Grecia – Lettera di rifugiat* LGBTQI+

Tradotto da Lgbtqi+ Refugees in Greece

letterAtene, Grecia: Siamo un gruppo di rifugiat* LGBTQI+ . Veniamo da differenti parti del Medio Oriente: alcun* di noi dall’Iraq, alcun* dalla Siria; altr* da Egitto, Yemen e Iran.

Siamo stat* in guerra dallo stesso momento in cui siamo nat*. E siamo stati in fuga  per la maggior parte del tempo delle nostre vite.

I nostri percorsi si sono incrociati in Turchia l’anno scorso, dove tutt* siamo giunt* con la speranza di trovare la pace. Sfortunatamente, come chiunque ha vissuto in Turchia potrà raccontarvi, la vita per una persona LGBTQI+ è un inferno. Ciascun* di noi ha avuto un amic* o conoscente ammazzato, maltrattato o aggredito in Turchia. Abbiamo passato mesi vivendo nella paura costante, prima di decidere di fuggire in Europa.

Il trauma di essere un* rifugiat* è universale; il trauma di essere un* rifugiat* gay, lesbica o trans ha le sue particolarità che raramente le persone prendono in considerazione. Continua a leggere

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UK – Censimento scolastico e raccolta dati sull’immigrazione

traduzione da Anti-Raids network

Gli studenti e le studentesse si ribellano! Censimento scolastico e raccolta di dati sull’immigrazione – Un’intervista con Biplop

14199604_1807248069520648_2077138402682342610_nQuest’estate, il Dipartimento dell’Educazione (DfE) ha annunciato che a settembre 2016 avrebbe iniziato a raccogliere dati sull’immigrazione attraverso l’Early Years/School Census, in tutte le scuole in UK. Ciò include i dati riguardo la nazionalità e il paese di nascita degli/delle alunni/e. Il Dipartimento dell’Educazione non ha spiegato le ragioni di questa nuova raccolta di informazioni, né ha detto chi avrà accesso a questi dati. Gruppi come Against Borders for Children sono preoccupati che questi nuovi dati vengano utilizzati per facilitare l’applicazione delle leggi sull’immigrazione, usando le informazioni raccolte nelle scuole per fare indagini e deportare individui e famiglie. Continua a leggere

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Puglia – La vera voce di Borgo Tre Titoli

fonte: Campagne in Lotta

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta dei residenti di Borgo Tre Titoli, insediamento informale a pochi chilometri da Cerignola, con cui da tempo portiamo avanti una battaglia per documenti, sanità e rispetto dei contratti per gli operai agricoli. Le lavoratrici e i lavoratori si ritengono gravemente manipolati dalle associazioni di volontariato e da certa stampa, che non solo li dipinge come vittime senza voce ma si presta a fare da megafono ad istituzioni sorde ai loro veri bisogni e interessate unicamente nel mantenimento dell’attuale stato di cose.

Siamo lavoratrici e lavoratori risiedenti a Borgo Tretitoli, un insediamento informale a pochi chilometri da Cerignola dove vivono centinaia di braccianti, prevalentemente africani. Durante l’ultimo anno qui si sono presentati numerosi medici volontari per fornire assistenza medica, dopo che la Regione Puglia ha sospeso i finanziamenti ai medici di Emergency che fino a quel momento si occupavano di questo minimo servizio.

Le modalità con cui si sono presentati questi dottori ci sono sempre sembrate molto strane. Sin dalle prime visite, ci hanno proposto di formare una cooperativa autonoma per noi lavoratori, dicendo che ci avrebbero dato una terra da coltivare. Abbiamo per questo iniziato ad insospettirci, visto che sappiamo bene che per partecipare ad un progetto simile è necessario avere un regolare permesso di soggiorno, che molti di noi non hanno e per il quale stiamo lottando da più di un anno.Abbiamo perciò chiesto a queste persone di lottare al nostro fianco insieme a chi da tempo lo fa (come la Rete Campagne in Lotta), ottenendo un loro rifiuto.

