Torino – Dentro e fuori le mura del CIE di Corso Brunelleschi

fonte: Macerie

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Da un po’ di tempo avvicinarsi alle mura del Cie di Corso Brunelleschi per portar diretta solidarietà a chi vi è rinchiuso e ripetutamente si ribella è diventato arduo. Lo spazio dove i solidali si radunano una volta al mese animando i presidi e da dove si avvicinano per fare dei rapidi e rumorosi saluti è stato man mano rintuzzato dalla polizia. Durante i presidi i poliziotti in assetto antisommossa e borghesi stazionano ormai a due passi dai presidianti, impedendo anche così il lancio di qualsiasi messaggio o strumento di sostegno e solidarietà verso i reclusi. Nel momento in cui ci si avvicina alle recinzioni per un veloce e fragoroso saluto c’è il rischio di essere intercettati dalla volante che ormai da mesi sorveglia a tutte le ore i pressi del Centro, per essere poi rincorsi, fermati e perquisiti dai rinforzi chiamati all’occorrenza.

È successo per due volte nell’ultima settimana che i compagni che hanno provato ad avvicinarsi per portare un sostegno rumoroso ai reclusi siano stati fermati al volo. La prima volta hanno avuto giusto il tempo di appoggiare i piedi sull’asfalto: sono stati perquisiti, sono state sequestrate loro le palline da tennis da lanciare all’interno delle mura e un compagno spagnolo con un decreto d’espulsione pendente è stato imbarcato su un aereo e spedito a Madrid. La seconda volta, dopo una manciata di minuti nell’aiuola sotto le mura, la volante di sorveglianza ha chiamato i rinforzi ed è subito apparsa una camionetta. I poliziotti, prima a piedi poi sul mezzo, hanno inseguito i compagni, hanno fermato un’auto e infine hanno condotto sette persone in questura. Sono state tutte denunciate per oltraggio e per non aver fornito le proprie generalità, dopo cinque ore di fermo sono state rilasciate tranne due compagni francesi che hanno chiamato ventiquattro ore dopo da Modane, al di là del confine.

Anche dentro le mura la stretta della polizia si fa sentire, ma non riesce a fermare il fermento che costantemente riaffiora ed esplode. Negli ultimi tempi l’ospedaletto viene utilizzato come sezione di isolamento. In maniera sempre più massiccia vengono isolati e divisi i reclusi più riottosi, una misura punitiva e un monito verso tutti gli altri. Una volta rinchiusi nell’ospedaletto viene impedita l’uscita nel campetto, all’aria aperta, e a volte viene ritirato il telefono cellulare per lunghi periodi.

L’acuirsi delle condizioni restrittive si può collocare dopo la rivolta di metà febbraio, ma non sono state in grado di sedare gli animi. Sono quasi quotidiane le notizie di piccole resistenze e proteste: pochi giorni fa, nell’area blu, l’unica interamente funzionante, i trenta ragazzi rinchiusi hanno rifiutato in maniera compatta il vitto. Ieri, in tarda serata, tre stanze su cinque della stessa area sono state incendiate. Ora sono completamente inagibili e i ragazzi sono stati spostati nella mensa della sezione, dove hanno intenzione di rimanere uniti e subire meno possibile le ritorsioni che potrebbero arrivare.

Come spesso accade la rabbia dei reclusi offre i migliori suggerimenti. Lo sforzo nella ristrutturazione del Centro e la sua ripresa a pieno ritmo è infranta costantemente dalle rivolte. Dei centottanta posti di cui il Cie dispone solo sessantacinque sono quelli utilizzati.

Qui un intervento di una compagna che racconta la situazione attuale grazie ai suoi contatti diretti con dentro, andato in onda su Radio Blackout.

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