolato: ogni giorno le migranti devono vivere sulla propria pelle gli effetti di questo stato che le umilia, le sfrutta, le criminalizza e imprigiona per perpetuare poi le stesse violenze all’interno delle mura infami di un CIE.
Ogni giorno le donne migranti portano avanti le loro resistenze a questo sistema razzista fatto di confini e galere.
Non chiediamo allo stato di difenderci dalla violenza che esso stesso produce e di cui si nutre.
Quello che vogliamo è continuare a sostenere le lotte di chi a tutta questa brutalità si ribella, di chi resiste nei CIE, di chi si oppone alle deportazioni.
Quello che vogliamo è la libertà per tutte le donne recluse.
nemiche e nemici delle frontiere
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