700 migranti assaltano la frontiera; una ventina (per ora) riescono ad entrare a Melilla

Melilla 28 marzo 2014

Melilla 28 marzo 2014

Nuovo assalto stamattina alla frontiera che separa il marocco dall’enclave spagnola di Melilla.

Circa un migliaio di migranti di origine sub-sahariana divisi in 2 gruppi hanno provato a superare le recinzioni nelle zone di Villa Pilar e Beni Enzar.
Secondo quanto riportato dalla stampa una ventina di loro sarebbero riusciti ad entrare; alcuni sono stati ricoverati in ospedale mentre gli altri sono stati accompagnati al CETI, nel quale ad oggi sono presenti circa 1800 migranti a fronte di una capacità complessiva di 480 posti

Impressionante il dispositivo di sicurezza dispiegato: quattro squadre Rapid Intervention Module (MIR) il Grupo de Reserva y Seguridad (GRS) della Guardia Civil, ciascuno composto da una ventina di agenti, e tre gruppi di Unità di Intervento di polizia (PIU), per un totale di 150 persone. Inoltre di rinforzo ad entrambi gli organi ci sono 230 agenti antisommossa, oltre ai poliziotti in servizio nel Comando di Melilla, capo della polizia Superiore e un elicottero, che ha volato questa mattina sopra la recinzione.

 

Anche ieri mattina c’è stato un tentativo di penetrare in territorio spagnolo da parte di circa 1000 migranti, respinto dalle forze di sicurezza.

Per contrastare l’enorme pressione dei migranti la Spagna ha da poco raddopiato il numero di agenti della guardia civile e si appresta ad installare 3 nuove torri di guardia e le telecamere termiche mentre il Marocco ha cominciato i lavori per la costruzione di una propria rete di protezione alla frontiera con Melilla, che corre a una trentina di metri di distanza dalla doppia barriera metallica, alta sei metri, installata dal lato spagnolo.
La solita risposta al fenomeno delle migrazioni: militarizzazione del territorio e muri di separazione.

Fonti 123

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Rovereto – Trentanove profughi fuggono dal centro di “accoglienza”

fonte: Informa-azione

Erano arrivati sabato 21 marzo, in parte eritrei e in parte somali. Ma al centro di “accoglienza” dell’ex polveriera di Marco (Rovereto), allestito durante la cosiddetta emergenza Nord Africa, non sono rimasti neanche due giorni. Di quaranta che erano, il lunedì all’interno della struttura ne era rimasto uno solo. Evidentemente all'”accoglienza” organizzata dagli Alpini e dalla Croce Rossa hanno preferito la fuga per la libertà. Buon viaggio.

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Tolosa – Proteste nel CRA di Cornebarrieu

cra8Da sabato, nel Centro di detenzione amministrativa di Cornebarrieu protestano 40 persone migranti imprigionate in due delle cinque aree del centro. I reclusi si rifiutano di mangiare per protestare contro il trattamento impartito dall’amministrazione. A seguito di un alterco con le squadre di polizia presenti nel centro, i detenuti hanno anche deciso d’inviare una lettera al procuratore per informarlo della loro situazione. “La maggior parte delle persone trattenute nel centro sono di religione islamica e una squadra di polizia ha creduto divertente diffondere musica dagli altoparlanti della stanza in cui pregano. Di fronte a questa evidente mancanza di rispetto, si sono accesi gli animi”, dice Leo Claus, responsabile di un’associazione per l’accoglienza dei migranti.
Le tensioni all’interno del centro di detenzione sono aggravate dal fatto che la provincia di Haute Garonne è una delle poche in Francia che utilizza tutti i 45 giorni di detenzione consentiti dalla legge.

fonte: [1]

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Caltanissetta – Tentata fuga dal Cie

caltanissettaApprendiamo dai media di regime del tentativo di fuga dal Cie di Pian del Lago, Caltanissetta.
In attesa di sapere qualcosa di più delle persone rinchiuse nel centro d’identificazione  ed epulsione riportiamo che, secondo la ricostruzione fornita dai militari in servizio, sono circa 40 le persone che hanno preso parte al tentativo d’evasione, la metà quindi del totale di 82 persone attualmente internate.

