Torino – due appuntamenti

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19-22 Maggio: Giornate anti-Frontex a Varsavia

anti-frontex-days-3Diffondiamo da migracja.noblogs.org

19-22 Maggio 2015: Giornate anti-Frontex a Varsavia, Polonia

Il 21 maggio 2015, la crème de la crème del razzismo europeo s’incontrerà a Varsavia, in Polonia, per celebrare il decimo anniversario della creazione di una delle più influenti meta-organizzazioni di difesa delle ricchezze della Fortezza Europa. L’organizzazione, non molto conosciuta, e che fino ad adesso è rimasta nell’ombra, è un ibrido tra la polizia di frontiera e i servizi di intelligence, ed è promotrice di un’aggressiva politica anti migranti. Stiamo parlando di Frontex (dal francese “FRONTieres EXterieurs), il braccio esecutivo della politica (anti)migratoria europea, che gode del diritto di prendere autonome decisioni sulla politica estera dell’Unione europea ed ha un budget che cresce ogni anno, sul quale non c’è nessuna contabilità ufficiale. Le sue risorse sono usate per finanziare progetti futuristici, che sembrano usciti da scenari distopici, come ad esempio un sistema automatizzato di droni terrestri, conosciuto come progetto TALOS, portato avanti in cooperazione tra il politecnico di Varsavia, l’industria aerospaziale israeliana e molte altre industrie militari.

Lo statuto inoltre permette a Frontex di condurre una propria politica estera in materia di immigrazione, attraverso accordi con le vicine dittature (Bielorussia, Libia, Tunisia, Algeria), il finanziamento e l’organizzazione della repressione contro i rifugiati in sicure zone cuscinetto, cosa che annacqua le responsabilità. Come risultato il confine dell’Europa si sposta sempre più lontano dal vecchio continente, in modo da nascondere gli effetti di queste politiche agli occhi dei cittadini europei. I campi finanziati nei paesi del sud del mondo e le inumane politiche migratorie dell’Eu hanno come risultato vittime reali : decine di migliaia di persone annegate, morte di fame, abbandonate in mare o nel deserto, o direttamente uccise da armi da fuoco. Ogni anno, un numero maggiore di persone di quante persero la vita nell’attraversare, durante tutto il periodo della sua esistenza, il muro di Berlino.

I rifugiati – espulsi dai loro paesi d’origine dal saccheggio dell’economia neocoloniale, dai conflitti alimentati dai trafficanti di armi, dai disastri ambientali calcolati come costi da pagare per il benessere europeo, ed infine dalle invasioni imperialiste – spesso non hanno altra scelta che fuggire in direzione del “paradiso europeo”. Le crescenti disuguaglianze sociali, la fame, la povertà e la paura, li spingono ad attraversare deserti, oceani, aggrappati alle ruote dei veicoli, spesso sottomettendosi alle mafie organizzate dei trafficanti. Le attività di Frontex non fanno altro che aggiungere chilometri ed ostacoli; la determinazione di queste persone, sulla quale fanno affidamento famiglie e villaggi interi, non verra’ meno fin quando l’egemonia dell’Europa e le sue politiche neocoloniali non cesseranno.

Di solito le tragedie avvengono lontano dagli occhi degli europei, ma la loro portata, in seguito all’aumento del numero di rifugiati ( legato, ad esempio, alle vicende della primavera araba, ai massacri in Afghanistan, alla guerra in Siria e Ucraina), è cresciuta così tanto che è impossibile ignorarla. Gli annegamenti di massa al largo delle coste italiane, gli assalti ai confini di Ceuta e Melilla, la morte nei campi minati di Evros e il filo spinato del confine bulgaro sono solo alcuni esempi di tragedie che diventano sempre più numerose e frequenti quanto più la crisi sociale nei paesi vicini si acuisce. Una crisi che spesso è il risultato delle politiche estere europee, della colonizzazione economica o dell’intervento militare diretto.

Negli ultimi anni, questi eventi e le dure critiche ricevute hanno portato ad alcuni cambiamenti nella politica di pubbliche relazioni di Frontex: ora cerca di presentarsi come un’organizzazione umanitaria (che risolve i problemi creati da loro stessi) o che combatte i trafficanti (per i quali crea invece posti di lavoro), diventando così l’emblema dell’ipocrisia. ll suo modo di operare sta in realtà aggravando la crisi umanitaria, basti guardare all’ultima operazione navale che vieta agli equipaggi italiani di salvare i rifugiati al di la dei confini costieri, oppure la cooperazione con il crimine organizzato, anche di stato, in Marocco e Libia.

