Roma – Volantino sul presidio al CIE, contro le retate e in solidarietà a chi è stat@ arrestat@ a Torino

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci o inviarci contributi hurriya[at]autistici.org

Ieri un gruppetto di compagni e compagne ha attacchinato e volantinato nel quartiere di Torpignattara e in quello del Pigneto, in vista del presidio al CIE di Ponte Galeria organizzato per sabato 30 maggio, contro le retate della polizia e in solidarietà ai compagni e alle compagne arrestati/e a Torino.

Ecco il volantino distribuito.
Ci vediamo sabato prossimo per portare solidarietà alle persone recluse nel CIE.
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Torino – comincia a correre la solidarietà per i 4 compagni arrestati

basta-retatefonte: Macerie

Comincia a correre la solidarietà per i quattro arrestati di questa mattina. Dopo l’assemblea all’Asilo di questo pomeriggio, partecipata da tanti compagni ma anche da abitanti delle occupazioni abitative della zona, una cinquantina di solidali si sono spostati sotto al Cie di corso Brunelleschi di fronte al quale, nonostante la pioggia fortissima, hanno dato vita ad un rumorosissimo saluto: l’ostilità alla macchina delle espulsioni è uno dei fili importanti delle lotte di questi anni, della lotta dei quattro arrestati e di tanti altri, e nessun mandato di cattura riuscirà a spezzarlo. Le lotte, poi, si intrecciano e il saluto di questo pomeriggio è stato indirizzato anche a due degli abitanti della casa di Via Soana, che proprio nel Cie son stati rinchiusi dopo lo sgombero di ieri mattina. Poco prima, Radio Blackout trasmetteva in diretta proprio la testimonianza di uno di loro.

def2Dall’assemblea di questo pomeriggio, poi, arriva un nuovo appuntamento, oltre quello di domani mattina in Tribunale e quello alle Vallette di domenica: ci troviamo sul luogo del delitto, proprio nell’angolo di città dove la Procura sostiene che i nostri abbiano tentato di liberare i senza-documenti dalla camionetta. Sabato 23 maggio, alle 15, presidio in Corso Giulio Cesare angolo corso Emilia: per la libertà di Luigi, Erika, Paolo e Toshi, ma pure contro le retate, gli sgomberi e i Cie. Per la libertà di tutti, insomma. Scaricate e diffondete da qui una prima locandina dell’iniziativa.

Per scrivere a Luigi, Eika, Paolo e Toshi in carcere:

Erika Carretto  C.C. Lorusso e Cotugno – Via Maria Adelaide Aglietta 35 10151 Torino

Paolo Milan  C.C. Lorusso e Cotugno – Via Maria Adelaide Aglietta 35 10151 Torino

Toshiyuki Hosokawa  C.C. Lorusso e Cotugno – Via Maria Adelaide Aglietta 35 10151 Torino

Luigi Giroldo  C.C. Lorusso e Cotugno – Via Maria Adelaide Aglietta 35 10151 Torino

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Varsavia, 21 Maggio Giornata Internazionale senza documenti e contro Frontex

freedomnotfFrontex, l’ agenzia per il controllo delle frontiere esterne della Fortezza Europa, è salita agli onori della cronaca solo recentemente, quando in Italia utilizzò la chiusura dell’operazione militare “Mare Nostrum” per chiedere un finanziamento ulteriore nell’attività di controllo in mare.

Solo pochi/e sanno che Frontex nei prossimi giorni festeggerà nel suo quartier generale di Varsavia (1) dieci lunghi anni di oppressioni e violenze su commissione .

frontex2Un esercito di mercenari/burocrati che nonostante addestramenti congiunti, operazioni in mare e via terra, tecnologia sperimentale delle industrie belliche, programmi di ricerca nelle principali università europee, organizzazione ed esecuzione di deportazioni di massa attraverso voli charter, può contare sull’invisibilità totale del proprio operato, garantendo rapporti semestrali ai governi europei dai quali resta completamente autonoma, ad esclusione dell’aspetto finanziario.

frontex-espulsioniLa lunga storia di Frontex è un gioco di ricatti: i rapporti semestrali indicano ingressi, rotte migratorie e sottolineano la “minaccia alle porte”, i governi europei, che in questo caso agiscono come un corpo solo, distribuiscono il terrore tra i cittadini europei per giustificare e rifinanziare il lavoro su commissione compiuto da Frontex stessa. Conquistato un posto nella cronaca quotidiana, Frontex, insieme agli amici dal volto umano dell’OIM, rappresenta l’autorevole “osservatorio” (2) che lancia continui allarmi e rinforza la guerra contro le persone migranti (3).

frontexlogoLibertas, securitas e justitia sono le tre parole che accompagnano Frontex nella propria autodefinizione.

La “libertà” (di alcuni a discapito di altri) è sempre quella garantita dalla “sicurezza” per mano militare, mentre la “giustizia” è quella che difenderebbe i diritti umani delle persone migranti. L’attacco militare di Frontex, infatti, dichiara quattro obiettivi: scafisti/trafficanti, la lotta contro la tratta, quella contro il narcotraffico e la guerra al terrorismo.

Attraverso questi 4 vettori e la retorica del migrante “vittima” e di quello “criminale”, passa tutta la chiusura delle frontiere della Fortezza Europa: cambiano le rotte e aumentano le morti, lavoro compiuto.

agenteIn Italia vedremo a breve gli agenti di Frontex ( insieme a quelli dell’Europol) impegnati nell’identificazione coatta dei migranti in arrivo che avverrà , secondo quanto stanno programmando le autorità italiane in accordo con l’Unione Europea, in hub regionali per il “trattenimento” delle persone appena sbarcate.

Vi lasciamo ad un ulteriore comunicato che ci arriva da Varsavia, in vista del corteo di domani, poiché il compleanno di Frontex verrà accompagnato da una marcia anti-immigrati organizzata da migliaia di nazionalisti.

I compagni e le compagne hanno comunque confermato le tre giornate Anti-Frontex e il corteo di domani 21 maggio, mentre qualcun@ ha scelto di rispondere all’appello internazionale in altre città europee, come Basilea e Amsterdam .

