Nel Cie torinese da qualche tempo il numero dei reclusi è tornato ad essere consistente. Sono stateriaperteda alcuni giornile aree viola e giallachiuse momentaneamente, pare, per una disinfestazione e ora la struttura ospita circa unottantina di persone. Sarà questo aumento di presenze unito forse all’aria di primavera che sembra svegliare un po’ i reclusi dal torpore forzato in cui per mesi sono stati avvolti.
L’altra sera c’è stato untentativo di fugada parte di un ragazzo marocchino che si è concluso purtroppo con il suo rientro nel Cie. Aveva chiesto di andare in ospedale per una visita poi, mentre lo stavano caricando sull’ambulanza per riportarlo nel Centro, è riuscito a scappare. La sua fuga si è conclusa però a causa dello zelante intervento di alcuni avventori di un pub che, su richiesta dei poliziotti che gli correvano dietro, hanno atterrato e malmenato il giovane.
Da alcuni giorni poi i ragazzi rinchiusi chiedono a gran voce di poter parlare con il direttore del Cie – lo ricordiamo, uomo dell’agrigentina Acuarinto – per lamentare il cibo schifoso, servito a orari sempre diversi e le condizioni di detenzione che sono costretti subire. Il direttore dal canto suo si è guardato bene dal farsi trovare e così ieri mattina, stanchi di promesse non mantenute, i reclusi dell’area bianca e rossahanno rimandato indietro colazione e pranzo, promettendo proteste più rumorose nel caso non venisse soddisfatta la richiesta di incontrare il direttore. Per scaldare un po’ gli animi dei reclusi e ricordare loro che chi lotta non resta da solo, in serata alcuni solidali sono andati a fare un saluto sotto le mura di corso Brunelleschi.
D’altronde, per far sì che queste lievi brezze di protesta possano diventar presto venti ben più minacciosi c’è bisogno dell’impegno di tutti. Ed è con questa certezza in testa che l’altra mattina alcuni nemici delle espulsioni sono andatinuovamentea disturbare l’agenzia viaggi 747in via Milano 13/b. Il gruppo di solidali ha riempito la vetrina dell’agenzia con manifesti e fatto sapere a lavoratori e passanti che ruolo ha quest’ultima all’interno del meccanismo delle espulsioni. Si è poi raccontata la storia di quel ragazzo tunisino che a Romapochi giornifa per evitare il rimpatrio ha ingoiato delle lamette e si è tagliato le vene e sarebbe probabilmente rimasto sul pavimento del Centro a dissanguarsi se gli altri reclusi non avessero protestato con forza per farlo portare in ospedale dove dovrebbe ancora essere ricoverato.
macerie @ Aprile 13, 2015
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Ieri 11 aprile, un gruppo di solidali si è riunito in presidio di fronte alle mura del CIE di Ponte Galeria per sostenere le persone recluse, dopo le notizie degli ultimi giorni che raccontano l’ennesimo episodio di resistenza e repressione nel centro: di fronte ad un tentativo di deportazione in Tunisia alle 4 del mattino, un prigioniero, Mohammed, ha tentato di opporre resistenza tagliandosi le vene e ingerendo una lametta. Un gesto estremo, che ha messo a rischio la sua vita, per evitare di essere riportato con la forza nel paese dove lo aspetta il carcere e per protestare contro la macchina delle espulsioni che schiaccia le volontà dei singoli con la connivenza delle autorità implicate, italiane e dei paesi di origine dei reclusi (basti pensare che in questo caso era stata avanzata una richiesta di protezione internazionale).
Dopo essere stato lasciato per alcune ore senza alcuna forma di assistenza, disteso nel suo stesso sangue, finalmente qualcuno si è degnato di trasportarlo al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Non per un atto di umanità ovviamente, ma solo grazie alla solidarietà degli altri reclusi che hanno spinto il personale del CIE ad intervenire e che, a seguito dell’episodio, hanno iniziato uno sciopero della fame. Mohammed è stato riportato dall’ospedale di nuovo al CIE ancora con la lametta nello stomaco e poi nuovamente al pronto soccorso dove ha subito un’operazione, mentre un piantone delle guardie non gli permetteva alcuna forma di comunicazione. Dubitiamo, ovviamente, della qualità dell’assistenza che ha ricevuto in un ospedale i cui medici non si sono fatti scrupoli a riconsegnarlo velocemente nelle gabbie del CIE senza preoccuparsi della sua salute. Ospedale, il San Camillo, tristemente noto per la sua collaborazione con la direzione del CIE con cui, evidentemente, collabora sulla pelle dei reclusi che vengono rimandati in fretta e furia al CIE senza le cure necessarie.
