Bologna – Lunedì 26 marzo dalle ore 17 presidio davanti all’hub di via Mattei

Riceviamo e diffondiamo.

LUNEDÌ 26 MARZO DALLE ORE 17 PRESIDIO DAVANTI ALL’HUB DI VIA MATTEI

Invitiamo i/le solidali a partecipare a un presidio che si terrà lunedì 26 marzo davanti all’hub di via Mattei.

Come abbiamo scritto a proposito del presidio del 7 marzo, i migranti che si trovano ora nell’hub sono costretti a restarvi per più di 6 mesi – fatto senza precedenti in questa struttura – in condizioni di sovraffollamento, forzati a nutrirsi con pasti sempre uguali e a dormire in compagnia dei topi. Da due settimane raccogliamo le loro testimonianze e abbiamo deciso di tornare in via Mattei per proseguire questo percorso. Pensiamo che il loro sia uno stato di detenzione e lo abbiamo appreso dalle loro stesse parole.

Vogliamo sostenerli in un percorso di lotta tenendo presente la nostra valutazione generale sul sistema di accoglienza: si tratta di uno strumento di controllo e repressione di persone private della libertà di determinare la propria vita. Intendiamo supportare l’autorganizzazione dei migranti di via Mattei con l’obiettivo di chiudere questa e altre galere.

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Claviere – Assemblea urgente // sabato 24 marzo, ore 18:00

Assemblea urgente – sabato 24 marzo alle ore 18, presso la Chiesa di Claviere

Negli scorsi mesi su queste montagne siamo stati in grado di portare pratiche di solidarietà che hanno evitato che le persone morissero di freddo nella neve, nel tentativo di passare il confine.

In montagna la neve d’inverno non è un’ emergenza.
Le temperature sotto zero non sono un’emergenza.
Lo scioglimento delle nevi in primavera non è un’ emergenza.

L’emergenza è creata da una linea immaginaria chiamata frontiera che decide dove la libertà delle persone inizia e finisce, e da coloro che la legittimano e difendono.

È venuto il momento di smettere di nascondere il vero problema: ci siamo presi alcuni spazi pertinenti alla chiesa di Claviere, non solo per dare rifugio alle persone che in numero sempre maggiore arrivano a ridosso del confine, ma soprattutto per provare ad organizzarci insieme a chi le frontiere le subisce sulla propria pelle.

Appuntamento questa sera dalle 18 in poi per confrontarci sulle iniziative da lanciare nelle prossime ore.
Invitiamo tutt* i/le solidali a passare da Claviere anche durante la giornata (servono cibo, giacche,scarponi, guanti e cappelli).

Non esiste frontiera che regga di fronte alla solidarietà.

Briser les frontières

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Tentata fuga dal CPR di Palazzo San Gervasio (Pz). Continua la lotta di chi ha distrutto il lager di Lampedusa.

Lo scorso 12 gennaio è stato riaperto d’urgenza il CPR di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza, “in considerazione del rilevante numero di cittadini stranieri provenienti dalla Tunisia che in questi giorni stanno raggiungendo le nostre coste e nei confronti dei quali occorre assicurare l’esecuzione del rimpatrio”, come specificato nel testo della procedura d’affidamento. Con la chiusura del CPR di Pian del Lago – Caltanissetta avvenuta lo scorso anno dopo la rivolta e l’incendio avvenuti il 9 dicembre, e la chiusura temporanea e lo svuotamento dell’hotspot di Lampedusa, a causa dei danni provocati dall’incendio dell’8 marzo, le istituzioni si affidano a nuovi lager per continuare a deportare i/le tunisini sbarcati in Italia.

Dalla scorsa settimana i tunisini vengono trasferiti dall’hotspot di Lampedusa, in via di progressivo svuotamento, nei vari CPR: dal 18 marzo circa 20 persone sono state portate nel CPR di Palazzo San Gervasio. Qui i tunisini hanno continuato la loro lotta, cominciando uno sciopero della fame durato almeno due giorni, per opporsi alle deportazioni.
La notizia di oggi è un tentativo di fuga: una persona, tentando di scavalcare il muro di cinta del CPR, si è ferita cadendo, ed è stata portata in ambulanza all’ospedale San Carlo di Potenza.

