Foggia – Rivolta nel CARA di Borgo Mezzanone. Si scrive “accoglienza”, si legge “controllo e sfruttamento”

CARA-27-ottobreGiovedi 27 ottobre, ancora una volta, i richiedenti asilo del C.A.R.A. (Centro Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Borgo Mezzanone, paese a 15 km da Foggia, sono scesi in strada per esprimere la loro rabbia contro le invivibili condizioni del centro e il sempre maggior numero di dinieghi alle domande d’asilo.
Nella mattinata alcune centinaia di persone, secondo quanto scritto dai media, hanno danneggiato mezzi della polizia e parti delle strutture, accendendo dei fuochi all’ingresso del centro e costringendo gli operatori ad allontanarsi. Al solito in breve tempo è scattato l’intervento massiccio di Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, reparti antisommossa.

La rete “Campagne in Lotta” ha riportato le rivendicazioni alla base della protesta:
“- riconoscimento della protezione internazionale a fronte di una percentuale di dinieghi sempre crescente, che condanna le persone allo sfruttamento selvaggio e alla miseria;
– possibilità di cucinare loro stessi i pasti, vista la qualità pessima del cibo che ricevono;
– erogazione del pocket money a cui hanno diritto, e non di carte telefoniche come avviene al momento, peraltro di valore inferiore a quello che gli spetta;
– garanzia di trasporto gratuito per recarsi a Foggia, come previsto dalla legge: al momento, ci sono soltanto quattro corse giornaliere per un solo autobus, per quasi duemila persone;
– riscaldamento nei moduli abitativi, visto l’arrivo del freddo e le conseguenze sulla salute dei residenti.” Continua a leggere

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Calais – La violenza razzista di uno “sgombero umanitario”. Lottiamo contro rastrellamenti e detenzioni

Traduciamo e diffondiamo dal blog Calais Migrant Solidarity un resoconto sullo sgombero del campo di Calais e un appello a mobilitarsi contro rastrellamenti e detenzioni.

parigiOggi a Parigi un imponente dispositivo di polizia ha sgomberato i migranti accampati nella zona della metro Stalingrado, e molte delle persone fermate e portate in commissariato provengono proprio dalla jungle di Calais. Alle 15 è previsto un corteo che partirà da piazza della Repubblica e arriverà davanti al CRA di Plaisir, per la chiusura degli hotspot e e dei centri di detenzione europei, e una manifestazione è stata convocata per domani 29 ottobre a Marsiglia. Nei giorni scorsi manifestazioni e presidi contro lo sgombero e in solidarietà con le persone della jungle erano state organizzate in molte città francesi ( Parigi, Marsiglia, Rennes, Grenoble, Tolosa, Nantes, Brest etc.) e in alcune altre città europee. In alcune città cortei selvaggi hanno bloccato vie di comunicazione e mezzi di trasporto, contrastati dalla repressione statale. In Francia come in Italia, la frontiera si è estesa ovunque e ovunque siamo chiamati a combatterla: nelle strade e nei quartieri delle città così come nei centri di detenzione e in quelli di gestione delle persone migranti.

Aggiornamenti sullo sgombero di Calais

Lunedì 24 ottobre è iniziato lo sgombero della jungle di Calais a opera dell’impresa Sogea (che fa parte del Gruppo Vinci). Mentre il grande spettacolo umanitario della distruzione veniva venduto con le immagini delle persone che hanno lasciato “volontariamente” il campo, molte di quelle che si sono rifiutate di lasciare Calais hanno dovuto subire controlli, arresti e trasferimenti nei centri di detenzione per migranti. Secondo le notizie circolate ieri, almeno 90 persone, sudanesi, afgane, eritree e siriane, sono state condotte nei centri di detenzione (CRA). Secondo un’informazione trapelata dal governo, anche la promessa di non essere deportat* in cambio delle impronte digitali si è rivelata una menzogna.

donneCalaisPer due giorni ci sono state grandi proteste e cortei spontanei delle donne del campo, che chiedevano di essere trasferite in modo sicuro nel Regno Unito, ed un eguale trattamento per minori ed adulti. Qualche bus ha dovuto far rientro a Calais dopo che i fascisti hanno dato fuoco ad alcuni centri accoglienza (CAOs) dove pensavano sarebbero state trasferite le persone migranti. Molte persone migranti salite sui bus, in contraddizione con quanto affermato dal governo, dichiarano di non aver potuto scegliere la destinazione verso cui essere trasferite. Continua a leggere

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Egitto – Nuova legge del regime militare contro l’immigrazione illegale. Ennesimo inganno sulla pelle dei migranti.