Proprio in queste ore Mohammed è stato riportato al CIE di Ponte Galeria e lo sciopero della fame dei reclusi sembra essere concluso.
La rabbia dei compagni di Mohammed è forte e ce l’hanno dimostrata durante il presidio, facendoci sentire urla e battiture, dando senso e forza alla nostra presenza lì, in un posto generalmente isolato dalla città ma, in occasione di una fiera commerciale, pieno di persone completamente indifferenti a quanto stava succedendo. Rabbia, la loro e la nostra, diventata ancor più forte dopo la notizia, arrivata dai reclusi, che due deportazioni verso la Tunisia erano effettivamente avvenute, con lo stesso volo su cui sarebbe dovuto salire Mohammed e che uno dei ragazzi deportati, una volta arrivato in Tunisia, è finito in ospedale dopo essere stato ferocemente picchiato dalla polizia italiana e tunisina. Rabbia, la loro, che ha anche spinto uno dei reclusi a cucirsi le labbra con il fil di ferro, come già accaduto in passato ad altri reclusi.
Solidarietà con i prigionieri e le prigioniere di Ponte Galeria
Contro tutti i CIE e contro tutte le frontiere
NelCiediPonte Galeriaalle 4 di questa mattina la polizia ha svegliato un recluso tunisino per comunicargli ladeportazioneimminente. Nel disperato tentativo di evitare l’espulsione il ragazzo ha deciso di ingoiare una lametta etagliarsi le vene. Soltanto dopo le proteste dei suoi compagni di sezione, quando il ragazzo era senza sensi in una pozza di sangue, è arrivata un’ambulanza per portarlo in ospedale. Nel Centro laprotestanon si è ancora fermata e diversi reclusi hanno rifiutato la colazione e il pranzo.
In attesa di aggiornamenti ascolta una breve intervista registrata qualche ora fa e già trasmessa daRadio Onda RossaeRadio Black Out.
I/le solidali hanno convocato per Sabato 11 Aprile un presidio davanti al CIE di Ponte Galeria per sostenere le persone internate: appuntamento alle ore 16 davanti alla Stazione Ostiense, presidio alle ore 17 al CIE di Ponte Galeria
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Belgio. Aggiornamento sugli scioperi della fame nei centri di detenzione.
3 Aprile 2015
Dopo il suicidio per impiccagione nel centro di detenzione di Merksplas e dopo l’annuncio di oggi da parte del pubblico ministero della morte per immolazione del giovane guineano avvenuta nella sede della Fedasil ( l’agenzia federale belga per i richiedenti asilo), è seguito un tentativo di sciopero della fame a Merksplas che è stato stroncato sul nascere dall’isolamento di una dozzina di ‘guastafeste’ ; tutti i detenuti del centro 127bis hanno iniziato uno sciopero della fame oggi, 3 aprile 2015.
Protestano per la libertà. Continuano a ripetere che nessuno può essere imprigionato senza processo e solo per un pezzo di carta. Denunciano il razzismo che sta prevalendo nel centro. Vogliono denunciare la detenzione di alcuni loro compagni gravemente malati che dovrebbero essere curati in un ospedale.
I prigionieri parlano di suicidarsi a loro volta, la rabbia è enorme. Alcuni lamentano la mancanza di accesso a un avvocato: gli assistenti sociali stanno intenzionalmente ritardando le procedure per farli rimanere senza mezzi di difesa in modo che, alla fine, non saranno in grado di evitare la deportazione. Diversi gruppi che sostengono gli immigrati privi di documenti sono in allerta e stanno organizzando manifestazioni a Bruxelles per protestare contro queste politiche migratorie omicide.
Merksplas: vari detenuti posti in isolamento sono stati trasferiti in altri centri. Due di loro sono ancora in isolamento a Merksplas.
127bis: hanno interrotto il loro sciopero della fame a causa del lungo week-end di Pasqua. Molti incidenti e tensioni nel centro. Girava voce che questo sabato i giornalisti sarebbero venuti a parlare con loro durante l’orario in cui i detenuti erano nel cortile del centro. Hanno aspettato ma invano. La direzione del centro di detenzione sta indagando per trovare i “leaders ‘ della protesta.
