Puglia – Tre arresti per la lotta contro i CIE

Fonte: Macerie

liberituttiAggiornamentoI tre compagni ai domiciliari perchè arrestati durante il saluto sotto il Cie di Brindisi – Restinco, sono stati scarcerati, ma sottosposti dal Gip alla misura dell’obbligo di dimora nel comune di residenza aggravato dal rientro notturno. Le accuse a loro rivolte sono di resistenza e violenza a pubblico ufficiale.

In seguito ad un saluto davanti al Cie di Brindisi-Restinco, tre compagni di Lecce sono stati arrestati con l’accusa di resistenza e manifestazione non autorizzata. Ora si trovano ai domiciliari. Qui di seguito il volantino distribuito durante il corteo che si è svolto il 10 gennaio per le vie del centro in solidarietà agli arrestati:

«Dall’inizio di Ottobre 2015, nella contrada di Restinco a Brindisi, è di nuovo attivo un CIE (Centro di identificazione ed espulsione) dopo che diverse rivolte dei reclusi lo avevano reso inagibile.
I CIE sono dei veri e propri lager in cui vengono rinchiusi gli immigrati senza documenti. La vita in un CIE è fatta di vessazioni da parte di militari e poliziotti e di lauti guadagni per gli enti gestori: nel caso di Restinco, la cooperativa Auxilium.
Dalla riapertura del centro, alcuni compagni si sono recati spesso sotto quelle mura per portare solidarietà ai reclusi. Dopo ripetuti fermi di polizia, sabato 9 gennaio, tre di loro sono stati arrestati con l’accusa di manifestazione non autorizzata e resistenza a pubblico ufficiale. Ci preme ribadire che l’obiettivo principale della repressione è fare in modo che questo lager resti un luogo di segregazione totalmente isolato e sconosciuto ai più.
Chi è indifferente è complice di questi lager.
CONTRO LE FRONTIERE, LIBERI TUTTI, FUOCO AI CIE!
»

I giornali locali riferiscono che i tre ragazzi poi tratti in arresto avevano srotolato uno striscione visibile dall’interno del Cie con su scritto un numero di telefono e «liberi tutti»; una buona indicazione per quanti hanno un simile luogo nella propria città, con una conformazione che permetta ai reclusi di vedere qualcosa all’esterno, e voglia farsi contattare da loro.
Riportano inoltre come, dalla riapertura del Cie brindisino, i saluti in solidarietà agli immigrati reclusi si siano susseguiti fuori dalle mura e come la Questura abbia cercato di porvi fine emettendo 14 fogli di via all’indirizzo di altrettanti compagni attivi a Lecce. Invano.
In chiusura, una “velina”. Pare che uno dei ragazzi arrestati fosse stato già notato dalla Digos durante un
lungo blocco ferroviario risalente a novembre a San Pietro Vernotico per protestare contro gli abbattimenti degli ulivi nell’ambito del piano di contrasto alla Xylella fastidiosa.

In proposito, alcuni compagni leccesi, già qualche settimana fa, avevano diffuso qualche riga di riflessione, che vi riportiamo volentieri:

«Lecce – Professionisti della provocazione? Giornalisti e questura.

Il 10 novembre 2015 un centinaio di persone occupa i binari nella stazione ferroviaria di San Pietro Vernotico (Brindisi), in seguito ad una mobilitazione contro il piano di eradicazione degli ulivi predisposto sotto il pretesto dell’emergenza “xylella”. Emergenza forgiata sul presunto disseccamento di alberi di ulivo nelle province di Lecce e Brindisi e che nei piani del commissario Silletti va risolta con l’eradicazione forzata di un gran numero di piante. Nelle settimane precedenti c’erano stati due blocchi stradali sulla statale Brindisi-Lecce e il tentativo di fermare i tagli in alcuni uliveti del brindisino.
Il blocco della stazione, che si protrae dalle 15.30 fino a tarda sera, provoca il caos ferroviario per oltre ventiquattro ore sulla tratta Lecce-Bari, ripercuotendosi anche sui convogli diretti al nord Italia, con trenta treni bloccati nella giornata del 10 novembre, e almeno una decina il giorno successivo.
Fra i manifestanti, la polizia ritiene di aver identificato anche una decina di solidali leccesi che la settimana precedente erano stati fermati dopo un presidio al Cie di Brindisi-Restinco. Nei giorni successivi, a più riprese, vengono definiti sui giornali locali come «infiltrati», che nulla avrebbero a che vedere con la «protesta pacifica e motivata degli agricoltori dei paesi brindisini, degli studenti, degli ambientalisti», ma interessati solo a «strumentalizzare» tanto le mobilitazioni contro il taglio degli ulivi, quanto la solidarietà verso i reclusi nei Cie. L’intento palese è dividerli e isolarli dal resto dei manifestanti e mistificare le motivazioni alla base delle loro scelte di lotta. Fra tutti si distingue repubblica-bari che arriva a parlare di «sospetti terroristi».
In risposta viene diffuso, in alcuni dei paesi colpiti dal “piano Silletti”, il seguente manifesto
»

macerie @ Gennaio 11, 2016

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Roma – 23 gennaio – Presidio al CIE di Ponte Galeria in solidarietà con le persone recluse