Riceviamo e pubblichiamo.

egittoÈ passato un mese da quando un barcone di migrati è affondato 12 km a largo delle coste egiziane. Le cifre ufficiali parlano di 162 sopravvissuti (119 egiziani, 26 sudanesi, 13 eritrei, 2 somali, un siriano e un etiope) e 204 corpi ripescati senza vita (92 egiziani, 20 migranti dal Corno d’Africa, il resto resteranno sconosciuti).
Dei passeggeri del barcone, molti erano minori egiziani non accompagnati. Un fenomeno sempre più diffuso dal momento che gli accordi bilaterali tra Italia e Egitto, già dal 2007, non prevedono il loro rimpatrio, almeno fino alla maggiore età. Così degli 8354 minori non accompagnati giunti in Italia nel 2016, 2666 sono di origine egiziana.
Un mese in cui il parlamento egiziano ha varato una nuova legge contro l’immigrazione illegale. Sebbene i contenuti siano ancora da verificare nei dettagli, la nuova legge impone il carcere (anche a vita) e sanzioni pecuniarie (tra 50000 e 20000 EGP) per chi è implicato nel contrabbando di potenziali migranti. Son previste anche pene detentive per coloro che forniscono riparo ai migranti, collaborano nella loro raccolta, al trasporto o in qualsiasi altro modo ne faciliti il viaggio. Allo stesso tempo la legge sembra fornisca disposizioni per tutelare i diritti dei migranti al trattamento umanitario, l’accesso ai servizi umanitari e sanitari, con una particolare attenzione alle donne e ai bambini. Questo almeno quanto riportano le agenzie di stampa.
Al di là delle belle parole la realtà dei fatti è invece molto differente e dura. La tragedia del barcone di Rashid ha messo in evidenza come le autorità egiziane per volontà e/o incapacità abbiano ritardato le operazioni di soccorso, di fatto svolte dai soli pescatori della zona. Gli accordi di esternalizzazione del controllo delle coste con l’UE e singoli stati, tra cui l’Italia, si concentrano sull’attività di respingimento e blocco dell’emigrazione. L’Egitto non possiede, anche per una precisa volontà del regime che traspare bene dalle parole di condanna per le vittime del naufragio, la capacità di ricercare o recuperare i migranti dispersi in mare.
Quanto alla tutela dei migranti di cui parlerebbe la nuova legge è difficile credere che metterà fine al reato di immigrazione clandestina per i migranti di origine egiziana – che significa fermo amministrativo o detenzione – o alla deportazione forzata dei migranti di altre nazionalità, anche verso paesi terzi non sicuri quali il Sudan, l’Etiopia e la Somalia. Infatti, il 14 settembre, 59 sudanesi e un numero incerto di migranti, fermati durante il cammino verso la Libia, sono stati accusati di immigrazione clandestina. Non solo. Essi verranno processati da tribunali militari, poiché trovati senza permesso in un’area militare.
È evidente che la nuova legge contro l’immigrazione illegale sia solo una formale operazione di facciata del regime egiziano intento a presentarsi come “paese sicuro per i rifugiati” al fine di raggiungere un accordo con l’UE, sul modello turco. Il che significherebbe l’arrivo di miliardi di euro nelle casse disastrate di uno stato orami sull’orlo della banca rotta e in piena crisi alimentare.

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Roma – 10 novembre @ BAM – Metamorfosi: sulla trasformazione della città e la morte sociale

Riceviamo e pubblichiamo la locandina di un’iniziativa che si terrà a Roma, giovedì 10 novembre alle 18:30 a BAM, nel quartiere di Centocelle. Per scriverci ed inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

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Spagna – Proteste, fughe e ora sciopero della fame nel CIE di Zona Franca a Barcellona

CIE BarcellonaIn questo mese di ottobre sono continue le proteste e le rivolte nei CIE spagnoli. Dopo la fuga in massa dal CIE di Sangonera a Murcia e la rivolta e lo sciopero della fame in quello di Aluche a Madrid, è la volta dei reclusi nel centro di detenzione ed espulsione della Zona Franca di Barcellona. Ieri 23 ottobre 68 persone, tutte algerine, tra le 182 recluse nel lager di Barcellona, hanno iniziato uno sciopero della fame, rinunciando al pranzo e alla cena e rimanendo in protesta nel cortile della struttura, rifiutandosi di tornare nelle celle. In vista della deportazione prevista nei prossimi giorni, i migranti hanno deciso di continuare la loro lotta esigendo la liberazione immediata. Lo sciopero della fame arriva infatti dopo ripetute proteste: dalla riapertura del CIE di Barcellona, avvenuta il 7 luglio dopo lavori di ristrutturazione durati alcuni mesi, si segnalano numerosi scontri e tentativi di fuga. Per citare solo quelli del mese in corso: il 7 ottobre c’è stata una rivolta e il 19 un tentativo di fuga fermato dall’intervento della polizia antisommossa. In più il 12 ottobre 40 migranti erano stati trasferiti, dopo la fuga di massa del 5 ottobre, dal CIE di Murcia in quello di Barcellona, e la polizia accusa proprio questi ultimi di aver organizzato le recenti proteste. Nel CIE di Barcellona l’ultimo sciopero della fame era stato portato avanti da 40 reclusi nel dicembre 2013 in seguito alla morte di Aramis Manukyan, un armeno di 32 anni, picchiato dalla polizia e posto in isolamento.
Nel 2015 nei 7 CIE spagnoli di Algeciras, Madrid, Las Palmas, Barcellona, Murcia, Valencia e Tenerife sono state recluse 6.930 persone, 455 donne e 6475 uomini, e 2.871 persone sono state deportate.
La maggior parte delle persone detenute nei CIE e deportate provengono da Algeria e Marocco. Gli/le adult* algerin*, in particolar modo, sono tra le persone che hanno la certezza di essere respinte o direttamente via mare o recluse nei CIE appena sbarcate in Spagna, e rapidamente deportate con voli aerei, in base agli accordi bilaterali vigenti tra i due paesi: per questo motivo le proteste di Murcia, Madrid e Barcellona hanno visto come protagoniste le persone provenienti da questo paese.
Un presidio di solidarietà con i migranti in lotta è stato convocato oggi alle 19, davanti al CIE, dal collettivo Te Kedas Donde Kieras.