7 Aprile 2015
Un sacco di chiamate dai centri di detenzione etnica. Molte persone sono state poste in isolamento, a volte per diversi giorni. Altre sono trasferite da un centro all’altro. Sono in corso intimidazioni e minacce. La soluzione per molti detenuti è quella di essere i più discreti possibile, di rimanere in silenzio e di aspettare impauriti. Tutti i centri sono pieni. Una manifestazione di centinaia di persone si è svolta a Bruxelles, in memoria dei due immigrati che sono morti a causa di queste politiche migratorie assassine.
Mostriamo la nostra solidarietà per tutti i prigionieri nei centri di detenzione!
L’articolo precedente sulla situazione nei centri di detenzione in Belgio:
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Le autorità israeliane negli ultimi giorni hanno accelerato le procedure di espulsione dei migranti africani, che avvengono già da anni. Ad alcuni di loro, detenuti presso il campo di Holot, è stato consegnato l’ordine di lasciare il paese “volontariamente” entro un mese: chi si rifiuta può essere detenuto a tempo indefinito.
Detenuti del centro di Holot con l’ordine di lasciare il paese
I migranti sudanesi e eritrei, che sono circa 50.000 nel paese, sono stati “invitati” a trasferirsi in Ruanda e Uganda. Il presidente ruandese Kagame ha confermato un accordo con Israele per ospitare gli immigrati africani: in cambio il Ruanda riceverà milioni di dollari e forniture da Israele. I migranti che accettano il programma avranno 30 giorni di tempo per organizzare la partenza. Chi si rifiuta sarà sottoposto ad un’udienza in cui si deciderà la detenzione indefinita in un lager etnico per non aver collaborato alla propria espulsione, ai sensi dell’articolo 13 della legge sulla cittadinanza e l’ingresso in Israele.
Eritrei e sudanesi hanno cominciato a migrare verso Israele attraverso il Sinai nel 2006. Dal 2006 al 2012 sono entrati nel paese circa 37.000 eritrei e 14.000 sudanesi. In teoria queste persone godrebbero della protezione internazionale (che impedisce l’espulsione per chi corre pericolo di vita nel paese di provenienza), secondo la Convenzione sui rifugiati che Israele ha sottoscritto. In realtà negli ultimi anni le autorità israeliane hanno impiegato diverse misure illegali per spingere i migranti a lasciare il paese. Ora le autorità israeliane ritengono che non vi sia alcun ostacolo legale per costringere i cittadini eritrei e sudanesi a lasciare Israele per un paese terzo che non è il loro paese d’origine – anche se questo viene fatto contro la loro volontà.
Cronologia dei provvedimenti repressivi e delle lotte dei migranti
Il governo israeliano inizialmente tollerava i pochi immigrati provenienti dall’Africa. Non ha ostacolato il loro ingresso e molti migranti hanno trovato lavori umili in alberghi e ristoranti.
2000-2005
Si verifica un aumento significativo del numero di lavoratori provenienti dall’Africa attraverso il confine con l’Egitto e si assiste all’avvio di detenzioni ed espulsioni nei loro riguardi.
2006-2009
Progressivo incremento degli arresti di migranti irregolari: circa 1.000 nel 2006, 5.000 nel 2007, 8.700 nel 2008 e 5.000 nel 2009.
Giugno 2010
Nei primi sei mesi vengono catturati e arrestati più di 8.000 lavoratori africani senza documenti.
Novembre 2010
Recinzione tra Egitto ed Israele
Iniziano i lavori per una barriera di reti elettrificate e sensori, lunga 220 km, sul confine con l’Egitto, per impedire l’accesso ai migranti africani (definiti ufficialmente “infiltrati” ) tra i quali molti richiedenti asilo sudanesi ed eritrei. La costruzione è stata completata nel Gennaio 2013. Da allora solo 34 persone sono riuscite ad entrare in Israele, nei primi sei mesi del 2013, rispetto alle 9.570 nel 2012. Durante l’inaugurazione, Netanyahu afferma “Così come abbiamo completamente fermato l’infiltrazione nelle città israeliane, riusciremo nella missione successiva – il rimpatrio di decine di migliaia di infiltrati, presenti in Israele, nei loro paesi d’origine”. Il 28 Novembre Israele approva anche il progetto per la costruzione di un centro di detenzione per migranti.
Marzo 2012
Comincia la costruzione del più grande centro di detenzione del mondo, attraverso l’ampliamento degli esistenti centri di Saharonim A e Ketziot, dove si prevede di recludere tra le 12.000 e le 30.000 persone.