Traduzione da migracja.noblogs.org

Manifesto21 MAGGIO GIORNATA INTERNAZIONALE SENZA DOCUMENTI

Le politica dell’Unione europea di chiusura delle frontiere hanno ucciso 22 mila persone negli ultimi quindici anni. Proprio l’anno scorso, tremila cinquecento persone sono morte nel Mar Mediterraneo. Se le barche affondate fossero state piene di europei bianchi, nessuno avrebbe perso tempo a discutere l’avvio di un’operazione di salvataggio. Non possiamo assolvere noi stessi , le decisioni europee condannano a morte migliaia di persone, che lottano per il loro diritto alla sicurezza e alla dignità. L’accettazione e l’indifferenza di fronte alle morti senza senso dei migranti sottolineano solo il razzismo profondamente radicato nella cultura europea.

Una chiara espressione del razzismo e della xenofobia è rappresentata dalle manifestazioni anti-immigrati organizzate il 21 maggio dal movimento nazionalista polacco in tutta la Polonia. La protesta coincide con il 10 ° anniversario della fondazione dell’agenzia Frontex dell’Unione Europea, che ha come unico obiettivo quello di chiudere le frontiere e impedire alle persone bisognose di entrare, a qualunque costo, anche al prezzo della loro vita. La politica di Frontex è solo un’estensione degli slogan razzisti e xenofobi delle destre nazionaliste, con la sola differenza che i burocrati europei li possono implementare in guanti bianchi. Non c’è bisogno di bruciare i centri e le case degli immigrati: essi hanno a loro disposizione una serie di sofisticate tecnologie per il monitoraggio, il controllo e la chiusura delle frontiere.

Come al solito i nazionalisti usano la loro ipocrita retorica, alla ricerca di un capro espiatorio: la colpa è sempre degli altri, è colpa LORO. E’ colpa dei migranti stessi, che dovrebbero rimanere nelle loro baracche, non certo dell’Unione europea. “Il Popolo polacco non può rimediare ai problemi combinati da qualcun altro!” Non è la prima volta che questa visione della Polonia come “il Cristo delle Nazioni” mobilita migliaia di persone a scendere in piazza per difendere la ‘polonità’. La destra radicale ha compiuto un ulteriore passo avanti, quando è andata ad incontrare il dittatore Assad a Damasco, un democratico i cui metodi progressisti hanno causato una delle più grandi crisi dei rifugiati di questo secolo. Quando le truppe d’élite polacche sono state inviate in Iraq e Afghanistan nessuno ha detto niente sul destino degli abitanti di questi paesi. La politica della paura è è complementare alla partecipazione dei soldati polacchi alle vergognose invasioni che mirano al dominio geopolitico e al al saccheggio delle materie prime . Il sistema capitalista dell’Europa moderna è ciò che determina le guerre e la povertà nei cosiddetti ‘sud del mondo’. La Polonia, nel trarre profitto di tale sistema, ne è co-responsabile. Il razzismo, l’ignoranza e lo sfruttamento sono sempre stati al servizio degli interessi dei ricchi. Non sono loro a rischiare la vita in guerra, o a pagarne il prezzo. Al contrario – la vendita di armi verso le regioni destabilizzate dalla politica europea e lo sviluppo delle tecnologie di controllo delle frontiere è un grande business.

L’Unione europea sta disperatamente cercando di salvare la sua immagine, dovendo far fronte ad una crescente consapevolezza riguardo lo stillicidio di tragedie ai confini della fortezza europea. Accogliere mille migranti in Polonia non è una soluzione alla crisi provocata dalle politiche europee. Tuttavia, la demonizzazione dei migranti da parte dei nazionalisti polacchi non può essere lasciata senza risposta.

Quelli che riescono a raggiungere l’Europa sono costretti a continuare a lottare per i diritti più elementari. Molti immigrati vivono ai margini delle società europee, perché non hanno modo di regolarizzare il loro status giuridico. Per loro, uscire di casa è rischioso come attraversare il Mediterraneo: attraversare la strada quando il semaforo è rosso potrebbe non portare ad un’ammenda simbolica ma ad una deportazione verso il luogo dal quale una guerra, l’oppressione o le dure condizioni di vita li hanno costretti a fuggire .

In un gesto meramente simbolico di solidarietà con gli immigrati senza documenti, annunciamo per giovedi una giornata senza documenti. Chiediamo a tutti di lasciare il proprio documento di identificazione a casa e partecipare alla manifestazione contro la politica anti-immigrati dell’Unione Europea e le azioni di Frontex. Partiremo da Plac Politechniki, a Varsavia, alle 5 del pomeriggio.

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Torino: arresti per chi si oppone alle retate nei quartieri


Torino. È scattato questa mattina all’alba un intervento repressivo della Digos che ha portato all’arresto di quattro anarchici e dell’esecuzione di due obblighi di dimora. L’operazione ha coinvolto nove compagn* che frequentano l’Asilo occupato di via Alessandria. Le misure sono state ordinate dal gip Loretta Bianco su richiesta del solito pm Antonio Rinaudo. In totale si tratta di cinque mandati di arresto e quattro divieti di dimora. Qui la notizia pubblicata da Macerie.
Le/i compagn* sono accusati di aver tentato di bloccare una retata contro i senza-documenti del quartiere il 2 febbraio passato. Non sappiamo ancora se abbiano arrestato tutti e cinque i ricercati o solo quattro. Tra di loro c’è Paolo, che domani avrà, insieme ad altri,  l’udienza per la Sorveglianza speciale, e proprio a questa udienza sembrano essere collegati gli arresti di oggi (ascolta su Radio Onda Rossa l’intervento di un compagno  sugli arresti, le mobilitazioni a venire e le udienze di domani) . Da segnalare il fatto che le telefonate tra solidali per avvertire della retata in corso sono state considerate aggravanti.
Domenica 24 maggio alle ore 17, presidio sotto il carcere di Torino, in solidarietà agli arrestati di oggi e a Francesco, Graziano e Lucio, accusati di un sabotaggio al cantiere di Chiomonte.
A breve seguiranno aggiornamenti.
Solidarietà con i/le compagn* arrestati
Liber* tutt*!
davantialcarcere1
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L’Europa è unita nella chiusura delle frontiere e nei respingimenti.