Sembra che alcuni, arrampicandosi sulla recinzione, hanno tentato di conquistarsi la libertà mentre altri hanno coperto la fuga con una sassaiola.
Si parla di “notevoli danni ai mezzi militari” ma purtroppo sembra che nessuno sia riuscito a darsi alla macchia. Secondo le informazioni diffuse, sembra che questo tentativo di massa sia a ridosso della deportazione coatta in Tunisia ed Egitto di alcune persone internate nella struttura.

Il Cie di Caltanissetta è gestito dalla cooperativa Auxilium, la stassa che si arricchisce con l’internamento di migranti nel Cie di Ponte Galeria a Roma.

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Gli specialisti. Sulle deportazione dei ragazzi di origine nigeriana dal Cie di Torino

No ai rimpatri

No ai rimpatri

Come insegnava il vecchio Eichmann, il buon funzionamento di una deportazione è anche una questione di logistica: far combaciare gli spostamenti delle truppe di scorta, la disponibilità della giusta massa di prigionieri e di mezzi di spostamento adeguati, con il funzionamento delle infrastrutture generali di trasporto; senza dimenticare le carte da timbrare, l’inchiostro per i timbri e gli appositi funzionari. Proprio in questi giorni gli specialisti agli ordini dell’immarcescibile vice-questore Rosanna Lavezzaro si stavano impegnando molto per far partecipare anche il Cie di corso Brunelleschi ad una bella deportazione di nigeriani organizzata a livello europeo. Un solo volo charter che parte da qualche capitale del Nord e che gira tra i Paesi dell’Unione ad imbarcar passeggeri forzati: l’ultima tappa, abitualmente, è Roma, dove si fan convergere per tempo quelli prigionieri dei Cie italiani, e poi diritti a Lagos.

Sembra tutto pronto, ma domenica c’è l’intoppo: dopo una settimana di roghi, va a fuoco proprio uno dei moduli dove son prigionieri alcuni dei futuri deportati. Questa volta c’è una telecamera che bene o male riprende la scena, il materiale per effettuar qualche arresto c’è ma… che si fa? Arrestarli vorrebbe dire far perdere loro l’aereo che è previsto a giorni e che è bello e organizzato, e pure il Console il suo timbrino l’aveva finalmente messo… gli uomini della Lavezzaro avranno avuto qualche dubbio, ci rimuginano qualche ora mentre compilano i verbali ed effettuano i riconoscimenti, ma alla fine prendono la decisione che tutti si aspettano da un poliziotto e portan sei ragazzi nigeriani alle Vallette.

L’incertezza, però, gioca agli specialisti un brutto scherzo, perché alla successiva udienza di convalida il giudice si rende conto che è passato troppo tempo tra l’incendio e l’arresto: manca la flagranza di reato, e i sei van liberati. «Ma come, ci consentono di metter le telecamere e poi quando abbiamo i filmati non ce li fanno arrestare?» – sembra abbia esclamato forte uno dei questurini a fine udienza. Per rimediare alla brutta figura, all’ultimo minuto, dopo un veloce passaggio in Questura, i nostri piccoli Eichmann riescono a recuperare il tempo perso e ad imbarcare quattro dei sei nel volo per Roma, blindatissimo e già stipato degli altri nigeriani che eran rimasti in corso Brunelleschi. Degli arrestati di lunedì tornano nel Centro solo in tre: due dei nigeriani, che avevan fatto domanda d’asilo e che quindi per ora non si posson deportare, e un ragazzo tunisino – che era stato arrestato per un altro incendio, e per il quale il giudice ha convalidato l’arresto ma rilasciandolo immediatamente. Tutti e tre dovran comparire domani di fronte al Giudice di Pace che convaliderà di nuovo il loro trattenimento al Cie. Nessuno è più alle Vallette, dunque.