Aprile-Maggio 2012
Attacchi razzisti contro la popolazione migrante. Molotov contro le abitazioni, negozi di commercianti migranti nati/e in Eritrea assaltati, macchine con finestrini infranti, caccia all’uomo/donna nelle strade con pestaggi e rastrellamenti.
Giugno 2012
Il parlamento israeliano approva un nuovo emendamento alle legge “per la prevenzione delle infiltrazioni” (promulgata nel 1954 per impedire l’ingresso dei palestinesi), che concede alle autorità il potere di detenere immigrati illegali per un massimo di tre anni. Secondo la legge, i lavoratori migranti già presenti nel paese possono essere incarcerati anche per reati di lieve entità come l’imbrattamento di un muro o il furto di una bici – infrazioni per le quali non sarebbero stati arrestati in precedenza. Per chi aiuta i migranti o fornisce loro un riparo è prevista la detenzione tra cinque e 15 anni di carcere.Nei giorni successivi in centinaia sono trasferiti al centro di detenzione di Saharonim.
Febbraio 2013
A eritrei e sudanesi viene permesso di presentare domande di asilo. A fine anno, risulteranno esaminate 2.593 domande, tutte respinte tranne 4.
Marzo 2013
Il governo ammette la deportazione “volontaria” di 2000 sudanesi. L’UNHCR denuncia che si tratta invece di espulsioni forzate dei migranti detenuti in Israele: “non c’è libero arbitrio dentro una prigione”. Il rimpatrio in Sudan (dove sono previste pene per chi ha messo piede in Israele) è avvenuto in segreto, attraverso un paese terzo, nei mesi precedenti, senza che l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati ne fosse a conoscenza.
Maggio 2013
Nel campo d’internamento per migranti di Saharonim circa 340 persone protestano per tre giorni rifiutandosi di entrare nelle celle.
Giugno 2013
Si riaccende la lotta dentro il lager per migranti di Saharonim, nel deserto del Negev. Circa 300 le/i migranti african* internat* per giorni rifiutano il cibo passato dall’amministrazione carceraria. Le Autorità reprimono la protesta deportando in massa gli scioperanti in altre strutture detentive, come Ashel e Ktziot, carcere israeliano dove vengono imprigionati i palestinesi.
Settembre 2013
La corte suprema dichiara illegale e incostituzionale la parte della legge del 2012 che permetteva la detenzione senza processo per un massimo di tre anni ( nelle carceri e nei centri di detenzione “chiusi” per migranti, come quello di Saharonim).
Il parlamento israeliano approva allora un altro emendamento per la costruzione del centro di Holot, e per consentire alle autorità di imprigionare i migranti arrivati in Israele dopo il giugno 2013 per un massimo di un anno, senza processo, e successivamente a tempo indeterminato nel campo (definito “aperto” e che quindi non ricade in quanto previsto dalla sentenza della Corte suprema) di Holot.
Il Governo israeliano inoltre dichiara pubblicamente di aver stipulato un accordo “che impegna l’Uganda ad accettare 1500 sudanesi e 2000 eritrei soggetti di espulsione in cambio di un aiuto nei settori militare, tecnologico e agricolo”.
Dicembre 2013
Marcia per la libertà – Dicembre 2013
Repressione della “Marcia per la libertà” – Gerusalemme 17.12.2013
Apre il centro di detenzione di Holot, nel deserto del Negev, a sud di Gaza e vicino al confine con l’Egitto. Il centro è in grado di contenere 3000 persone. Durante le ore di luce i migranti possono uscire (ma il centro è situato in mezzo ad un deserto…) ma devono firmare ad orari regolari tre volte al giorno, dalle 22 alle 6 del mattino devono rimanere obbligatoriamente all’interno delle recinzioni. Nel centro non è prevista nemmeno l’assistenza medica. Nel nuovo campo vengono rapidamente deportati 480 migranti dal carcere etnico di Saharonim, sopratutto eritrei e sudanesi. Inizia subito uno sciopero della fame di protesta. La settimana successiva in 282 fuggono dal campo e raggiungono Gerusalemme, in quella che sarà chiamata “Marcia per la libertà“, per protestare contro il mancato esame delle loro richieste di asilo politico. Le autorità gli impongono di ritornare minacciando di arrestarli per aver violato i termini della loro detenzione.
Il 28 dicembre una manifestazione di migliaia di persone si svolge a Tel Aviv: solidali e migranti africani marciano da Levinsky Park a piazza Rabin, nel centro della città, contro la detenzione senza processo dei rifugiati africani nei centri di Saharonim e Holot.
