Torino – La storia di Tarik e aggiornamenti dal CPR di Corso Brunelleschi

Aggiornamenti del 1 febbraio su Tarik e dal CPR
fonte: Macerie

Questa mattina è andato in scena il terzo tentativo di espulsione di Tarik: dieci poliziotti lo hanno avvolto nelle coperte e portato a Caselle. Per resistere all’imbarco forzato Tarik ha ingoiato due lamette, che però non hanno fermato gli agenti nè hanno impedito che fosse portato immediatamente a Roma. Una volta sceso dall’aereo Tarik è riuscito a fare due telefonate, una alla moglie e una al fratello, ma subito dopo gli è stato tolto nuovamente il telefono. Dovrebbe arrivare intorno alle 18:00 in Egitto e da lì cercheremo di avere notizie riguardo le sue condizioni di salute, visto anche lo sciopero della fame che portava avanti da 25 giorni.

Ieri pomeriggio, invece, nell’area viola un detenuto ha ingoiato un cacciavite di 23 cm davanti a poliziotti e guardia di finanza. Si è poi rifiutato di farsi visitare all’interno del Cpr e nemmeno in ospedale, per paura di ricevere delle terapie troppo pesanti. Nel frattempo sia i compagni di reclusione sia i solidali fuori, hanno chiamato più volte un’ambulanza che non è mai arrivata.

Al terzo tentativo degli agenti di entrare nell’area per portarlo in infermeria, un ragazzo si è parato davanti al compagno per difenderlo, chiedendo spiegazioni ai poliziotti. Questi ultimi non hanno esitato a prenderlo per la bocca e trascinarlo fuori dall’area, dove è stato poi inseguito dagli agenti. Tutti i detenuti dell’area viola per protesta si sono rifiutati di rientrare nelle stanze e hanno rifiutato la cena.

Qui il video dell’inseguimento da dietro le sbarre del centro.

La Storia di Tarik, come sbarazzarsi di un uomo
fonte: Macerie

Tarik è al Cpr di Torino e in questi giorni lo deporteranno in Egitto. Un destino segnato per tanti all’interno delle strutture della detenzione amministrativa, eppure il suo caso si iscrive più di altri nella fascia sfumata del diritto che diventa rappresaglia esplicita, soprattutto perché si consuma all’interno di gabbie e nel loro sistema di vasi comunicanti.

Tarik aveva il permesso di soggiorno familiare, essendo sposato con una ragazza italiana, ma è finito in carcere per una lite sanguinosa. Quando si trovava in carcere a Cuneo, nella stessa prigione hanno portato proprio l’uomo con cui aveva avuto il diverbio e nonostante avesse chiesto formalmente il divieto di incontro, i secondini gli hanno lasciato la cella aperta e hanno permesso tra i due nuovamente lo scontro. A rimetterli a posto sono state però le guardie stesse che sono intervenute pestandoli entrambi.

Dopo questo episodio Tarik è stato trasferito tumefatto al carcere di Vercelli e lì ha chiesto di parlare con il direttore al quale in maniera avveduta ha chiesto se si volesse prendere la responsabilità della sua morte o se volesse immortalare le condizioni delicatissime precedenti al suo arrivo. Il direttore del carcere vercellese, certamente più per togliersi un onere che per magnanimità, l’ha fatto accompagnare in infermeria dove gli effetti delle percosse sono stati fotografati e passati agli atti. Continua a leggere

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San Ferdinando: basta espulsioni e false promesse!

Fonte: Comitato lavoratori delle campagne

Nelle ultime ore nella tendopoli di San Ferdinando in molti denunciano di aver ricevuto un foglio di espulsione da parte delle forze dell’ordine. La polizia si è presentata più volte chiedendo alle persone senza documenti di segnare il proprio nome promettendo regolarizzazioni per poi portarsi le persone in questura e comunicare l’obbligo di lasciare il paese. Allo stesso tempo, una persona che ieri sera si era recata in questura per fare richiesta di asilo è stata trattenuta e pare che verrà trasferita in un CPR anche se ancora non si hanno notizie certe. Proprio ieri notte la polizia si è ripresentata registrando nomi e cognomi per una eventuale risistemazione nelle nuove tende emergenziali di cui è in corso la costruzione dopo l’incendio che ha distrutto gran parte della tendopoli (nella foto) pretendendo però di identificare anche chi non ha i documenti. Apprendiamo dai giornali della volontà della regione di bonificare l’area della vecchia tendopoli, ma nessuno si cura di comunicare con i suoi abitanti. Denunciamo fermamente questa nuova ondata di pratiche repressive e di controllo che approfittano della confusione e dell’instabilità creata dall’incendio per effettuare arresti ed espulsioni.