Martedì scorso alcunx compagnx si sono recatx davanti alla struttura per portare la solidarietà ai reclusi ma sono stati subito fermati dal servizio di vigilanza delle forze dell’ordine presente nel CPR. Da quanto hanno potuto verificare, il centro di detenzione non è ancora del tutto completato, sembra esserci un’unica ala in funzione e il reticolato circonda solo una parte del muro di cinta.

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Egitto – Libertà per Gamal e Hassan! Un arresto “ordinario” sotto dittatura

Mancano poche settimane alle elezioni presidenziali in Egitto (26 – 28 aprile). Fatti fuori tutti i possibili candidati che sono stati fatti sparire, arrestati, messi sotto processo, brutalmente picchiati, intimoriti, il presidente al-Sisi è sicuro di ottenere il suo secondo mandato (in teoria l’ultimo anche se da anni trapelano voci di una prossima riforma costituzionale per essere rieletto a vita).

I risultati di questi 4 anni di governo sono sotto gli occhi di tutti

Un presidente a capo di un regime militare appoggiato dagli apparati di polizia e sicurezza che hanno trasformato il paese in una vera e propria dittatura. Dati approssimativi, perché comprendono solo gli episodi che sono stati accertati, parlano di 3400 persone assassinate in 4 anni, 318 omicidi extragiudiziali, 491 omicidi per negligenza medica, 34 omicidi per tortura. Decine le persone condannate a morte. Altrettante quelle impiccate (39 solo negli ultimi 3 mesi) Migliaia gli episodi di sparizioni forzate. Oltre 70000 sono le/i prigionieri politici tenuti in condizioni disumane nelle decine di strutture detentive e prigioni. La comunità LGBTQI continuamente vittima di violenza e repressione.

Vi avevamo già informato in un post precedente dell’ondata di repressione che si è abbattuta anche in questi ultimi giorni sugli oppositori politici. 

Tra gli arrestati anche Gamal e Hassan, i due hanno sempre lottato contro tutte le forme di dittature fin dai tempi di Abdel Nasser. Gamal è stato in carcere sotto Nasser, Sadat, Mubarak e ora al-Sisi. Qui di seguito il comunicato della famiglia sulla loro condizione in carcere. Continua a leggere

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Torino – 45 tunisini provenienti da Lampedusa reclusi nel CPR. 10 già espulsi

Fonte: Macerie

Incendio dopo incendio, danneggiamento dopo danneggiamento, e l’Hotspot di Lampedusa è di nuovo chiuso grazie alla rabbia di chi ci è stato imprigionato. Un veloce svuotamento per ristrutturarlo, hanno asserito dal Viminale il Capo Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione, il Direttore Centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere del Dipartimento di Pubblica Sicurezza ed il Sindaco di Lampedusa. Si vedrà se riusciranno a essere realmente così celeri.

Ciò che è arrivata in fretta dopo l’annuncio ufficiale della chiusura del centro ai confini dell’Europa è stata la autocelebrazione delle associazioni umanitarie e dei sindacati di base che, togliendo il merito ai rivoltosi, hanno propagandato di aver avuto un ruolo fondamentale, fino al punto più alto raggiunto da un certo titoletto di un giornale online che ha recitato: “Migranti, USB costringe Minniti a chiudere l’infernale lager di Lampedusa”.

Miserie del mondo, quasi un cliché.

Intanto continuano ad arrivare ragazzi tunisini al Cpr di Torino provenienti proprio da Lampedusa: venerdì scorso dall’isola sicula sono partiti in ventiquattro, alcuni però sono stati tradotti direttamente al carcere di Agrigento, forse perché le autorità hanno riconosciuto loro un ruolo nelle rivolte degli ultimi tempi, mentre gli altri sono finiti in c.so Brunelleschi. Dei venti arrivati a Torino, il giorno dopo, dieci sono stati espulsi. Una repressione logistica e immediata, per loro, altro che titoli e medaglie! Anche ieri altri venticinque provenienti da Lampedusa sono arrivati nel Centro e vedremo nei prossimi giorni se deporteranno anche loro.