Gennaio 2014
Manifestazione a Tel Aviv – Gennaio 2014
Primo giorno dello sciopero dei migranti – Tel Aviv 05.01.2014
La protesta dei migranti, cominciata a dicembre, continua nel nuovo anno. Decine di migliaia di africani richiedenti asilo in Israele entrano in sciopero dal 5 al 12 Gennaio, per reclamare il riconoscimento dello status di rifugiati e le garanzie previste dalla convenzione di Ginevra: il diritto di lavorare, di muoversi liberamente, l’accesso a servizi sanitari ed educativi etc.. Durante il primo giorno di sciopero si tiene a Tel Aviv una manifestazione di 30.000 persone. Nel corso della settimana massicce proteste di migliaia di migranti e solidali si tengono davanti al municipio di Tel Aviv, l’ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, le missioni diplomatiche di vari paesi stranieri, e la Knesset, il parlamento israeliano. Una manifestazione di 10.000 persone si tiene anche a Gerusalemme. La protesta viene spezzata e repressa dal Governo segregando molti dei partecipanti più attivi e determinati nel centro di Holot.
Febbraio 2014
Il 17 e 18 Febbraio centinaia di migranti provenienti da varie città si radunano davanti al centro di detenzione di Holot, chiedendo la liberazione di tutte le persone detenute in base alla legge sulla prevenzione delle infiltrazioni. I detenuti di Holot si uniscono alla protesta.
Israele comincia ad inviare i richiedenti asilo africani in Uganda, secondo una procedura che definiscono “volontaria” ma tale non è.
Aprile 2014
Attivisti per i diritti dei migranti organizzano una iniziativa insieme ai lavoratori del centro di Holot e a Tel Aviv, per attirare l’attenzione sulla situazione dei migranti di Israele.
Maggio 2014
Centinaia di detenuti del centro di Holot, dopo che nove richiedenti asilo sono stati costretti a dormire all’aperto a causa della mancanza di posti letto, protestano rifiutandosi di rientrare nelle camerate.
Giugno-Luglio 2014
Protesta ad Holot – Giugno 2014
Repressione della protesta sul confine egiziano – Giugno 2014
Circa 1.000 africani per protestare contro la loro detenzione “inumana e senza limiti” presso il centro di detenzione di Holot, escono dal campo e si dirigono verso il confine con l’Egitto , dove costruiscono un campo di fortuna.
La polizia israeliana reprime la protesta attaccando violentemente il campo. Dopo i violenti scontri e lo sgombero del campo, 779 manifestanti vengono deportati nel centro di detenzione di Saharonim. In risposta i migranti cominciano uno sciopero della fame.
Settembre 2014
La Corte Suprema ordina la chiusura di Holot entro 90 giorni. Il governo si oppone alla decisione della corte, per strada si scatenano violenze razziste.
Human right watch diffonde i dati sulle espulsioni: da Gennaio a Giugno, 6.400 sudanesi e 367 eritrei sono stati costretti a lasciare Israele per tornare nei paesi d’origine : nello stesso periodo il diritto di asilo viene riconosciuto solo a due eritrei e un sudanese. “A moltissimi di quelli che sono tornati, è stata praticamente estorta una dichiarazione di ritorno volontario mentre erano nei centri di detenzione, o sotto la minaccia di esservi imprigionati. Questo, ha affermato l’alto commissario dell’Onu per i rifugiati a Tel Aviv, non può essere considerato un rimpatrio volontario. Hrw dichiara che molti dei rimpatriati hanno avuto gravi problemi al loro ritorno. In particolare cita il caso di almeno sette sudanesi che sono stati incarcerati e interrogati dalla polizia per la sicurezza nazionale; uno è stato torturato, un altro messo in isolamento e un terzo accusato di tradimento per essere stato in Israele. Infatti, secondo la legge sudanese, avere contatti con Israele è un crimine punibile anche con 10 anni di carcere, e dunque questo dovrebbe già costituire un motivo per ricevere protezione e asilo politico in Israele. Per quanto riguarda gli eritrei, altri rapporti documentano che il loro governo li considera disertori e dunque li imprigiona e poi li rimanda ai lavori forzati nei posti più disagiati del paese.”
Ottobre 2014
La destra israeliana protesta in strada contro la decisione della corte di chiudere Holot /
Dicembre 2014
In un discorso all’inizio di dicembre il ministro dell’Interno Chair Miri Regev dichiara che il centro di Holot non chiuderà il 22 dicembre , come stabilito dalla Corte suprema.”Non saranno i giudici a determinare la nostra politica sull’ immigrazione,ma il governo eletto”, afferma Regev.