L'incendio del terminal 3 di Fiumicino, dove avvengono respingimenti ed espulsioni

L’incendio del terminal 3 di Fiumicino, dove avvengono respingimenti ed espulsioni

Sono già 944, in 5 giorni, le persone respinte a Ventimiglia nel tentativo di entrare sul suolo dello stato francese (1).

Controlli rafforzati ma nessun provvedimento di emergenza, normale routine: così le autorità francesi liquidano il parallelismo con il 2011, quando la Francia sospese Schengen mentre l’Italia, con un parametro discrezionale basato su un’ipotetica data di sbarco, concedeva “permessi di soggiorno per motivi umanitari” di 1 anno, poi prorogati, a parte delle persone che approdavano a Lampedusa.

Era l’anno in cui gli harraga (coloro che bruciano la frontiera) erano le persone che arrivavano dalle cosiddette “primavere arabe”, sommosse popolari che portarono alla caduta di regimi dittatoriali, accompagnate da una narrazione positiva di media e governi europei che vedevano come “occasione” la destabilizzazione politica negli stati dall’altra parte del Mediterraneo.

“Eroi che lottavano per la democrazia” che attraversando il Mediterraneo diventavano “clandestini”, e quindi criminali, da respingere o da rinchiudere.

Era l’anno in cui, all’insegna dell’emergenza, il governo italiano inaugurò tendopoli ed ex caserme denominate CAIT (Centri di accoglienza ed identificazione temporanei), veri i propri campi d’internamento etnici, successivamente trasformati in CIE e poi chiusi dalle persone recluse a suon di rivolte che portarono a numerose evasioni di massa (2).

Ed è proprio “l’emergenza sbarchi in Italia” (chiamata “Emergenza Nord Africa” nel 2011) a stimolare tanto l’opinione pubblica francese che, secondo un sondaggio rimbalzato dai media di regime europei, vorrebbe rafforzare la militarizzazione della frontiera sud/est, proprio al confine con Ventimiglia.

“Emergenza” è la parola con la quale possiamo descrivere il continuo tentativo di affermare l’identità europea, attraverso il clima di paura e terrore per la “minaccia alle porte”, con la conseguente omologazione dei dispositivi di controllo sociale.

In Europa il clima è perfetto per chiamare “normale routine” la chiusura delle frontiere interne.

I media mainstream scoprono "l'apartheid"

I media mainstream scoprono “l’apartheid”

Continuando lungo il confine della penisola si aggiungono i quotidiani rastrellamenti sui treni che dall’Italia sono diretti in Austria, dove le persone migranti vengono controllate e costrette a scendere, prima di arrivare a destinazione, a Bolzano (3).

Questi rastrellamenti sono effettuati da tempo anche da pattuglie trilaterali (4) di agenti italiani, austriaci e tedeschi sui treni in direzione dell’Austria e della Germania, incontrando la resistenza di chi prova a sfidare le frontiere (5) , come avvenuto il 24 aprile a Bolzano, quando centinaia di migranti, sopratutto eritrei, hanno forzato i controlli della polizia per salire su un treno diretto a Monaco di Baviera (6).

Oltre ai controlli ferroviari, il 12 Maggio scorso sono cominciati anche i pattugliamenti misti stradali italo-austriaci “attivati secondo il protocollo transfrontaliero firmato nelle scorse settimane dalla Questura di Udine e dalla Polizia carinziana per contrastare il fenomeno dell’immigrazione irregolare sul confine italo-austriaco. Le pattuglie – due volanti miste composte da un poliziotto italiano e uno austriaco – hanno presidiato le principali arterie di collegamento tra i due Paesi” (7) Si tratta di una “prima sperimentazione” che durerà tre mesi “salvo poi, «aggiustamenti» e un eventuale incremento del contingente, a seconda delle necessità e dei risultati” (8).

I sindacati di polizia chiedono il rafforzamento della presenza poliziesca nella zona di confine del Nord-Est (9) e domandano ad ministro degli interni Alfano ” Perché il nostro Governo non valuta la possibilità (come sta accadendo in questi giorni in Germania in occasione del G7) di sospendere il trattato di Schengen e di ripristinare i controlli documentali al confine, così da blindare tutte le principali vie d’accesso allo Stato?” (10).

Anche la Germania, infatti, non manca all’appello e si prepara ad una chiusura (in via ufficiale) delle frontiere, a partire dal 26 maggio fino al 15 giugno 2015.

Questa volta la minaccia interna riguarderebbe le contestazioni a Monaco contro il vertice G7, previsto il 7 e l’8 giugno al castello di Elmau, località turistica delle Alpi bavaresi, a pochi chilometri dal confine con l’Austria. (11) (12).

I respingimenti avvengono nel quotidiano alle frontiere interne alla Fortezza Europa: il mare, le barriere di metallo, i fiumi, i porti, le stazioni e gli aeroporti sono liberi per le merci ed il consumo ma invalicabili per migliaia di esistenze.

Se il Terminal 3 dell’aeroporto di Fiumicino era e resta tuttora un confine dove le autorità italiane respingono e deportano migranti, speriamo che la recente cronaca sia di buon auspicio per un nuovo anno di frontiere bruciate.

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Grecia: comunicato sulla manifestazione del 9 Maggio contro la recinzione di Evros

Traduzione da Mpalothia

Movimento Antiautoritario di Komotini : Comunicato stampa sulla mobilitazione contro la recinzione di Evros (09/05)

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Lo striscione che apriva la manifestazione

Sabato 9 maggio, da Komotini, è partito un convoglio di circa 150 persone in direzione  del paese di Kastanidies, per effettuare la mobilitazione, pianificata da tempo, contro la recinzione a Evros.

Una volta partiti da Komotini , la polizia greca ha fatto sentire la sua presenza, con le jeep della OPKE (ndt: unità di prevenzione della criminalità ) a precedere e seguire il convoglio. Allo stesso tempo, ci hanno comunicato che il capo della polizia di Orestiada aveva ordinato il divieto di assemblea pubblica (è la prima volta da quando è in carica il nuovo governo) nel comune di Orestiada e nei villaggi circostanti.