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Londra – Sulla retata a Soho e Chinatown contro chi lavora nell’industria del sesso

Abbiamo tradotto il comunicato di SWOU riguardo un rastrellamento avvenuto a Londra giovedì scorso, contro chi lavora nell’industria del sesso a Soho e Chinatown. La retata ha portato all’arresto di 18 persone e alla reclusione di 12 donne nei centri di detenzione per migranti, oltre al sequestro di ingenti somme di denaro che appartenevano alle lavoratrici.

Per rispondere a questa ennesima operazione repressiva, per martedì 24 ottobre è stata convocata una manifestazione davanti all’Ufficio Immigrazione, da English Collective of Prostitutes (ECP), Sex Workers Open University e Sex Workers’ Opera.

Guardando solo agli ultimi giorni, nelle strade di diverse città d’Italia, si sono succedute numerose retate contro le sex workers. Dando un veloce sguardo alle cronache locali, contro circa 30 lavoratrici, in soli 4 giorni, sono state avviate le procedure d’espulsione e alcune di loro si trovano attualmente recluse nel CIE di Ponte Galeria. Siamo purtroppo cert* che i rastrellamenti si intensificano in vista dei voli d’espulsione e, nel caso di chi è nat* in Nigeria, da Roma parte almeno un volo d’espulsione di massa ogni mese.
Con l’intenzione che crescano i gesti di solidarietà, resistenza e liberazione nelle strade e davanti le mura dei centri di detenzione, vi lasciamo al comunicato della “Sex Worker Open University” che descrive perfettamente come queste operazioni repressive parlino di “salvezza” per le donne, mentre le colpiscono duramente con le leggi sull’immigrazione e la criminalizzazione.

Di seguito il comunicato:

img-7147-2La “Sex Worker Open University” è estremamente preoccupata per le retate della scorsa notte nei (presunti) locali dove si svolge lavoro sessuale a Chinatown e Soho. L’Operazione Lanhydrock è stata descritta dalla stampa come una retata “anti-tratta”, per quanto è palese non si tratti assolutamente di tutela o dei diritti delle donne “salvate”, che sono state tutte portate nei centri di detenzione per migranti. Ciò significa che probabilmente verranno deportate.

È stato documentato che centri di detenzione per migranti come Yarl’s Wood sono luoghi di abusi endemici per chi è reclus* lì, rendendo le dichiarazioni della polizia – sul fatto che le donne sarebbero state portate in un “luogo sicuro”- solo un annuncio tristemente inquietante.
La frase “anti-tratta” sul comunicato stampa della polizia dà a queste retate una forma di pretesto progressivo – ma sarebbe estremamente naif, dopo un’estate di retate come quelle a Byron Burger, e la sempre crescente retorica anti-migranti del governo, immaginare che la polizia e il servizio immigrazione agiscano nel migliore interesse dei/delle migranti o delle lavoratrici. Perlomeno, a prescindere dal tuo punto di vista sul lavoro sessuale, una prospettiva di scetticismo profondo verso la polizia e i servizi immigrazione è fondamentale.

Vogliamo inoltre sottolineare il sequestro da parte della polizia di 35,000 pound. Un’altra volta, a prescindere dalla tua considerazione sul lavoro sessuale, questi soldi appartengono chiaramente alle donne che lavorano in questi locali. Tuttavia, la mancanza di responsabilità della polizia verso i lavoratori/lavoratrici migranti, e gli ampi proventi orrendamente ottenuti dall’atto criminale, fanno sì che con ogni probabilità queste donne non rivedranno il denaro – il loro denaro. La dichiarazione della polizia “l’operazione ha l’obiettivo di fare giustizia tra chi cerca di trarre profito dallo sfruttamento di persone vulnerabili” è profondamente ironica dato che la polizia stessa ha approfittato delle retate per il proprio sfruttamento di persone vulnerabili per la somma di 35,000 pound. La criminalizzazione della prostituzione e insieme della migrazione è estremamente redditizia per lo stato.

La Sex Worker Open University fa appello per l’immediata liberazione delle donne arrestate la scorsa notte, per la restituzione dei loro soldi e per la fine delle retate razziste, antimigranti e antiprostituzione a Soho e Chinatown.