Marzo 2015
Il governo annuncia la costruzione di un altro muro, al confine con la Giordania, attrezzato con videocamere e torri di guardia, che si estenderà inizialmente per 30 km. I lavori dovrebbero iniziare nell’estate 2016.
Viene diffusa la notizia della morte di cinque bambini dall’inizio dell’anno, in asili nido improvvisati e privi di strutture minime, veri e propri depositi di minori, dove i genitori migranti sono costretti a lasciarli non avendo altre alternative durante le ore di lavoro.
Aprile 2015
Nuova ondata di deportazioni in Ruanda e Uganda.
Libertà! No alle prigioni!
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Qualche mattina fa anche i cancelli dellaTERMOTECNICA FUTURA SNCsono stati bloccati per circa un’ora da chi, in questo periodo, sta provando a mettere i bastoni tra le ruote alle ditte che ristrutturano il Cie torinese. Questa volta non solo a Torino e dintorni ma anche in quel di Mathi, piccolo comune del canavese dal quale, al numero 81 di via Martiri della libertà, partono i mezzi che si occupano dellamanutenzione della caldaiadel Centro.
Alle prime ore del mattino tra genitori che portano i figli a scuola, impiegati che intasano i bar in attesa del primo caffè e qualche attempata coppia che si gode la frizzante brezza d’inizio giornata, qualche operaio è stato costretto a unostop imprevistodietro a uno striscione che recitava:“I reclusi hanno distrutto il Cie, Termotecnica Futura lo ristruttura, noi la blocchiamo”. E sebbene all’inizio, come sempre accade, lo stupore e l’irritazione per non poter portare avanti il programma lavorativo della giornata, sono gli umori di coloro che subiscono la forzata interruzione, presto i bloccati, messi di fronte alle proprie responsabilità, non possono che prenderne atto con rassegnazione. Con altra predisposizione d’animo, come sempre accade, anche questa volta sono arrivate le volanti dei carabinieri di paese che, poco avvezzi a gestire situazioni di questo tipo, tentano di prendere i documenti al gruppo dietro lo striscione. Non ricevendo come risposta alcuna collaborazione, restano interdetti in attesa di ordini dall’alto sul da farsi. Ordini che tardano ad arrivare tanto che il blocco fa in tempo a ottenere il ritardo voluto sui mezzi e a sciogliersi. Ma lo zelo deontologico dell’Armaè proverbiale finanche, una volta ricevute informazioni su come agire, inseguire in auto i nemici del Cie per ottenerne almeno l’identificazione.Nonostante ciò è comunque andato a buon fine lo sgambetto alla ditta delle caldaie; non sarà forse stata la stessa che ha lasciato i reclusial freddoquesto dicembre, ma ha partecipato, come hanno confermato i lavoratori stessi, alla ristrutturazione delCie torinese permettendo lariapertura di alcune aree.
In Corso Brunelleschi negli ultimi giorni c’è stato uno spostamento di massa di reclusi dalle aree verde, viola e gialla – già agibili – e quelle tornate attive da poco. Da ciò che si sa in questo momento nell’area rossa, appena riaperta, dovrebbero esserci 35 persone divise in cinque stanze, in quella bianca 25. Sembra che le aree gialla, verde e viola siano state svuotate per la presenza di topi. Da quando la capienza è aumentata, nonostante sia difficile stabilire se si siano già raggiunti i millantati 90 posti disponibili, sono di certo aumentate pure le persone rinchiuse tra le mura di corso Brunelleschi che inun paio di mesisono raddoppiate.
macerie @ Aprile 3, 2015
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SUICIDIO AL CENTRO DI DETENZIONE DI MERKSPLAS
Un uomo di nazionalità marocchina che era rinchiuso nel centro di detenzione di Merksplas da due mesi è stato trovato morto questa mattina (il 2 aprile) dai suoi compagni di detenzione nel blocco n ° 4. Si è impiccato.
Aveva smesso di mangiare da una settimana e stava male.
La gestione del centro di detenzione etnica ha cercato di calmare gli animi, cercando di insabbiare l’accaduto. L’uomo ha lasciato una lettera che la direzione si è rifiutata di far leggere ai detenuti. Questi ultimi sono furiosi per la censura e accusano il centro: nessuno è intervenuto nonostante si sapesse perfettamente che l’uomo stava molto male e che non si nutriva più. Il 2 aprile i reclusi si sono rifiutati di mangiare e chiedono di avere contatti con l’esterno, in particolare con i giornalisti.