Il Cpr torinese è pieno, dopo le rivolte di novembre che hanno reso inagibili più stanze sembra essere tornato a pieno regime detentivo.

Colmo come è colma la misura della sopportazione.

macerie @ Marzo 21, 2018


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Dall’hotspot di Lampedusa ai CPR: tunisini reclusi, deportati e in sciopero della fame

Dopo l’annuncio del 14 marzo dello svuotamento progressivo dell’hotspot di Lampedusa in vista dei lavori di ristrutturazione, secondo le prime scarne notizie almeno 35 tunisini sono stati trasferiti nei CPR a Torino, Palazzo San Gervasio (Potenza) e in Puglia, a Bari o Brindisi. Di quelli condotti a Torino, alcuni sarebbero già stati deportati in Tunisia. Nel nuovo CPR di Palazzo San Gervasio da ieri domenica 18 marzo sarebbe in corso uno sciopero della fame delle persone provenienti da Lampedusa. Ancora una volta lo stato, che aveva promesso a queste persone di poter fare domanda d’asilo, solo per calmare le continue proteste, ricorre alla violenza della detenzione e della deportazione.

Inoltre “Il Fatto Quotidiano” riporta che “secondo l’ufficio stampa del Ministero dell’Interno, oggi 19 marzo per l’hotspot di Taranto sarà la data di avvio dei lavori di miglioramento delle strutture dedicate all’accoglienza dei migranti. Come per Lampedusa, non sono previste date di riapertura. E nel frattempo i migranti vengono dirottati sull’hotspot di Crotone. Il tutto avviene a poche ore di distanza dalla delibera dell’Anac che rileva dubbi sulla gestione degli appalti all’interno del centro.”

Se ci fossero ancora dubbi sulla natura degli hotspot, le operazioni di deportazione in corso ci dimostrano chiaramente il loro ruolo nell’accelerazione delle espulsioni. I lavori di ristrutturazione che lo stato sta portando avanti serviranno per rendere queste strutture più efficienti nei loro compiti e, insieme alla prevista apertura di 3 nuovi hotspot, preparano un aggravamento della repressione che si scatenerà in primavera, con il rafforzamento della blindatura delle frontiere a nord e a sud della penisola e i conseguenti internamenti di chi proverà a valicarle.

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Grecia – Appello alla solidarietà per i 35 migranti processati per le proteste nell’hotspot di Moria

Traduzione da: Musaferat Lesvos

Dopo la fine delle indagini preliminari, la data d’appello per i 35 migranti, accusati di aver partecipato alla rivolta avvenuta nel centro di detenzione di Moria il 18 luglio 2017, è stata fissata al 20 aprile nel Tribunale di Chios.

