CPR di Palazzo San Gervasio: in un video le persone recluse parlano della repressione e di una morte nel lager

Sei giorni fa è stato pubblicato da alcuni media un video ripreso dai reclusi dall’interno nel CPR di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza. Si vedono persone arrampicate sui tetti della struttura e viene descritta la repressione della polizia con lanci di lacrimogeni. Due voci raccontano di una persona morta il giorno precedente nel lager:
“ieri è morto un mio amico qua“ e sullo sfondo si sentono le grida delle persone: “assassini, assassini!”.
Non è possibile risalire a quando è stato girato il video e non si trova nessuna notizia di questa protesta né di una morte nel centro.
Le due testate che hanno pubblicato il video nei loro articoli non fanno cenno a quanto detto dai reclusi riguardo questa morte.
Non sarebbe la prima volta però che un decesso all’interno dei CPR viene  tenuto nascosto.

Per le persone recluse nel CPR è estremamente difficile riuscire a comunicare all’esterno la situazione nel lager, raccontare delle loro proteste e delle violente repressioni delle forze dell’ordine. I loro telefoni vengono sistematicamente danneggiati dalle guardie al momento dell’ingresso nel CPR, per impedire foto e riprese. Non sono funzionanti nemmeno i telefoni pubblici che dovrebbero essere disponibili nel centro. Tuttavia ogni tanto qualche cellulare sfugge ai controlli.

A metà dicembre 2019 su alcuni giornali locali è girata la notizia che la Procura di Potenza aveva aperto un’indagine sulla gestione del centro. Sono indagati operatori della Engel Italia srl, la società che ha in appalto la gestione del centro, per “comportamenti illeciti che consisterebbero nella somministrazione inappropriata di farmaci tranquillizzanti e atti di violenza verso ospiti del centro”. Durante una successiva perquisizione sono stati trovati medicinali “la cui presenza non appariva giustificata da alcuna necessità terapeutica attuale”. E’ stato sequestrano anche un trapano, che serviva probabilmente a rompere le videocamere dei cellulari dei reclusi. Continua a leggere

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Caltanissetta – Resistenze alle deportazioni nel CPR di Pian del Lago, a una settimana dalla morte di Aymen Mekni

Nel CPR di Pian del Lago è passata una settimana dalla morte del trentatreenne Aymen Mekni, il 12 gennaio scorso. Dopo la rivolta e l’incendio con i quali gli altri reclusi sfogarono la rabbia per la mancanza di cure che ha portato a questa morte, una cappa di silenzio è nuovamente calata sul lager. Non si conoscono i risultati dell’autopsia, che si dice saranno disponibili solo tra un mese, e la salma di Aymen pare sia stata già restituita alla famiglia.
Come da prassi consolidata, le autorità cercano di accelerare le deportazioni, in modo da allontanare dei possibili scomodi testimoni. Già il giorno successivo una o due persone erano state portate via.

Ieri lunedì 20 gennaio è arrivato al CPR un funzionario dell’ambasciata del Gambia, per la procedura di riconoscimento di 5 connazionali reclusi nel lager, propedeutica alla deportazione. I 5 però hanno cercato di resistere, lanciando oggetti e suppellettili, come riporta un giornale locale. A questo punto contro i 5 si sono scagliati ben 20 agenti in tenuta antisommossa, costringendoli a sottoporsi all’audizione.

Il venerdì precedente un parlamentare di LeU aveva visitato il centro di detenzione, rilasciando una dichiarazione in cui si chiedeva la chiusura del CPR “almeno fino a quando non saranno eseguite tutte le opere necessarie per rendere idonea la struttura”.  La solita sinistra di governo favorevole ai lager, solo un po’ più idonei… Sabato scorso si era poi tenuto un presidio davanti al CPR organizzato dalla Rete antirazzista catanese.

Il campo di concentramento è ancora pesantemente danneggiato dopo la rivolta di gennaio e quelle del settembre e ottobre 2019 . La maggior parte degli infissi delle finestre, muri di separazione, arredi e bagni sono andati distrutti, ed è in corso un bando per la progettazione dei lavori di ristrutturazione e ampliamento, dell’importo di 852.000 euro, che scade il 30 gennaio 2020.
L’intenzione è di portare la capienza dagli attuali 96 posti ufficiali a 144. A causa degli incendi attualmente delle parti sono inagibili, i posti sono ridotti a 72 e al momento sono recluse circa una settantina di persone, alcune costrette a dormire nei locali della mensa.

