Grecia – Rivolta e repressione nell’hotspot di Leros

Traduzione da Are you Syrious e altre fonti locali

Leros1Giovedi 7 luglio una grande rivolta è scoppiata nell’hotspot di Leros, dove si trovano 650 migranti, per la maggior parte afgani, pakistani e siriani. Secondo le fonti dei rifugiati, la violenza è esplosa a causa della frustrazione dei giovani pakistani che hanno perso ogni speranza di avere il permesso di continuare il loro viaggio. Dopo aver capito che sarebbero stati deportati nel loro paese, sono insorti e si sono scontrati con la polizia, lanciando pietre e distruggendo il container dove avvenivano le procedure amministrative all’interno dell’hotspot. Sembra che anche altri gruppi di giovani rifugiati abbiano partecipato alla lotta contro le forze di polizia, in netta inferiorità numerica. Tutti i reclusi chiedevano di poter lasciare Leros e viaggiare verso i loro paesi di destinazione. La polizia è stata costretta dal grande numero di persone in protesta a ritirarsi nella base della guardia costiera. Successivamente i poliziotti, riorganizzatisi insieme al personale della guardia costiera, sono riusciti a riprendere il controllo dell’hotspot ricorrendo anche a granate stordenti. Il personale dell’hotspot e quello dell’UNHCR è stato evacuato subito dopo l’inizio degli scontri. Famiglie e altri rifugiati spaventati, che non volevano partecipare alla rivolta, erano intenzionati a dirigersi verso la città ma sono tornati indietro dopo la fine degli scontri. L’8 luglio i rifugiati hanno riferito che i funzionari non hanno distribuito il cibo come di solito e inoltre non gli è stato permesso di andare al mercato con il pretesto dei furti avvenuti di recente. Rinforzi di polizia sono stati ufficiosamente annunciati in seguito alle violenze e nella serata del 7 luglio, riportano i giornali locali, è arrivato sull’isola un plotone di polizia antisommossa.
Sabato 9 lugliLeros2o come ritorsione per la rivolta del giovedi, 200 poliziotti sono entrati nell’hotspot, isolando i siriani dagli altri reclusi, bloccandoli nel campo, minacciandoli di arresto se non avessero fatto i nomi dei responsabili degli eventi delle ultime notti.
Di conseguenza, gli yazidi presenti nel campo, che vengono regolarmente presi di mira durante le situazioni di tensione, hanno deciso di lasciare l’hotspot. Oltre un centinaio di uomini, donne e bambini si sono diretti verso il porto di Lakki. Lungo il percorso gli yazidi sono stati presi di mira e attaccati da un gruppo. Ci sono notizie contrastanti su chi siano gli aggressori – se polizia o abitanti del luogo. Tuttavia, ciò che rimane chiaro sono i lividi e le ferite subite da uomini, bambini, donne, anche quelle in gravidanza. Alla fine il gruppo è stato riportato indietro nell’hotspot.

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Brindisi – Voci dal CIE di Restinco e presidio 8 agosto

riceviamo e diffondiamo

A seguito dell’ultima visita rumorosa ai detenuti del CIE di Brindisi, alcune testimonianze registrate dall’interno sull’attuale situazione del centro gestito dalla cooperativa Auxilium.

M., egiziano internato da 5 mesi, ci dice delle umilianti condizioni igieniche, che tendono a peggiorare con l’attuale affollamento estivo. Oltre alle proteste per i pasti forniti da Ladisa s.p.a., le lungaggini burocratiche, le minacce dell’isolamento e le derisioni degli operatori di Auxilium, M. ci spiega le fasi del suo trasferimento nel CIE da Milano a Brindisi: il blocco di polizia in strada, il trattenimento in questura per l’identificazione durato due giorni, il riuscito tentativo di resistenza al rimpatrio in un aeroporto di Milano e il viaggio in auto, con ammanettamento a braccia e gambe, verso Brindisi per 10 ore.
Ascolta la testimonianza.