Lo scorso 6 ottobre, il quotidiano ‘la Repubblica’ ha pubblicato un articolo dai toni apocalittici che parla di noi e della nostra situazione in modo derisorio, a firma Paolo Rumiz. È pieno di falsità, e mette in cattiva luce più di uno di noi, che veniamo dipinti come poveri disperati senza voce.Questo vuol dire che siamo stati usati da queste persone, venute da noi solo per una questione di immagine, per interessi personali e politici. Tra l’ altro abbiamo poi controllato le medicine che ci venivano date: quando non scadute, sono tutte in via di scadenza. A conferma dei nostri timori, nonostante abbiamo sempre rifiutato di farci fotografare e di pubblicare immagini dei nostri incontri (perché siamo noi a decidere se e come pubblicare le nostre iniziative) sulle pagine dei loro social e di quelli di Yvan Sagnet, ex responsabile del settore immigrazione della CGIL Puglia citato anche nell’articolo, con il quale venivano nelle nostre case, sono usciti post su di noi violando costantemente le nostre volontà e la nostra privacy.

Da Borgo Tretitoli diciamo a tutti i giornali che hanno pubblicato le parole di queste persone che sono piene di falsità. Abbiamo sicuramente bisogno dell’assistenza sanitaria e del supporto medico, e per questo motivo da mesi abbiamo incontri con la Regione Puglia, richiedendo una efficace e degna assistenza medica per chi lavora in campagna e abita in posti come il nostro. Al momento, ci affidiamo ai servizi di un presidio sanitario a Cerignola, distante molti chilometri dalle nostre case e gravemente carente. Non abbiamo perciò bisogno di medici volontari (che ci “assistono” con medicinali scaduti) ma, come tutte le persone che lavorano e vivono in questo paese, pretendiamo una vera assistenza sanitaria fornita dal servizio nazionale.Stiamo lottando per questo e pretendiamo il rispetto della nostra lotta. Continua a leggere

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Roma – Sabato 29 ottobre – Presidio al CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo la locandina per il prossimo appuntamento davanti il CIE di Ponte Galeria. Per scriverci ed inviarci contributi: hurriya[at]autistici.org

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Egitto – Il carcere della dittatura uccide!

5119d58292fccaf5d2ce8d3e2f285fc1_tribuna_popular239 decessi , 597 casi di mancata assistenza medica, 1031 casi di tortura, più 1083 casi di assassini dentro strutture detentive (fonte).

Sono solo alcuni dei casi che si è riusciti a provare, provenienti  dall’inferno del sistema carcerario egiziano, da quando al potere si è istaurato il dittatore al-Sisi due anni fa (da cui sono escluse tutti i luoghi di morte a disposizione dei servizi segreti).  Per il solo mese di settembre il centro el-Nadeem  ha riportato 2 assassini da parte delle forze di sicurezza,  5 casi di morte in luoghi di detenzione, 52 casi di tortura, 28 casi di negligenza medica e 113 casi di sparizioni forzate. Sono invece più di 1840 le condanne a morte inviate al vaglio del mufti d’Egitto in tre anni di regime militare

La crisi economica che sta uccidendo lentamente il paese non fa che aumentare la repressione del regime egiziano con cui, ricordiamolo, Italia e Ue sono orgogliose di aver stretto accordi per il respingimento e l’espulsione di migranti insieme ad altre due brutali dittature della zona, il Sudan e l’Etiopia.

E’ così che sei sindacalisti del trasporto pubblico che avevano chiamato allo sciopero (un diritto garantito formalmente dalla costituzione) per chiedere un aumento dei loro salari, il 24 settembre, sono stati prelevati dalle loro case e fatti sparire per alcuni giorni in un luogo sconosciuto. I sei – già carcerati durante la presidenza di Morsi per il loro attivismo sindacale – adesso sono dentro accusati di essere degli islamisti in procinto di organizzare una cellula terroristica per sovvertire il regime.  

Due giorni dopo tre giornalisti sono stati arrestati mentre intervistavano persone per le strade del Cairo con l’accusa di pubblicare false notizie.  I tre sono stati picchiati e sottoposti a shock elettrici durante la loro detenzione. Una prassi comune nei centri di detenzione egiziani. 

Un ragazzo di 26 anni a Damietta, invece, è stato ucciso a sassate da uomini della polizia dopo che si era gettato in un canale d’acqua nel tentativo di scappare a uno dei tanti posti di blocco. 

Mohanad Ehab, invece, è morto di carcere!