Alcune parole sugli accadimenti di quei giorni
Da mesi, i migranti si stanno organizzando per i loro diritti contro i lunghi tempi d’attesa delle procedure per la richiesta d’asilo e le pessime condizioni in cui sono costretti a vivere nel centro di detenzione di Moria. Il 17 luglio, un gruppo di persone, per la maggior parte africane, aveva annunciato la sua volontà di portare avanti ripetute proteste. La protesta annunciata è l’apice di varie proteste più piccole e impulsive avvenute nella prigione così come nella città di Mitilene. In quel periodo molti dei migranti, che si stavano organizzando per resistere alle politiche repressive dello stato, erano stati minacciati dalla polizia che avrebbe presto trovato “chi era il capo del centro di detenzione”, e quindi i lavoratori delle ONG li esortarono a fermare le proteste.
Martedì 18 luglio, durante un presidio fuori dall’Ufficio Europeo di sostegno per l’Asilo (EASO), che ha indotto i dipendenti a lasciare gli uffici, le autorità hanno sottolineato che i migranti che protestano sono a loro volta responsabili dei ritardi nelle procedure delle domande di asilo, facendo sì che un altro gruppo di migranti si rivoltasse contro di loro. Successivamente, i manifestanti hanno lasciato il campo per bloccare la strada principale all’esterno. Mentre urlavano slogan fuori dal centro, le forze di polizia dall’interno e dall’esterno del centro di detenzione li hanno attaccati con pietre, gas lacrimogeni e granate stordenti. I migranti hanno risposto lanciando pietre contro la polizia e appiccando piccoli incendi.
Dopo gli scontri, l’interno del centro di detenzione era tornato alla “normalità”, ma le forze di polizia hanno iniziato una epurazione all’interno di Moria. I migranti hanno dovuto affrontare la minaccia della polizia antisommossa, che ha preso d’assalto i container, picchiando chiunque in modo indiscriminato fino ad arrestare 35 persone a caso. Il loro unico criterio era il colore della pelle, poiché si rivolgevano a persone di origine africana. Gli arrestati sono stati portati al dipartimento di polizia centrale di Lesbo, dove sono stati trattenuti senza alcun soccorso medico nonostante abbiano subito gravi percosse. Solo uno degli arrestati è stato portato con un’ambulanza all’ospedale direttamente dal centro di detenzione, a causa della perdita di coscienza, dopo aver subito un colpo mortale alla nuca. Nel corso del mese seguente, circolavano voci su ulteriori arresti che hanno terrorizzato ancora di più i migranti intrappolati, che hanno portato molti di loro a lasciare le loro tende e container per paura di essere presi di mira. La situazione insicura ha creato un’atmosfera di impotenza, passività e un sentimento di disfattismo.

I dati giudiziari
Gravemente picchiati e terrorizzati, i 35 accusati sono stati presentati a un investigatore, di fronte a gravi accuse, tra le quali in particolare “incendio doloso pericoloso per la vita”. Questa accusa può comportare molti anni di reclusione e contemporaneamente escludere i condannati dall’ottenimento dell’asilo. Più in particolare, le quattro accuse in totale sono le seguenti:1. Incendio doloso in concorso per mezzo del quale può insorgere un pericolo per una persona. 2. Pericoloso danno fisico, tentato oltre che eseguito a danno della polizia e dei vigili del fuoco, in concorso e ripetutamente.3. Danno sotto forma di incendio doloso di altrui proprietà e di un oggetto che serve un beneficio comune, in concorso e ripetutamente.4. Resistenza eseguita da più di una persona, a volto coperto e trasportando oggetti potenzialmente pericolosi.Il tribunale ha ordinato una detenzione preventiva per 30 degli accusati, mentre i restanti cinque (il ferito grave e altri quattro migranti, che non avevano avuto un interprete per il periodo di un mese e mezzo) hanno ricevuto ordini restrittivi di residenza sull’isola e sono dovuti comparire due volte al mese al dipartimento di polizia.Dei 30 detenuti, 10 sono in carcere sull’isola di Chios, 13 a Korydallos (Atene), sei nei centri di detenzione minorile di Avlona (Attica) e uno è stato trasferito da Avlona al carcere di Malandrino (Grecia centrale). I problemi seri sono derivati ​​dalla loro separazione, poiché sono stati imprigionati lontano dai loro avvocati e amici, aggravando enormemente il loro isolamento e l’incertezza, mentre venivano posti ostacoli significativi alla loro preparazione per il prossimo processo. Questa pratica è stata applicata ai prigionieri politici in passato, ad esempio in un caso analogo riguardante otto migranti perseguitati di Petrou Ralli.Inizialmente, la loro difesa era stata assunta da avvocati attivi nelle ONG dell’isola e dal momento in cui il caso ha iniziato ad attirare l’attenzione pubblica, altre ONG sembravano intenzionate ad adottare alcuni dei casi giudiziari. Tuttavia, solo pochi giorni prima della data del processo, le ONG Solidarity Now, Metadrasi e Synyparxis Lesbos hanno annunciato il loro ritiro dal processo. Di conseguenza, la situazione già problematica si è gravemente aggravata, dal momento in cui gli imputati avrebbero dovuto trovare nuovi avvocati. Di conseguenza, nove dei migranti sotto processo saranno rappresentati da avvocati appartenenti a gruppi di solidarietà.Il ruolo che le autorità giudiziarie svolgono nelle pratiche contro-insurrezionali diventa chiaro nella sede del tribunale scelto. Il trasferimento del processo a Chios è in contraddizione con la decisione della corte di imporre ordini di restrizione a cinque imputati. Nonostante i giudici siano consapevoli della precaria situazione finanziaria degli imputati, il processo si svolgerà a Chios e dovrebbe durare diversi giorni, il che comporta enormi costi di residenza oltre alle spese di viaggio. Inoltre, l’ubicazione del processo crea gravi limitazioni alla presenza di testimoni in loro difesa. Poiché gli eventi hanno preso parte nel centro di detenzione di Moria, molti dei testimoni oculari sono migranti sottoposti a restrizioni amministrative, che non hanno la possibilità di lasciare Lesbo. Lo stesso si può dire per molti testimoni locali. A causa del trasporto limitato tra le due isole, la presenza quotidiana è resa impossibile, per cui i testimoni dovrebbero lasciare i loro lavori per un periodo di tempo indefinito e a qualsiasi costo. La rimozione di testimoni essenziali, derivante dalla scelta del luogo, serve da comodo pretesto per l’atteggiamento vendicativo e premeditato delle autorità giudiziarie nei confronti dei migranti perseguitati. Continua a leggere