Basta soluzioni repressive ed emergenziali, baste false promesse!

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Israele si prepara a vincere la guerra contro le/i rifugiate/i africane/i

Traduzione da: Electronic Intifada

Nelle prossime settimane, il governo israeliano comincerà a emanare degli ultimatum per migliaia di rifugiatx africanx, informandolx che hanno 90 giorni per lasciare il paese o saranno incarceratx a tempo intedeterminato.

Se i funzionari governativi raggiungeranno i loro obiettivi, si tratterà degli ultimi dell’elenco annuale dei leader razzisti, con cui io indico personalità e istituzioni che che hanno capeggiato gli sforzi statali per allontanare dal paese i/le rifugiatx provenienti dall’Africa.

Se i loro piani giungeranno a compimento, non ci sarà più bisogno di documentare la guerra che Israele conduce contro rifugiatx africanx, perché questa guerra sarà già stata vinta – con un enorme costo umano.

10. Ophir Toubul, attivista

Nella società israeliana, in cui il potere politico non dipende solo dallo status socio-economico ma anche dalla designazione razziale e identità religiosa, i gruppi emarginati fanno spesso affidamento su qualsiasi mezzo gli venga lasciato pur di cercare di migliorare la loro sorte.

Qualche emarginato ebreo dà la colpa della propria condizione ai governi israeliani passati e presenti e alle élite economiche che questi hanno servito. Vede gli altri gruppi svantaggiati nella società israeliana non come dei rivali con i quali contendersi le briciole in una lotta all’ultimo sangue senza vincitori, ma come alleati nella lotta per l’equità e la prosperità di tuttx coloro che vivono nel paese.

Ma c’è anche chi esprime risentimento nei confronti di chi sta ancora peggio.

Ophir Toubul appartiene a quest’ultima categoria. Continua a leggere

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San Ferdinando – Le lotte di chi abita nella tendopoli, le morti di stato e gli approfittatori

Un incendio, avvenuto nella notte del 27 gennaio, nella tendopoli di San Ferdinando, ha provocato la morte della ventiseienne Becky Moses, il grave ferimento di altre due persone di cui non si conoscono i nomi, la distruzione di centinaia di tende e baracche autocostruite e dei documenti e dei pochi beni di centinaia di abitanti delle tendopoli.

Dopo la tragedia, la cui responsabilità ricade interamente sul sistema di sfruttamento, gestione e repressione istituzionale, altra violenza contro i/le abitanti delle campagne viene ora propagata dalle ipocrite prese di posizione di ONG, associazioni, partiti, liste elettorali, sindacati, giornalisti. Gli e le abitanti vengono descrittx come schiavi, alla mercé di caporali senza scrupoli, sfruttati nei campi in cui lavorano a testa bassa, adattatisi a vivere in tendopoli abbandonate, senza acqua e servizi igienici, tra rifiuti, fango e sporcizia. Spicca al contrario, nei comunicati e nel racconto sui media, l’umanità dei membri di associazioni che aiutano e gestiscono gli immigrati, di sindacati che li difendono, organizzano, tendono a infonder loro “coscienza” del loro stato, di giornalistx coraggiosx che girano nei ghetti a raccontare e fotografare il “degrado umano” di questi luoghi. È tutto un rattristarsi per le disumane condizioni di vita, un appellarsi ai politici di turno per porre fine a questo orrore, a salvare le povere vittime impotenti che vivono nei ghetti.

Ciò che viene cancellato da questa narrazione, il che rappresenta una ennesima forma di violenza e repressione, nonché premessa per nuove violenze di stato, sono le voci, le storie, le continue lotte, le chiare rivendicazioni di case, documenti e contratti, l’autorganizzazione, la solidarietà e il mutuo appoggio – che malgrado tutto esistono – di chi vive nelle campagne. E questo è comprensibilmente necessario, da parte delle istituzioni che reprimono, dei padroni che sfruttano, delle organizzazioni umanitarie e di sinistra che si rendono complici. Per far continuare tutto come prima, pur mostrando una facciata umanitaria, le persone che vivono nelle tendopoli devono essere raccontate e rese oggetti dei piani statali e mai soggetti del cambiamento. Continua a leggere

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San Ferdinando – La vostra accoglienza uccide, la nostra lotta vendicherà i morti

fonte: comitato lavoratori delle campagne

Nelle ultime ore gli abitanti della tendopoli di San Ferdinando hanno iniziato a raccontare una verità diversa sull’incendio che la scorsa notte ha portato alla morte di Becky Moses. Testimoni della tragedia, infatti, raccontano che l’incendio è scoppiato alle due della notte, ma che i pompieri non si sono presentati fino alle cinque, ben tre ore dopo, e muniti di una sola camionetta. Inoltre le forze dell’ordine che militarizzano la zona da più di un anno si sono ben guardate dall’intervenire.