V. , tunisino detenuto da un mese, ci ha parlato invece di come, spesso, il consumo del pranzo e della cena renda molti reclusi depressi e storditi. A detta sua, qualche sostanza viene probabilmente aggiunta nei pasti. Questo non sarebbe il primo caso in cui Ladisa s.p.a. mescola psicofarmaci nei pasti giornalieri per debilitare ed ammansire i detenuti. V. tiene a precisare sul ruolo degli operatori Auxilium, che alla stregua di secondini si occupano di vari compiti, dal controllo dei detenuti alla”spesa”, come per l’acquisto di sigarette o telefonini. Inoltre, V. è a conoscenza della rivolta avvenuta lo scorso dicembre nel CIE di Roma e di come siano rimasti attivi solo pochi CIE proprio attraverso le lotte dei reclusi ribelli.
Ascolta la testimonianza.

Di seguito l’appello per il presidio dell’8 agosto in solidarietà con i reclusi nel CIE di Brindisi-Restinco

Rompiamo l’isolamento

I CIE sono le prigioni per gli stranieri destinati all’espulsione dall’Italia. Sono parte integrante del sistema di controllo, selezione e gestione del flusso di migranti che attraversa l’Europa. Sistema che, rilasciando o negando un documento, decide chi può rimanere sul suolo europeo per ingrossare le fila degli sfruttati, e chi ne deve essere allontanato perché in sovrappiù. In pratica destinato a restarvi da clandestino, ancora più ricattabile e sfruttabile.

Dentro e fuori i CIE non sono mancate, negli anni, le lotte di chi vi è recluso e dei solidali che hanno ritenuto che contro tutto ciò vada presa una posizione: i CIE vanno abbattuti, per la libertà di tutti.

Uno fra i CIE attualmente in funzione è a Brindisi, isolato nelle campagne di contrada Restinco.

Nell’ultimo mese, dal suo interno, direttamente dai reclusi, sono giunte numerose testimonianze di violenze e abusi. Pare che chi protesta per le umilianti condizioni di detenzione – se le minacce non bastano a dissuaderlo – viene prelevato con la forza dalle guardie, portato in un cortiletto lontano dagli altri compagni di prigionia e pestato in gruppo.

Contro l’isolamento, contro ogni prigione, in solidarietà con gli immigrati reclusi:

 

Presidio al Cie di Brindisi-Restinco

 Lunedì 8 agosto ore 18.00

 (ore 16.00 appuntamento a Lecce, villa Matta occupata, via San Nicola 1)

 

Durante il Lecce HC Festival (5 e 6 agosto) ci ritaglieremo uno spazio per discutere e confrontarci su detenzione amministrativa, CIE, hotspot e lotta alle frontiere.

Alcuni nemici delle frontiere – Lecce

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Frontiera del Brennero: a che punto siamo

brennero banner3fonte: Abbattere le frontiere

Dalla ribalta mediatica al silenzio. Della “questione Brennero” non si parla più, se non per elogiare, di tanto in tanto, il prevalere del buon senso e della collaborazione sulla logica dei muri. La realtà, ovviamente, è ben diversa.

Si può dire, innanzitutto, che la polizia austriaca ha raggiunto gli obiettivi che aveva dichiarato durante la conferenza stampa del 27 aprile: predisporre le strutture di controllo al Brennero in caso di un eventuale aumento degli immigrati in arrivo, modulandone caratteristiche e tempi a seconda dei controlli effettuati a sud del Brennero dalla polizia italiana. Se persino i sindacati di polizia hanno definito atteggiamento da zerbino quello del governo italiano (di fatto da Bolzano in su la gestione è in mano alla polizia austriaca) possiamo farci un’idea della pronta collaborazione nei controlli e, sullo sfondo, di quanto preoccupino eventuali disagi al transito delle merci al Brennero.