«Ci trattano come animali”.
“Nessuno si preoccupa di noi”.
“Aveva ragione. Non esiste una soluzione, anche io voglio morire! ”
Dalle 13:00 (del 2 aprile) i detenuti di Merksplas non rispondono più al telefono … a breve altri aggiornamenti …
UN UOMO SI IMMOLA DAVANTI ALL’UFFICIO STRANIERI
Questa mattina un uomo di 25 anni di origine Guineana si è immolato nella sede di Fedasil; aveva presentato la sua domanda di asilo nel 2008.
Si è recato lì intorno alle 11. E’ andato in bagno, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco.
Al momento è ancora vivo, ma in condizioni critiche e in pericolo di vita.
Un anno fa, un’altra persona era stata trovata morta in circostanze sospette a Bruges. Quanto alle auto-immolazioni, questo è almeno il terzo tentativo in un anno.
Ecco quanto il mondo è marcio e contorto.
Ecco come la burocrazia ha il potere di vita e di morte sulle persone recluse. Ecco come il Belgio (e tutti i suoi omologhi europei) terrorizza più di centomila persone. Li prende per la gola, li dissangua economicamente (215 euro di deposito per fare la domanda di regolarizzazione), li sfrutta come bestie per avere una migliore produttività (chi crede ancora che lo Stato non benefici del lavoro nero ??), li spreme come limoni, iniettando dentro di loro una paura profonda e costante. Quando giorno dopo giorno, anno dopo anno, ogni secondo che passa è caratterizzato dalla paura di essere monitorati, arrestati, imprigionati, deportati, torturati, uccisi …. Quando ogni secondo racconta tutto questo, come non dimpazzire? E tutta questa tortura psicologica, tutta questa miseria, tutte queste pressioni che le persone subiscono è dovuta all’attesa per il rilascio di un pezzo di carta.
Si tratta di un semplice timbro su un foglio che concede o nega il diritto di respirare invece di soffocare, il diritto di vivere e non di sopravvivere.
E quando ci si vuole prendere la libertà da soli, come le due persone che hanno cercato di fuggire questa notte dal centro di Vottem, si rischia di finire in isolamento.
Come potremmo essere sorpresi che la gente non muoia vivendo in queste condizioni?
Non è più il tempo di stupirsi, è tempo di arrabbiarsi.
FUOCO AI CENTRI DI DETENZIONE ETNICA. LIBERTA’
AGGIORNAMENTO:
Purtroppo ci giunge notizia che il venticinquenne richiedente asilo guineiano che si era dato fuoco nella notte di Giovedi nei bagni della Fedasil ( l’agenzia federale belga per i richiedenti asilo ), è morto oggi, Venerdi, a causa della gravità delle ferite riportate, secondo quanto dichiarato dal procuratore di Bruxelles.
Abbiamo tradotto questo testo per comprendere meglio il contesto e la lunga storia di oppressioni che vivono le persone migranti a Calais. Vi segnaliamo anche un breve post che abbiamo pubblicato in precedenza, con un lungo audio registrato con un compagno.
A Calais, nei primi di aprile, è prevista la più massiccia espulsione di migranti che abbia mai interessato la città.
Dalla chiusura del centro della Croce Rossa di Sangatte nel 2002, i migranti che cercano di raggiungere il Regno Unito si sono costruiti delle abitazioni di fortuna in giro per la città.
Ciò ha portato a pesanti e regolari molestie da parte della polizia, con conseguenti sgomberi e espulsioni violente. Attualmente, ci sono sei campi – o giungle – noti, una fabbrica e una casa occupata che accolgono un totale di circa 1200 persone, per lo più provenienti da Sudan, Afghanistan, Siria, Eritrea ed Etiopia.
Le autorità hanno informato gli abitanti delle “giungle” e degli squat che dovranno “muoversi” su un sito che è un ex discarica, in una zona umida situata a circa 7 km fuori Calais, o fronteggiare di nuovo uno sgombero violento. Pochi di loro vedono questo come una scelta. Il sito stesso è privo di qualsiasi struttura per la vita di tutti i giorni e facilmente si creerà un ghetto di persone che attualmente invece vivono nelle loro comunità organizzate. Questa prospettiva suscita timori e conflitti tra le persone della comunità. D’altra canto i migranti verranno costretti a spostarsi in un’area fuori città controllata dalla mafia. Questo nuovo campo appare come un ulteriore passo verso l’apartheid dei migranti fuori città e fuori dalla vista, nel cuore dell’Europa.