Per coloro che sopravvivono al lungo e pericoloso viaggio verso l’Europa, i problemi non finiscono qui, cambiano solo d’ordine. Gli immigrati privi di documenti diventano il bersaglio delle politiche interne anti-migranti. Essi non sono del tutto esclusi dall’ordine sociale – c’è posto per loro nei lavori più pesanti e meno pagati, come vittime della violenza della polizia, e rinchiusi nei centri di detenzione. La posizione di tutti i migranti nell’Unione europea è molto difficile. Il destino dei profughi di guerra, per i quali non sono rispettati neanche gli standard umanitari minimi riconosciuti dagli stati membri dell’Unione europea, conferma il carattere razzista di questo modello di politica. Chi tenta di regolarizzare la propria permanenza entra in un calvario burocratico, che spesso termina con una conseguente criminalizzazione, dovuta al fatto che le regole sono state costruite in modo tale che le condizioni necessarie per ottenere la residenza siano irraggiungibili. L’intero apparato, impostato esclusivamente sulla repressione e sulla criminalizzazione, supporta gli interessi economici dell’Unione europea, anche se “grandi” città europee sono state costruite grazie al lavoro in condizione di schiavitù dei migranti, la cui privazione dei diritti e persecuzione legale ha rafforzato il potere dei padroni europei. Gli uffici dei capi e degli amministratori delegati vengono puliti dalle mani dei migranti invisibili. Anche la posizione dei lavoratori locali è indebolita dalla riduzione del costo del lavoro.

Questa macchina e’ oliata ogni giorno dal razzismo dei neofascisti che sfogano la loro ideologia del “capro espiatorio” nei pogrom, nelle denunce o attraverso il loro lavoro in uniforme nelle forze dell’ordine. Questa drammatica situazione non rimane senza risposta: nei centri di detenzione scoppiano rivolte e scioperi della fame, si bloccano le deportazioni. I migranti sanno che possono contare solo su loro stessi, per questo organizzano manifestazioni di protesta, occupano spazi ed edifici vuoti, resistono agli sfratti e fronteggiano i fascisti.

Non accettiamo questa politica di euro-razzismo! Risponderemo a qualsiasi innovazione della repressione con forme anti-capitalistiche di fratellanza e sorellanza. Come nel caso di Mos Maiorum (la più grande retata della storia del dopoguerra in Europa), e di altri progetti di controinformazione, le azioni di avviso, le mappe interattive dei rastrellamenti, il rifiuto di mostrare i documenti da parte di persone in loro possesso, che ha permesso a molti migranti di sfuggiere alla rete organizzata da Frontex. Nonostante ciò 19.000 persone sono state arrestate, e per noi questo è un invito ad intensificare la resistenza. Anche qui, a Varsavia, dove Frontex ha la sua sede.

L’ultima ondata di scioperi della fame nei campi polacchi, brutalmente repressa, ha contribuito a creare contatti tra i detenuti e gruppi di sostegno, e ha permesso alle informazioni sullo sciopero di venir fuori. Uno dei capi dello sciopero, Ekaterina Lemondżawa, sta pubblicando un libro sulle sue esperienze, in collaborazione con il gruppo di no Borders di Varsavia.

Da molti anni sono stati organizzati giornate anti-frontex a Varsavia ed è venuto il tempo di dar loro un nuovo impulso amplificando reciprocamente le nostre voci di protesta. Per questo, insieme, noi migranti e solidali, vi invitiamo alle giornate Antifrontex, che si terranno a Varsavia dal 19 al 22 maggio. Vi aspettiamo con incontri, proiezioni, manifestazioni e con il festival “ Activist Days Off”.

Per avere maggiori informazioni visitate il sito migracja.noblogs.org, contatti: antyfrontex@riseup.net

Invitiamo i gruppi che vogliono partecipare attivamente all’organizzazione della manifestazione. Siamo un piccolo collettivo di Varsavia, che vuole lavorare insieme per decostruire i nostri privilegi abolendo i confini che ci vengono imposti. Quando gruppi di migranti in Europa si uniscono nella resistenza e la repressione è in aumento, non possiamo rimanere passivi. Uniti contro il fascismo di Stato istituzionale – in nome di una reale e concreta solidarietà transnazionale!

Venite a Varsavia, il 19/22 Maggio! Creiamo un fronte unito contro Frontex!

19-22 maggio – Giornate Antifrontex dovunque!

Per coloro che non possono venire a Varsavia tra il 19 e il 22 di maggio, proponiamo di fare giornate di azioni decentrate contro Frontex. Cerchiamo di essere visti e sentiti in tutto il mondo in quei giorni! Lasceremo la scelta della forma di solidarietà alla vostra fantasia senza limiti. Voi conoscete le soluzioni migliori e ciò che è più adatto ai vostri contesti locali, e dove un’azione potrebbe far più male.

Abbasso le frontiere! Solidarietà attiva!

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Australia – Scioperi della fame, occupazione e rivolte al centro di detenzione di Wickham Point

Fonte: Sans Papiers Ni Frontières
Ringraziamo chi ci ha inviato la traduzione, ricordiamo che per contributi e contatti potete contattarci alla mail hurriya[at]autistici.org

Martedì 14 aprile 2015, è esplosa una rivolta nel centro di detenzione per richiedenti asilo di Wickham Point in Australia.
Ad aver fatto scoppiare la rivolta sarebbe stato il trasferimento verso l’isola di Nauru previsto per numerose famiglie di origine iraniana e l’auto-mutilazione di una ventina di prigionieri.
Lo stesso giorno, tre richiedenti asilo (tra cui una donna incinta) hanno tentato il suicidio.