Cerchiamo quindi di descrivere la situazione attuale.
Mentre continuano i controlli trilaterali – tedeschi, austriaci e italiani – sui treni internazionali (gli OBB Verona-Monaco), si sono rafforzati i controlli su tutti i treni già a partire da Verona, dove una massiccia presenza di polizia ferma chiunque abbia la pelle scura prima di accedere ai binari. Lo stesso avviene nella stazione di Bolzano. Per gli immigrati è dunque molto difficile superare Bolzano. Nonostante gli arrivi al Brennero siano davvero pochissimi, i lavori preliminari per i controlli alla frontiera sono andati avanti, a dispetto delle chiacchiere trionfalistiche dei politici. E’ stata costruita, nell’aria di sosta dell’autostrada poco dopo il confine italiano, una grande tettoia, una sorta di sottopasso obbligato per le auto lungo una cinquantina di metri, largo una decina e alto cinque. Sarebbero inoltre pronti novanta container da posizionare lì vicino come strutture per l’identificazione dei “sospetti”. Il “programma di gestione del confine” è dunque proseguito.
Ma per capire come la “gestione” abbia diverse facce, tutte complementari, è necessario allargare lo sguardo.

Prepararsi alla chiusura della frontiera: si può riassumere in tal modo la collaborazione fra istituzioni, polizia e associazioni cosiddette umanitarie.
Infatti, mentre il numero di poliziotti e militari italiani impegnati nei controlli anti-immigrati è salito a centotrenta, in un padiglione della Fiera di Bolzano si sono predisposti quattrocento posti per quello che la lingua di Stato chiama “centro di smistamento veloce”. La merce da smistare, ovviamente, sono gli immigrati: i “rifugiati politici” da spedire nel sistema-business della cosiddetta accoglienza, i “rifugiati economici” da rimandare indietro.
Siccome l’esperienza degli ultimi anni dimostra che i grossi assembramenti di profughi creano potenzialmente dei conflitti, assieme alla più istituzionale Caritas ecco entrare in scena anche la cosiddetta società civile, con Fondazioni dall’aria antirazzista, come la Fondazione Alex Langer, che lanciano appelli per inserire anche gli appartamenti dei “solidali” nel sistema di gestione dei richiedenti asilo. Aggiungiamoci un concerto “Refugees Welcome” al Brennero in cui si contrappongono “musica e sorrisi” agli scontri del 7 maggio e in cui si dichiara, a qualche metro dalla tettoia per i controlli di polizia, che al Brennero non c’è né ci sarà mai alcuna frontiera, ed avremo il quadro d’insieme.
Per chi non vuole smistare né gestire altri esseri umani, la prospettiva rimane quella di sempre: far saltare il sistema-frontiera nelle sue diverse articolazioni.

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Spagna – 11 luglio – Blocchiamo il CIE di Barcellona

Traduzione da Indymedia Barcellona

Lunedì 11 luglio – Giorno X – Blocchiamo il CIE!

Loro chiudono le frontiere, voi riaprite il CIE. Noi blocchiamo tutto.

BarcelonaRiaprono il CIE di Zona Franca dopo mesi di opere di ristrutturazione. Ristrutturazioni che pretendevano di adeguarlo alle nuove normative previste dal regolamento. Un tentativo in più di umanizzare un luogo che non potrà mai essere umanizzato perché la prigionia non è migliorabile in nessun modo, e si può solo ripudiare con tutta la forza.

Il CIE è funzionale come minaccia con cui mettere a tacere le persone che possono essere rinchiuse in esso, però allo stesso tempo è un affare lucroso per molte imprese coinvolte nella sua costruzione, funzionamento e mantenimento. Imprese di catering, servizi medici e di assistenza sociale, di riforme e un grande elenco di nomi e indirizzi.