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Bologna – Dopo l’assassinio a Gradisca, oggi in piazza contro i CPR

Riceviamo e diffondiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

Bologna, martedì 21 gennaio ore 18.30, piazza di Porta Ravegnana.
Perché l’ennesima morte di stato non passi sotto silenzio!

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Gradisca – I compagni di prigionia raccontano dell’omicidio di stato nel CPR. Oggi presidio solidale

Lo stato ha ucciso ancora nel lager di Gradisca d’Isonzo.
Le persone recluse, che dall’apertura del nuovo CPR ogni giorno lottano per riconquistare la libertà, sono riuscite coraggiosamente a informare l’esterno di questa morte, raccontando con le loro voci e mostrando un video quanto avvenuto.

Oggi domenica 19 gennaio alle 14.30 si terrà un presidio solidale davanti al CPR.

Di seguito riportiamo le testimonianze audio e video raccolte dall’Assemblea No CPR e No Frontiere FVG.

 

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TRASCRIZIONE

“Suo telefono si è perso, lui non ricordava dove ha lasciato. Da li hanno cominciato a picchiarlo, loro volevano mandare tuta gente dentro le camera, lui insisteva nella ricerca del suo telefono, da li hanno cominciato a picchiare con il manganello aveva tutto il corpo rosso proprio di lividi.
Ecco da lì li hanno portato nel corridoio, quando arriva vicino al suo modulo per rientrare lui non voleva perché era un ragazzo basso e robusto: aveva la forza. Da li lui ha di uno della guardia di finanza e non voleva e hanno cominciato a picchiarlo di nuovo gli hanno buttato dentro e lui con la rabbia ha preso un pezzo di ferro ha tagliato un po’ allo stomaco, non lo hanno portato all’ospedale, domani mattina quando lui sveglia ha cominciato a fare di nuovo casino perché sentiva male al corpo per quel manganello che le ha presa tutte quella sera li.
Poi mattina le ferite le faceva male si da li sono entrati e hanno picchiato di nuovo di nuovo di nuovo dopo venuto direttore e portato in infermeria dopo neanche venti minuti ed è tornato ed è rimasto con noi un attimo e poi è andato a dormire poi quando ha svegliato si il giorno dopo mattina sono venuti e hanno detto per dire oggi deve partire in bus per andare via, lui prese tutte sue cose ed è andato via con lui tutta la giornata, la sera verso 8 lo hanno portato hanno detto che non ha voluto andare perché aveva tanti brividi e hanno avuto paura di mandarlo in quel modo li al paese suo sarebbe un casino lì , nessuno avrebbe accettato avrebbe voluto capire cosa era successo: lo hanno portato indietro.
Rimasto per due giorni e lui sentiva male e chiavava “aiuto aiuto!” perché usciva sangue può darsi qualche vetri rimasto dentro lo stomaco non sappiamo , da li lui ha cominciato di nuovo a spaccare degli specchi davanti a loro, e lì ci stava un altro ragazzo da dietro, e la polizia hanno detto a quel ragazzo dietro di buttare un pezzo di ferro fuori, e quando lui si è girato ha visto che l’altro ragazzo stava buttando fuori i vetri che lui usava a spaccare e lì ha cominciato a litigare con lui. Da lì che la polizia hanno aperto la porta e sono entrati dentro. Quando sono entrati dentro hanno aperto la porta. lo hanno messo in mezzo, quanti erano.. 8 lui in mezzo circondato da 8 poliziotti. D’improvviso quando lo hanno attaccato al muro uno di loro gli è saltato addosso di forza e lui da lì la testa gli è caduta e ha sbattuto al muro (la testa è caduta ed ha battuto il muro) un muretto quello che ci sediamo s,. tipo una scaletta.
Noi posso testimoniare ovunque dovunque perché era uno di noi. Da li uno dei poliziotti ha messo i piedi al collo piedi sul collo un altro alla schiena da li lo hanno ammanettato e lo hanno portato via, circondato da loro. Noi non riuscivo a vedere bene da che parte il sangue usciva da li lo hanno portato via e fino ad oggi non lo hanno portato più indietro, abbiamo cercato di chiedere delle botte lui ci ha denuncia , “lui è stato denunciato” , “domani lo mandiamo al tribunale” , non lo so “andrà in galera” sono queste delle cose che loro dicevano a noi. Oggi all’improvviso uno di noi è andato in infermeria da lì stavano parlando e non lo hanno accorto di quello che li stava dietro e hanno detto che il ragazzo è morto questo qua è venuto da noi e ha detto che “il ragazzo è morto”. Noi abbiamo cominciato a chiamare loro per avere più informazioni nessuno è venuto da noi fino ad adesso a dire niente noi abbiamo chiamato poi al paese suo, a sua moglie.
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Claviere – Sulla giornata in frontiera del 12 gennaio