Con un intervento più tempestivo Becky si sarebbe salvata. Come molti altri prima di lei, non è vittima di una fatalità, ma di una politica di controllo e di gestione complessiva delle vite delle persone, funzionale allo sfruttamento, che si concretizza in maniera sistematica e violenta nel moltiplicarsi di campi di varia natura, dai centri d’accoglienza ai CPR fino ai campi di lavoro più o meno formalmente istituzionalizzati e controllati. In particolare le donne che vivono in questi campi subiscono in modo particolarmente acuto la brutalitá del sistema, poiché costrette ad indebitarsi per decine di migliaia di euro per sperare di arrivare in Europa, subendo ogni genere di violenza e ricatto durante il viaggio e vedendosi nonostante questo negate, come è successo a Becky, il riconoscimento della protezione internazionale e finendo quindi intrappolate nei ghetti dove offrire lavoro sessuale a bassissimo costo. Sfruttate e intrappolate, fino ad incontrare la morte.

Non dobbiamo d’altra parte dimenticare che da anni gli abitanti dei ghetti rivendicano il diritto di vivere nelle case e non nei campi, e denunciano gli interessi e il business che si cela dietro l’accoglienza, ma soprattutto la violenza e il colonialismo sottesi ai discorsi che caldeggiano un’accoglienza degna e diffusa.

Ad ora, sembra le altre due ragazze gravemente ferite siano scampate al peggio, e speriamo che possano riprendersi presto, ma una cosa è certa: per quanto il capitale e lo Stato le vogliano asservite ai loro interessi, ingranaggi della loro produzione e riproduzione e oggetti della repressione, dopo questa ennesima tragedia gli abitanti dei ghetti reagiranno. La loro rabbia è al culmine e le lotte, da oggi stesso, riprenderanno con ancora più vigore e forza contro queste forme di detenzione, esclusione, e morte.

Non vogliamo accoglienza, né indegna, né degna. Né diffusa, né altro. Vogliamo case!
Lo Stato e i suoi padroni reprimono e uccidono, noi non staremo a guardare!

 

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Roma – Sul presidio al CPR di Ponte Galeria di sabato 27 gennaio

riceviamo e pubblichiamo

Sabato 27 gennaio un ventina di solidali sono tornatx al CPR di Ponte Galeria per comunicare alle recluse la rabbia di chi vuole ogni galera e prigione abbattute e per sostenere le lotte di chi cerca di resistere all’interno di quelle mura.

Durante i primi saluti si sono udite chiaramente le grida delle recluse che urlavano “Libertà!” e rispondevano ai cori. Di conseguenza, come spesso accade, le donne sono state probabilmente allontanate e rinchiuse per spezzare ogni legame con chi le supporta dall’esterno.

Gli interventi al microfono sono continuati raccontando delle rivolte avvenute negli ultimi giorni nell’hotspot di Lampedusa, dove alcune persone provenienti dalla Tunisia si sono ribellate contro il sistema che le vorrebbe identificate e subito deportate. Si è raccontato inoltre della solidarietà attiva praticata in Belgio, dove 2500 persone hanno provato coi propri corpi a impedire una maxi retata in stazione. E ancora del CPR di Bari che, appena riaperto dopo i lavori di ristrutturazione necessari dopo le rivolte di febbraio 2016, è stato già inaugurato col fuoco dalla rabbia dei reclusi.

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Incendio nella tendopoli di San Ferdinando: le morti di stato gridano vendetta

fonte: Comitato lavoratori delle campagne.

Questa notte un incendio nella tendopoli di San Ferdinando ha provocato la morte di una persona e il ferimento di altre due. Si tratta dell’ennesimo gravissimo episodio che si consuma in questo luogo, dove da mesi i lavoratori e le lavoratrici resistono a tentativi di deportazione forzata, false promesse, minacce e repressione. L’incendio risveglierà l’esercito dei buoni sostenitori della nuova tendopoli, le istituzioni che non hanno mai ascoltato la lotta per reali alternative di vita e sulla cui coscienza deve essere questa morte, l’ennesima morte che grida vendetta ed è il tragico epilogo di un sistema che sfrutta, che si prende gioco delle vite di queste persone, sulla cui pelle organizza i propri giochi politici ed elettorali. I responsabili sono chiari e chi lotta tutti i giorni sa dove colpire. Le persone nella tendopoli si stanno riunendo in assemblea e si stanno organizzando, non possiamo che promettere che finché non ci sarà giustizia non ci sarà pace!