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci: hurriya[at]autistici.org

23gennaio

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L’Accoglienza e le accoglienze: una riflessione sulla gestione degli immigrati

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vogliamoImmaginate di essere messi in un luogo dove è proibito muoversi liberamente, dove vi vengono tolti tutti i vostri effetti personali. Tutto vi sarebbe imposto: quando poter essere visitati da un medico, quando e cosa mangiare, con chi condividere la stanza, quando andare a dormire. E sareste sorvegliati costantemente, potendo uscire solo durante il giorno e in momenti specifici. Sempre con l’obbligo di chiedere il permesso. Senza avere la possibilità legale di garantirvi da voi stessi la sussistenza, potendo contare solo sui pochi euro che vi vengono concessi giornalmente, o provando a guadagnare qualcosa in un modo che è sempre considerato illegale. Aggiungendo a tutto questo la costante minaccia di essere espulsi in un paese in cui non si vuole vivere e dove potreste trovarvi in pericolo ”.
Estratto di un volantino distribuito il 12 Dicembre 2015 a Berna in occasione dell’occupazione dell’ex Ospedale Ziegler, struttura che dovrebbe diventare un Cara.

Le parole che seguono vogliono essere un tentativo, pur sempre limitato e superficiale, di chiarimento rispetto al grande mondo dell’Accoglienza in Italia. Quando parliamo di accoglienza ci riferiamo a tutto quell’ambiente che si occupa della ricezione, gestione, collocazione e inserimento di una fetta del flusso migratorio, cioè di una percentuale molto piccola, su un totale di individui che si trovano nel limbo della regolarità provvisoria, in quanto in attesa della risposta delle Commissioni Territoriali o perché godono di una qualche protezione temporanea. Parliamo, quindi, più in generale, della cosiddetta “Accoglienza secondaria”, promossa dalle istituzioni, gestita da cooperative, enti e associazioni e per ultimo, parodiata da alcuni ambienti militanti.

Che cos’è l’Accoglienza e quali sono i suoi scopi reali?

La necessità di scrivere queste quattro righe, nasce da una mancanza in Italia, almeno in alcune realtà, di un’analisi generale di tutto il sistema di gestione e controllo dei flussi migratori. Da una parte le analisi si aprono ad ampie considerazioni sulle frontiere, dall’altra i percorsi di lotta restano sempre ancorati al sistema d’identificazione ed espulsione: la lotta contro i Cie, eticamente più semplici da delimitare e criticare. Con questo scritto, non si ha certo l’intenzione di dare una risposta a tale vuoto, bensì proporre una riflessione.

Il volto umano del controllo statale.

sprar“Questo non è mica un Cie! Qui li si aiuta davvero!”. Tante volte ci sarà capitato di incontrare persone, anche amici e amiche, che ci parlano ingenuamente del loro lavoro svolto negli Sprar o peggio ancora nei Cara, dei loro corsi d’italiano per immigrati, dell’avvio alla formazione, degli escamotage e del loro costante impegno a dar loro una mano e ad integrarli. Giustificazioni abbastanza banali che vengono ripetute innumerevoli volte, sempre la stessa noiosa litania: “meglio io, a lavorare qui dentro, che qualcun altro” oppure peggio ancora “è dall’interno che si possono cambiare realmente le cose”. Affrontando, se pur superficialmente, il mondo dell’accoglienza istituzionale, e in parte criticando il suo omologo scimmiottato dagli ambienti militanti, ci si rende conto che, nonostante i proclami di molti, tali percorsi non hanno niente a che fare con autonomia e solidarietà, o perlomeno con l’idea che alcuni hanno di questi due concetti.
Prima di arrivare al nucleo del discorso sarebbe opportuno capire di cosa parliamo quando nominiamo il sistema dell’Accoglienza con la A maiuscola, il mondo dello Sprar, dei Cas e dei Cara, l’accoglienza istituzionale e associativa insomma.