Vale la pena menzionare, tra tutte queste, la Croce Rossa e la sua responsabilità nel controllo e nella pacificazione delle persone migranti, dalla sua posizione nelle frontiere fino al suo ruolo nei CETI (centri di permanenza temporanea per migranti) e nei CIE; solo dai CIE dello stato spagnolo ricava un profitto che supera i 400.000 euro.

Non crediamo al discorso innocentista per cui nel CIE si finisce solo per non avere “documenti”. Sappiamo che ci sono mille modi per arrivare lì. Può essere dopo una retata nei quartieri, dopo aver scontato una condanna in carcere o solo per aver superato questo lato della frontiera.

Non ci interessa se c’è o no un delitto commesso, siamo contro questa struttura, come lo siamo contro tutte le forme di detenzione e oppressione, e il CIE è solo un altro anello del meccanismo di dominio e oppressione contro cui ci ribelliamo.

Per questo chiamiamo una giornata di lotta che non si limiti solo al CIE di Zona Franca. Le frontiere e i suoi responsabili sono ovunque. La macchina del razzismo istituzionale non si ferma nelle pareti del CIE.

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La retata del 6 luglio nelle abitazioni dei manteros

Non ci facciamo ingannare dai discorsi contro la riapertura del CIE utilizzati dal municipio di Barcellona col fine di lavarsi la faccia mentre perseguita e reprime quotidianamente i venditori ambulanti e tutte quelle persone che vogliono o devono arrangiarsi per sopravvivere.

Dalle recinzioni alle deportazioni, c’è una infinità di nemici. Chiedere la chiusura del CIE di Zona Franca senza colpire tutta la struttura sarebbe dimenticare la complessità del meccanismo, non pensare alle deportazioni, al rafforzamento dei controlli alle frontiere e nelle città, allo sfruttamento lavorativo che vuole calmare le persone migranti.

Sfruttamento, repressione e pacificazione che, in diverse forme, caratterizzano questa società-prigione e ambiscono al controllo di tutte le nostre vite.

Per questo proponiamo un giorno di lotta e di blocco, una giornata in cui la riapertura del CIE non passerà sotto silenzio nella totale opacità della zona industriale.

Non sarà una silenziosa accettazione o ignoranza a caratterizzare questa inaugurazione delle ristrutturazioni , ma un giorno di rottura della tranquillità e della pace sociale.

Se non passano le persone non passeranno le merci!

Abbasso i muri!

Abbasso le frontiere!

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Francia – Fuoco al centro di detenzione amministrativa di Vincennes

 

feu-aux-craSi parla raramente dei centri di detenzione e delle prigioni, ma quotidianamente avvengono atti di resistenza individuali e collettivi. Non è la prima volta che il CRA di Vincennes viene distrutto dopo una rivolta. Già nel 2008, in seguito al decesso di un migrante lasciato morire dalle guardie del centro, i suoi compagni si ribellarono e il centro fu dato alle fiamme completamente.   In quell’anno ci furono 6 mesi di proteste e lotte, raccontate poi nel libro “Fuoco ai centri di detenzione” , la cui vendita è servita a raccogliere soldi per i sans papiers accusati d’aver distrutto il centro.

La notte di venerdì 1 luglio, il centro di detenzione di Vincennes, prigione speciale per i cosiddetti “sans papiers” è stato in parte bruciato in seguito a una rivolta contro l’espulsione di un algerino.  

Verso le 5 del mattino, alcuni detenuti (o “trattenuti”, come vengono chiamati nel centro perché non sono sotto custodia e in cella) hanno incendiato dei materassi: l’incendio si è propagato necessitando l’intervento di un imponente dispositivo di poliziotti e pompieri di Parigi e l’evacuazione dell’edificio. Nella stessa mattina di venerdì, alcuni membri del gabinetto del prefetto sono arrivati sul posto, dato che si tratta di un luogo “sensibile”.