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Lesbo – Proteste e repressione nell’hotspot di Moria

Da Lampedusa a Lesbo, nei luoghi chiamati hotspot dove vengono applicate le politiche europee di segregazione e selezione delle persone migranti, le continue lotte delle persone recluse spesso seguono gli stessi ritmi.

Venerdì 9 marzo alcune decine di persone nell’hotspot e centro di detenzione per migranti di Moria a Lesbo, dopo essere state informate che le loro domande di asilo erano state respinte per la seconda volta (una decisione che implica la loro prossima deportazione verso la Turchia) si sono prima rifiutate come protesta di tornare nei miseri alloggi del centro e poi hanno attaccato e danneggiato le strutture dell’hotspot adibite agli uffici, dove i burocrati greci ed europei prendono decisioni sulle loro vite. Dopo l’intervento della polizia antisommossa 15 persone erano state arrestate.
Nei giorni successivi almeno tre persone avevano minacciato o tentato il suicidio nel lager di Moria. Una di queste, dopo che la sua intera famiglia, lui escluso, era stata trasferita nella Grecia continentale, si era arrampicata per protesta su un traliccio, ed era rimasta fulminata e gravemente ferita.
Nel tardo pomeriggio di mercoledì 14 marzo, alcune persone hanno visto la polizia colpire una donna. Come normale reazione umana si sono arrabbiati: ciò ha provocato una rivolta che ha visto centinaia di persone che vivono nel campo di Moria resistere alle violenze della polizia. La polizia antisommossa del governo di SYRIZA ha usato una grande quantità di gas lacrimogeni contro di loro, anche nelle aree e nelle tende in cui vivono famiglie con bambini, oltre a granate stordenti e accecanti, cariche e manganellate. Almeno 11 persone sono state ferite, decine sono state quelle intossicate dallo spropositato uso di gas.

A seguire, la traduzione del comunicato scritto da migranti sotto processo per le precedenti proteste a Moria.

Traduzione da Musaferat Lesvos

Comunicato di 5 dei 35 migranti perseguitati a Moria.

Il 20 aprile è prevista l’udienza del nostro processo a Chios, dopo aver aspettato nove mesi, intrappolati a Lesbo, mentre 30 dei nostri fratelli hanno ingiustamente aspettato in prigione per questo stesso periodo di tempo. La nostra umanità è stata negata fin da quando abbiamo messo piede in Europa, la presunta culla della democrazia e dei diritti umani. Da quando siamo arrivati siamo stati costretti a vivere in condizioni orribili, le nostre domande di asilo non sono prese sul serio, e alla maggior parte degli africani viene negata la residenza in Europa e sono a rischio di deportazione. Siamo trattati come criminali, semplicemente per aver attraversato un confine che gli europei possono attraversare liberamente.