Fonte: Passamontagna

Domenica 12 gennaio un gruppo di nemici delle frontiere si è trovato a Claviere, ultimo paesino italiano prima del confine francese. Facendosi largo tra le numerose guardie e camionette di celerini presenti, si è messo un pò di traverso nella cittadina militarizzata – che normalmente si vuole paesaggio da cartolina – a dare volantini e fare qualche intervento. Poi è partito in corteo.

Sulle piste ha continuato a fare interventi fino a raggiungere il paesino di Monginevro, dove la gendarmerie era schierata sui sentieri a difesa delle seggiovie.
Infine si è preso la strada e si è tornati in corteo in Italia, disturbando per una volta la falsa tranquillità di queste zone.
Si è così voluto sottolineare la complicità dei comuni di Claviere e Monginevro nella dinamica assassina della frontiera, così come la collaborazione di alcune aziende (come Resalp, la rete di pullman che collega Oulx a Briançon) e imprese del turismo nella delazione e nella caccia all’uomo quotidiana su queste montagne.

Gli stessi sentieri usati dagli sciatori della via lattea d’inverno,  e dai giocatori di golf d’estate sono infatti utilizzati da chi non ha i “giusti” pezzi di carta per attraversare questa frontiera. Le parole d’ordine delle guardie così come delle imprese del turismo che speculano su questi territori di montagna sono di invisibilizzare e reprimere tutto ciò che turba l’immaginario paradisiaco di queste cittadine, arrivando a effettuare una caccia all’uomo costante.

Qui sotto i volantini distribuiti

 

Contro ogni frontiera!

Audio della corrispondenza sul corteo:

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QUI ALCUNI DEI VOLANTINI DISTRIBUITI DA SCARICARE

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CONTRO LE FRONTIERE E CHI LE SOSTIENE Continua a leggere

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Malta – Rivolte e incendi nei lager di Hal Safi e Marsa

Come in Italia e altri paesi, anche a Malta è continua e determinata la resistenza delle persone recluse nei centri di detenzione per immigratx.
Dopo le proteste dell’estate e dell’autunno, il 12 dicembre 2019 nel lager di Hal Safi era avvenuta una rivolta che aveva portato all’incendio di una tensostruttura e all’arresto di 11 persone.

Nei due centri di detenzione di Hal Safi e Marsa sono imprigionate circa 1.400 persone, alcune da oltre 5 mesi. In questi lager vengono detenutx anche bambinx e minorenni non accompagnatx, negli stessi spazi delle persone adulte. In grandissima parte si tratta delle persone richiedenti asilo sbarcate dalle navi delle ONG negli ultimi mesi e in attesa del ricollocamento negli altri paesi europei che si erano impegnati ad ospitarli. La detenzione amministrativa delle persone richiedenti asilo è stata reintrodotta dal governo maltese nel 2015, e formalmente per un periodo di 4 settimane, fino ad un massimo di 10 per motivi di profilassi sanitaria. In realtà la detenzione è applicata per un periodo indefinito, in violazione alle stesse leggi maltesi, come ha affermato recentemente la sentenza di un tribunale che ha accolto il ricorso di sei richiedenti asilo.

Anche il nuovo anno è subito iniziato all’insegna di rivolte e incendi.