Nel Cie semidistrutto, dunque, ora ci son soltanto una trentina di persone: le donne, che occupano l’unica area ancora intonsa, sono la metà e mentre i maschi son sistemati tra una stanza della blu e la mensa bruciacchiata della viola. Intanto, tanto per tornare alle procedure degli specialisti delle deportazioni, ci tocca segnalare che se nulla è ancora dato di sapere su chi la settimana passata si sia candidato a gestire il Centro, la Prefettura ha annunciato che, contrariamente alle consuetudini, a valutare le offerte sarà una commissione formata, oltre che dai propri funzionari, anche da poliziotti. Insomma a scegliere se affidare la gestione del Centro alla Croce Rossa militare o a qualche nuovo venuto sarà anche… Rosanna Lavezzaro, della quale si riconoscon le competenze in materia di funzionamento dei Centri. Vi segnaliamo anche i nomi degli uomini del Prefetto che compongono la commissione, giusto per lasciare qualche traccia ai posteri: Giuseppe Zarcone, dirigente di II fascia, Valeria Sabatino, vice-prefetto, e Donatella Giunti, funzionario addetto ai verbali.

Fonte Macerie su cui troverete un intervento sugli arresti, le deportazioni e il presidio di domenica prossima, trasmesso su RBO

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Proteste nei Cie di Bari e di Trapani: il cibo fa schifo, nessuno controlla la scadenza.

Reclusi

Reclusi

Torna sulla scena il Cie di Bari Palese che, nonostante la famosa sentenza del dicembre scorso, continua a funzionare. Oggi i reclusi hanno finalmente capito perché il cibo che viene passato loro fa tanto schifo: gli operatori di Connecting People non controllano le scadenze tanto che a pranzo son state servite delle ricotte scadute da quattro giorni. Il cibo è stato gettato e ne è nata una protesta vivace, con le porte blindate sbattute rumorosamente, qualche danneggiamento e l’intervento della polizia e dei Marò della San Marco. Il cibo che è stato portato in serata, poi, è stato semplicemente tolto dalle confezioni prima di arrivare nelle sezioni, rendendo impossibile ai reclusi controllarne la freschezza: ovviamente nessuno si fida più, ed è stato di nuovo rifiutato in massa. Le altre lamentele sono le solite che arrivano da Bari e in generale da tutti i Centri italiani: poche docce funzionanti (una per ventotto prigionieri, nella sezione che abbiamo contattato), nessuna possibilità di far pulizie, l’assistenza sanitaria meno che precaria.

Da parte loro, dopo la protesta di lunedì, oggi i reclusi di Trapani Milo hanno di nuovo scavalcato i cancelli. Allora erano rientrati dopo che alcuni funzionari avevan promesso loro che oggi sarebbe arrivato un “camion” pieno di tutti quei generi di prima necessità (dalla carta igienica, ai sacchi per la spazzatura, ai detersivi) che nel Centro mancano da più di una settimana: oggi son ritornati fuori, lanciando in giro anche la spazzatura che si è accumulata in questi giorni, perché il “camion” è arrivato e si è scoperto essere una grandissima presa in giro: dieci confezioni di carta igienica per quaranta persone, un paio di flaconi di shampoo. Ricevuta ancora qualche promessa e qualche rassicurazione, i reclusi han fatto rientrare la protesta, ma sono pronti a riprenderla già da domani.

Fonte Macerie su cui troverete anche gli audio dei racconti dei reclusi.

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Parigi. La Croce Rossa deporta…

La Croce Rossa partecipa attivamente alla reclusione e all’espulsione dei migranti senza documenti.