La cosiddetta “seconda Accoglienza” che riguarda oggi in Italia un numero che si aggira intorno agli 81.500 posti, si suddivide in diverse modalità di gestione degli immigrati richiedenti asilo e beneficiari di protezione. Questi approcci gestionali sono, come detto, i Cara, lo Sprar e i Cas. Nel 2015 (1) circa 99.000 persone sono transitate dalle strutture di “accoglienza”, 72% nei Cas, 21% nello Sprar, 7% nei Cara.

I Cara, Centri per richiedenti asilo, sono stati istituiti nel 2002 sotto il nome di Cdi, Centri d’identificazione, aventi un carattere detentivo, e si sono trasformati poi in Centri aperti, tramite una modifica apportata da un D.lgs. del 2008. Il tempo di permanenza all’interno dei Cara dovrebbe essere di un massimo di 35 giorni, il tempo necessario per la trattazione della domanda o l’ottenimento di un permesso temporaneo. La realtà è molto diversa: attese con tempi molto più lunghi, che spesso arrivano anche a supaerare l’anno intero. I Cara presenti sul territorio italiano, da Nord a Sud, sono 13 e alcune di queste strutture (Bari e Bologna) sono state decretate Hub, cioè luoghi di smistamento dei richiedenti asilo verso altre destinazioni, veri e propri sistemi di logistica che spostano persone. Molti di questi edifici sono di dimensioni pachidermiche, si pensi, ad esempio, che il Cara di Mineo con una capienza nominale di 1800 posti è arrivato a ospitare 3000 persone, una vera e propria cittadella. I Cara, in cui vige la dipendenza totale nei confronti dell’ente gestore e il rientro notturno, sono gestiti, in pratica, dalle stesse Coop, aziende e associazioni che fanno soldi con la gestione dei Centri d’identificazione ed espulsione come ad esempio Auxilium, le Misericordie, Gepsa, Acuarinto o Connecting people. La presenza di militari, forze di polizia e delle unità per rilievi dattiloscopici, unita alle pessime condizioni generali, fa di queste strutture luoghi repressivi e conflittuali. Sommosse, proteste e rivolte sono continue e rappresentano la quotidianità dei Centri. Continua a leggere

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Roma – “Un fulmine a ciel sereno”: sulla rivolta nel CIE di Ponte Galeria

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fuocoaicieL’ultimo giorno dell’anno, un’ennesima delegazione è entrata nelle gabbie del CIE di Ponte Galeria. La registrazione audio di Radio Radicale, che ha accompagnato la visita, inizia con l’intervista ad Enzo Lattuca, attuale direttore dell’associazione culturale Acuarinto che gestisce il CIE insieme alla francese Gepsa (gli stessi che gestiscono anche il CIE di Corso Brunelleschi a Torino).

Ovviamente, non essendoci prigionieri all’interno della sezione maschile, è toccato a lui raccontare perché la sezione è rimasta vuota e i motivi della rivolta dell’11 dicembre.
Le dichiarazioni dell’intervistato hanno un contenuto pressoché vuoto fino ad arrivare all’assurdo. Con il tentativo di coprire la brutalità della detenzione nel CIE e le violenze delle forze dell’ordine, Enzo Lattuca attribuisce le cause della rivolta ad una «regia esterna».
Inoltre «Un fulmine a ciel sereno… l’atmosfera assolutamente serena» sarebbe il contesto in cui si è prodotta la rivolta per Enzo Lattuca.

A quanto ci risulta dai racconti delle persone recluse, le continue espulsioni, le violenze e le minacce, il cibo scadente, la mancanza di acqua calda e riscaldamenti, sono il clima di tranquilla e quotidiana oppressione che si nasconde dietro le mura del CIE di Ponte Galeria.

Come dice il direttore del CIE, la rivolta è partita da un «atteggiamento, diciamo poco carino…», come se fosse pacifico ricevere un’aggressione verbale e subirla in silenzio.
Le testimonianze dei reclusi ci raccontano in ogni caso di un’aggressione, fisica e verbale, che ha immediatamente suscitato la rabbia di tutte le persone recluse, che hanno scelto di non restare indifferenti davanti l’ennesimo sopruso rivolto ad un compagno di prigionia.
Forse il direttore è confuso o forse non può ammettere che è l’internamento stesso a provocare continue proteste e resistenze alle deportazioni. Dal canto nostro, negli ultimi anni, abbiamo visto la chiusura temporanea di molti Centri di Identificazione ed Espulsione grazie alla rabbia delle persone imprigionate, e non sempre accompagnate da un contesto di solidarietà diffusa all’esterno.