Ora 35 di noi sono stati accusati di rivolta, distruzione di proprietà e violenze, ma in realtà è stata la polizia che ci ha attaccato in un raid violento e razzista nella sezione africana del centro di detenzione di Moria il 18 luglio 2017, il giorno in cui fummo arrestati. Il 18 luglio, un gruppo di migranti di varie nazionalità ed etnie diverse si riunirono per protestare per essere stati tenuti prigionieri sull’isola di Lesbo in condizioni disumane. Per spezzare la protesta, la polizia ha sparato gas lacrimogeni sul gruppo di migranti che protestavano davanti al cancello principale del centro di detenzione di Moria. Era la polizia in tenuta antisommossa che attaccava migranti disarmati con pietre, manganelli e gas lacrimogeni. Più di un’ora dopo che gli scontri si erano conclusi, la polizia ha circondato solo la sezione africana del centro di detenzione di Moria. È stata la polizia che ha danneggiato la proprietà rompendo le finestre e le porte dei container in cui vivevamo. Senza preoccuparsi delle persone che erano dentro gettarono gas lacrimogeni nei container chiusi. Hanno trascinato le persone per i capelli fuori dai container. Hanno picchiato chiunque abbian trovato, con manganelli, calci, pugni. Sembra che siamo stati presi di mira solo per il nostro colore della pelle – perché siamo neri. Fu durante questo attacco violento e razzista che fummo anche picchiati e arrestati. La polizia ha continuato a picchiarci all’interno della stazione di polizia, mentre eravamo in manette, e ci hanno negato l’assistenza medica nei giorni successivi.

La settimana dopo che siamo stati violentemente arrestati, la polizia è tornata e ha di nuovo fatto irruzione nel centro di detenzione di Moria, arrestando molti africani ai quali è stato notificato che le loro domande d’appello erano state respinte, e che sono stati poi deportati in Turchia. Crediamo che questa incursione sia avvenuta con lo scopo di continuare a terrorizzare i migranti e mettere a tacere ogni resistenza. Con il coordinamento dell’UNHCR e del Servizio di asilo greco, la donna incinta che era stata picchiata è stata trasferita ad Atene nei giorni successivi all’attacco della polizia nella nostra comunità. Crediamo che il suo trasferimento ad Atene e la deportazione di diversi africani sia avvenuto anche per sbarazzarsi di eventuali testimoni dell’attacco della polizia contro di noi.

Tuttavia, le autorità non possono impedire che si sappia la verità su come la Grecia e l’Europa trattano i migranti a Lesbo. È il violento attacco della polizia contro i migranti africani che deve essere investigato. È la polizia che deve essere assicurata alla giustizia. Noi e i nostri 30 fratelli in carcere dobbiamo essere liberati. Non ci fidiamo del fatto che le autorità che ci hanno trattato come persone non umane ci trattino equamente in questo caso e sappiamo che per questo processo otterremo giustizia solo attraverso la solidarietà dei greci, degli europei e di altre persone che ci vedono come loro pari.

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Madrid – Il razzismo di stato uccide due persone

A Madrid, a causa delle quotidiane retate poliziesche contro i/le migranti, è morto giovedì scorso Mame Mbaye Ndiaye, un lavoratore ambulante senegalese di 35 anni, militante del Sindicato manteros. Appena appresa la notizia varie centinaia di compagnx, amicx e solidali sono scesx spontaneamente in strada per protestare contro l’ennesima morte di stato. Per ore nel quartiere di Lavapiés si sono erette barricate, sono state attaccate banche e agenzie immobiliari, si è resistito alle cariche e alla repressione della polizia. Durante quei momenti è morto Ousseynou Mbaye, un senegalese di 55 anni: la notizia è stata diffusa solo nella giornata di sabato. Un’altra persona, Arona Diakhate, è rimasta ferita insieme ad altre, colpita dalle manganellate della polizia, che ha arrestato 6 solidali spagnolx poi rilasciatx il giorno dopo. Nella giornata di sabato le comunità migranti, supportate da antirazzistx, sono scese in strada due volte a Madrid, e a Barcellona, Valencia, Saragozza e altre città della Spagna, contro il razzismo istituzionale, le sue leggi e il sistema delle frontiere, che torturano e uccidono ogni giorno.
Di seguito traduciamo due comunicati da Madrid e Barcellona.