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“Reprimerli a casa loro” – Gli accordi della UE con i paesi di origine dei/delle migranti

Riceviamo e pubblichiamo questo contributo:

L’accordo con la Turchia non rappresenta una novità della politica dell’unione europea in materia migratoria ma un’inquietante accelerazione di un processo di condizionalità degli aiuti alla cooperazione che l’unione elargisce ai partner dell’altra sponda del mediterraneo in cambio del supporto al controllo dei flussi migratori diretti versi l’europa.

Foto di Gruppo - Gli allegri carnefici

Foto di Gruppo – Gli allegri carnefici

Questo processo di esternalizzazione dei controlli delle frontiere esterne della UE, infatti, è stato avviato oramai anni fa. Senza andare troppo indietro nel tempo, è sufficiente citare il Processo di Rabat del 2006, il Processo di Praga del 2009, la strategia di Dakar del 2011 fino ad arrivare al recente Processo di Khartoum del novembre 2014[1]. Partenariati questi che hanno aperto la strada ad un’interpretazione estensiva delle politiche di cooperazione allo sviluppo: in pratica, in cambio di ingenti finanziamenti da parte dell’unione europea, gli stati partner – principalmente africani, ma il processo abbraccia anche territori molto più vasti dell’area asiatica e pacifica, si pensi all’accordo di Cotonou del 2000 – si impegnano a supportare le politiche migratorie europee, a facilitare il rimpatrio dei propri connazionali etichettati dall’europa come clandestini ma anche di persone provenienti da altri paesi che hanno transitato nel paese africano in cui poi vengono rimpatriati. Gli aiuti elargiti dall’europa sono destinati sia a finanziare processi di sviluppo capitalista all’interno del Paese – nell’ottica di depotenziare i cosiddetti “push factors” ovvero i fattori di natura economica e sociale che spingono le persone ad emigrare verso l’europa – sia a fornire allo stato partner le adeguate conoscenze tecniche, di polizia e di intelligence, nonché i necessari macchinari, per implementare un rigido ed efficace controllo delle frontiere. Questa strategia di esternalizzazione –  che evidentemente mira a contrastare a monte le partenze dei migranti – è stata ribadita nell’Agenda Europea sulla Migrazione del maggio 2015[2], documento base della strategia comunitaria in materia di politiche migratorie, i cui quattro pilastri sono rappresentati dalla riduzione degli incentivi alle migrazioni irregolari, da un più rigido controllo delle frontiere esterne, dal rafforzamento della politica di asilo comune e dall’introduzione di meccanismi di ingresso regolare temporaneo per lavoratori stranieri altamente qualificati, detentori ad esempio della famosa “Blue Card”. È stata riconfermata, inoltre, anche dal “Partnership Framework[3] del giugno 2016, una strategia di azione con la quale la UE mira a stabilire rapporti strategici con i Paesi di origine e transito dei flussi migratori – a partire da Niger, Nigeria, Senegal, Mali ed Eritrea, i 5 paesi pilota – al fine, nel breve periodo, di contrastare l’immigrazione irregolare e, nel lungo periodo, di utilizzare strumentalmente la cooperazione allo sviluppo per spostare sempre più in là le frontiere esterne dell’unione. Il “Partnership Framework” – la cui implementazione è stata oggetto in questi giorni di un monitoraggio[4] che ha raccolto l’ipocrita entusiasmo dei rappresentati istituzionali della Ue che continuano a presentarlo come una misura essenziale per ridurre il numero dei morti in mare – costituisce, ad oggi, lo strumento principale di esternalizzazione dei controlli alle frontiere e si sostanzia, da un punto di visto finanziario, dello “EU Trust Fund”[5] – un programma di aiuti finanziari mirante a contrastare alla radice i flussi migratori irregolari in partnership con numerosi paesi del continente africano.

fotineeu2D’altronde già all’inizio di quest’anno le intenzioni della Ue in materia di politiche migratorie venivano esplicitate dalla comunicazione della Commissione europea n. 85 del 10 febbraio 2016[6] in cui oltre a monitorare lo stato di avanzamento dell’Agenda europea sulla migrazione si ribadisce il ruolo strategico dei partner africani nel controllo dei flussi migratori.