Il CRA, situato in un angolo del bosco nel parco di Vincennes, vicino Parigi, imprigiona più di 100 uomini e donne senza documenti, minacciat* con la deportazione.

La rivolta è stata provocata, secondo fonti della polizia, da un tentativo di deportazione di “un detenuto algerino nel suo paese d’origine”. Successivamente “quando le forze dell’ordine sono arrivate alle 5 del mattino per condurlo in aeroporto, i suoi compagni si sono opposti. Hanno colpito le grate e dato fuoco ai materassi nelle stanze. Alcuni di loro hanno usato un tavolo da ping pong come proiettile contro le forze dell’ordine.”

Non ci sono stati feriti né evasioni. Le stanz9_affiche_beau_comme_1_cra_qui_brule_vincennes_2008e di due sezioni dell’edificio, 260mq in totale, sono state distrutte dalle fiamme e sono inagibili. Le telecamere sono state distrutte; l’elettricità è fuori uso. I prigionieri sono stati trasferiti.

Quando uno dei dispositivi di controllo e di repressione dello stato brucia, che sia una prigione o una macchina della polizia, bisogna trovare dei responsabili, se non altro per dare l’esempio. Senza dubbio, come nel 2008, saranno scelti e incolpati alcuni detenuti, che rischieranno pesanti anni di prigione. A loro e a tutte quelle e quelli che subiscono il giogo del capitalismo e dello stato, e che tentano di sopravvivergli o di rovesciarlo, dovrà andare la nostra solidarietà.

 

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Bologna – Azione contro le frontiere: bloccato treno OBB

2_Luglio_1024x576fonte: Informa-azione

Oggi, Sabato 2 luglio, una ventina di nemiche e nemici delle frontiere ha ritardato la partenza del treno OBB delle 11.52 nella stazione di Bologna, sulla linea che collega Rimini a Monaco, volantinando sulla banchina e poi spostandosi sui binari con lo striscione “OBB E TRENITALIA: COMFORT PER I TURISTI, BLOCCHI PER I MIGRANTI. BRUCIAMO LE FRONTIERE”.

Alcun* nemiche e nemici delle frontiere

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Brindisi – Aggiornamenti dal C.I.E. di Restinco

riceviamo e diffondiamo

 

Giovedì 30 luglio, abbiamo raggiunto ancora una volta le mura del Cie di Brindisi-Restinco. I fogli di via mirati a scoraggiare la solidarietà esterna non hanno impedito un ennesimo saluto ai detenuti del centro. Dopo il presidio dello scorso 20 febbraio, un contatto costante con l’interno per rompere l’isolamento con la lotta è ancora possibile.
A distanza di quattro mesi, il Cie di Brindisi risulta essere affollato: 8 persone sono rinchiuse per ogni stanza delle 3 sezioni, le nazionalità sono varie – Nigeria, Marocco, Egitto, Kosovo, Albania, Russia, Pakistan, Afghanistan…
Come di frequente, una parte dei detenuti in contatto con noi sono individui stabilizzati in Italia da tempo, che da un momento all’altro hanno subito un troncamento della loro vita comune con un blocco di polizia, per poi trovarsi catapultati nel centro di Brindisi. Questo conferma come un lager per immigrati si regga su controlli random di potenziali irregolari da incarcerare e mettere a profitto per l’arricchimento degli enti gestori dei centri in questione. La militarizzazione di molte città italiane permette l’estensione delle frontiere nel tessuto urbano, fungendo da preambolo alla detenzione e allo sfruttamento di immigrati.
Oltre a ciò, non mancano le già note lamentele per il cibo fornito al Cie dalla ditta Ladisa spa. Cibo scadente, maleodorante, e che – a detta di alcuni detenuti- provoca forti dolori allo stomaco e prurito diffuso.
Le condizioni igieniche tendono a peggiorare nel corso dell’estate: scarafaggi e altri parassiti infestano le stanze del Cie. Inoltre, dalla sezione B un detenuto sostiene che gli addetti alle pulizie passano così raramente che le stesse persone rinchiuse si trovano costrette a ripulire con le scope la propria galera. Una situazione di ulteriore umiliazione che, da quanto dichiarato dallo stesso contatto, è anche occasione di derisione da parte di alcuni operatori del centro.
Varie persone hanno anche testimoniato di pestaggi e minacce da parte delle guardie nei confronti di chi protesta. A tal proposito, sembra che all’uso punitivo della stanza di isolamento sia subentrata l’usanza di condurre i dissidenti al cortiletto della sezione per essere pestati.
Il saluto di giovedì scorso è stata un’occasione per sentire da dentro il forte desiderio di evadere e mettere fine a questa gabbia. Desiderio espresso nelle parole urlate dei detenuti dalle finestre inferriate, dai loro insulti contro militari e poliziotti, e nell’entusiasmo di un piccolo momento di rottura con la mortificante normalità di quel lager.