Vent’anni, ammalato di leucemia era andato a curarsi negli USA. Mohanad sempre accusato di partecipare a manifestazioni non autorizzate era stato arrestato a 17 anni nel 2013 quando al potere c’era Morsi e poi nel 2015. L’ultima volta, nel marzo del 2016 era già malato quando è stato messo dentro nel carcere di Borg el-Arab. Lasciato senza cure e con le stesse privazioni degli altri detenuti nei mesi della sua detenzione sputava sangue e sanguinava dal naso.  Il male lo stava uccidendo eppure la famiglia ha dovuto pagare fino all’ultimo per fargli arrivare del cibo sano dentro la prigione.  Così quando è stato scarcerato, solo su pressione di una campagna per i diritti umani, ormai non c’era più nulla da fare. 

Quello di Mohaned è solo uno, l’ennesimo caso, di negligenza medica in carcere. Le cure sono vietate. Se sei dentro in qualche modo devi morire!

Libertà per tutt*!!

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Per una mobilità senza confini e senza sfruttamento. Appello per un’assemblea e un corteo nazionale.

Riceviamo da Campagne in Lotta e diffondiamo.
L’assemblea si terrà domenica 23 ottobre, alle ore 10,30, a via delle Province 198, Roma.  English version below.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’offensiva sempre più pesante nei confronti delle classi meno abbienti, nel mondo del lavoro come della riproduzione sociale, da parte dei governi di tutta Europa e degli interessi che questi difendono. Mentre a livello globale guerre e forme di espropriazione e dominazione economico-finanziaria favoriscono l’esodo di milioni di persone verso l’Europa (e non solo), si assiste all’avanzata di partiti e movimenti xenofobi. Il controllo della mobilità in questo contesto diviene uno dei terreni chiave su cui si giocano i rapporti di forza.

Da un lato il governo della mobilità della forza lavoro (e quindi anche dei flussi migratori) si salda strettamente a forme di dominio capitalista favorendo sfruttamento, ricatto e controllo. Dall’altro, la rivendicazione di una mobilità senza frontiere e senza sfruttamento è sempre più un’esigenza trasversale di tutti i soggetti precari. A partire dai e dalle migranti, che oggi esprimono un alto grado di conflitto su molti fronti: ai confini interni ed esterni dell’Europa, mettendo in crisi con i propri corpi la costruzione e la rappresentazione della “fortezza Europa”; negli hotspot e nei centri di accoglienza, rifiutando l’identificazione, il controllo, la criminalizzazione/vittimizzazione; nelle occupazioni di case e sui luoghi di lavoro, tra cui le campagne e i magazzini, dove da anni lavoratrici e lavoratori stranieri mettono in campo pratiche di lotta autorganizzate capaci di inceppare gli ingranaggi delle grandi filiere di sfruttamento.

La mobilità è sempre più rigidamente controllata attraverso una molteplicità di meccanismi, che colpiscono in maniera differenziata: attraverso la militarizzazione delle frontiere esterne ed interne, praticando torture, deportazioni, trattenimento nei centri di smistamento, ricollocamento, identificazione ed espulsione; ma anche con la moltiplicazione dei confini di natura amministrativa, i quali colpiscono non solo chi è nato fuori dall’UE. La disciplina dell’immigrazione, che sin dall’inizio ha creato frammentazione e ricattabilità nella classe lavoratrice, è parte di un più ampio sistema di regolazione della mobilità che passa attraverso la disciplina del lavoro e dell’accesso a diverse forme di welfare. I documenti e la possibilità di accedervi costituiscono quindi una frontiera, ma soprattutto un campo di lotta.

Oggi, in sinergia con le lotte per la casa e il lavoro è necessario concentrarsi su una lotta contro leggi e pratiche amministrative che favoriscono la discriminazione e lo sfruttamento. Una lotta che riguardi i permessi di soggiorno quanto le residenze, tema che vede coinvolti tutti, anche gli italiani, soprattutto in seguito alle ulteriori restrizioni introdotte con il piano casa. Da questi presupposti nasce la proposta di una mobilitazione nazionale da mettere in campo l’11 Novembre, esigenza che scaturisce molto forte dai percorsi di lotta dei lavoratori delle campagne, di ospiti dei centri d’accoglienza o migranti in transito – persone che si sono scontrate con l’impossibilità della libera circolazione. Una mobilitazione che a partire dalle vertenze territoriali interroghi direttamente il governo centrale rispetto alle decine di migliaia di persone che oggi in Italia vivono e lavorano prive di riconoscimento e tutele, intrappolate nei meccanismi della richiesta di asilo e della contorta burocrazia legata al rinnovo dei permessi e all’ottenimento della residenza.
Facciamo appello quindi a tutti quei soggetti e percorsi di lotta, che in vari modi sono investiti dall’azione contenitiva della macchina amministrativa e di governo, a mettere in piedi una piattaforma unitaria per l’abolizione di questi dispositivi di discriminazione. E’ giunto il momento di intraprendere un percorso politico che si ponga come obiettivo quello di smantellare le forme giuridico-amministrative di inclusione differenziale, attraverso le quali si generano frammentazione, precarietà e conflitto interno alla classe lavoratrice. A partire dalle lotte già in campo articoliamo qui una serie di proposte per stimolare questo confronto.