Questa Comunicazione del febbraio 2016 riveste un’importanza fondamentale per comprendere l’attuale panorama delle politiche migratorie della UE. Infatti, da un lato, vengono esposti una serie di meccanismi di rafforzamento dei controlli alle frontiere esterne della UE: si ribadisce l’importanza del sistema hotspot, si invitano gli stati sia al raggiungimento del 100% delle identificazioni delle persone appena arrivate sul suolo europeo sia all’introduzione negli ordinamenti giuridici interni della nozione di “Paese terzo sicuro” – che come sappiamo è alla base delle procedure di esternalizzazione dei controlli – e della possibilità dell’uso della forza come strumento di ultima istanza per piegare la resistenza all’identificazione. Sempre in materia di controllo delle frontiere esterne, la Comunicazione menziona la creazione della European Border and Coast Guard, ovvero la Guardia Costiera europea destinata a sostituire gradualmente FRONTEX e a cui è stata riconosciuta la possibilità, in caso di emergenza, di agire direttamente sul territorio degli Stati membri. La European Border and Coast Guard, in effetti, non solo è stata creata ma ha iniziato già ad operare sul campo con l’obiettivo di verificare la sicurezza delle frontiere esterne di alcuni paesi UE quali Grecia, Lettonia, Germania, Finlandia, Romania e Slovenia[7]. Se a ciò si aggiunge la recente riforma del regolamento Schengen del marzo 2016[8] – che disciplina in maniera estremamente restrittiva i controlli alle frontiere esterne della UE, le condizioni per accedervi regolarmente e ribadisce la possibilità per gli stati di sospendere la libera circolazione interna alla ue in caso di emergenza, come è accaduto varie volte dall’inizio della cosiddetta “crisi migratoria” – risulta evidente che l’europa sta rafforzando la fortezza, colmando i buchi che nel tempo si erano creati nella rete che la circonda. Proprio in questo contesto, assumono rilevanza centrale gli accordi con i partner extra-UE definiti indiscriminatamente Paesi terzi sicuri – come ribadito dalla già menzionata Comunicazione del 2016 – dove per Paese terzo sicuro si intende, secondo quanto disposto dall’art. 35 della Convenzione di Ginevra, ognuno di quei Paesi dove esiste la possibilità di ricevere una protezione conforme ai principi della Convenzione stessa senza che necessariamente lo Stato l’abbia ratificata senza riserva geografica. In tal senso si capisce, perché la Turchia sia stata scelta come volano di questa accelerazione dell’esternalizzazione dei controlli alle frontiere.

fotine3Con il cosiddetto Statement del 18 marzo 2016, alla Turchia – firmataria appunto della Convenzione di Ginevra con riserva geografica, ovvero della versione originaria della Convenzione che prevedeva la possibilità di riconoscere la protezione internazionale solo ai cittadini di Paesi europei ed in particolare a quelli che scappavano dal regime sovietico durante la guerra fredda – viene richiesto di riprendersi i “migranti economici” che hanno attraversato illegalmente il confine greco a partire dal 20 marzo; di rimpatriare cittadini siriani e per ogni siriano rimpatriato, un altro verrà ammesso nel territorio dell’unione secondo il meccanismo di “resettlement” (il c.d. sistema 1:1). Viene inoltre aumentato di oltre tre miliardi di euro il volume di finanziamenti da destinare alla Turchia e viene promessa l’accelerazione della liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi e della tabella di marcia per l’adesione alla UE. Su tale accordo tanto è stato detto sia a proposito dell’illegittimità da un punto di vista giuridico[9] sia sull’impatto dei rimpatri sulla vita e i corpi dei migranti in un Paese, la Turchia appunto, che viene definito come paese terzo sicuro e paese di primo asilo nonostante le ripetute violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Quello che qui rileva, tuttavia, è che questo accordo – caratterizzato da un’informalità giuridica che ne ha velocizzato la stipula e l’applicazione – lungi dall’essere una novità della politica europea rappresenta il prototipo da applicare a ripetizione per rispondere efficacemente a quella che i media e i politicanti descrivono da tempo come l’emergenza migratoria o la crisi dei profughi.

La solita logica dell’emergenza, insomma, che fa crollare come un castello di carte la retorica dei diritti, dell’europa come faro di civiltà e democrazia, della terra dell’accettazione della diversità da opporre al resto del mondo non occidentale, continuamente descritto come retrogrado e sottosviluppato. La realtà ci racconta, invece, che quando le persone arrivano ai confini della fortezza europa e tentano di accedere e di rivendicare la libertà di muoversi a prescindere da frontiere e filo spinato, questi bei diritti diventano degli scomodi optional. Ed è così che la Turchia diventa un partner strategico verso cui deportare i migranti; la Grecia torna ad essere un Paese sicuro verso cui trasferire i richiedenti protezione internazionale secondo quanto previsto dal sistema Dublino; paesi contro i quali la comunità internazionale ha scagliato nel tempo i suoi anatemi imponendo “democratizzazioni” forzate d’un tratto diventano i paladini dell’ordine nel mar mediterraneo.

Non siamo certo nuovi a questi processi di rimozione della memoria politica, basti pensare alla lunga sequela di accordi stretti dall’Italia con la Libia e ai soldi elargiti per la costruzione sulle coste libiche di centri di detenzione per i migranti irregolari rimpatriati. Tuttavia, l’emergenza sta producendo una proliferazione incontrollata di accordi – sia bilaterali che a firma UE – finalizzati a velocizzare le procedure di espulsione e a interrompere le rotte migratorie non solo nel mediterraneo.