Ai migranti nei CIE come nei centri di accoglienza, in Italia come nel resto d’Europa, non si riconosce nemmeno la capacità di organizzarsi autonomamente per lottare contro il sistema gestionale europeo e la volontà di non accettare le condizioni di vita imposte e cercarsi un futuro migliore, a partire dai propri paesi così come in quelli d’arrivo. Per chi gestisce accoglienza e/o reclusione le persone migranti rimangono sempre e solo soggetti passivi e vittime da “aiutare” caritatevolmente o da controllare “per il loro bene” o per la “sicurezza e l’ordine pubblico”.

La chiusura della sezione maschile del CIE di Ponte Galeria ci dimostra ancora una volta invece che i Lager li chiudono le rivolte delle persone recluse e non le delegazioni di politicanti e associazioni che continuano a vittimizzare e infantilizzare le persone recluse.

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Un anno di lotte contro il sistema di controllo tra accoglienza e detenzione

lamp2E’ appena terminato un anno che ha visto centinaia di proteste e lotte portate avanti da migliaia di migranti nelle varie strutture presenti in Italia.

I diversi acronimi ufficiali (CPSA – Centri di primo soccorso e Accoglienza, CDA – Centri di accoglienza, SPRAR – Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, CARA – Centri di accoglienza per Richiedenti Asilo, CIE centri di identificazione ed espulsione, Hotspot ) di queste strutture istituzionali non nascondono, per chi ci vive e per chi vuole vedere, un sistema integrato di isolamento, segregazione, controllo e selezione tra le persone arrivate in Italia.

Nei vari centri erano presenti, all’Ottobre 2015, 100.000 persone migranti, il 70% delle quali nelle strutture temporanee.

stradellaAlle varie categorie nelle quali le persone vengono arbitrariamente fatte rientrare (migranti economici, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, minori non accompagnati, donne vittime di tratta, diniegati, in via di espulsione, transitanti, con o senza permesso di soggiorno, ecc.) corrisponde un iter burocratico, una struttura, una serie di regole e leggi e prescrizioni tra loro diverse ma che hanno in comune l’annullamento dell’autonomia e della libertà delle persone, loro malgrado, coinvolte.

Categorie giuridiche, anche nel cosiddetto “circuito dell’accoglienza”, attraverso le quali s’intende rafforzare il sistema di controllo: è proprio grazie alla frammentazione che si garantirebbe la gestione “senza intoppi” ad enti quali cooperative, associazioni, consorzi e multinazionali.

Un sistema di differenziazione che utilizza in maniera pretestuosa la “protezione nei confronti dei soggetti vulnerabili”: la divisione in quote permetterebbe l’integrazione dei soggetti migranti nei territori ospitanti, seppur si tratti di persone di passaggio e con nessuna intenzione di rimanere a lungo in luoghi mai scelti per vivere, i piccoli centri consentirebbero una suddivisione in base alle necessità, poco importa se, ad esempio, questo comporti la separazione di interi nuclei familiari in base al genere e all’età.

Ciò che appare chiara è la necessità di dividere per gestire, in strutture semi aperte che in base all’esigenza possano cambiare forma giuridica e divenire detentive.

Con la mappa seguente, che descrive più di 230 proteste avvenute nei vari centri nel 2015 (quelle che hanno avuto spazio sui mezzi di comunicazione, senza contare le numerosissime proteste individuali e di piccoli gruppi e quelle soffocate nella repressione senza alcun cenno dei media) vorremmo evidenziare invece il protagonismo di chi lotta ogni giorno contro questo sistema di gestione delle persone migranti.

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Attraverso queste proteste viene fatta luce sulla realtà del funzionamento di queste strutture. All’interno dei centri anche le più piccole lamentele e reclami, quando non bastano le promesse o le minacce dei gestori, vedono sempre l’immediato arrivo delle forze dell’ordine per intimidire e “calmare gli animi”.

sassari La lotta rappresenta perciò l’unico e necessario modo per far sentire la propria voce. I blocchi stradali e le barricate improvvisate sulle principali strade dove è presente la struttura, il danneggiamento dei centri, l’occupazione degli stessi, la fuga in massa, i presidii davanti a sedi istituzionali (Prefetture, Sedi Comunali, Questure, caserme), il rifiuto di svolgere lavoro non pagato spacciato come lavoro “volontario”, sono le forme con le quali si prende parola contro il silenzio e l’invisibilità imposta e ci si ribella alle autorità.

escandescenzeAd ogni protesta segue, sui media locali e nazionali, il ricorso alle consuete tecniche di delegittimazione e criminalizzazione: la rabbia e determinazione dei partecipanti viene sempre definita “irrazionale”, il non accontentarsi di sopravvivere per anni in un limbo, ingratitudine; vengono banalizzati i motivi delle proteste, la resistenza attiva viene considerata sempre come un sintomo di follia e bestialità.