Come un passo verso lo smantellamento dell’attuale regime di governo della mobilità chiediamo:
1. l’istituzione di un permesso di soggiorno unico europeo slegato da qualsiasi vincolo con il contratto di lavoro, e la garanzia del diritto d’asilo attraverso l’istituzione di corridoi umanitari efficaci, abolendo gli accordi di Dublino, le deportazioni interne ed esterne, i rastrellamenti, le torture negli hotspot e nei CIE. Queste misure devono servire anche a ripensare radicalmente il sistema di ‘accoglienza’ – che al momento funziona da propulsore per la nascita di ghetti su base razziale/etnica, polmone di forza lavoro a bassissimo costo da cui l’agroindustria, tra gli altri, attinge a piene mani.
2. l’accesso all’istituto della residenza come requisito per l’accesso a diritti e servizi fondamentali;
3. con preciso riferimento alla questione dei lavoratori agricoli stranieri, in mobilitazione da più di un anno in provincia di Foggia per il riconoscimento giuridico e i rispetto dei contratti, chiediamo una sanatoria per tutti i lavoratori e le lavoratrici impiegati in questo comparto, inclusi sia coloro che sono in Italia da tempo che gli ultimi arrivati;
Per discutere di queste questioni, condividere esperienze e pratiche e costruire la mobilitazione nazionale dell’11 Novembre, invitiamo tutte le realtà militanti e migranti ad un assemblea organizzativa che si terrà il 23 Ottobre a Roma.

SOLO UNITI SI VINCE!
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Calais – Confermato per il 17 ottobre lo sgombero definitivo della jungle

Articolo tradotto da Rabble

cal12C’è un’ulteriore conferma che l’espulsione di massa di oltre 10.000 persone che vivono nella baraccopoli “jungle” di Calais inizierà la prossima settimana, lunedì 17 ottobre. Riportiamo qui di seguito una traduzione approssimativa da una stazione TV aziendale francese  (via watchtheborders). Corre voce che 19 squadre di poliziotti antisommossa  (che in tutta la Francia sono in totale 60) più 15 della gendarmeria mobile (poliziotti anti-sommossa della militarizzata Gendarmerie ) siano stati spostati a Calais da tutta la Francia. Come da prassi comune, lo Stato ha fatto intenzionalmente trapelare alcune informazioni riguardo il suo piano di sgombero, al fine di spaventare e indurre le persone a lasciare la zona in anticipo.

MIGRANTI – Secondo quanto riferito, un migliaio di CRS ha ricevuto l’ordine di tenersi pronto da lunedì 17 ottobre nella regione di Calais per avviare le operazioni di evacuazione del campo dei e delle migranti.

Settemila i migranti da sgomberare. La polizia ha appena ricevuto gli ordini per l’evacuazione della “jungle” di Calais. In un telegramma inviato da Place Beauvau (sede del ministero) a tutti i comandi CRS di zona, il ministero degli interni ha fissato a 10 giorni il tempo necessario alle forze di polizia per riprendere il controllo dell’area. Secondo questo documento, la missione intitolata “operazione smantellamento Calais” durerà da lunedì 17 Ottobre a giovedì 27 ottobre. In tutto, 19 squadre di CRS saranno utilizzate in questo periodo.

Prevenire il reinsediamento dei migranti

Secondo le nostre informazioni, anche 15 unità di forze mobili della gendarmeria (UpM) sono previste per questa importante operazione. Una parte di CRS verrà assegnata alla stessa operazione di smantellamento del campo. Altri dovranno filtrare l’accesso delle persone al campo durante le operazioni. Inoltre, un altro centinaio di CRS avrà la gestione della sicurezza delle aree in cui verranno messi i/le migranti. Infine, le restanti forze – più della metà dei CRS – saranno utilizzate per evitare il reinsediamento dei migranti nella zona di Calais.