A pochi chilometri da Orestiada sei blindati e centinaia di poliziotti hanno circondato e fermato il convoglio.

A questo punto poniamo le seguenti domande:

Una mobilitazione di 150 persone, non aggressiva, può compromettere ad un punto tale “la vita sociale ed economica di un paese e minacciare la pace sociale”, da giustificare il divieto di assemblea e manifestazione?

Perché per questa manifestazione lo Stato e il ministero dell’ordine pubblico hanno mobilitato oltre 200 uomini in uniforme, da tutto il Nord della Grecia?

Perché, in ultima analisi, lo stato adotta tattiche che ricordano quelle del periodo della dittatura, per evitare questa manifestazione?

Torneremo a questi interrogativi dopo aver completato la descrizione degli eventi.

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Il corteo circondato dalla polizia

Nonostante il fermo dei nostri veicoli da parte della polizia, abbiamo proseguito a piedi il percorso e malgrado la pressione del capo della polizia di Orestiada (e poi del capo della polizia di Evros) , siamo rimasti lì rivendicando l’ovvio diritto di protestare.

La questione, ovviamente, non ha lasciato indifferente l’opinione pubblica e i media liberi e grazie ai loro timori riguardo il costo politico di queste decisioni e al nostro atteggiamento intransigente, siamo riusciti ad andare in corteo fino a Kastanies (vicino al confine) malgrado l’incessante pressione delle forze repressive. I veicoli sequestrati e le tre persone che erano state fermate per le stesse ragioni prima citate sono stati rilasciati.

Il corteo nei pressi della recinzione di Evros

Il corteo nei pressi della recinzione di Evros

Poi abbiamo manifestato con forza nella città di Orestiada in risposta all’attacco senza precedenti avvenuto il giorno prima, senza che ci fossero state provocazioni, quando con bastoni e minacce decine di agenti di polizia hanno aggredito degli studenti politicamente attivi in una taverna della città, cosa che aveva anche portato all’arresto di tre di loro.

Quindi, in conclusione, a giudicare dalla nauseante propaganda contro la mobilitazione che ha avuto luogo nella settimana precedente sui media locali ( e proprio come nei vomitevoli reportage dei media nazionali MEGA e ALPHA del 9/5) , dall’atteggiamento della polizia negli incidenti avvenuti a Orestiada l’8/5, dal divieto di manifestare, dagli arresti e dalla presenza di innumerevoli agenti di polizia, ci rendiamo conto che la mobilitazione contro la recinzione di Evros è stato un pugno nella pancia della macchina statale.

Sembra che anche se il governo ha cambiato colore politico la recinzione della vergogna sia rimasta un elemento importante dell’apparato statale, dal momento che viene utilizzato sia per controllare i flussi migratori sia per mandare agli oligarchi dell’Unione europea il messaggio che la Grecia resta fedele alla sua politica distruttiva ed omicida .

Centinaia di poliziotti a guardia della recinzione

Centinaia di poliziotti a guardia della recinzione

Noi dichiariamo che fino a quando rimarrà in piedi la recinzione di Evros, lo Stato greco sarà complice degli omicidi di migliaia di immigrati sulla costa mediterranea, nell’affondamento degli arrugginiti barconi dei trafficanti.

Ora spetta alla società e ai movimenti porre fine all’incubo dei confini insanguinati e dei campi di concentramento.

La speranza per tutti arriverà solo attraverso una lotta inflessibile .

Movimento Antiautoritario Komotini

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Roma – sabato 30 maggio – Presidio al CIE di Ponte Galeria

Riceviamo e pubblichiamo la locandina con il prossimo appuntamento davanti al Cie di Ponte Galeria, in solidarietà con i reclusi e le recluse.

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Le leggi sull’immigrazione servono a schiavizzare: approfondimento sul “lavoro volontario”

Dobbiamo chiedere ai Comuni di applicare una nostra circolare che permette di far lavorare gratis i migranti” : è la dichiarazione rilasciata il 7 Maggio da Angelino Alfano, ministro dell’Interno del governo Renzi, prima del vertice sull’immigrazione (1). Si riferiva al lavoro “volontario” per circa 85.000 persone richiedenti asilo presenti in Italia, previsto dalla circolare n. 14290 del 27 novembre 2014 , firmata da Mario Morcone, capo Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno (2). In questa circolare la proposta del lavoro volontario era motivata dall’obiettivo di “ovviare ad una delle criticità connesse alla accoglienza, ossia alla “inattività dei migranti”, un fenomeno che riverbera negativamente sul tessuto sociale ospitante […] scongiurando un clima di contrapposizione nei loro confronti”.

Per la prima volta nel dibattito politico e nei media mainstream si è cominciato a parlare di questa proposta, che è già applicata da mesi in vari centri di accoglienza, pur se contenuta in una circolare, non vincolante, e non in una legge.

I progetti di “lavoro volontario” sono già attivi da tempo in decine e decine di località: lavori di pulizia di parchi,giardini, strade e piazze a San Miniato, San Casciano, Fabbriche , Rovereto, Belluno, Cesena, Modena, Bergamo, in una trentina di centri del Friuli, etc.; sistemazione di centri sportivi e scuole in provincia di Piacenza; assistenza ad anziani e bambini a Catania. A Roma in occasione del Giubileo i richiedenti asilo “faranno un pò le hostess della città, visto che parlano tante lingue” ha dichiarato l’assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Francesca Danese (3).