Nei giorni successivi alle iniziative di lotta dei e delle migranti le autorità procedono alla loro vendetta: centinaia sono stati gli allontanamenti dai centri e le denunce contro i partecipanti, decine e decine gli arresti.

pordenone

I democratici e le associazioni umanitarie spiegano le proteste nei “centri di accoglienza” esclusivamente come reazione ad alcune storture degli stessi, in particolare quelli gestiti da persone poco raccomandabili, come nel caso di Mafia Capitale. Esisterebbe invece per costoro, “un’accoglienza che funziona ed integra” (1), una vera ospitalità da prendere ad esempio e replicare come quella del modello toscano, da “estendere nell’Italia intera” (2) e , perchè no, in Europa. Basta leggere le crude statistiche riguardanti i risultati (3) delle richieste d’asilo esaminate dalla Prefettura di Firenze per valutare questo idilliaco “modello toscano”: 1857 domande, 248 accolte e 1609 respinte (l’86,6%). Dietro le fredde cifre, il destino di migliaia di persone che verranno espulse.

Quanto detto non vale solo per l’Italia: dalla Germania alla Svezia, dalla Svizzera alla Francia sono moltissime le proteste di chi è incastrato nel circuito dei vari tipi di centri per migranti.

Rinnoviamo a tutt* l’invito a sostenere queste lotte, ad estendere la circolazione delle notizie e delle iniziative, ad organizzare forme di solidarietà attiva e a segnalare atti repressivi. Per contatti : hurriya (at) noblogs.org .

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Proteste, scioperi della fame, rivolte ed evasioni nei centri detenzione in Grecia

moria3La Grecia, che rappresenta, insieme con l’Italia, il principale paese di transito dei migranti per accedere all’Europa, nelle ultime settimane funge da vero e proprio laboratorio per l’applicazione delle nuove direttive dell’UE sulla gestione dei flussi migratori. Alle frontiere e negli hotspot nelle isole dell’Egeo la UE, con la collaborazione del governo considerato “più a sinistra” in Europa, comincia ad applicare severamente la selezione tra migranti dalla Siria, Afghanistan e Iraq, considerati come meritevoli di poter richiedere asilo nell’UE, e tutti gli altri, classificati come “migranti economici” da recludere ed espellere. Nell’ambito dei paesi UE, la Grecia e l’Italia verranno così utilizzati come centri di selezione e deportazione dei migranti. Intanto continuano le quotidiane morti in mare nell’Egeo e nel Mediterraneo.

A partire dal 3 Dicembre i migranti economici sono stati fermati dalla polizia greca e da agenti Frontex alla frontiera con la Macedonia ad Idomeni e deportati ad Atene. La stessa selezione avviene sulle isole, dove sono stati allestiti i nuovi hotspot.

Il governo ricomincia ad arrestare e segregare i migranti nei vari centri detenzione e nelle stazioni di polizia. Secondo l’UE i posti disponibili in strutture detentive sono più di 5000.

Malgrado la repressione la lotta dei solidali e delle e dei migranti continua, con cortei, presidi, manifestazioni, proteste e rivolte.

Centro di detenzione di Corinto

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Rivolta al centro detenzione di Corinto, 2 Gennaio 2016

La sera del 2 Gennaio 2016 verso le 22 i reclusi di un’ala hanno forzato le porte delle celle, danneggiato la struttura, appiccato il fuoco ai materassi portati nel cortile e provato a fuggire: in 6 ci sono riusciti. Il tentativo di fuga è stato contrastato da ingenti forze antisommossa provenienti da Atene e da città vicine con cariche e lancio di lacrimogeni, i migranti hanno risposto con pietre e altri oggetti. Le notizie parlano di vari feriti tra i rivoltosi. Nel centro sono ammassate 400 persone, provenienti in gran parte dal Marocco e dall’Algeria, tra i quali anche minori. Venti persone sono state già espulse negli ultimi giorni.

Il centro detenzione, come tutti gli altri presenti in Grecia, non era mai stato chiuso, come promesso e pubblicizzato dal governo, e le lotte, dei migranti all’interno e dei solidali all’esterno, sono continuate durante quest’anno. A Gennaio 2015 c’era stata una rivolta che si era conclusa con una violenta repressione dei plotoni della polizia antisommossa.

Ai primi di marzo una manifestazione di solidali ha tentato di forzare l’ingresso del centro.