Martedì 18 marzo, di prima mattina, i vetri della sede della Croce Rossa in via Elisa Lemmonier (12 ardt.) a Parigi, sono stati ripetutamente colpiti e adesso mostrano dei simpatici buchi.

Solidarietà ai 2 detenuti condannati per la rivolta del 14 febbraio al CRA di Vicennes e alle/ai 5 compagne/i arrestati per aver solidarizzato con i rivoltosi.

Dei CRA solo macerie.

Fonte Indymedia Nantes

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Torino – domenica 23 marzo presidio al Cie e aggiornamenti sui 7 arrestati

i-cie-si-chiudonoda Radio Blackout:

Dei 7 reclusi arrestati lunedi per gli ultimi roghi al CIE di Torino, tre (il ragazzo tunisino e due nigeriani richiedenti asilo) sono stati riportati in corso Brunelleschi, mentre altri quattro nigeriani sono stati caricati su un volo diretto a Lagos insieme ad altri connazionali.

Il CIE è sempre più ridotto a un cumulo di macerie, non sembrano essere imminenti lavori di ristrutturazione, e i reclusi presenti sono una trentina su una capienza originaria di circa 200. Ciononostante sembra confermata la gara d’appalto per la gestione dei prossimi tre anni.

Domenica 23 marzo alle 18 è indetto un presidio di solidarietà con i protagonisti delle ultime rivolte, e per la libertà di tutti/e.

Ascolta la diretta di questa mattina con Paolo.

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Cie di Ponte Galeria – l’operazione militare Mare Nostrum consegna un minorenne nelle gabbie del lager

No-fences-no-borders_0S. ha 17 anni e si trova internato nel Cie di Ponte Galeria dal 15 febbraio.
Nonostante il silenzio totale riguardo quest’ennesimo episodio, a parte un comunicato dell’ASGI totalmente ignorato dalla stampa di regime, conosciamo perfettamente le responsabilità vicine e lontane.

L’operazione di guerra “Mare Nostrum” continua ad intercettare imbarcazioni con a bordo persone come S., reduci da viaggi lunghissimi e da violenze continue. Lampedusa continua ad essere il territorio di smistamento dei/delle nuovi/e arrivati/e in centri di detenzione e il Cie di Ponte Galeria sembra essere il favorito per l’internamento di chi dell’Europa ha solo visto gabbie e militari. La direzione del lager per migranti alle porte di Roma, ancora della cooperativa Auxilium dopo un contratto scaduto a febbraio 2013 prorogato continuamente dalla Prefettura, copre nel silenzio la reclusione di S., nonostante il ragazzo lamenti gravissimi disagi. L’intero team di aguzzini in servizio nel Cie, con la bocca tappata, prova a lavarsi la coscienza con inutili “pacche sulle spalle” del ragazzo. L’ospedale Grassi di Ostia dimostra la totale connivenza con il sistema d’oppressione dello stato italiano, firmando il certificato che ha decretato la prigionia di S.  La scusa riportata dal medico in servizio, di cui ovviamente tutti sanno l’identità, è che “dalla radiografia dell’osso, il ragazzo presto sarà maggiorenne”.

Riportiamo un brevissimo stralcio del comunicato suddetto, l’unico, ripetiamo, a prendere parola riguardo:

“Ha 17 anni ed è stato ritrovato in mare il 15 febbraio scorso nel corso dei pattugliamenti nel contesto dell’operazione Mare Nostrum, mentre tentava la traversata del Mediterraneo diretto dalla Libia verso le coste italiane. Ora si trova in un CIE a Roma.

“Siamo venuti a conoscenza di una gravissima violazione del diritto d’asilo grazie ad una segnalazione arrivata al Centro Operativo per il Diritto all’Asilo”, dichiara l’associazione SenzaConfine, coordinatrice del Centro attivato a fine 2013 con il supporto di ASGI e di Laboratorio 53.