LA GUERRA E’ PACE, IL VOLONTARIATO E’ FORZATO

I "volontari" di San Miniato, prima della protesta

I “volontari” di San Miniato, prima della protesta

In realtà il muro di silenzio era stato incrinato, mesi fa, dalle proteste degli stessi migranti, che a San Miniato (PI) all’inizio del 2015 avevano “incrociato le braccia” interrompendo il progetto di lavoro gratuito volontario iniziato nel Settembre 2014 (quindi, come in altri casi, prima dell’emanazione della circolare) “perché secondo loro era venuto il momento di essere pagati” (4) Vale la pena riportare estesamente quanto avvenne dopo la protesta, per mettere in luce i ricatti e le pressioni subite dai migranti per accettare un lavoro non pagato sbandierato come “volontariato”. Gli assessori comunali della giunta a guida PD si precipitarono subito a parlare “con i ragazzi” ricevendo questa risposta “Perchè noi, persone come tutte le altre, dovremmo pulire le strade gratis? Questo è un lavoro, perchè non viene pagato?”. Il Comune e l’ente responsabile del centro accoglienza di San Miniato , la Misericordia di Empoli (che gestisce altri 3 centri a Empoli, Montelupo F. e Vinci, dove ha avviato analoghi progetti), si dichiararono “amareggiati della decisione dei cinque migranti e hanno lasciato intendere che il lavoro volontario è l’unica soluzione per questi migranti, tanto più che molti non hanno documenti e non potrebbero beneficiare di regolari stipendi”(5). Per il segretario cittadino del Pd “Nè il comune di San Miniato, nè gli altri enti coinvolti, hanno mai provveduto a corrispondere alcun tipo di indennità a queste persone in cambio del loro impegno, nè lo faranno in futuro. Non c’è quindi niente da negare o da togliere, perchè niente è stato mai dato o pattuito, nè c’è nessuno che si trovi sotto ricatto, tantomeno il comune o le associazioni coinvolte.” (6)

La "rivolta" sui giornali locali...

La “rivolta” sui giornali locali…

Il capogruppo regionale di Fratelli d’Italia e candidato governatore Giovanni Donzelli affermò “Se gli immigrati si rifiutano di lavorare gratis per ricambiare l’accoglienza che le istituzioni hanno dato, allora la comunità smetta di farsi carico gratuitamente del loro vitto e alloggio […] se l’idea di qualcuno è che tutto sia dovuto, quindi anche il pagamento di uno stipendio, chiediamo che la Regione e gli enti locali revochino l’inserimento in questi progetti. Se il Comune non è riuscito a convincerli, si passi ai fatti e si dia posto a persone più disposte a contraccambiare ciò che viene loro offerto”(7), recandosi a sua volta al centro accoglienza per redarguire di persona i richiedenti asilo (8).

Per il vicedirettore del quotidiano toscano La Nazione “I ragazzi vengono inseriti in progetti di volontariato, compreso il nobile lavoro di spazzare le strade, con l’obiettivo di far comprendere loro cosa sia una comunità e aiutarli a sviluppare un minimo senso civico. Finora ha funzionato. Temo che dietro l’ammutinamento dei cinque di San Miniato ci sia lo zampino di qualcuno, che ha mal interpretato la legge o, ancor peggio, ha speculato sulla razza e sulla ramazza che, in caso contrario, va riconsegnata…” (9)

Tali pressioni sortirono il loro effetto, anche se “la vicenda ha ancora qualche alone di mistero” e il 1° Aprile 14 dei 17 rifugiati ospitati avevano “di loro spontanea volontà” ripreso il lavoro, “visto come un’attività per non oziare nei mesi in cui è atteso il permesso di soggiorno e per “ringraziare” dell’ospitalità ricevuta.” (10)

IL LAVORO RENDE LIBERI

Persone migranti, arrivate in Italia rischiando la vita per aggirare gli ostacoli frapposti dalla Fortezza Europa, pagando a caro prezzo i servizi di trasporto gestiti dai cosiddetti “trafficanti”, giunte con l’intento di seguire un loro progetto di vita anche in altri paesi, fermati, identificati e costretti dal regolamento Dublino 2 a fermarsi nel primo paese di arrivo, in centri accoglienza dai quali non possono allontanarsi, senza risorse economiche e privati della possibilità di poter legalmente svolgere un lavoro, in attesa per mesi e anni della risposta alla loro richiesta di asilo (che sempre più spesso viene rifiutata) e quindi in uno stato di inattività forzata, secondo gli alfieri del lavoro coatto, dovrebbero

L'ingresso del campo di concentramento di Theresienstadt

L’ingresso del campo di concentramento di Theresienstadt

lavorare gratuitamente “per sdebitarsi e rendersi utili, per ricambiare l’accoglienza, per ringraziare i loro benefattori, per integrarsi e non far arrabbiare gli autoctoni, per imparare il senso civico e cosa sia una comunità“. L’idea piace al Governo, alle amministrazioni locali e agli enti che gestiscono i centri accoglienza, come la Caritas, che si attribuisce il merito di aver spinto per l’approvazione del provvedimento “La circolare che chiede di far lavorare gratis gli immigrati nei comuni di residenza era già stata sollecitata da noi nel tavolo di coordinamento nazionale con il Viminale visto che insieme alla prefettura di Bergamo abbiamo in passato gia’ sperimentato questa iniziativa” , o la fondazione Migrantes, organismo pastorale della Cei (11). Gli enti locali sono ovviamente d’accordo perchè possono così far fronte alla cronica mancanza di fondi e personale dovuta ai tagli dei trasferimenti statali degli ultimi anni, come a Calizzano (SV), dove, spiega il sindaco Olivieri “i migranti si occuperanno dello sfalcio dell’erba, piccole manutenzioni e pulizia. Noi abbiamo quasi tutti ragazzi del Mali che hanno fatto i contadini e si sanno muovere nel verde, altri sono edili. Non escludiamo che in futuro si possano anche occupare della manutenzione degli autobloccanti del centro storico, sarebbe veramente importante in un momento di carenza di risorse per i Comuni. Quest’anno due operai, su cinque in pianta organica, sono andati in pensione. Con un territorio molto grande siamo in affanno, l’aiuto dei migranti sarà quindi prezioso” (12). Gli enti gestori dei centri accoglienza pure traggono vantaggio dalla “messa a lavoro” dei richiedenti asilo, sia perchè, come a Sondrio, ricevono rimborsi economici dai Comuni per poter utilizzare la forza lavoro dei richiedenti asilo da loro ospitati (13), sia e sopratutto perchè in tal modo riescono a stemperare la giusta rabbia degli “ospiti” contro i lunghi tempi di attesa per ricevere una risposta alla domanda d’asilo. Un esempio emblematico è quello di Rivarolo Canavese (TO): qui nell’Hotel Europa vivono da quasi due anni 85 migranti, provenienti sopratutto dal Mali.