Ben Pynt, sostenitore dei richiedenti asilo, ha detto che i detenuti hanno occupato in massa il cortile per protesta contro l’ennesimo trasferimento. Almeno 100 migranti detenuti avrebbero partecipato alla rivolta.
“Protestano contro le continue violenze, contro le condizioni di detenzione, la mancanza di acqua e intimità e rifiutano di esseri trasferiti a Nauru”.

australiaDurante la rivolta, le recinzioni, le porte e i secchi della spazzatura sono stati danneggiati.
Le guardie hanno chiamato degli agenti del “Metropolitan Patrol Group” dotati di cani al fine di ristabilire l’ordine.
Le rivolte in questo centro sono diventate ricorrenti a seguito della sospensione dell’assistenza medica e dell’aumento dei trasferimenti verso il centro di detenzione di Nauru.

Domenica 12 aprile verso le 19, un prigionierio è salito sul tetto per protestare contro le condizioni di detenzione e l’assenza di cure mediche. Era stato trasferito da meno di una settimana da Perth ed era stato minacciato di trasferimento verso Christmas Island.
Verso le 22, si sentiva provenire dal tetto il grido “libertà, libertà”.
Un presidio di solidarietà è stato organizzato di fronte al centro mercoledì 15 aprile.
Nel corso delle ultime tre settimane, 15 prigionieri hanno tentato di porre fine ai loro giorni. Ci sono stati più di 20 scioperi della fame dal dicembre 2014 all’interno delle mura del centro di “Wickham Point”.

australia 2I rifugiati prigionieri provengono principalmente dallo Sri Lanka, dall’Iraq e dall’Afghanistan. Il numero dei migranti morti nel tentativo di attraversare via mare il tratto tra le coste indonesiane e l’isola australiana “Christmas” è notevolmente aumentato tra il 2012 e il 2013. La politica migratoria dello Stato australiano è nota per l’incarcerazione sistematica di ogni rifugiato che arriva sul territorio australiano e per le pessime e lunghe condizioni di detenzione.

L’impresa SERCO gestisce e sfrutta 8 centri di detenzione in Australia (ospitalità, gestione e manutenzione delle infrastrutture, cibo, istruzione e mantenimento delle condizioni di sicurezza tramite gli Officers of the Commonwealth), per contro del ministero australiano dell’immigrazione e protezione delle frontiere: oltre ai centri del Territorio del Nord (Wickham Point e Northern), si occupa del Christmas Island Immigrants Detention Centre (Christmas Island), Villawood IDC (New South Wales), Maribyrnong IDC (Victoria); nonché Yongah Hill IDC, Perth IDC et Curtin IDC (Western Australia). Inoltre, la collaborazione tra questa società e lo Stato australiano non si limita ai centri di detenzione: la SERCO sfrutta e gestisce anche quattro strutture alternative di detenzione (‘Alternatif Places Of Detention‘). L’impresa ha firmato un contratto di 5 anni nel settembre del 2009 per collaborare con lo Stato australiano. Dal gennaio 2010, è anche incaricata delle ‘Immigration Residential Housing – IRH‘ (alloggi sicuri di tipo familiare per migranti) e delle ‘Immigration Transit Accommodation – ITA‘ (residenze sicure a breve termine).

Per contattarla:

Heath Chapple
Managing Director
Level 1
39 Brisbane Ave
Canberra
Australian Capital Territory 2600
e-mail: information[at]serco-ap.com.au

Mercoledì 15 aprile, si susseguono le proteste dei richiedenti asilo. Alle 16:30 circa, due migranti sono saliti sul tetto della prigione e mezz’ora più tardi, cinque donne (in stato di gravidanza) hanno fatto lo stesso, minacciando di dare fuoco al centro se le loro richieste (ad esempio contro il trasferimento già programmato di una donna incinta e di suo figlio alla prigione dell’isola di Nauru) non fossero state ascoltate. Da notare che il ministro dell’immigrazione e della protezione delle frontiere aveva dichiarato il giorno prima che non intendeva cedere alle loro richieste e ha tentato di negare questo seconda giornata di rivolte riportata dalle organizzazioni di sostegno ai migranti.

Due detenuti del centro hanno raccontato che il casino si è scatenato in seguito al trasferimento giovedì sera di due famiglie con figli piccoli verso Nauru. Un rifugiato del centro ha riportato che circa 70 detenuti hanno bloccato le porte di ingresso della prigione gridando “liberateci!”. Ha continuato, inoltre, raccontando i numerosi casi di percosse da parte dei secondini di Serco contro i rifugiati saliti sul tetto.

Solidarietà con i migranti in lotta! Fuoco a tutti i centri di detenzione!

Note:
Il centro è situato nel Territorio del Nord alla periferia della capitale della regione Darwin (circa 50 km). E’ uno dei centri di detenzione più nuovi e grandi: è stato aperto l’8 dicembre del 2001 e vi sono rinchiusi più di 1000 richiedenti asilo.