Insieme agli altri passeggeri dell’imbarcazione sulla quale viaggiava, S.O. è stato trasferito a bordo di una nave militare che li aveva avvistati e lì direttamente sottoposto a fotosegnalamento; i suoi dati sono stati in quel momento trascritti erroneamente dalle autorità di polizia e, nonostante lui si fosse dichiarato più volte minore, è stato emesso nei suoi confronti un decreto di respingimento differito a cui è seguito il suo diretto trasferimento presso il CIE di Ponte Galeria, dove risulta trattenuto, insieme ai connazionali con i quali stava viaggiando, dal 19 febbraio.

“Si tratta di violazione di fondamentali principi del diritto internazionale ed interno quali quelli del favor minoris e di non refoulement, operata da diversi attori istituzionali ed in primo luogo dalle autorità di polizia attive nel contesto dell’operazione “umanitaria-militare” Mare Nostrum” afferma l’avv. Salvatore Fachile dell’ ASGI .

Risulta grave che le autorità coinvolte – la Questura di Ragusa, che ha emesso il provvedimento, la Questura di Roma, competente per il suo trattenimento e la competente autorità giudiziaria – non abbiano spontaneamente provveduto a riconoscere l’ età dichiarata di S.O., il quale si trova in evidente stato di shock anche a causa dei gravissimi episodi di violenza di cui è stato vittima in Libia poco prima della sua fuga.

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“LESS THAN HUMANS” – la politica di detenzione preventiva sistematica e indiscriminata contro i migranti in arrivo a Malta

Riceviamo e pubblichiamo un testo di Corto & Maltese che ringraziamo per il contributo.

Il 6 Marzo scorso, intorno alle 2 di notte, 19 migranti tra i 19 e i 29 anni, provenienti da diversi paesi (Senegal, Mali, Ghana, Guinea Bissau e Sierra Leone), sono riusciti a fuggire dal Centro detentivo per migranti di Hal Safi, situato in una base militare nel sud est di Malta, danneggiando una parte di recinzione. Purtroppo 14 tra loro sono stati subito riarrestati lo stesso giorno della fuga, mentre 5 risultano ancora ricercati.
Il centro in questione è uno dei “Centri di identificazione e permanenza preventiva per immigrati” dell’isola di Malta, necessari secondo la legislazione maltese (capitolo 217 dell’Immigration Act) per porre rimedio (punire per dissuadere) al fenomeno dell’immigrazione clandestina, e non è la prima volta che,anche per le condizioni disumane in cui versano, i migranti detenuti tentino la fuga o azioni di ribellione.

maltaIl sistema maltese si basa sulla nozione di “prohibited immigrants”: tutte le persone che non hanno diritto a entrare/transitare/risiedere sul territorio sono quindi soggetti al “removal order” (rimpatrio), che prevede quindi come logica conseguenza la detenzione durante il periodo necessario affichè la procedura di deportazione abbia luogo (“Boat Ride to Detention”, come definito da un report dello Human Rights Watch del 2012). Chiaramente poi il governo maltese non riesce a rimpatriare tutti, per cui dopo i 18 mesi i migranti vengono rilasciati.
Tale detenzione è abbastanza indiscriminata poiché vale anche per i richiedenti asilo (fino a 12 mesi di detenzione, che diventano 18 se la richiesta non viene accolta o in caso di mancata richiesta). Inoltre, nel rapporto “Not Criminals” si denunciano le condizioni e i trattamenti disumani ai quali vanno incontro i migranti nei centri di detenzione maltesi: sovraffollamento, totale mancanza di privacy, condizioni igieniche e sanitarie terribili (al punto da lasciare i detenuti con malattie infettive insieme ai detenuti sani, spesso causando interminabili epidemie).