Si può menzionare il Memorandum di intesa che la polizia italiana ha firmato con la controparte sudanese. Secondo tale accordo funzionari del governo sudanese sarebbero accolti nei porti italiani per identificare i migranti irregolari. Inoltre, in casi urgenti e per motivi di sicurezza, il rimpatrio potrebbe essere disposto anche senza il colloquio individuale di identificazione aumentando in maniera sconcertante la discrezionalità delle forze di polizia italiane. E se poi una persona ritenuta erroneamente sudanese viene deportata in Sudan? Bè, in caso di errore l’Italia si dichiara disposta a ricondurla in Italia senza però dire come ed entro quali tempi. Gli effetti prodotti da questo accordo sono noti: 48 persone sono state rimpatriate senza grandi cerimoniali formali da Torino alla volta di Khartoum[10]  [10a]. Pare, inoltre, che siano in corso i negoziati per replicare un accordo simile anche con il Gambia[11].

fotine4Ma l’attività diplomatica firmata UE non sembra arrestarsi. Sul modello dello Statement UE-Turchia, di recente due ulteriori accordi informali sono stati firmati. Il 2 ottobre è stata la volta dell’Afghanistan[12] a cui la UE ha promesso 4,8 miliardi di euro di “aiuti umanitari” in cambio di una stretta collaborazione nei rimpatri e nel contrasto ai flussi di migranti irregolari: a tal fine, una serie di voli da circa 50 passeggeri riporteranno gli afghani rastrellati nei Paesi dell’unione a Kabul dove un terminal dell’aeroporto è stato completamente dedicato a ricevere i rimpatriati[13] e [13a]. La logica negoziatoria di questi accordi viene candidamente ammessa dal presidente del consiglio europeo Donald Tusk, secondo il quale dai paesi partner “non ci aspettiamo ringraziamenti, ma ci aspettiamo che i Paesi di origine riaccolgano i propri migranti economici irregolari”. Allo stesso modo, il ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier ha affermato che “gli aiuti sono condizionati al progresso delle riforme in Afghanistan e ci aspettiamo cooperazione sul fronte migratorio”. I negoziati sono stati aperti il 12 ottobre anche con la Tunisia alla quale – in cambio della liberalizzazione dei visti e dall’aumento di canali per l’immigrazione regolare verso l’Europa – viene richiesto di collaborare assiduamente al contrasto delle partenze via mare verso l’europa e alla riammissione dei tunisini irregolari[14]. Si vocifera di accordi simili in procinto di essere firmati anche con Eritrea, Sudan e Niger[15].

Di fronte a questo fitto quadro di repressione e controllo delle esistenze che dalle frontiere si diffonde a macchia d’olio sia all’interno del territorio degli stati –  con retate, controlli di massa e profiling etnico – sia al di là delle frontiere stesse – in territori che vengono alternativamente rappresentati come l’eldorado della repressione contro i migranti in salsa europea o come forze oscure del male generalmente di matrice islamica – le pratiche di resistenza e rivolta sperimentate dai soggetti oppressi, i/le migranti, rappresentano l’unica forza in grado di inceppare l’ingranaggio del controllo. Da parte nostra, la solidarietà e la lotta contro ogni tipo di frontiera e militarizzazione l’unica risposta possibile.

 

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Spagna – Rivolta nel CIE di Aluche a Madrid

Aggiornamenti:

Con la fine della rivolta nel CIE di Aluche  è cominciata la ritorsione degli agenti di polizia. Malgrado durante la mediazione per porre fine alla protesta sul tetto le guardie avessero al solito garantito che non ci sarebbero state conseguenze, le cose sono andate in modo molto diverso. “Siamo scesi dal tetto e la conseguenza è stata un tremendo pestaggio.” Secondo H. sono stati aggrediti anche coloro che non avevano partecipato alla protesta. Un ragazzo, che si trovava nella sua cella quando la rivolta è scoppiata, racconta di essere stato picchiato: “Hanno picchiato tutti, tutti”. Nel settore dove sono recluse le donne, J. racconta “Ho sentito i colpi e un sacco di urla e mi ricordo una voce che diceva ‘dagli, dagli, che non ci sono telecamere”.

Il giorno dopo tutti i reclusi e le recluse nel CIE hanno dovuto restare chiusi nelle loro celle con la luce accesa per 24 ore e non gli è stato permesso di fare telefonate. H. aveva deciso di non partecipare alla rivolta dei suoi compagni, ora riconosce che la sua decisione sarebbe stata diversa. La sua rabbia è aumentata: “Se si rivoltano di nuovo, non credo che possano fermarli. Le abbiamo prese senza aver fatto nulla. Così la prossima volta sì faremo qualcosa”. Queste testimonianze sono state riportate dai media che hanno anche pubblicato le foto delle ferite inferte ai reclusi.

Le autorità come di consueto minimizzano quanto successo, ma il direttore della polizia ha dovuto ammettere davanti al Congresso dei deputati che tre migranti hanno dovuto ricorrere a cure mediche per le ferite ricevute. Il ministro degli interni ha garantito che i reclusi saranno comunque espulsi dalla Spagna, seguendo le direttive europee. Ieri, SOS Razzismo e la Coordinadora de Barrios hanno depositato una denuncia presso il tribunale sull’aggressione subita dai migranti, chiedendo che non siano deportati, per poter testimoniare.