Protesta dei richiedenti asilo a Rivarolo, Settembre 2014

Protesta dei richiedenti asilo a Rivarolo, Settembre 2014

I richiedenti asilo in presidio davanti l'Hotel Europa, a Rivarolo

I richiedenti asilo in presidio davanti l’Hotel Europa, a Rivarolo

Nel Settembre 2014 si assiste ad una loro protesta contro le pessime condizioni di accoglienza e per sollecitare risposte alla richiesta d’asilo. Uno dei migranti, considerato l’organizzatore della protesta, fu convocato in Prefettura e probabilmente allontanato (14). Le proteste però continuarono nel 2015 e il 6 Aprile tennero un nuovo presidio davanti all’Hotel: “Ci state prendendo in giro. Da quando siamo arrivati nessuno si è realmente interessato alla nostra situazione. Restare in albergo, avere un tetto ed un pasto, non è la nostra aspettativa di vita. Noi vogliamo integrarci, qui in Canavese, in Italia o altrove. Siamo anche disposti ad andarcene se nessuno ci vuole. Ma per farlo sono necessari documenti che attendiamo da mesi. Ci vengono continuamente promessi, ma mai consegnati” fu quanto dichiarò un portavoce dei migranti “in un italiano quasi perfetto” (15). Dopo le proteste, il 9 Maggio, fu attivato anche a Rivarolo un “progetto di volontariato”: un “servizio di assistenza e vigilanza del mercato cittadino” per tenere lontani i parcheggiatori e gli ambulanti abusivi e gli “zingari rom”. Un lavoro gratuito che inasprisce la guerra ai e tra i poveri (16). Insieme ai Comuni anche gli imprenditori ( che già sfruttano in nero il lavoro di tanti richiedenti asilo, sopratutto nelle zone agricole) intravedono ora la possibilità di utilizzarli, malgrado i “vincoli di legge”, come conferma Mauro Ferraris, direttore del Ciss: “in Ossola ne ospitiamo una cinquantina e di questi ben 42 hanno dato la loro disponibilità a partecipare a questo progetto, hanno iniziato i tirocini presso aziende private o comuni, occupandosi nei più vari settori, ristoranti, vendita di vernici, in un’azienda di lavorazione di metalli. Abbiamo cercato di individuare le singole esperienze lavorative o la loro predisposizione, ed abbiamo cercato di inserirli nel contesto più adeguato. La cosa strana è che il passaparola in Ossola sta causando nuove richieste. Ci sono vincoli di legge importanti a cui attenerci, e percorsi molto delimitati e limitati. Ai migranti vengono dati 3,40 euro all’ora per massimo 12 ore di lavoro alla settimana, tutti sono assicurati e con la copertura Inail, siamo rispettosissimi delle norme di legge. Tra i comuni che li hanno richiesti ci sono Villette, Craveggia, Villa, Viganella, Anzola, penso li destinino per la pulizia delle strade, ad esempio il sindaco di Bognanco è entusiasta del lavoro svolto dalle cinque persone che gli sono state date per la pulizia e il disboscamento del verde. Ognuno si organizza per la logistica, lavorano tutti insieme un paio di giorni alla settimana” (17)

OGGI NELLE ISTITUZIONI TOTALI, DOMANI OVUNQUE

Come spesso avviene, nuove proposte politiche vengono sperimentate prima su categorie minoritarie o considerate “deboli”, per poi essere gradualmente estese all’intera società. Sembra che sia questo il caso anche del lavoro gratuito forzato, che riguarda, come abbiamo visto, i richiedenti asilo così come i reclusi negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Ad Aversa il Comune e l’OPG hanno firmato un protocollo d’intesa per far svolgere “un’attività lavorativa di pubblica utilità a favore della collettività come strumento rieducativo” e a Gennaio due detenuti hanno “tinteggiatocon gioia, secondo la direttrice dell’OPG – le stanze aperte al pubblico della locale caserma dei carabinieri” (18). Per poter applicare certe politiche è necessario per i governanti creare prima il consenso: si dà spazio e risalto alle campagne xenofobe e razziste delle destre contro i migranti “mantenuti” a spese degli italiani, si lasciano incancrenire i problemi dei quartieri popolari, si smantellano servizi pubblici essenziali (sanità, trasporti etc.), si contrappongono gli interessi di giovani e anziani, si sposta l’attenzione sugli “sprechi” e su presunti parassiti a carico della collettività. Un esempio lampante è la trasmissione “Report” del 30 Novembre 2014, dove si è rilanciata la proposta dei “lavori forzati per i carcerati” che “dovrebbero pagarsi il mantenimento”(19)

Dai richiedenti asilo e internati al resto degli abitanti del paese il passo è breve, come illustrò il ministro del lavoro Poletti nell’Agosto 2014 alla Festa nazionale dell’Unità a Bologna:

Poletti si scaglia contro il “sistema dei sussidi“, e per farsi capire al volo il ministro usa un esempio il più concreto possibile: “Noi veniamo da una storia dove se Mario ha un problema gli diamo 300 euro per farlo stare a casa e non rompere. La nostra idea è diversa, diciamo a Mario: se esci di casa e ti dai da fare vediamo come darti una mano, e alla fine forse ti diamo anche i 300 euro. I soldi sono sempre quelli ma è la testa che è cambiata, il problema che abbiamo noi non è cambiare una regola, ma cambiare la testa di questo paese. L’Italia è l’unico paese al mondo dove i sussidi vengono erogati senza un vincolo, un obbligo, una condizionalità. Se tu sei a casa perché hai un problema e vuoi che la collettività ti aiuti, allora ti devi sentire in obbligo di uscire dalla tua condizione, devi restituire parte di quanto ti è stato dato. Noi questo lo faremo”. Il riferimento è al disegno di legge delega su ammortizzatori sociali e lavoro.” (20)

Detto fatto, a Gennaio 2015 Poletti annuncia l’avvio di #diamociunamano:

Tutti i lavoratori che beneficiano di un sostegno al reddito, dalla cassa integrazione all’indennità di disoccupazione, potranno, dal prossimo febbraio, svolgere “volontariamente” un lavoro di utilità sociale in favore della propria comunità di appartenenza. Entra nel vivo, così, con la registrazione da parte della Corte dei Conti del decreto ministeriale ad hoc, quanto previsto nel 2014 dal dl semplificazione con cui il governo avvia, di fatto, la prima forma di politica attiva sul lavoro che prevede una sorta di ‘scambio’ tra il sostegno devoluto al lavoratore e la ‘restituzione’ fornita sotto forma di attività sociale. Il ”neo-lavoratore’, infatti, non verrà retribuito ma soltanto ‘assicurato’ dall’Inail. Oggi il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, unitamente all’Anci, ha firmato un Protocollo d’intesa con il Forum nazionale del terzo settore per l’attuazione di iniziative sperimentali finalizzate ad ampliare la rete di iniziative con cui sviluppare questa forma di volontariato. Cinque essenzialmente i campi nei quali l’esperienza del Terzo settore è maggiore e per i quali è prevedibile che sia convogliata la nuova ‘forza-lavoro’ in quel che assomiglia ad un nuovo ‘servizio civile’: la tutela e cura dei beni paesaggistici; i servizi soci-assistenziali; socio-sanitari e quelli in campo educativo. I risultati, al termine della sperimentazione, saranno monitorati attentamente dal ministero del Lavoro che sta comunque lavorando all’idea di trasformare il volontariato in un obbligo legato all’erogazione di un sostegno al reddito. (21)

E così domenica 29 marzo 2015 è partita “la nuova campagna di comunicazione del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali #diamociunamano, la misura sperimentale – prevista dal Decreto Legge 90 del 2014 – dedicata ai cittadini che beneficiano di strumenti di sostegno al reddito e che vogliano impegnarsi in una attività volontaria nell’ambito di progetti realizzati congiuntamente da organizzazioni del terzo settore e da comuni o enti locali.” (22)

IL MODELLO ANGLOSASSONE

Il modello di riferimento al quale si ispira il ministro Poletti e in generale le cosiddette “politiche attive del lavoro” , cioè lavoro coatto per chiunque goda ancora di una qualche forma di protezione sociale, è la Gran Bretagna, che a sua volta per prima ha applicato in Europa quanto sperimentato negli Stati Uniti.

Come sottolinea Stuart Crosthwaite, attivista del “South Yorkshire Migration and Asylum Action Group”, in un articolo pubblicato sul sito della campagna nazionale “Boycott workfare”:

Slogan della campagna contro il workfare

Slogan della campagna contro il workfare

E’ importante riconoscere che molte delle misure che sono ora utilizzate per punire i disoccupati sono state testati sulle persone richiedenti asilo nel corso dell’ultimo decennio: forzata indigenza come un “stimolo” e pagamento di alcuni benefici con voucher non monetari, rimborsabili solo in alcuni negozi e spendibili solo per alcuni beni. Le persone in cerca di asilo non sono autorizzate a lavorare nel lungo periodo (che può durare anni) in cui la loro richiesta d’asilo viene esaminata.” (23)

proprio come avviene in Italia oggi.

forced-to-work-without-payLa campagna contro il lavoro coatto (definito senza eufemismi “slave labour”, lavoro schiavistico) per i richiedenti asilo in Gran Bretagna ebbe luogo nel 2005, coinvolgendo pure i sindacati e le municipalità, e dopo una protesta diffusa e il boicottaggio riuscì a vincere, costringendo il governo inglese ad abbandonare i tentativi di imporre il “volontariato” forzato (24).

Tentativi che negli anni successivi si estesero ad altre categorie:

– I 30.000 migranti considerati irregolari e in attesa di espulsione, detenuti in 13 centri, senza processo, a tempo indeterminato, da alcuni anni sono impiegati in lavori con una paga di una sola sterlina all’ora (equivalente a 1,38 euro ). Anche se i detenuti non sono costretti a lavorare, molti di loro accettano perchè hanno bisogno di soldi per l’acquisto di alimenti e beni necessari, per telefonare o per pagare gli avvocati. Nel mese di settembre 2012, le donne recluse nel centro detenzione di Yarlswood organizzarono il gruppo “Movimento per la Giustizia” e votarono una serie di richieste per un miglioramento immediato delle loro condizioni, tra le quali il salario minimo legale per i lavori svolti in stato di detenzione. Le aderenti al gruppo rifiutarono di recarsi al lavoro e furono licenziate dalla direzione in seguito alla protesta. Da allora il numero di detenuti messi al lavoro a Yarlswood è diminuito notevolmente. G4S, Serco, GEO e Mitie, le aziende private alle quali lo stato ha affidato la gestioni dei lager etnici in tutto il Regno Unito, guadagnano milioni di euro all’anno grazie al lavoro dei detenuti, così come avviene negli Stati Uniti (25)

https://vimeo.com/126678906

– Si diffonde l’uso del lavoro gratuito come alternativa a brevi detenzioni relative a piccoli reati. Nel 2012/2013 i tribunali hanno imposto un lavoro non retribuito in progetti nelle comunità locali a oltre 74.000 persone, per un totale di 7 milioni di ore lavorate che equivalgono a più di 40 milioni di sterline non pagate, calcolate in base all’ammontare del salario minimo. (26)

– Nel Febbraio 2015 “Il Governo inglese ha rivelato un progetto per introdurre piani forzosi nelle carceri. Si tratta – così riportano le agenzie d’Oltremanica, che attribuiscono la frase a esponenti dello stesso governo – di “insegnare il valore del duro lavoro” (hard work), risparmiando. In sostanza, i prigionieri dovrebbero lavorare in laboratori di manifattura per realizzare tute, giacche, sacchi a pelo, tende e indumenti per l’esercito” (27)