Nemici delle frontiere – Lecce

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Francia – Aggiornamenti e comunicato dei compagni reclusi nel centro di detenzione di Nizza

da Informa-Azione

Tante persone venerdì per il saluto al CRA di Nizza. Tanta energia e forza da trasmettere ai compagni reclusi all’interno del centro di detenzione. Cori, canzoni, battiture hanno animato le ore di questo presidio, e grazie alla vicinanza fisica i compagni hanno potuto rispondere con urla e cori, sorrisi e saluti da dietro le sbarre.

Stanno bene, l’umore è alto quando di sente la vicinanza e la complicità di tante e tanti.

Per quel che riguarda la loro situazione legale pare che li tratteranno per altri quattro giorni, ossia fino a martedi’ 28, i tre avvocati che li stanno seguendo, ieri non sapevano ancora dirci se per martedi’ li avrebbero rilasciati al confine, a Nizza o se ci sara’ un processo. sicura rimane l’espulsione da tutto il territorio francese per un anno.

e’ possibile fare visite dalle 9 alle 11 e dalle 14 alle 18…

Continuiamo a far sentire la nostra solidarietà!

A seguito del presidio si e’ tenuta un’assemblea dove si e’ deciso di continuare la presenza solidale fino alla loro liberazione… tutti i pomeriggi dalle 18:30 siamo la ad esprimere la nostra solidarieta’…

Libertà per tutti!
Fuoco a tutte le galere!
Complici e solidali dalle valli marittime

Segue comunicato dei quattro compagni nel CRA di Nizza:
DAL CENTRO DI DETENZIONE DI NIZZA

L’estate scorsa, mentre migranti e solidali resistevano sugli scogli alla frontiera di Ventimiglia, a Vievola, all’estremità nord della valle Roya, un presidio di abitanti lottava contro il raddoppio del tunnel del col di Tenda ed il conseguente traffico di mezzi pesanti. I nostri rispettivi percorsi parevono distanti, ma già si intravedeva un nesso comune. Ci siamo incontrati sulle rive del mare cosi’ come sulle montagne e abbiamo sentito che confrontarci era importante e necessario. Poi a settembre il presidio di Vievola e quello dei Balzi Rossi sono stati sgomberati. Per i solidali le valli sopra Ventimiglia sono state un rifugio naturale. E’ da li’ che la lotta contro la frontiera è ripartita, e sono queste valli che hanno accolto i tanti fogli di via emessi dalla questura di Imperia. In val Roya é proseguita la costruzione del tunnel di Tenda e a questo triste scenario si sono aggiunti i migranti, che quotidianamente, con coraggio e determinazione, attraversano questo territorio in direzione di Parigi, Calais, l’Inghilterra…