Qui trovate le notizie che abbiamo pubblicato in precedenza sui centri di detenzione per migranti in Australia.

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Dalla Sicilia riprendono le espulsioni in massa. Qualche riflessione leggendo tra le righe.

panoE’ stata pubblicata ieri la notizia della deportazione di 31 tunisini, detenuti nei CIE siciliani (Pian Del Lago e Trapani-Milo ), con un volo diretto per Tunisi.

Molto probabilmente stiamo assistendo ad una accelerazione delle espulsioni, per far posto a nuovi detenuti. Negli ultimi giorni infatti in alcuni articoli solerti giornalisti lamentavano che per la detenzione di una persona fermata a Perugia “ la polizia ha dovuto organizzare, in tutta urgenza, un immediato provvedimento di espulsione ed un trasferimento all’unico CIE disponibile, distante mille chilometri” (appunto, in Sicilia) e che “nei Centri di identificazione ed espulsione di tutto lo Stivale italico non ci sono più posti “.

Il che corrisponde al vero: a causa delle coraggiose rivolte delle persone migranti recluse e del collasso della gestione delle cooperative con il sistema delle gare d’appalto a ribasso, in questi anni sono stati chiusi 8 degli originari 13 centri di detenzione presenti in Italia. Le rivolte nei CIE hanno ostacolato e rallentato inoltre sia la reclusione di altri migranti che la loro espulsione: da 7944 persone segregate nel 2012 si è passato alle 4.986 nel 2014, e dalle 4015 espulsioni nel 2012 alle 2.771 del 2014.

Il sistema delle espulsioni non può fare a meno infatti dei centri di detenzione, come ha sottolineato il capo della polizia Pansa nel Febbraio scorso:

I CIE hanno senso o non hanno senso ? Su questo sono chiarissimo: noi dobbiamo capire se la modalità di gestione dei centri di accoglienza vada bene, ma dobbiamo avere dei luoghi dove trattenere le persone da espellere. Se rintracciamo un cittadino extracomunitario che non ha diritto di rimanere sul territorio nazionale e in base a una valutazione dell’autorità giudiziaria o amministrativa deve essere estradato, per espellerlo abbiamo bisogno di modalità che si basano su due elementi: la collaborazione del Paese di destinazione, perché, se non collabora, non glielo possiamo rimandare, e la possibilità di trattenere questa persona. Noi abbiamo scarcerati per pene gravi che hanno scontato la pena e devono essere mandati via. Dove teniamo queste persone nell’attesa che i consolati ci rilascino i documenti e i lasciapassare per farli rientrare ? Più posti abbiamo nei CIE (ed è bene che questi posti siano fatti nel miglior modo possibile), più abbiamo la capacità di espellere coloro che non hanno diritto di restare in Italia. […] Nei CIE sono andati 4.500 in tutto il 2014, però avevamo bisogno di più posti, perché sono pochissimi.”

In coincidenza con la diminuzione dei tempi massimi di internamento, è in atto un tentativo di razionalizzare la macchina delle espulsioni attraverso l’identificazione in carcere, la differenziazione carceraria negli stessi centri (tra categorie cosiddette vulnerabili e soggetti dall’indole non pacificata) con l’introduzione dell’isolamento e l’uso del CIE per soggetti presuntamente collegati al fondamentalismo islamico. Anche grazie a questo processo di riforma, i 5 CIE ancora attivi in Italia restano fondamentali per le deportazioni coatte di persone migranti.

Inoltre occorre ricordare che il Cie di Torino quasi completamente distrutto dalle rivolte è in fase di ristrutturazione e il completamento dei lavori in alcune aree ha permesso di passare da una ventina a circa 90 reclusi in pochissimo tempo.

Sembra che in questa direzione si muovano le politiche sull’immigrazione della Comunità europea: esternalizzazione delle frontiere e nel frattempo, per le persone già presenti in Europa, riduzione dei tempi di permanenza nei centri di detenzione al fine di ottimizzare economicamente e velocizzare le espulsioni di centinaia di migliaia di migranti considerati “irregolari” e già raggiunti da un provvedimento di espulsione. Dal 2010 al 2013, ben 1.940.000 persone sono state raggiunte da un provvedimento di espulsione, e di queste, 710.975 sono state effettivamente espulse dai paesi UE.

Nell’ultimo Consiglio straordinario europeo sull’immigrazione del 23 Aprile, uno dei punti approvati recitava appunto: “impostare un nuovo programma di ritorno per il rapido rimpatrio degli immigrati irregolari presenti negli stati membri di confine, coordinato da FRONTEX”

Per capire meglio come funziona l’ “esternalizzazione dei controlli e delle frontiere” portata avanti dall’Italia e dal resto della Fortezza Europa, vale la pena riportare quanto detto dall’ambasciatore tunisino durante una recente audizione davanti al “Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’Accordo di Schengen, di vigilanza sull’attività di Europol, di controllo e vigilanza in materia di immigrazione” il 15 settembre 2014:

Passo adesso al tema della cooperazione sui flussi migratori. Vi fu [nel 2008] una prima, grave crisi, determinata da un’ondata di migranti clandestini. Nel luglio-agosto di quell’anno, infatti, 2.000 migranti giunsero sulle coste italiane dalla Tunisia, suscitando il panico. Ci furono vittime, tensioni e polemiche a livello politico e dei media.