Sotto la pressione della polizia che ha fatto diverse visite ogni mattina in questi giorni, la maggior parte dei migranti sta lasciando i campi e gli squat e stiamo assistendo attualmente ad un’espulsione di massa nel più totale silenzio. I residenti dei campi e degli squat, così come associazioni e gruppi di solidarietà con i migranti, si sono opposti allo sgombero.
Media Team – solidarietà contro gli sgomberi (Morgane Clerc, Philippe Wannesson Tim Woolrich), con il supporto di Wake Voyageur
Contact :
solidaritecontrelesexpulsions@gmail.com
07 54 41 71 47
1. Il sito è vicino a un nuovo centro diurno, noto come “Jules Ferry”. Il centro, la cui apertura è prevista per l’11 aprile riunirà i servizi esistenti (fornitura di un pasto al giorno, docce, servizi per ricaricare telefoni cellulari, le informazioni in materia di asilo e di rimpatrio assistito e potenzialmente un servizio medico). La distribuzione dei pasti è iniziata nel mese di gennaio; attualmente circa 500 persone ci vanno. Il 26 marzo le persone residenti nella casa per le donne migranti e i loro figli – circa 40 persone – sono state spostate verso il centro.
Come annunciato dall’appello di Calais Migrant Solidarity, il centro diurno Jules Ferry è stato inaugurato e perciò le autorità hanno iniziato a costringere le persone migranti ad abbandonare le proprie abitazioni, per trasferirsi 10 km lontano da Calais.
La costruzione del centro diurno è la copertura umanitaria che vogliono dare all’espulsione coatta, un processo lungo che vogliono narrare come “volontario”, mentre con pesanti minacce e militarizzazione stanno costringendo le persone bloccate alla frontiera Francia/Uk ad allontanarsi dalla città.
Per continui aggiornamenti riguardo la situazione attuale, v’invitiamo a consultare il sito dove vengono raccolte notizie e lotte in corso a Calais. Qui potete trovare la notizia e le modalità dello sgombero della casa delle donne “Victor Hugo”.
Qui una breve testimonianza di una persona migrante riguardo la situazione attuale.
Vi proponiamo anche una lunga corrispondenza con Jack, un compagno che conosce bene il contesto a Calais, fatta ieri dai microfoni di Radio Onda Rossa. Buon ascolto.
Giovedì 26 marzo dopo due mesi di detenzione nel CIE di Ponte Galeria, Pais è stato rilasciato!!
Era stato fermato e poi rinchiuso, insieme ad Amid ed Alexandru, durante lo sgombero dell’anagrafe occupata a febbraio dai movimenti per il diritto all’abitare , per protestare contro l’articolo 5 della legge Lupi sulla casa.
La felicita’ nel riabbracciare il nostro compagno, non toglie la rabbia per la reclusione nel lager di Ponte Galeria di tutti/e quelle che non hanno le carte giuste per vivere in questo paese. Perché la rabbia contro l’esistenza dei CIE può trasformasi in forza e determinazione per una lotta quotidiana contro retate e criminalizzazione sociale degli immigrati/e.
Denunciamo che nuovamente, come gia’ nell’udienza di convalida di febbraio, la comunicazione è avvenuta solo poche ore prima dell’udienza e direttamente al recluso, il fatto che Papis avesse una rete di compagni/e al suo fianco, ha permesso che l’avvocata di fiducia abbia avuto comunque l’informazione e sia stata presente in quella inaccettabile farsa che sono le udienze dentro al CIE.
L’ arbitrarietà che abbiamo visto in questi mesi, rispetto a tutta la procedura che viene imposta ai reclusi nei CIE, è totale. Perché per lo stato è un procedimento civile quello con cui si arroga il diritto di rinchiudere le persone, quello con cui sottopone le persone a violenze psicologiche, costrizioni fisiche e annientamento con psicofarmaci.
In questi mesi siamo andati spesso a Ponte Galeria insieme ai compagni/e che lottano contro i CIE, per far sentire la nostra solidarieta’ come occupanti delle case ai nostri compagni e a tutti e tutte le recluse, per cercare di infrangere quei muri con le nostre voci, che quando si incrociano con quelle dei reclusi l’aria si scalda e immagini quanto sarebbe bello un mondo senza gabbie.
Grazie a tutti/e gli/le occupanti e ai compagni/e che in questa citta’ lottano per chiudere i CIE
Per un mondo senza galere e senza frontiere
Coordinamento cittadino di lotta per la casa
Movimenti per il diritto all’abitare