Abbiamo quindi sentito il bisogno di rincontrarci, in più occasioni, e ne é nata una nuova storia.
La manifestazione di sabato 18 giugno é stata quindi contraddistinta dall’incontro tra le lotte contro la devastazione del territorio e quelle contro frontiere e deportazioni. Le forze dell’ordine italiane ci hanno impedito di proseguire verso Ventimiglia e Menton, dove la biciclettata-corteo sarebbe dovuta terminare. Si doveva impedire che i manifestanti incontrassero i migranti bloccati e deportati al confine italo-francese. Ne é seguita un’assemblea spontanea che ha deciso di continuare la mobilitazione occupando l’edificio della vecchia dogana francese, situato a poca distanza dal valico frontaliero di Fanghetto. Italiani/e e francesi insieme abbiamo oltrepassato le frontiere territoriali, linguistiche e culturali che ancora ci dividevano e insieme abbiamo trasformato un luogo di controllo e separazione tra i popoli in uno spazio liberato. Uno squarcio di luce nelle tenebre del presente in cui abbiamo dato vita e forza alle lotte a venire.
L’esperienza é durata fino a giovedi’ mattina quando reparti della gendarmerie hanno effettuato lo sgombero. Ai cinque italiani presenti è stato notificato un decreto di espulsione per un anno dal territorio francese. Noi quattro invece di essere riaccompagnati alla frontiera, come avvenuto nel caso di Giulia (non trattenuta perché al CRA di Nizza non esiste una sezione femminile), abbiamo subito un trasferimento al centro di detenzione amministrativa di Nizza (l’equivalente dei CIE italiani).

Tra di noi l’umore é alto, soprattutto dopo il partecipato presidio che si é tenuto venerdi’ sotto le mura del centro. Rifiutiamo fermamente le etichette che stampa e prefettura vorrebbero cucirci addosso, perché sappiamo bene come questi organi tendano sempre a limitare, dividere e reprimere.

L’intreccio di percorsi in questo territorio di frontiera sta disegnando nuove geografie e siamo fieri di essere parte di questa comunità in lotta. Ringraziamo ogni persona che, in Italia come in Francia, ha manifestato solidarietà con noi e ogni migrante deportato/a e detenuto/a in Europa.

Per un mondo senza galere e autorità
ni frontières, ni camions, autogestion!

Andrea, Rafael, Vincenzo, Arturo

PS: ogni sera a partire dalle 18 presidio e assemblea sotto le mura del centro (centre de retention, 28 rue de Roquebilliere, Nice)

Dopo lo sgombero in Val Roya, le voci dei compagni reclusi nel CRA di Nizza
Dalle voci di due compagni rinchiusi nel CRA (Centre de rétention administrative – CIE in Italia) di Nizza raccontiamo la giornata di lotta culminata con l’occupazione dell’ex dogana francese in Val Roya e la conseguente repressione.
I compagni ci raccontano il funzionamento del Centro di detenzione amministrativa, dove sono rinchiuse le persone in vista di un’espulsione dalla Francia, e il ruolo del CRA come strumento di oppressione.
Nel pomeriggio di venerdì, un presidio solidale ha rotto l’isolamento delle persone recluse.
Qui la corrispondenza da Radio Onda Rossa.

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30 giugno: dalla Puglia alla Calabria contro lo sfruttamento che uccide

Fonte: CampagneInLotta
Per approfondire potete anche ascoltare un intervento di una compagna, andato in onda dalle frequenze di Radio OndaRossa venerdì 24/6, durante la trasmissione “Silenzio Assordante”.

Siamo i lavoratori e le lavoratrici delle campagne della provincia di Foggia e della Piana di Gioia Tauro. Ancora una volta, uniti e determinati, scendiamo nelle strade per chiedere quello che ci spetta, consapevoli del fatto che i problemi che ci riguardano, così come i loro responsabili, hanno ovunque lo stesso nome!