Un migliaio di uomini mobilitati

Oltre alla presenza di CRS, quasi 150 poliziotti locali saranno coinvolti, compresi i funzionari (in borghese) della BAC, brigata anti-crimine del reparto di sicurezza. È stato inoltre chiesto alla polizia di garantire la sicurezza delle aree al di fuori di quelle interessate dalle operazioni di evacuazione, garantendo la “impermeabilità della zona portuale”, la libera circolazione su tangenziale, autostrada e in città.

Contattato da LCI, il ministero dell’Interno ha rifiutato di commentare, confermare o negare questa informazione.

Di seguito alcune ulteriori informazioni e la chiamata di Watch The Borders:

Molte persone in Francia, Regno Unito e altri paesi si stanno mobilitando e vogliono portare aiuto.

Venite, preferibilmente entro il 15 ottobre, in quanto dopo questa data la polizia verosimilmente inizierà a chiudere le strade di accesso alla “jungle”, lasciando entrare solo i volontari selezionati delle associazioni che hanno scelto di collaborare allo sgombero. Le autorità sono molto felici di buttare le persone fuori dal campo, ma non vogliono permettere loro di reinsediarsi in altre aree del territorio di Calais. Se si vuole fare qualcosa è meglio farlo prima della data dello sgombero. Noi NON stiamo chiedendo alle persone di venire a stare nella jungle perché è troppo pericoloso e poco utile. Ma nei giorni prima dello sgombero le strade saranno ancora aperte.

Idealmente i solidali dovrebbero farsi avanti ora per protestare contro lo sgombero, aiutando a monitorare la situazione, entrando in relazione con i residenti del campo, e tenendosi in contatto con loro tramite i telefoni cellulari. L’accesso a internet nella jungle è limitato, portate più telefoni cellulari, molti di quelli a buon mercato, ma anche alcuni smartphone, il 3G inglese è il migliore e una ricarica si trova a soli 20 pound per 1 mese con accesso illimitato a Internet. Così, quando inizierà il blocco potremo ancora rimanere in contatto.

Alcuni di noi rimarranno nella “jungle” per monitorare e, per quel che potremo, proteggere le persone – ma non vogliamo che le persone si uniscano a noi perché è davvero molto pericoloso: la polizia sta usando gas CS molto pericoloso (prodotto dalla solita azienda “Nobel Sécurité”) che ti fa cadere e ti fa stare davvero male; la polizia sta sparando proiettili di gomma e gas lacrimogeni direttamente sulle persone, provocando un gran numero di spaventose ferite; hanno nuove pistole con luci laser e le puntano direttamente sulle persone, l’hanno puntata addosso a un giornalista e hanno sparato su attivisti e volontari durante la protesta e gli incidenti in autostrada lo scorso sabato 1 ottobre: un solidale locale ha ricevuto un proiettile di gomma a pochi centimetri dalla testa. La stampa ha riportato la notizia di 5 poliziotti leggermente feriti, ma nessuno sa quante persone del campo siano state ferite – Spero che nessuno sia in gravi condizioni, nessuno è andato in ospedale per quanto ne so, ma la polizia ha sparato in mezzo alla folla.

Tutto ciò che il governo francese ha da offrire, in realtà, è un programma di dispersione delle persone e di deportazioni di massa. La maggior parte dei posti alternativi promessi non sono ancora stati trovati. Non è stata pensata nessuna soluzione per i minori, le donne e i loro bambini, le famiglie e le persone vulnerabili. Sono molte più di 10.000 le persone nella giungla, molte di più.

Ma soprattutto vorremmo sentire delle proposte per ritardare lo sgombero, almeno fino a quando non verrà trovata una nuova sistemazione per le persone; o almeno fino a quando si sarà trovata una soluzione per i minori, le donne, le famiglie con bambini piccoli.

Molte persone non vogliono andare nei centri di accoglienza (centres d’accueil et d’orientation, CAO), perché vogliono andare nel Regno Unito non rimanere in Francia. Le persone a cui sono state prese le impronte digitali in altri paesi europei non vogliono andarci perché per la maggior parte saranno deportate in quesi paesi direttamente dai CAO.