– A fine Aprile 2015 “ disoccupati britannici di lungo corso (200.000 persone, si stima) sono stati costretti a un salto indietro di quasi due secoli. Per continuare a percepire il sussidio di circa 90 euro alla settimana che viene loro riconosciuto dovranno sottomettersi a una delle seguenti alternative: eseguire lavori socialmente utili, seguire un corso di formazione o recarsi quotidianamente al Centro per l’impiego come puro e semplice atto di devozione. Si tratta, né più né meno, di lavoro forzato, per nulla dissimile quanto ai principi che lo ispirano, da quella famosa legge sui poveri del 1834 che, proibendo ogni altra forma di assistenza, imponenva di rinchiudere i disoccupati all’interno di opifici così strettamente disciplinati e austeri da rendere per nulla invidiabile il destino di chi vi fosse stato confinato. E dove l’unica garanzia stabilita dalla legge era il diritto di non esser lasciati morire di fame. Lo scopo, oltre a quello del controllo sociale diretto sulle fasce più povere della popolazione, consisteva nello spingere gli operai ad accettare anche le più sfavorevoli condizioni di lavoro pur di non precipitare in una così spaventosa condizione. Lo stesso risultato che anche oggi, pur passando dalle costose fabbriche-carcere a più flessibili strumenti di vessazione, si vuole ottenere: rendere i disoccupati (e indirettamente anche gli occupati dall’incerto destino) sempre meno «schizzinosi», per dirla con il termine usato da un nostro exministro. (28)

Il resto d’Europa non è da meno: dal lavoro forzato per chi vuole ammortizzatori sociali, proposto da Sarkozy come uno dei punti del suo programma per le presidenziali del prossimo anno (29), ai campi di lavoro per i migranti proposti dal Leader nazionalista della destra ungherese, Viktor Orbán (30)

La gestione delle migrazioni in Europa (come altrove), dietro il velo della retorica sui diritti universali, si rivela per quella che è realmente : la gestione e lo sfruttamento globale della forza lavoro.

Volevano degli schiavi,  sono arrivati esseri umani.

Solidarietà a chi si ribella.

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Torino – Proteste e manganellate al CIE

cie_torino_2015fonte: Macerie

Mentre sui quotidiani locali si improvvisa un inutile e imbarazzante dibattito intorno al futuro del Cie di Torino, dentro le mura del Centro la tensione si è improvvisamente alzata. Dopo una mattinata di provocazioni e insulti da parte dei militari, diversi reclusi hanno deciso di reagire. In particolare i reclusi dell’Area Bianca hanno rifiutato il pranzo e gettato il cibo fuori dalle gabbie, mentre nell’Area Rossa un recluso avrebbe tentato di impiccarsi. La reazione della polizia non si è fatta attendere e circa un’ora fa la celere è entrata nelle aree Bianca e Rossa e ha iniziato a manganellare i reclusi: almeno un recluso è stato catturato e portato in isolamento, altri sono finiti in infermeria.

Aggiornamento ore 22 – Nel tardo pomeriggio un gruppo di solidali si è ritrovato fuori dalle mura del Centro e anche se la celere era già fuori ad attenderli hanno salutato rumorosamente i reclusi. Nel Centro la tensione resta alta: nell’Area Verde sarebbero stati scoppiati alcuni incendi, diversi reclusi hanno rifiutato la cena, alcuni sono saliti sui tetti delle baracche e il direttore del Centro ha minacciato di far intervenire nuovamente la celere. Tre dei quattro ragazzi portati in infermeria questo pomeriggio, un senegalese e due marocchini, non sono ritornati nelle sezioni: non è chiaro se siano stati rinchiusi nelle celle di isolamento o arrestati, come riferito dalla Questura di Torino e riportato da alcune agenzie di stampa.

macerie @ Maggio 12, 2015

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Francia: a Calais la polizia antisommossa usa i lacrimogeni contro i migranti

Come riporta il giornale inglese Daily Mail, mercoledi 6 Maggio la polizia antisommossa francese ha usato gas lacrimogeni a Calais per reprimere 300 migranti che tentavano di prendere d’assalto i camion che percorrevano l’autostrada , diretti al porto di Calais verso la Gran Bretagna.

Un contingente extra di quaranta poliziotti antisommossa sono stati dispiegati nel porto del canale, dopo che altre centinaia di migranti provenienti dall’Africa si sono aggiunti alle più di 2.000 persone presenti nel mega campo soprannominato ‘ Sangatte all’aperto’.

Tra 50 e 150 migranti, per lo più provenienti dall’Africa orientale, stanno arrivando ogni giorno a Calais dopo aver attraversato il Sahara e il Mediterraneo ed essere transitati per l’Italia.

DOUGAR (traduzione da Passeurs d’hospitalitès )

Dougar” è la parola usata dai sudanesi per indicare il rallentamento e l’arresto dei camion in autostrada, cioè un ingorgo.

Nascondersi dentro o sotto i camion è il modo migliore per passare il confine, il dougar è un’opportunità da non perdere, è senza contrabbandieri, è gratis.

In precedenza rari, questi ingorghi di traffico in pochi anni sono diventati frequenti , al punto che ci si chiede se non sia proprio l’aumento dei controlli a provocare gli ingorghi. In qualche modo il controllo uccide il controllo.

Dei gruppi di migranti si dirigono verso l’autostrada per accedere ai camion. La polizia antisommossa (CRS) cerca di fermarli e corre lungo l’ingorgo. Grida, gas lacrimogeni , manganelli, questa situazione di tensione è diventata il principale luogo di violenza della polizia, con violenza gratuita quando i migranti vengono trovati nei camion.

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DOPO IL DOUGAR ( traduzione da Passeurs d’hospitalitès )

Erano un gruppo di circa venti. Il Dougar, l’ingorgo durante il quale hanno cercato fortuna, ha portato due terzi di loro in Inghilterra. Quelli che sono rimasti hanno volti sorridenti e l’esempio dei loro compagni che sono riusciti a passare li riempe di energia. Non tutti, uno di quelli che sono rimasti indietro e i cui amici sono riusciti a passare, ha l’aria smarrita.

Condividiamo il pasto. I segni della fatica sono palpabili. Uno dice “di solito a una giornata di dougar segue un giorno di riposo, un giorno di dougar, di nuovo riposo. Tre giorni di dougar consecutivi, non va bene. Tre giorni di tensione, di sforzo, di speranza frustata quando i cani degli ultimi controlli britannici li scoprono dentro ai camion.

Ma durante tutto il pasto parlano di camion e attraversamento. Immobilizzati dalla fatica e dalla speranza.

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