Lunedì 6 gennaio l’ennesima protesta è cominciata nel campo di concentramento di Hal Safi, dove sono recluse 1.000 persone. Verso le 7.30 del mattino decine di persone incappucciate hanno cominciato a premere sulle recinzioni, provando ad aprire il cancello d’ingresso, reclamando, come in passato, la libertà di poter raggiugere l’Europa e lasciare finalmente il lager. Dopo l’intervento della polizia le persone si sono difese  lanciando pietre e mattoni, staccati dalla struttura, e attaccando e distruggendo gli uffici amministrativi. La polizia in risposta, con l’ausilio delle forze di pronto intervento accorse sul posto, ha operato un rastrellamento arrestando 24 persone, tra le quali due minorenni.

Mercoledì 8 gennaio è stata la volta del lager di Marsa. Nella tarda mattinata, nel centro dove vivono 400 persone, si era tenuto un incontro dei richiedenti asilo reclusi con esponenti dell’AWAS (Agency for the Welfare of the Asylum Seekers), l’agenzia statale preposta all’immigrazione. Di fronte all’ennesima risposta negativa riguardo la liberazione dal lager e il ricollocamento, alcune persone hanno cominciato ad appiccare il fuoco ai dormitori principali. Le fiamme si sono estese anche nelle strutture adiacenti, e verso l’una è intervenuta la polizia insieme ai vigili del fuoco. Tutte e 400 le persone sono state evacuate dalla struttura, mentre la polizia ha arrestato 20 persone, compresi 5 minorenni. Continua a leggere

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Centri di espulsione: gli aguzzini si vendicano

fonte: Macerie

È partita in grande stile la vendetta, di chi conduce la macchina delle espulsioni, contro i reclusi del Cpr torinese, che da ormai un paio di mesi le stanno provando tutte per farla uscir di strada e capottare definitivamente.
Nella mattinata di lunedì, le forze dell’ordine sono entrati in forze nel Centro per arrestare 5 ragazzi accusati di resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento; nel corso dell’irruzione non hanno lesinato colpi e manganellate contro i reclusi che gli capitavano tra i piedi: a due di loro è stata rotta la mano e a uno il piede. Chi si trovava nell’area verde, da poco distrutta, è stato poi trasferito nella viola che ha quindi riaperto i battenti dopo la rivolta di fine novembre. Più di una decina di reclusi sono stati portati via ed espulsi. Prima di andarsene la polizia ha infine provveduto a sequestrare numerosi telefoni, così da impedire ai reclusi di comunicare con amici e solidali “fuori” e dar conto di quel che accade all’interno delle mura. Evidentemente gli audio e i video, usciti negli ultimi giorni, devono aver dato non poco fastidio alle varie autorità cittadine e a Gepsa, che gestisce la struttura.

Un’operazione simile è stata condotta dalle forze dell’ordine nel Cpr di Gradisca dove, a poche ore dal corteo, nella notte di sabato gli agenti sono entrati nel Centro picchiando alcuni reclusi e portando via le sim card a chi aveva parlato al telefono durante le iniziative. La reazione dei reclusi non si è fatta attendere e nel pomeriggio di domenica, nell’ala più vicina alla strada, sono stati rotti i vetri staccati i letti dal pavimento8 ragazzi sono poi riusciti a raggiungere e scavalcare il muro e fuggire. Tre di loro sono purtroppo stati ripresi dopo poco ma gli altri sono riusciti a far perdere le proprie tracce. Dentro il Centro la rivolta è continuata: molti materassi sono stati dati alle fiamme e gli estintori sono stati vuotati nei cameroni completando il danneggiamento delle strutture.

Le rivolte nei Cpr degli ultimi mesi hanno creato notevoli danni. E queste rivolte sono contagiose, come insegna la ventennale storia della detenzione amministrativa in Italia, tante volte le scintille accese in un Centro sono riuscite a prendere anche a centinaia di chilometri di distanza. Chi governa lo sa bene e non può permettersi che queste strutture vengano messe nuovamente in ginocchio proprio mentre il Ministro degli Interni continua a sbandierare ai quattro venti della prossima apertura di altri Cpr. Gli ultimi arresti, pestaggi, espulsioni e sequestri dei telefoni hanno il chiaro intento di intimidire i reclusi e recidere a un tempo i legami con i solidali “fuori”, in modo che nulla di quanto accade “dentro” riesca a filtrare all’esterno. Continua a leggere

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Grecia – Appello alla mobilitazione dopo la morte di una persona nel lager di Moria a Lesbo

Fonte: No border kitchen Lesvos

Chiamata alla mobilitazione: giovedì 16 gennaio in piazza Saffo a Mitilene, isola di Lesbo.