A fine Marzo, nuova rivolta dei reclusi, alcuni dei quali resistono per ore sui tetti. Da allora, si è assistito ad una diminuzione dei detenuti, la gran parte dei quali è stata rilasciata per decorrenza dei termini. All’inizio di Dicembre nel centro detenzione erano presenti solo pochi migranti. Associazioni e gruppi politici chiedevano la chiusura definitiva del centro e la destinazione dell’area ad usi sociali.

Manifesto del corteo a Corinto del 27 Dicembre 2015

Manifesto del corteo a Corinto del 27 Dicembre 2015

A partire da Sabato 12 Dicembre invece il centro è stato nuovamente riempito: 123 persone, sopratutto provenienti dal Marocco, sono state fermate nello stadio del TaekWonDo ad Atene ( dove erano stati alloggiati in condizioni di sovraffollamento parte dei 2000 migranti “economici” allontanati il 3 Dicembre con la forza dal confine con la Macedonia ad Idomeni ) e portate nella struttura di Corinto. Le persone recluse sono state picchiate selvaggiamente e costrette a farsi prendere le impronte e a firmare, contro la loro volontà, per il “rimpatrio volontario”.

Il 16 Dicembre ad Atene è stato sgomberato lo stadio del Taekwondo e circa altre 200 persone sono state portate nel lager di Corinto, così come il 19 Dicembre dopo una retata contro i migranti che si erano accampati in piazza Vittoria ad Atene. Il 22 Dicembre, prima protesta dei reclusi nel campo di concentramento. Il 27 Dicembre un corteo di solidali raggiunge il centro detenzione.

Centro di detenzione Elliniko, Atene

Il centro di Elliniko, alla periferia sud di Atene, è destinato alla reclusione ed espulsione delle donne migranti.

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Corteo in solidarietà con Sanaa Taleb e le migranti recluse ad Elliniko, 26 Dicembre 2015

“Il mio nome è Sanaa Taleb. Vengo dal Marocco. Sono stata imprigionata per 7 mesi nella struttura di detenzione di Elliniko ed esigo la mia libertà. “

Queste sono le parole di una lettera (1) che la trentatreenne Sanaa Taleb, detenuta dal 4 Aprile ad Elliniko, ha pubblicato il 1° Novembre 2015. Gli agenti di polizia hanno picchiato brutalmente Sanaa (che era in manette) durante un tentativo di espulsione al quale lei ha resistito, il 4 Novembre.

“Dopo 6 mesi di detenzione le autorità hanno deciso di prolungare semplicemente la mia reclusione per altri 3 mesi. Da quel momento in poi ho deciso di rifiutare qualsiasi cibo dal personale del carcere”. Le autorità di polizia l’hanno denunciata per disobbedienza e resistenza all’autorità e il processo è in corso. Nel centro di Elliniko ha continuato lo sciopero della fame ed è stata prima mandata alla clinica psichiatrica Dafni (che si trova a sud di Atene), e poco dopo di nuovo riportata in cella ad Elliniko. Tuttavia, Sanaa ha deciso di continuare a lottare “Non posso tornare in Marocco, che ho lasciato da 17 anni. La mia vita è qui in Grecia, dove ho lavorato negli ultimi anni. Se devo scegliere tra la deportazione e la morte, scelgo la morte”.

In solidarietà con Sanaa, e contro la detenzione ed espulsione, il 14 Dicembre altre venti donne hanno iniziato lo sciopero della fame che si è prolungato per qualche giorno, ed hanno scritto congiuntamente un documento dove denunciano le condizioni di detenzione. Numerosi sono stati i presidi e le manifestazioni solidali, il 14, 15, 19, 22, 26 ed infine il 31 dicembre.

Presidio ad Elliniko, 31 Dicembre 2015

Presidio ad Elliniko, 31 Dicembre 2015

Centro di detenzione di Amygdaleza, Atene

Nel centro dopo la rivolta di Luglio, quando i migranti avevano dato fuoco ai container, e lo sciopero della fame di Settembre, erano rimasti, nel mese di Novembre pochi reclusi. A Dicembre il centro è stato di nuovo riempito e sembra che attualmente siano lì reclusi 400 migranti pachistani che il governo cerca di deportare. Ai primi di dicembre un volo di deportazione era stato bloccato dalle autorità pachistane ad Islamabad e 30 migranti erano stati riportati indietro ad Amygdaleza.

Centro di detenzione / hotspot di Moria, Lesbo

Proteste nell'hotspot di Moria, 22 Dicembre 2015

Proteste nell’hotspot di Moria, 22 Dicembre 2015

Il centro di detenzione di Moria viene ora usato come primo hotspot in Grecia per la detenzione e identificazione dei migranti. I migranti proveniente dal Maghreb non vengono più nemmeno registrati e sono trasferiti direttamente negli altri centri di detenzione e nelle stazioni di polizia. Nelle ultime settimane ci sono state varie proteste dei reclusi e un tentativo di suicidio di un giovane pachistano il 26 dicembre.