Il 6 agosto 1998 vi fu uno scambio di note che rappresenta un accordo storico, in quanto fu il primo contributo a una soluzione parziale del problema dell’immigrazione dalla Tunisia e un contributo all’impegno per aiutare la Tunisia nel suo sviluppo economico.

Ai sensi dell’accordo del 1998 la cooperazione tra Italia e Tunisia in campo migratorio ha funzionato più o meno bene fino all’avvento della rivoluzione del 2011, quando un’ondata di 22.000 tunisini si è riversata sulle coste italiane, principalmente a Lampedusa, fuggendo da un Paese dove l’ordine pubblico era fuori controllo, perché sia l’esercito che la Marina erano occupati nel mantenimento dell’ordine, sia nelle campagne che nelle città.

Quella fu, dunque, la seconda grave crisi in materia di immigrazione clandestina, che abbiamo affrontato insieme grazie a un incontro che ebbe luogo il 5 aprile di quell’anno tra i due Ministri degli interni e a una visita di lavoro del Presidente del Consiglio Berlusconi a Tunisi.

Questo accordo del 5 aprile 2011 prevede innanzitutto la fornitura di attrezzature e materiali alle forze di sicurezza tunisine e alle forze armate, principalmente alla Marina, che ovviamente agisce anche nelle acque internazionali per il controllo dei flussi e il salvataggio di vite umane. L’accordo stabilisce che tutti i tunisini arrivati sulle coste italiane dopo il 5 aprile 2011 debbano essere identificati e rimpatriati.

Vediamo cosa è successo dal 2012 in poi grazie all’ottima cooperazione tra i servizi specializzati dei nostri Ministeri degli interni e alla vigilanza dei nostri servizi di sicurezza e della nostra Marina. I clandestini sbarcati sulle coste italiane da 22.000 nel 2011 sono calati a 2.500 nel 2012 (il 90 per cento in meno), a 1.097 nel 2013, e dal 1 gennaio di quest’anno alla data di oggi ne contiamo circa 600, di cui 593 sono stati rimpatriati. Il contributo della Tunisia al problema dei clandestini è quindi pressoché nullo.

Una cosa che va sottolineata, perché è la punta nascosta dell’iceberg, è che le nostre forze di sicurezza, così come voi, nell’ambito dell’operazione Mare Nostrum hanno fermato migranti in mare, che provenendo da diversi Paesi africani e partendo dalla Libia cercavano di dirigersi verso le coste italiane.

Del resto, i nostri dati sulla vigilanza, sugli arresti in mare, sui salvataggi sono regolarmente comunicati alla direzione centrale per le frontiere e gli stranieri del Ministero dell’interno italiano, diretta dal dottor Pinto. Ciò non vuol dire che non esista ancora la tentazione di partire e, grazie al controllo che siamo di nuovo in grado di esercitare sulle nostre frontiere marittime e terrestri, alla vigilanza italiana e anche a campagne televisive che cercano di dissuadere i migranti da ciò, evidenziando come non convenga emigrare in Europa perché non c’è lavoro e si rischia la vita, il fenomeno è contenuto.

Rimangono in sospeso questioni come i 240 scomparsi in mare nel 2011. Questo è ancora un dossier spinoso tra l’Italia e la Tunisia, poiché i genitori continuano a reclamare notizie sulla sorte dei loro figli.

Vengo ora all’applicazione dell’accordo e soprattutto alla procedura di riammissione, che viene applicata regolarmente con discrezione, tanto che la stampa parla di sbarchi ma non di rimpatri. Nel 2011 abbiamo dunque rimpatriato 3.321 clandestini (cifre ufficiali di fonte italo-tunisina), 2.031 nel 2012, 724 nel 2013 e, ad oggi, 593 nel 2014. “

Uno degli organi fondamentali per l’esternalizzazione del controllo delle frontiere, responsabile delle suddette campagne “dissuasive” ed accompagnatore negli accordi bilaterali tra Stati è l’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni).

L’OIM, responsabile tra l’altro del sistema del “rimpatrio volontario”, viene spesso presa in considerazione dall’associazionismo per proporre soluzioni nel rispetto dei diritti umani delle persone migranti.

Proprio questa Organizzazione, composta da 156 Stati membri, 10 Stati osservatori, a cui si aggiungono numerose organizzazioni intergovernative e non governative, nel gennaio 2014, accennò a delle proposte concrete per riformare i CIE in Italia, in un momento in cui la denuncia dei media di regime stava portando alla luce le condizioni d’internamento delle persone migranti.