In passato inchieste e denunce simili, come nel caso della morte di una persona reclusa, non avevano portato a niente perché tutti i detenuti testimoni erano stati comunque espulsi.

cvw_vc6xeaadz5jDa ieri 21 ottobre, a partire da mezzogiorno, tutti i/le detenut* nel CIE di Aluche hanno iniziato un sciopero della fame per protestare contro il maltrattamento all’interno del centro. Diversi gruppi solidali hanno chiamato una manifestazione oggi 22 ottobre davanti al CIE di Aluche alle ore 12, a sostegno dello sciopero della fame dei/delle reclus* e per la chiusura del lager.


Nel CIE nel quartiere di Aluche a Madrid, che ha una capienza di 214 posti e in cui sono attualmente rinchiuse 93 persone, ieri sera 18 ottobre verso le 21.15 una sessantina di reclusi si sono rivoltati e 39 di loro (38 algerini e un marocchino) sono riusciti a farsi strada, dopo aver coperto le telecamere e forzato una porta blindata, fino sul tetto della struttura. La polizia ha completamente isolato la zona per evitare la fuga dei reclusi e ai/alle solidali di avvicinarsi, e le strade adiacenti al CIE sono rimaste per tutta la notte chiuse al traffico. Sul posto in pochi minuti sono intervenute unità della UIP (Unidades de Intervención Policial, polizia antisommossa) e dell’UPR (unità speciali di prevenzione e risposta).

madrid1I reclusi hanno continuato la protesta trascorrendo la notte sul tetto del lager della democrazia, esponendo uno striscione e gridando slogan come “libertà” e “dignità”, e solo questa mattina, dopo 12 ore e una lunga trattativa con la polizia, sono rientrati all’interno del CIE. Nel corso della protesta alcun* solidali erano riusciti ad avvicinarsi alla struttura per portare il supporto ai rivoltosi.

Video: qui.

Ricordiamo che il 6 ottobre 67 persone erano fuggite dal CIE di Sangonera la Verde e 18 tra queste sono ancora in libertà.
Il CIE di Madrid era invece stato teatro di una fuga quest’estate, il 24 agosto, quando in pieno giorno 17 persone erano fuggite segando le sbarre della finestra di un bagno. Di queste, 7 non sono state ricatturate.
Alle 18 di oggi mercoledì 19 ottobre un presidio di solidarietà è stato convocato all’ingresso del CIE.
Solidarietà alle persone che si rivoltano nel CIE.

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Val Roya – Spazio occupato da migranti e solidali. Appello alla solidarietà.

Aggiornamento del 21 ottobre.
Dopo lo sgombero del centro autogestito “Lucioles” a St. Dalmas, 4 persone sono state arrestate, 3 sono state rilasciate alle 19 di ieri sera. Il fermo di C. è stato prolungato e stamattina è stata perquisita la sua abitazione. Oggi pomeriggio è previsto l’incontro col giudice, che deciderà sul rilascio (improbabile) o sull’avvio del processo.
Oggi alle 14 presidio solidale davanti al tribunale di Nizza.

Aggiornamento del 20 ottobre.
Lo spazio autogestito è stato sgomberato questa mattina all’alba. 4 compagni francesi sono in stato di fermo nel commissariato di polizia di Nizza, davanti al quale è stata convocata per oggi alle 18 una manifestazione in solidarietà con i detenuti.

Riceviamo e pubblichiamo un appello alla solidarietà verso migranti e solidali che ieri hanno occupato un edificio pubblico nella stazione ferroviaria di San Dalmazzo di Tenda, nella Val Roya francese. Dopo essere stat* quasi immediatamente accerchiat* dalla polizia,rischiano lo sgombero e la denuncia della SNCF, l’azienda proprietaria del terreno.

Ieri sera, un gruppo di una sessantina di esiliat* e di persone solidali ha aperto un edificio pubblico nella Valle della Roya.
Dopo due mesi la situazione causata dagli stati alla frontiera franco-italiana non ha smesso di peggiorare: centinaia di persone rimangono bloccate a Ventimiglia, le deportazioni verso il sud dell’Italia si contano a decine ogni giorno, le persone che rifiutano l’identificazione vengono picchiate o colpite con scosse elettriche; l’armata francese si dispiega tra le montagne e rintraccia i minori isolati…
Di fronte alle politiche repressive contro gli/le esiliat*, alle situazioni di angoscia che creano, ai bisogni sempre crescenti delle persone per strada, noi rifiutiamo di giocare al gioco degli stati e delle organizzazioni umanitarie che collaborano a questa gestione di morte.

Noi affermiamo la nostra capacità di autorganizzazione e creiamo gli spazi d’accoglienza là dove ne abbiamo bisogno, occupando gli edifici che dovranno esserlo.

Al fianco di chi viaggia, qui e ovunque, appello al sostegno delle persone in lotta contro le frontiere!
Una spina in più nel piede di chi resta seduto sulla sua sedia.

Qui di seguito il comunicato del collettivo di solidarietà Sud-Est e Alpi:

Solidarietà agli/alle esiliat*, Valle della Roya: Apertura di un luogo d’accoglienza autogestito!

La politica europea provoca la guerra e la sofferenza di migliaia di persone nei loro paesi, che continua in Europa con la decisione di chiudere le frontiere e criminalizzare la libera circolazione delle persone.