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Roma – 31 Gennaio, cena di autofinanziamento per la lotta contro i CPR

Mercoledì 31 gennaio.

Serata a sostegno della lotta contro i CPR.

Dalle 20 buffet vegan a sottoscrizione libera.

A seguire confronto sulle lotte.


Da anni in città l’assemblea di lotta contro i CPR (ex CIE) prova a organizzarsi per opporsi alle frontiere e alle galere per migranti e portare solidarietà alle persone detenute.

I C.P.R. (Centri di Permanenza per il Rimpatrio) sono prigioni dove vengono rinchiuse persone senza documenti. Quello di Ponte Galeria, a Roma, è l’unico in Italia a recludere donne. La sezione maschile è invece chiusa dal dicembre 2015, quando una rivolta dei detenuti portò alla sua distruzione.

Proveremo ad analizzare insieme la specificità di questo luogo, perché l’esperienza delle donne migranti (e più in generale di tutte quelle individualità non categorizzate nell’insieme dei maschi cis) ha delle caratteristiche peculiari, che sono il riflesso di oppressioni specifiche e multiple. Dall’esperienza del viaggio verso l’Europa alla detenzione, alle violenze vissute si aggiunge il costante tentativo di infantilizzazione (e anche di vittimizzazione per alcune, come le lavoratrici del sesso) da parte dello stato e di chi opera all’interno di questi lager, allo scopo di consolidare in loro la sensazione di dipendenza e di impossibilità di assumere il controllo della propria vita. Nonostante questo, nel CPR di Ponte Galeria le donne continuano a organizzarsi e lottare insieme per resistere alla prigionia e alle deportazioni.

spazio sociale 100celleaperte

via delle resede, 5 (tram 5-19, metro C gardenie)

100celleaperte.wordpress.com

 

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Belgio – 2.500 persone impediscono una retata a Bruxelles. Libertà di movimento e dimora per tuttx!

Bruxelles: 2.500 persone impediscono una retata al Parc Maximilien.

Fonte: Secours Rouge

21 gennaio 2018.

Le retate continuano con regolarità nel Parco Maximilian, di fronte all’Ufficio Stranieri. A seguito di una fuga di notizie che annunciava un’ondata di arresti da parte della Polizia Federale, 2.500 persone si sono riunite in 48 ore per formare una catena umana e proteggere i migranti dalla grande retata che si sarebbe dovuta tenere domenica sera. La maggior parte dei migranti minacciati è stata in grado di trovare rifugio dai/dalle solidali che li hanno ospitati e i 2.500 manifestanti hanno formato una catena umana dal Parco fino alla Stazione Nord.

La polizia federale ha comunque organizzato nel contempo altri rastrellamenti sulle piattaforme delle altre stazioni di Bruxelles, 17 persone prive di documenti sono state arrestate.

Libertà di circolazione e di dimora per tuttx?

Fonte: Getting the voice out.

24 gennaio 2018.
Numerosi rastrellamenti sono stati organizzati in queste ultime settimane nei parcheggi e nelle stazioni di tutto il paese. Moltx migranti sono statx liberatx con l’obbligo di lasciare il paese, altri meno numerosi sono stati portati nei centri di detenzione per migranti. Sono stati selezionati per nazionalità. Al primo posto delle scelte dell’Ufficio degli stranieri ci sono le/i Sudanesi, Etiopi ed Eritrei(e). Continua a leggere

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Bari – Protesta e incendio nel CPR

Ieri, 23 gennaio, su alcuni media è stata pubblicata una scarna notizia su un incendio avvenuto in uno dei moduli detentivi del CPR di Bari Palese.
A quanto pare sono stati bruciati alcuni materassi e sono intervenuti i vigili del fuoco. Non risulterebbero feriti. Il CPR di Bari-Palese era stato riaperto lo scorso 13 novembre 2017, dopouna ristrutturazione durata 1 anno e 8 mesi, in seguito ai danni alla struttura provocati dalle rivolte del febbraio 2016.

Malgrado i continui perfezionamenti per rendere i moderni lager sempre più efficienti, la lotta delle persone recluse non si ferma.

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