Madrid, Lavapiés: Comunicato dopo la morte di Mame Mbaye Ndiaye
traduzione da Kwanzaa Asociación Afrodescendiente Universitaria

A nome dell’AISE, l’associazione degli immigrati senegalesi in Spagna, pubblichiamo questa dichiarazione con un cuore pesante. Venerdì 15 marzo a Madrid, verso le 5 del pomeriggio è morto il nostro fratello, amico e collega Mbaye Ndiaye: il fatto è avvenuto in Calle Oso, nel quartiere di Lavapiés, dopo una retata razzista seguita da un’inseguimento della polizia.

Insieme a tutte le organizzazioni che ci supportano tra le quali 12N Sin Racismo, SOS Racismo, il Sindacato dei manteros e lateros e Kwanzaa, non continueremo più ad accettare la persecuzione quotidiana dei neri, né i costanti tentativi di omicidio compiuti dallo stato spagnolo.

Secondo le testimonianze dei nostri colleghi che erano stati anche loro vittime dell’inseguimento della polizia da piazza del Sol al quartiere di Lavapiés, la polizia li ha continuamente picchiati in modo che cadessero per poterli arrestare.

Mame Mbaye e un collega erano riusciti a raggiungere Lavapiés dove poi Mame si è accasciato. Il suo collega ha cercato di aiutarlo quando è caduto, ma la polizia gli ha impedito di farlo, con la scusa che avrebbero dovuto aspettare i paramedici. L’aiuto era possibile, ma le forze dello stato decisero di aspettare, facilitando la sua morte. Quanto avvenuto è chiaramente un crimine sostenuto dalla Ley de Extranjería (Legge spagnola sull’immigrazione), una legge che uccide, tortura e ci umilia sia per strada che nei CIE (Centri di detenzione per migranti illegali). Una legge che ci esclude dalla società in modo tale da impedirci di poter esercitare diritti basilari come il lavoro, la salute e un’equa difesa legale. Ci troviamo davanti a un crimine perpetrato dal sistema delle frontiere – un crimine della violenza dello stato.

Inoltre, vogliamo sottolineare il fatto che ciò che è accaduto a nostro fratello Mame non è un incidente isolato, ma che fa parte della dinamica del governo spagnolo che si alimenta attraverso il razzismo e la tortura di corpi neri e migranti.

Il Collettivo di Manteros e Lateros è attualmente uno dei gruppi sociali che subiscono la maggior parte delle violenze della polizia. I nostri colleghi sono costantemente attaccati, discriminati e picchiati solo per cercare di sopravvivere. Ciò si aggiunge ai numerosi furti e arresti da parte delle forze statali.

Chiediamo una condanna immediata per gli assassini di nostro fratello Mame Mbaye Ndiaye. Vogliamo anche ricordare a tuttx ogni persona assassinata da queste stesse leggi razziste e dalle frontiere, i nostri fratelli uccisi nei CIE Samba Martínez, Aramis Manuka, Idrissa Diallo, Mohamed Abagui, tutti coloro che attraversano i continenti, tutti i nostri fratelli e sorelle manteros che soffrono, e tuttx i/le nostrx antenatx.

Le morti che non contano, su cui non si investiga, rimangono senza vita e senza giustizia
Traduzione da Sindicato Popular De Vendedores Ambulantes de Barcelona

Comunicato del Sindacato Popolare dei Venditori Ambulanti in seguito alla morte di Mame Mbaye Ndiaye

Compagni e compagne grazie ancora una volta per essere scesx in strada e aver denunciato la morte del nostro compagno ambulante Mame Mbaye Ndiaye. Continua a leggere

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Accoglienza e deportazioni: un business senza confini

Riceviamo e pubblichiamo. Per inviarci notizie, analisi, contributi: hurriya[at]autistici.org