Vi lasciamo alla lettura delle 10 proposte dell’OIM, per tornare a breve ad interrogarci su quanto, a poco più di un anno di distanza, si sia avverato.

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CIE di Bari – arrestato un recluso per una protesta sul tetto del centro

NoBorder, NoDetention

Apprendiamo dalla stampa che un ragazzo di origine albanese, detenuto nel Cie di Bari, sarebbe salito sul tetto del centro per protestare contro la detenzione.
Una volta intervenuti, i carabinieri lo hanno fatto scendere e, stando alla ricostruzione dei media, il ragazzo si sarebbe a questo punto rivoltato aggredendo le guardie. Il recluso è stato arrestato per minaccia, violenza, resistenza e lesioni a P.U. e subirà un processo per direttissima.

Del CIE di Bari non sappiamo molto, l’invisibilità del centro è stata rotta più volte dalle proteste delle persone recluse [123] e ultimamente dalla morte di un ragazzo, di cui le autorità non si sono preoccupate di dare una spiegazione. Solo grazie alla corrispondenza di un recluso, pubblicata ultimamente da Macerie, si è riusciti a capire qualche dettaglio sulla sua morte.

Vi segnaliamo anche un contributo che abbiamo ricevuto da alcuni nemici delle espulsioni riguardo la gestione dei CIE, pubblicato per dare qualche spunto intorno la figura di chi gestisce la prigionia nel centro di Bari.

Solidarietà a chi lotta e si rivolta nei CIE.
Dei Cie solo macerie.

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Grecia: in lotta contro la Fortezza Europa e la guerra ai migranti

freeTraduzione da “Iniziativa aperta contro i centri di detenzione

25 Aprile: giornata nazionale d’azione contro la politica di detenzione e i moderni campi di detenzione per rifugiati e migranti.

Azioni ad Atene, Salonicco, Volos, Larissa, Hania, Patrasso e Preveza

La guerra dell’Unione europea contro immigrati e rifugiati continua.


Il prendere di mira gli immigrati e i rifugiati, criminalizzando la loro stessa esistenza, è una politica sempre più istituzionalizzata ed applicata in Europa.
La Fortezza Europa che uccide indiscriminatamente rifugiati e nuovi immigrati alle frontiere dell’Unione europea è un’ Europa di esclusione e di totalitarismo, che imprigiona, umilia e marginalizza la loro esistenza. Si tratta di una politica basata sul principio “fortezza all’esterno, galera all’interno”.

Negli anni precedenti le autorità greche sono stati protagoniste nelle politiche e pratiche della guerra anti-immigrazione dell’UE. I produttori di fragole di Manolada [che spararono a 200 braccianti migranti in sciopero per ottenere la paga] , i morti annegati davanti Farmakonisi [11 afghani, tra cui otto bambini, lasciati morire dalla guardia costiera greca che non li soccorse], le retate della polizia, i centri di detenzione, gli assalti razzisti e fascisti contro gli immigrati e rifugiati costituiscono una realtà crudele e quotidiana avallata e coperta dall’esecutivo e dalle autorità giudiziarie.

Dopo le elezioni del 25 gennaio e la formazione del governo SYRIZA-ANEL qualcosa è cambiato, ma non tanto da soddisfare tutte le richieste del movimento degli immigrati ed antirazzista.

Frontex procede attivamente e indisturbato alle frontiere marittime, la recinzione della vergogna di Evros [costruita sul confine greco-turco per impedire l’accesso dei migranti ] è ancora in piedi, l’accesso all’asilo e il tasso di riconoscimento dello status di rifugiato rimane tragico, decine di migliaia di immigrati rimangono senza documenti e , cosa peggiore di tutte, la politica di detenzione per le persone senza documenti rimane in vigore.

Anche se, grazie alla pressione delle proteste tenute in tutta la Grecia, gli immigrati detenuti cominciano ad essere liberati dai centri di detenzione, la regolarizzazione dei migranti che vengono rilasciati, nonché la chiusura definitiva dei lager etnici rimangono ancora poco chiari.

Continuano a circolare posizioni e dichiarazioni contraddittorie di membri del nuovo governo.

Mentre all’annuncio del lancio della nuova operazione pan-europea “Amberlight” di retate/pogrom contro gli immigrati e rifugiati, il Ministro della “Protezione dei cittadini” Panousis ha dichiarato che “non riguarda più gli immigrati” , il nuovo piano operativo speciale della polizia di Atene è fondamentalmente una continuazione delle precedenti retate previste dall’operazione “Xenios Zeus” [che comportò l’arresto di migliaia di migranti], sfidando ogni ragione di un governo di sinistra e quello che è certo è che si troveranno contro tutto il movimento degli immigrati ed antirazzista.

L’ “Iniziativa aperta contro i centri di detenzione” partecipa alla giornata nazionale d’azione contro la politica di detenzione e i moderni campi di detenzione per rifugiati e migranti e chiama una manifestazione Sabato 25 aprile davanti al ministero della “Protezione dei cittadini”a Katehaki Avenue, Atene.