La Francia, in collaborazione con l’Italia, sta portando avanti una guerra a bassa intensità contro i/le migrant*. La situazione già denunciata a Ventimiglia, nella jungle di Calais e in diverse città della Francia è lo specchio di questa guerra.
Donne, famiglie, minori e uomini sono perseguitat* perché cercano di attraversare le frontiere. Una frontiera militarizzata dove, sempre di più, si rischia la propria vita per superarla. La tragedia della giovane eritrea, morta sull’autostrada qualche giorno fa, ne è semplicemente l’immagine più eclatante.

Da qualche settimana, ogni giorno, sempre più migranti passano dalla Valle della Roya. La solidarietà offerta dagli/dalle abitanti di questa valle ha donato un’altra speranza di libertà. Ma questa solidarietà non è più sufficiente per rispondere alla situazione causata dalla repressione.

Per questo motivo vogliamo dare una risposta collettiva e pubblica a tale ingiustizia. Un luogo dove chiunque possa esprimere la sua solidarietà e opporsi a questa follia, un luogo dove la solidarietà diversa autogestita possa esprimersi.

Noi, esiliat*, residenti, con o senza i documenti giusti, invitiamo tutt* a sostenere quest’azione.

Comunicato dei collettivi di sostegno ai/alle migranti del Sud-Est e dei due versanti delle Alpi: collettivo Migrants de Nice/Vallée de la Roya,
collectif Cévennes Sans Frontières, collectif inter-collectifs de
Grenoble, Lounapo, collectif Mamba de Marseille, collectif Migrants 04,
collectif Migrants de Paris, collectif Migrants Gap, collectif Migrants
Vallée de la Drôme, collectif VAR (Vide à remplir, ndr: Vuoto da Riempire)

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Como – Comunicato sui fogli di via: “Da qui non ce ne andiamo!”

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci ed inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

DA QUI NON CE NE ANDIAMO!
Tra Frontiere e Repressione

FOGLIO DI VIA – art. 2 del D. Lgs.159/2011
“Qualora le persone indicate nell’articolo precedente siano pericolose per la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità e si trovino fuori dei luoghi di residenza, il questore può rimandarvele con provvedimento motivato e con foglio di via obbligatorio, inibendo loro di ritornare, senza preventiva autorizzazione ovvero per un periodo non superiore a tre anni, nel comune dal quale sono state allontanate. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a sei mesi”.

Dalla seconda metà di Settembre, a seguito di alcuni episodi avvenuti in complicità e solidarietà ai migranti accampati alla stazione di Como San Giovanni, la Questura ha cominciato ad attuare le prime misure repressive nei confronti di alcuni ed alcune solidali, nella fattispecie ad ora sono stati emessi 16 fogli di via dalla città di Como, della durata da 1 a 3 anni.

Gli episodi ai quali la Polizia ha fatto riferimento per emanare queste “misure preventive” sono sostanzialmente tre: Il primo è più isolato, avvenuto in data 20 agosto, quando si diffuse in stazione la voce che il confine italo-svizzero sarebbe stato aperto, con la concomitante distribuzione e compilazione massiccia di un modulino prestampato di richiesta di asilo. Di quell’episodio la Polizia ha attribuito la responsabilità a due solidali svizzero-tedeschi, i quali, sempre secondo la Polizia, aiutarono i migranti nella compilazione di tali moduli. Nei loro confronti son stati emessi i primi due fogli di via; il secondo è legato al 5 settembre, quando alcuni solidali si sono prodigati nel distribuire del cibo ai migranti nel parco della stazione. Questa situazione ha determinato dei momenti di tensione con le Forze dell’Ordine che hanno deciso di impedire con un intervento in forze tale distribuzione e con la conseguente risposta di migranti e solidali per fermare ed ostacolare tale azione di polizia.

Evidentemente l’ autorganizzazione disturba i difensori dell’ordine costituito, che si vedono così togliere terreno da sotto i piedi, dato che con la messa in atto di questa pratica vengono delegittimati gli enti legati allo Stato, in questo caso CRI e Caritas, e si rompono quelle dinamiche di delega e dipendenza che minano la libertà dei migranti; il terzo episodio invece risale a un presidio/volantinaggio del 12 Settembre, mutato poi in un blocco del traffico in via Napoleona durato alcuni minuti, davanti a una sede della ditta Rampinini, azienda tra le tante responsabile della deportazione di questi migranti nei vari Hotspot (centri di identificazione e smistamento) del sud Italia, prevalentemente a Taranto.

Ovviamente per la Questura, chi ha aderito a queste iniziative, è un soggetto socialmente pericoloso. Il suo obbiettivo, caldamente spalleggiato dai giornali locali, è criminalizzare una parte dei solidali, tentando di isolarli e renderli più facilmente colpibili e vulnerabili, affinché la situazione torni (e resti) nella normalità pacificata che tanto si augura. Secondo la stessa logica che giustifica il campo istituzionale e le deportazioni, l’allontanare il conflitto diventa una soluzione. Continua a leggere

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