Il 6 gennaio un uomo di 31 anni è stato trovato morto, impiccato in una cella all’interno del Centro di detenzione preventiva (PRO.KE.K.A.), la prigione che si trova all’interno del campo di Moria. Secondo le altre persone detenute nel PRO.KE.K.A., la vittima ha trascorso solo poco tempo con altre persone, prima di essere trasferito in isolamento per circa due settimane. Mentre era in isolamento, era solo anche durante le ore in cui era portato fuori, perché gli veniva permesso di trascorrere l’ora d’aria in un momento diverso rispetto alle altre persone. In base a quello che hanno potuto vedere gli altri reclusi, per diversi giorni è stato rinchiuso nella sua cella senza che gli fosse permesso di uscire. In questi giorni il cibo gli è stato servito attraverso la finestra della sua cella. Il suo stato di disagio mentale era evidente a tutti gli altri detenuti e alla polizia. Piangeva durante le notti e bussava alla porta. In precedenza aveva anche minacciato di farsi del male. Gli altri reclusi con lui non hanno mai visto nessuno visitarlo, né lo hanno visto portato fuori dalla sua cella per ricevere un supporto psicologico.

Anche una sola morte è troppo.

La sua morte è responsabilità della polizia e dello stato greco.
Chiediamo un’indagine indipendente sulle circostanze della morte del 6 gennaio.
Chiediamo la chiusura del PRO.KE.K.A. e il rilascio immediato di tutti i detenuti.
Siamo solidali con tutti i detenuti in circostanze simili; dalle celle oscure di Korydallos a Petrou Rally, la passione per la libertà abolirà tutte le prigioni.

Chiediamo la demolizione del campo di Moria e la libertà di movimento per tutti.

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Gradisca – Evasioni, rivolta, incendio, pestaggi polizieschi e tentato suicidio al CPR

Il nuovo lager di Gradisca d’Isonzo, aperto il 16 dicembre scorso, era stato presentato dalle autorità come un “carcere amministrativo super-sorvegliato”, munito di nuove mura e recinzioni, controllato 24 ore su 24 da un “innovativo sistema di video-sorveglianza che può contare su quasi 200 telecamere” come sottolineava il prefetto di Gorizia. Le istituzioni pensavano così di rassicurare l’opinione pubblica sulla “sicurezza” garantita nel nuovo lager di stato, e far dimenticare quanto avvenuto in passato nel precedente CIE: le proteste, rivolte e incendi, le evasioni, le invivibili condizioni all’interno della struttura, i pestaggi delle guardie, il tragico omicidio di stato di Abdelmajid El Kodra avvenuto nel 2013, che portò alla chiusura del CIE.

Ma come sanno le persone recluse questa struttura super-tecnologica rimane un campo di concentramento, e di conseguenza chi è imprigionato  continua a resistere e lottare in tutti i modi possibili, a volte riuscendo a riguadagnare la libertà.

Non sorprende allora che la riuscita evasione da parte di tre persone recluse, avvenuta nei primi giorni dell’anno, sia stata tenuta nascosta fino al 12 gennaio, il giorno dopo un corteo solidale davanti al CPR. I tre sono riusciti a superare mura e videosorveglianza e allontanarsi dalla zona, solo una persona è stata successivamente catturata quando si trovava già a Verona. All’inizio di gennaio sono stati già segnalati alcuni episodi di autolesionismo.

Le proteste sono continuate anche negli ultimi giorni, come riporta l’assemblea No CPR e No frontiere Friuli-Venezia-Giulia: “Dopo il presidio di sabato 11, la notte, i militari sono entrati nelle celle del CPR di Gradisca, hanno picchiato ed hanno preso le sim card di alcune delle persone con cui abbiamo parlato al presidio.