Lo scorso 8 giugno l’omicidio di Sekine Traoré alla tendopoli di San Ferdinando, per mano di un carabiniere, non ha fatto che evidenziare in modo tragico una verità che denunciamo da anni: le condizioni di estrema precarietà e la segregazione prodotte dalle politiche migratorie, il razzismo, l’iper-sfruttamento che caratterizza il settore agricolo in tutta Italia non possono che produrre epiloghi drammatici. Omicidi, aggressioni e morti sul lavoro sono manifestazioni estreme di una condizione di violenza strutturale e generalizzata che colpisce quotidianamente lavoratori e lavoratrici delle campagne ed uccide in silenzio.

E’ ora di dire basta! Non possiamo più accettare tutto questo!

A Foggia, da settembre dell’anno scorso, portiamo avanti un percorso di lotta che adesso si allarga ad altri territori, per riprendere il controllo delle nostre vite.

  • Vogliamo una condizione giuridica riconosciuta! Molti di noi sono in Italia da 15/20 anni, costretti a vivere ai margini perché quando abbiamo provato a “conquistare” un permesso di soggiorno siamo stati truffati dalle stesse leggi di questo paese (le sanatorie, così come i decreti flussi e anche tutto il business che gira intorno alle richieste di asilo). Mentre chi di noi è arrivato più recentemente ha pochissime possibilità di ottenere un permesso, condannati quindi a subire tutti i possibili meccanismi di sfruttamento.
  • Vogliamo vivere e lavorare in condizioni migliori! Le baracche e i ghetti in cui viviamo – in campagna come in città – sono noti a tutti, così come le sfruttate condizioni di lavoro – in agricoltura come in altri settori. I contratti collettivi per i lavoratori agricoli, violati in tutto e per tutto, prevedono fra l’altro il diritto a trasporto ed alloggio gratuiti, che eviterebbero molti dei problemi più urgenti che ci affliggono.

Siamo insieme a chi lotta nei centri per richiedenti asilo, che son tutto fuorché accoglienti. Basti pensare ai centri di accoglienza per i richiedenti asilo di Puglia e Calabria, dove ogni settimana avvengono proteste contro gli abusi, a cui la repressione è l’unica risposta. A chi lotta nei CIE, massima espressione di un sistema di controllo, contenzione e repressione che assume mille forme. A chi lotta nei luoghi di approdo, dove l’Unione Europea a braccetto con il governo italiano continua a infrangere la libertà di movimento e di richiesta di protezione internazionale, praticando la tortura e costituendo i famigerati Hotspot. A chi lotta nei luoghi di transito, come a Ventimiglia, dove la polizia pratica rastrellamenti quotidiani. A chi lotta per condizioni di lavoro migliori per tutti, contro le politiche di austerità, i licenziamenti, gli abusi, in Italia come nel resto d’Europa. E a chi lotta per la casa, come noi e come tanti in molte città.  Quando urliamo che la “nostra lotta è la vostra lotta” è perché lo sfruttamento lavorativo, la speculazione sulle abitazioni e la conseguente marginalizzazione coinvolgono italiani e stranieri, chi proviene dai paesi comunitari, i richiedenti asilo e i rifugiati! Continua a leggere

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Torino – Recluso nel Cie di corso Brunelleschi si conquista la libertà

fonte: macerie

 

Negli ultimi giorni sono arrivate da dentro le mura del Cie di corso Brunelleschi due notizie che affiancate l’una all’altra palesano le contraddizione che animano questo mai pacificato Centro di reclusione. La prima riguarda sette figuri che accompagnati dall’ispettore, questo giovedì, hanno gironzolato tra i corridoi del Cie per controllare che le condizioni di reclusione rispettino gli standard che la democrazia impone. Ai reclusi hanno detto di essere del Movimento Cinque Stelle e, anche se la notizia non è confermata da nessun giornale, non ci par strano da credere dato che non è la prima volta, e non sarà certo l’ultima, che anime belle e indignate varchino quel cancello e, accompagnati da chi quel luogo lo gestisce, si facciano raccontare di come vada tutto bene. Continua a leggere

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