Un pre-raduno si svolgerà presso la stazione della metropolitana Katehaki alle ore 12.

Chiediamo:

-L’abolizione immediata della politica di detenzione per i migranti e rifugiati senza documenti

-Il rilascio immediato dei detenuti reclusi nei lager etnici e nelle strutture di detenzione delle stazioni di polizia

-La chiusura immediata di tutti i centri di detenzione

-L’abolizione di Frontex e del trattato di Dublino 2.

25a

Il 9 Maggio è stata convocata anche una manifestazione nazionale contro la recinzione di Evros, al confine tra Grecia e Turchia.

evros

 

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Firenze – Ogni pretesto è buono: sulla militarizzazione degli spazi urbani

fonte: informa-azione

Segue il testo di un manifesto apparso a Firenze a proposito di militarizzazione:

militariwebOgni pretesto è buono…

Mentre nei mari a sud della Sicilia il rovesciamento di un’ imbarcazione di immigrati provoca tra i 700 e 900 morti, la più grande tragedia degli ultimi anni (a detta dei media), nei giornali e sul web si scatena ovviamente il rigurgito dei politici e del papa in una sequela di opinioni, speculando sulla morte degli ennesimi clandestini in cerca di una vita migliore.
Si parla di nuovi modi e strategie da pianificare per impedire questo scempio. Chi parla di intesa fra parti politiche europee, dialogo e accordi con i paesi da cui partono le imbarcazioni per impedire che queste salpino. Un politologo americano, Edward Luttwar, suggerisce addirittura di mandare droni sulle coste libiche per distruggere i barconi che servono ai trafficanti di esseri umani. Basta buonismo, bombardate gli scafisti! Mentre da noi, in un paesino del nord Italia, un sindaco leghista si vanta di dormire abbracciato al suo fucile pronto a sparare contro i criminali stranieri, invogliando così i suoi fedeli elettori a prendere esempio da lui, e in un altro comune in provincia di Padova un altro sindaco, stavolta Pd, si oppone fermamente all’apertura di un centro d’accoglienza per profughi, raccogliendo consensi e complimenti tra le file leghiste.

Un continuo chiacchiericcio che da un lato svela l’ipocrisia di alcune fazioni sinistre e che dall’altro dà libero sfogo ai commenti xenofobi dei fascisti di ogni sorta. Così, mentre attendiamo il Santo giorno della liberazione d’Italia dal fascismo di Mussolini, se ne continua a praticare uno più “velato”, mai scomparso ma solo trasformatosi nei termini e decisamente mai cambiato nei modi.
Partendo dall’emergenza delle stragi nei mari del nostro paese e della clandestinità fino ad arrivare al pericolo terroristico, i governanti giustificano l’intensificarsi delle operazioni di “sicurezza” nelle strade e nei punti sensibili delle città. Continua a leggere

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Roma – mercoledì 22 presidio – La Fortezza Europa uccide, basta morti in mare

bordersRiceviamo e diffondiamo questo appuntamento.

 

LA FORTEZZA EUROPA UCCIDE
BASTA MORTI IN MARE

Tempi di stime, calcoli e cordoglio istituzionale.
Tempi in cui, mentre corrono le ore, altre persone perdono la vita soffocate nel muro d’acqua ultra militarizzato chiamato Mar Mediterrano.

Tempo, il nostro, in cui dire basta.

Con la strage del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, l’Italia ha definitivamente imparato a strumentalizzare i propri massacri. A quella tragedia è seguita “Mare Nostrum”, una cosiddetta operazione umanitaria, il cui reale obbiettivo era ricattare le istituzioni europee con la minaccia di un’invasione e continuare a finanziare l’agenzia per il controllo delle frontiere Frontex, nella guerra contro le persone migranti. Oggi indietreggiare le navi da guerra che sorvegliano il Mediterraneo, con l’operazione Triton, significa provocare tante morti: è un calcolo lucido e spietato.

Noi non siamo complici di questi assassini e lo vogliamo gridare forte.

Per farla finita con i massacri e con il business dell’accoglienza.
Per dire no alle guerre esportate in nostro nome.
Contro il regolamento di Dublino e le leggi che legano il permesso di soggiorno delle persone immigrate allo sfruttamento.
Per la chiusura immediata dei centri di detenzione per immigrati.

MERCOLEDI’ 22 APRILE ORE 17
PRESIDIO DAVANTI IL MINISTERO DELL’INTERNO
appuntamento a Piazza Esquilino

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CIE di Ponte Galeria: continue deportazioni

stopRiceviamo e pubblichiamo. Ricordiamo che per scriverci ed inviarci contributi potete farlo all’indirizzo hurriya[at]autistici.org

Come già vi abbiamo raccontato una settimana fa, un recluso del CIE di Ponte Galeria è riuscito a resistere alla deportazione coatta tagliandosi il corpo e ingerendo delle lamette, espulsione che invece ha riguardato altre due persone.
Dai racconti dei familiari di uno dei due ragazzi espulsi, abbiamo saputo che, a seguito di un pestaggio avvenuto prima in Italia e poi, appena sbarcato, anche in Tunisia, il ragazzo si trova tuttora ricoverato in ospedale a Tunisi.