“In ottobre è cominciato ad essere più freddo. Io, mia madre e mia zia dormivamo su due materassi, ma nella nostra stanza le finestre erano rotte ed era molto freddo. Così ho deciso di andare a dormire con altre due persone etiopi: la loro stanza era molto piccola e senza finestre, quindi non faceva freddo. Questa stanza però era nella zona dei bagni e per raggiungerla ho dovuto camminare sul pavimento che era ricoperto d’acqua. E puzzava sempre. Alla fine di ottobre mi sono ammalato molto, avevo una brutta infezione ai polmoni. Mi hanno portato in ospedale dove mi hanno ricoverato per più di dieci giorni. Quando mi sono ripreso, ho pianto perché non volevo ritornare in prigione.”
Ragazzo etiope trattenuto dieci settimane in un centro di detenzione

Ancora piú sconvolgente é il fatto che lo stesso trattamento venga adottato anche nei confronti dei minori di 18 anni “non accompagnati” (quelli che arrivano con le loro famiglie spesso vengono trasferiti negli Open Centre, tipologie di “carcere” meno restrittive, somiglianti a delle baraccopoli o dei ghetti), anziani, donne incinte o persone con disabilitá fisiche e/o mentali.

Gli effetti deleteri della detenzione sui migranti minori si possono evincere dalla breve dichiarazione di Kelile, 17 anni quando arrivó a Malta nel 2011 e fu detenuto per ben 9 mesi, poi ospedalizzato per 15 giorni e poi ritradotto in carcere:
“Prendo farmaci adesso, per dormire. Niente farmaci, niente sonno…il mio cervello non é in buone condizioni, é davvero dura…non posso…non posso…questo é un posto terribile. Ho bisogno di libertá.”

Molti minori (e non) hanno sviluppato disturbi mentali di vario tipo e gravitá, a causa di traumi subiti durante i viaggi che durano mesi, acuiti dalla detenzione ingiustificata dalla durata indefinita, dell’eventuale rimpatrio e delle condizioni aberranti della detenzione. Molte organizzazioni internazionali per il monitoraggio dei diritti umani hanno espresso preoccupazione per questo tipo di detenzione sistematica, puntando il dito soprattutto sull’eccessiva discrezionalità con la quale il periodo di detenzione viene prolungato dall’autorità, senza obbligo o termine di legge.

Hal Safi, il secondo per grandezza dei 4 Detention Centre maltesi e gestito direttamente dall’esercito (al contrario degli Open Centre, che sono sotto gestione del governo maltese o delle diocesi), è balzato spesso recentemente agli onori della cronaca per le condizioni disumane in cui versano i detenuti e come riportato da diverse delegazioni non è altro che un carcere, che “disintegra in tutti quei giovani uomini la vitalitá e l’entusiasmo” che la ricerca della libertá dalle  guerre, dalle persecuzioni e dalla povertá aveva resituito loro, nonostante sopravvivere a viaggi di quel tipo sia spesso miracoloso.
Anche Amnesty International ha espresso una serie perplessità per l’incuria e per l’eccessivo uso della forza contro i detenuti di Hal Safi, come descritto in un report del 2005, risultato di una investigazione portata avanti dal governo maltese sugli “incidenti” avvenuti in quel posto. Soprattutto la morte di Mamadou Kamara, 32 anni del Mali, ha aumentato tali preoccupazioni (si é mossa in tal senso anche la Commissione per la Prevenzione della Tortura), ma ancora nulla sembra essere cambiato, se non nei proclami sterili del governo maltese.
malta1Il 16 Agosto del 2011 nella Wharehouse One di Hal Safi, infatti, c’era stata una dura rivolta dei migranti libici ai quali, dopo 6 mesi di detenzione preventiva, era stata rifiutata la richiesta d’asilo. Un imponente dispiegamento di forze è stato schierato per sedare la rivolta: 85 soldati dell’esercito, 120 agenti di polizia, oltre al personale del centro, con uso massiccio di gas lacrimogeni e altre misure repressive, come l’uso di proiettili di gomma (negato dagli agenti durante il processo). Continua a leggere

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