Altre mobilitazioni

Il 18 e 19 Dicembre si sono tenute manifestazioni e cortei contro le frontiere, i centri detenzione, gli hotspot e Frontex ad Atene, Salonicco, Volos, Lesbo, Ioannina, Agrinio e altre città della Grecia. Per il 23 e 24 Gennaio è prevista una mobilitazione internazionale e un corteo contro la recinzione di Evros, al confine con la Turchia.

Scritta sul muro del centro di detenzione di Elliniko

Scritta sul muro del centro di detenzione di Elliniko

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Il “sistema hotspot”

fonte: Macerie

protestalampedusa17È di qualche giorno prima di Natale la notizia della conversione del Cie di Trapani in hotspot.
Sarebbero quindi due gli hotspot realizzati in Italia, sui sei previsti (Lampedusa, Trapani, Pozzallo, Porto Empedocle e Augusta): Lampedusa e Trapani. Più precisamente l’unico hotspot davvero funzionante in quanto tale è Lampedusa (e Lesbo in Grecia) perché lavorano già al suo interno tutti i tipi di funzionari (Frontex, Europol, Eurojust e Easo).
Tuttavia anche Lampedusa non è ancora un Centro chiuso come prevede l’Unione Europea. Recentemente, infatti, centinaia di immigrati, soprattutto eritrei, hanno manifestato contro il prelievo delle impronte girando per le vie della città.
In Contrada Milo, invece, come lamenta il Prefetto trapanese Falco, hanno dovuto fare tutto in fretta e furia. I reclusi sono stati in pratica liberati passando in un Cas a regime aperto. Non è la prima volta che il Cie di Trapani viene decretato hotspot per poi fare dei rapidi passi indietro a causa di alcune incongruenze giuridiche. Staremo quindi a vedere.
Intanto, Franco Fasola, Responsabile dell’Unione territoriale del Lavoro (UTL-UGL) di Trapani, commentando la notizia dell’apertura a Trapani del secondo hotspot in Sicilia e sul territorio nazionale, si dichiara soddisfatto per il ritorno al lavoro di 40 lavoratori dellaCooperativa Badia Grande, e ringrazia contestualmente il Prefetto Falco per il buon esito della faccenda.

Gli hotspot dovrebbero essere, nelle intenzioni dell’Unione Europea, il luogo di prelievo delle impronte digitali di chi vi transita, che devono poi entro 72 ore confluire nell’Eurodac, banca dati europea per il confronto delle impronte digitali dei richiedenti protezione internazionale. La Commissione europea, infatti, richiede agli Stati membri la raccolta delle impronte digitali di chi avvii la richiesta di asilo e di chiunque sia beccato mentre cerca di entrare in Europa sprovvisto dei documenti necessari. L’incapacità di Italia e Grecia a prelevare efficacemente le impronte digitali di chi sbarca sulle loro coste è già costato ai due Stati mediterranei diversi reclami.  Nelle parole di Daniela Stradiotto, Direttrice del servizio di Polizia scientifica della Polizia di Stato, dal 1 gennaio al 10 settembre 2015, su 121.974 migranti arrivati sulle coste italiane, 81.282 non si sono opposte al fotosegnalamento e al prelievo delle impronte. Il che significa che una persona su tre riesce a non farsi prendere le impronte digitali. D’altronde, in Italia, il prelievo forzoso delle impronte digitali è previsto solo in caso di fermo, resta quindi da vedere come, nella pratica, l’Italia recepirà la direttiva europea.

Sono inoltre in vigore, dalla scorsa estate, anche le modifiche al regolamento dell’Eurodac, che ora, poiché «nella lotta al terrorismo e ad altri reati gravi è essenziale che le autorità di contrasto dispongano delle informazioni più complete e aggiornate possibili per poter svolgere i loro compiti», dovrà mettere tali dati a disposizione delle forze di Polizia nazionali ed europee («è pertanto necessario che i dati dell’Eurodac siano messi a disposizione delle autorità designate dagli Stati membri e dell’Ufficio europeo di polizia (Europol) a fini di confronto»).