Domenica 12 gennaio dalle 14:00 alle 16 ci sono state rivolte nel CPR, nell’ala più vicina alla strada dove ci sono 5 celle da 6 persone ciascuna. Le persone recluse sono riuscite a rompere i vetri, a staccare i letti a raggiungere il muro e 8 sono riusciti a saltare oltre il muro. 3 sono stati riportati dentro il centro e picchiati, 5 sono riusciti a scappare, tra di loro alcuni ragazzi molto giovani. Un ragazzo dei 3 che sono stati riportati al CPR è stato portato in ospedale, un altro sta male. Un ragazzo marocchino oggi ha tentato di suicidarsi ed è stato fermato dagli altri.

In questo momento (lunedì sera, 13 dicembre) ci sono materassi in fiamme per riscaldarsi e vengono sparati gli estintori dentro le celle.”

Finché ci saranno lager, ci sarà resistenza.

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Caltanissetta – Il racconto di un recluso sulla rivolta e l’incendio nel CPR dopo l’ennesima morte di stato

La mattina del 12 gennaio M.A., una persona di 34 anni di origine tunisina, è stata ritrovata morta sul suo letto in una cella del CPR di Pian del Lago a Caltanissetta. Dopo l’intervento del medico legale, che ne ha certificato il decesso e disposto il trasferimento del corpo in ospedale per effettuare l’autopsia, si è scatenata la rabbia dei compagni di prigionia: la cella è stata completamente bruciata ed è stata portata avanti una protesta per chiudere la struttura. I reclusi sono stati costretti dalle guardie a dormire fuori, al freddo, e hanno rifiutato di mangiare. Questa mattina verso le 7 la polizia ha portato via una o due persone, verso una destinazione sconosciuta.

Come racconta una persona che si trova nel lager, in collegamento ieri mattina con Radio Blackout:

Aveva 34 anni, era nato il 1° febbraio 1986. Ieri mattina verso le 8 li hanno avvisati che era morto nella sua stanza, però in quella stanza non c’era riscaldamento, c’era molto freddo. Hanno provato a muoverlo sul suo letto, c’era del sangue sulla sua bocca, noi non sappiamo qual era il problema per cui è morto così. Quella è la nostra rabbia. E quindi abbiamo protestato qua, la sua stanza l’hanno bruciata, completamente, poi abbiamo manifestato qua e là. Ieri abbiamo dormito fuori, con questo freddo. Ieri abbiamo protestato tutti quanti, a pranzo abbiamo rifiutato di prendere il cibo, per la rabbia. Stamattina ci siamo svegliati stanchi, alcuni hanno dormito fuori, altri in un buco di una stanza dove non c’è porta né finestra, con questa sofferenza. Alle sette la polizia è entrata dove dormivamo, e hanno portato uno o due persone fuori, non lo so dove li hanno portati, se in carcere o per l’espulsione. Noi chiediamo di chiudere qua, perché le condizioni sono pessime, non si possono mettere persone normali in queste condizioni, a dormire così, col mangiare che fa schifo. L’infermeria qui fa schifo, se hai mal di testa danno la stessa medicina, se hai il raffreddore danno la stessa medicina. Alcuni dicono che nel cibo ci mettono qualcosa dentro, non sappiamo nulla di questo, però alcuni hanno sospettato anche questo, quando mangiamo questo cibo, alcuni vanno sempre in bagno continuamente, alcuni sentono stanchezza e sonno”.

Le autorità si sono affrettate subito a minimizzare l’accaduto, dichiarando che si è trattato di una “morte per cause naturali”, senza averne alcuna prova, e che “le fiamme, domate dai vigili del fuoco, non hanno arrecato danni”, quando invece le persone sono state costrette a dormire fuori per il fumo e l’inagibilità delle celle.

Le morti, o più precisamente gli omicidi di stato nei moderni lager, vanno tenute nascoste, e solo le voci e le proteste delle persone recluse sono riuscite a far conoscere quanto realmente avvenuto. È già successo recentemente con la morte di Sahid nel CPR di Torino nel luglio 2019 , di Harry nel giugno dello scorso anno a Brindisi e di Natalia nella sezione femminile del CPR di Ponte Galeria, nel novembre 2018.

Che di questi campi di concentramento restino solo macerie.

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