Per protesta contro l’internamento e la minaccia continua di deportazione, un altro ragazzo recluso ha deciso di cucirsi le labbra con il fil di ferro, portando avanti uno sciopero della fame inizialmente sostenuto da molti reclusi, in concomitanza con la resistenza alla deportazione di cui parliamo sopra.

Stando ai racconti di alcuni testimoni, due giorni fa Moes, il ragazzo con le labbra cucite, dopo essere stato più volte pressato ad accettare il trasporto in ospedale, ingannato dalla promessa di essere liberato, ha accettato di ricevere le cure precedentemente rifiutate con la paura dell’espulsione.

Il giorno successivo al trasporto in ospedale, Moes è stato visto dai suoi compagni di reclusione rientrare al CIE ammanettato, recuperare i suoi effetti personali per poi subire una deportazione in Tunisia, quando era ormai separato da tutti gli altri.

Questa mattina, 12 sbirri sono entrati nella cella di Alì, un altro ragazzo nato in Tunisia, lo hanno ammanettato e deportato.

Ad oggi, nella sezione maschile del CIE di Ponte Galeria sono recluse più di 80 persone, ogni giorno ci sono nuovi ingressi, principalmente frutto di retate in strada, e frequenti sono le deportazioni.

Nota: pensiamo non sia un caso che le deportazioni di questi giorni stiano avvenendo verso la Tunisia, Stato che continua a rafforzare accordi economici e militari con l’Italia.

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UK: detenute di Yarl’s Wood punite per un’azione di solidarietà contro le deportazioni

Fonte: rabble.org 

yarlswoodwomen

Tratto da Movement for Justice

Anna Rjabova e Lillija Jezdovska sono coraggiose combattenti per la loro libertà e per i diritti e le libertà delle loro compagne detenute nel famigerato centro di detenzione di Yarl’s Wood, vicino a Bedford. Giovedi 9 aprile facevano parte di un gruppo di donne dell’Europa orientale, dell’Africa e dei Caraibi che si sono riunite per bloccare fisicamente la deportazione di Lucy N, una vittima di tortura proveniente dal Kenya . Le donne si sono riuniti insieme, si sono sedute intorno a Lucy, hanno incrociato tra loro le braccia e hanno cantato.

Quel pomeriggio più di trenta “guardie” alle dipendenze della Serco (la società privata che gestisce Yarl’s Wood) si sono dirette nella stanza di Lucy, indossando protezioni antisommossa e armate con manganelli. È possibile ascoltare la registrazione del momento in cui le guardie sono entrate nella stanza e hanno trascinato le donne fuori : c’erano 3 guardie per ogni donna. Anna, Lillija e altre quattro donne sono state ammanettate e portate nell’ala Kingfisher , il blocco di isolamento all’interno di Yarl’s Wood.

Anna e Lillija sono state brutalmente picchiate sulle gambe con il manganello da una delle guardie, Jo Singh, contro il quale Lillija aveva già precedentemente sporto denuncia . Anna ha dovuto essere ricoverata all’ospedale di Bedford per il trattamento ricevuto Sabato. Hanno fatto altre denunce e hanno parlato agli ispettori carcerari attualmente in visita a Yarl’s Wood.

L’espulsione di Lucy è stata annullata e le altre donne sono uscite dal blocco di isolamento, ma Anna e Lillija sono rimaste detenute nell’ala Kingfisher ormai da una settimana. A Lillija è stato impedito di partecipare ad un’udienza per la cauzione prevista per lunedi. Mercoledì scorso gli è stato detto che saranno presto trasferite in un carcere. Il Ministero degli Interni e Serco si rifiutano di dire loro perché sono state separate dalle altre.

Anna e Lillija sono entrambe Lettoni di etnia russa e hanno vissuto in Gran Bretagna per molti anni. Lillija è sposata con un cittadino UE (Austriaco) e ha tre figli che vivono qui, di età compresa tra 7 e 17 anni. Entrambe hanno avuto condanne per taccheggio e hanno scontato la breve pena detentiva. Successivamente sono state spostate a Yarl’s Wood dove sono state detenute per quasi un anno . Di conseguenza la loro salute mentale è stata compromessa ed entrambe hanno una storia recente di autolesionismo.

Sono state condotte in carcere come un modo per coprire la brutalità delle guardie.

Sono state prese di mira per la loro resistenza ad un sistema di detenzione disumano e razzista, e per la loro solidarietà con gli altri detenuti di tutte le etnie.

Nota di Rabble: il Movement for Justice chiede di contattare i funzionari per chiedere il loro rilascio dalla prigione. Vedi qui per maggiori dettagli

Articolo precedente sulle lotte dei/delle migranti nei centri di detenzione in Gran Bretagna:

UK–Proteste dei/delle migranti nei centri di detenzione e solidarietà concreta all’esterno

 

 

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