Secondo le testimonianze, come è usuale in tutti i Centri italiani, i tempi di permanenza a Lampedusa stanno superando ampiamente le 72 ore previste raggiungendo per il momento i mesi d’attesa e quando ci sono delle risposte, avvengono in modo arbitrario, menzognero e attraverso l’uso del respingimento differito.
Per quanto riguarda il sistema quote – correlato all’approccio hotspot –, per ora si può dire che stia miseramente fallendo. Basti pensare che all’ora attuale solo pochissime persone sono state ricollocate sulle 160mila previste nel giro di due anni. Sono 184 i ricollocati dall’Italia. Di questi il più alto numero sono stati spediti in Finlandia (87); a seguire Svezia (39), Francia (19), Spagna (12), Germania (11), Portogallo (10) e Belgio (6).

macerie @ Dicembre 29, 2015

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Roma – Sui muri…

imageRiceviamo e pubblichiamo il file pronto per la stampa, di un manifesto in solidarietà con chi, da recluso nel CIE di Ponte Galeria, ha lottato per liberarsi da quelle gabbie.

Qui
per scaricare
, stampare e diffondere nei quartieri.

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Atene – Espropriato un supermercato in solidarietà con i/le rifugiati/e

Traduzione di un comunicato pubblicato qui che trovate anche nella versione in inglese.

Nel pomeriggio di Giovedi 12/11, il giorno dello sciopero generale, abbiamo fatto una passeggiata nel supermercato A.B. Vasillopoulos a Kesariani.
Con le nostre facce coperte, siamo entrati nel Super Market, abbiamo preso molti beni di prima necessità e non, e siamo andati via indisturbati.
Quello che abbiamo preso è qualcosa di minimo rispetto alla ricchezza che noi stessi produciamo quotidianamente.
In un momento in cui la situazione politica si sta lentamente chiarendo, ed è palese che le aspettative sono state disattese, il governo di Syriza, con le sue politiche, consente l’annegamento di centinaia di immigrati e rifugiati o li ammassa in orribili centri di detenzione, tra numerose privazioni.

Per noi la speranza nasce nelle lotte degli oppressi.
Le persone immigrate sono nostri fratelli e sorelle di classe.
SACCHEGGIAMO I SUPERMERCATI IN OGNI QUARTIERE
SOLIDARIETA’ NON NEGOZIABILE CON IMMIGRATI E RIFUGIATI.

I prodotti espropriati verranno dati ai rifugiati. Chiediamo ad ogni solidale, ad ogni soggetto in lotta, di prendere stimolo da questa azione come un’altra opportunità di solidarizzare con le persone immigrate.

Solidali

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Roma – Aggiornamenti dal CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo. Per inviarci contributi potete scrivere ad hurriya[at]autistici.org

fuocoaicieDopo la rivolta che ha causato la momentanea chiusura della sezione maschile del CIE di Ponte Galeria, continuano nella sezione femminile espulsioni e proteste.

Apprendiamo da dentro che nella giornata di giovedì c’è stato uno sciopero della fame collettivo, a cui hanno partecipato tutte le detenute della sezione femminile, per protestare contro le pessime condizioni in cui vivono, per la mancanza di riscaldamenti e acqua calda, e il cibo pessimo. Ma continuano anche i ricatti e le ritorsioni.

Venerdì 18 dicembre sono state espulse cinque donne e deportate in Nigeria. Non è la prima volta che avviene un’espulsione del genere da Ponte Galeria, che sta assumendo un ruolo centrale nelle deportazioni verso la Nigeria e non solo. Ci dicono che lo sciopero è durato una solo giornata, e oggi si è interrotto.

Dopo la distruzione e la conseguente chiusura della sezione maschile, a Ponte Galeria si respira aria di rinnovamento. Come abbiamo già detto sarà necessario sapere cosa succederà nel CIE romano nei prossimi giorni per capire cosa ne sarà della sezione maschile e soprattutto continuare a monitorare eventuali espulsioni.

Altri aggiornamenti riguardano i ragazzi non liberati dopo la rivolta e trasferiti in altri CIE. Abbiamo saputo in questi giorni che alcuni di loro sono stati trasferiti anche a Torino, oltre che a Bari e Brindisi come avevamo giò detto. Si è appreso inoltre che non tutte le persone trasferite erano richiedenti asilo, ma che alcuni di loro sono stati tasferiti a scopo punitivo, perchè riconusciuti durante la rivolta di venerdì e sabato. Uno di loro che si trova attualmente a Bari ieri si è cucito la bocca.

Giovedì e venerdì, due gruppetti di persone hanno portato solidarietà alle detenute del CIE di Ponte Galeria con grida e petardi.

Inoltre, nella mattinata di venerdì 18, un gruppo di nemici delle espulsioni è andato davanti gli uffici di Poste Italiane nel quartiere di San Lorenzo e dentro l’università “La Sapienza”, per continuare a disturbare il business di Mistral Air, da anni impegnata nelle deportazioni.

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