(* CAO è l’acronimo di Centres d’Accueil et Orientation)

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Roma – Saluti solidali alle recluse e aggiornamenti dal CIE di Ponte Galeria

riceviamo e diffondiamo.

Oggi una decina di compagne sono andate davanti al CIE di Ponte Galeria per qualche slogan di solidarietà nei confronti delle donne recluse, accompagnato da fuochi d’artificio.

Da dicembre,  l’unica sezione funzionante nel CIE romano è quella dove sono detenute le donne.

borders-killDue giorni fa, la violenza degli Stati e dei loro confini ha ucciso Milet, una ragazza migrante che tentava di continuare il suo viaggio attraversando la frontiera a Ventimiglia.
La stessa violenza europea che imprigiona e deporta ogni giorno tantissime persone.
Il sistema di dominio del patriarcato non ha confini, infatti si riflette in oppressioni specifiche dai luoghi di nascita alla democratica Europa, passando per la repressione, poliziesca e non, inflitta durante il viaggio.

Gran parte dei dispositivi di militarizzazione e controllo delle frontiere si sviluppano seguendo il vettore della lotta alla tratta per “liberare le donne”, stessa politica che intensifica le continue retate e la militarizzazione delle strade in chiave securitaria, strumentalizzando la violenza maschile contro le donne per mostrificare i migranti.
Il tentativo continuo è quello di nascondere che la violenza sessista è agita dagli uomini, con o senza divisa, ovunque. Continua a leggere

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Spagna – Rivolta ed evasione nel CIE di Sangonera la Verde a Murcia

cie-murciaLa sera di mercoledì 5 ottobre, intorno alle 21, una rivolta si è scatenata all’interno del CIE di Sangonera la Verde a Murcia. Secondo le notizie circolate sui media, 67 migranti, approfittando dell’apertura dei cancelli per l’ingresso nella struttura di un’ambulanza (chiamata per un malore di un recluso), hanno fatto irruzione nelle cucine, si sono impossessati di estintori e altri attrezzi con i quali hanno sfondato cancellate e porte, danneggiato la struttura, messo fuori gioco i  poliziotti di guardia e sono riusciti ad evadere passando dalla porta principale del centro. (foto) Le varie forze di polizia, con rinforzi arrivati dai municipi di Sangonera, Cartagena e Alcantarilla, hanno scatenato una vera e propria caccia all’uomo in tutta la città, catturando 41 dei fuggitivi mentre degli altri 26 si son perse le tracce. Il delegato del governo ha diramato un allerta per la ricerca degli evasi su tutto il territorio nazionale. Continua a leggere

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Calais: la manifestazione del 1°ottobre e il previsto sgombero totale della jungle

calais1016A Calais le autorità inglesi e francesi preparano la privatizzazione di gran parte della sicurezza dei confini del nord francese e lo sgombero forzato e totale del campo dove vivono circa 10.000 persone. Sabato 1° ottobre una manifestazione di solidarietà con i/le migranti era stata convocata a Calais: sarebbe dovuta partire dalla jungle e raggiungere il centro città. Due giorni prima dell’evento, il corteo era stato vietato da parte del Prefetto della regione Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, che aveva annunciato “il divieto di qualsiasi manifestazione di protesta in relazione alla questione dei migranti a Calais, Sangatte, Coquelles, Marck e Fréthun -in-Calais, per tutto il giorno 1° ottobre 2016”.

calais0110Gli organizzatori (la CISPM, coalizione internazionale di senza-documenti e migranti), tuttavia, hanno deciso di continuare la protesta. 4 autobus con circa 200 persone provenienti da Parigi sono stati bloccati per ore nel parcheggio autostradale a Setques, vicino a St. Omer, una trentina di chilometri da Calais. Centinaia di migranti e solidali si sono presentati all’ingresso della jungle ma il corteo spontaneo è stato bloccato, all’altezza del ponte della tangenziale che conduce al porto, da un ingente schieramento di polizia antisommossa. 200 poliziotti hanno sparato circa 700 lacrimogeni ed usato flashball, proiettili di gomma e un cannone ad acqua contro i dimostranti, che hanno resistito per 3 ore alla violenza statale. Un compagno è stato arrestato con l’accusa di tentativo di nascondere la propria identità e per la partecipazione a una manifestazione non autorizzata ; il processo si terrà il 7 novembre, a Boulogne sur Mer.  Continua a leggere

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