Accoglienza e deportazioni: un business senza confini

Mentre la sezione maschile del CPR di Ponte Galeria resta ancora distrutta dalla rivolta del dicembre 2015, gli affari che interessano quel lager non si fermano e infatti, dopo l’assegnazione dell’appalto per i lavori di ristrutturazione non ancora iniziati, la Prefettura non ha certamente perso tempo nella ricerca di nuovi complici delle deportazioni.
Dopo una accurata e mirata selezione, sono infatti due le cooperative tra cui scegliere chi vincerà l’ambìto bottino di 8.847.350,40 euro per la fornitura di beni e servizi (abbigliamento, letti, pasti) destinati alla prigione di Ponte Galeria: si tratta delle già famose Albatros 1973 di Caltanissetta e Badia Grande di Trapani.
Entrambe le cooperative, oltre ad aver avuto e tenere ancora le mani in pasta in diversi centri accoglienza e di espulsione in Sicilia (il cara di Mineo e l’hotspot di Milo, solo per citarne alcuni), sono note per esser state spesso al centro di numerose proteste da parte delle persone intrappolate in questi centri, nonché dei propri lavoratori che ne hanno denunciato la “cattiva gestione”. Inoltre, non sono nuovi i tentativi di fare affari anche fuori dalla regione: entrambe le cooperative si erano già presentate, nel 2017, per accaparrarsi il bando del più grande hub del Veneto, ovvero quello di Bagnoli di Sopra. In questo caso, la coop Albatros 1973 era stata esclusa per alcune irregolarità, mentre a vincerlo è stata poi proprio Badia Grande, grazie a un’offerta al ribasso notevole rispetto la proposta di spesa per ogni “ospite” stabilita dal bando. Inoltre, la coop Albatros 1973 gestisce anche un CAS a Borgo San Lorenzo, in provincia di Firenze e ha partecipato a diversi bandi per l’accoglienza, in Toscana ed Emilia.
Non è interessante in questo momento elencare le diverse indagini, interrogazioni parlamentari e denunce a carico di queste due cooperative (ricordiamo tra tutte il sacerdote Don Librizzi, presidente di Badia Grande ed ex Caritas, che coperto da guardie e istituzioni, ha continuato a stuprare migranti promettendo loro i permessi di soggiorno) : non indigna né stupisce certamente che lo Stato che indaga sulle “irregolarità” sia poi lo stesso che affida nuovi incarichi di lavoro alle stesse aziende che per anni hanno agito violenze e lucrato sulla vita delle persone migranti. D’altronde cos’è il potere se non il perpetuarsi dello sfruttamento e della violenza? E cosa sono queste cooperative se non molteplici e diffuse protesi con cui lo Stato esercita la sua forza dietro la maschera dell’umanitario?
Importante è però ricordare che se per cooperative e Stato questo è un giro di soldi e una macchina di repressione, per le persone costrette a gravitare per tempi infiniti in centri di accoglienza o CPR, significa prigionia e spesso morte.
Non si può dimenticare, per esempio, che la cooperativa Albatros 1973 sia tristemente nota anche per la morte “sospetta” di due uomini reclusi nell’allora CPT di Caltanissetta durante gli anni della sua gestione: Mehdi Alih, nella notte tra il 30 dicembre 2005 e il 1 gennaio 2006, e Yussuf Abubakr nel giugno 2008, entrambi uccisi per negligenza e ritardi nei soccorsi.
Alla luce di queste brevi informazioni, appare ancora una volta assai ridicolo pensare a una riforma del sistema dell’accoglienza, o chiederne una “gestione onesta e trasparente” perché riformare il sistema significa solo farlo funzionare meglio, ovvero gestire e controllare le persone in maniera ineccepibile, secondo i criteri dei sinceri democratici.
La “buona accoglienza”, così ricercata dai membri della società civile, non vuol dire altro che la trasformazione del migrante in risorsa da gestire, selezionare, mettere a frutto, espellere.
Come nemiche e nemici di ogni frontiera il dibattito su cattiva e buona gestione non ci interessa, la libertà non può essere né controllata né gestita.
L’unica trasparenza che desideriamo sarà quella dello spazio vuoto lasciato dopo la distruzione di ogni CPR o centro d’accoglienza.

nemiche e nemici delle frontiere

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