Approfondimenti su accoglienza, esclusione e sfruttamento

Di seguito pubblichiamo alcuni contributi radiofonici da recenti trasmissioni.

Sentieri di sfruttamento.

Fonte: Macerie

Dietro ogni cartolina si celano quei colpi di piccone e scalpello che trasformano una materia informe o oramai obsoleta in un quadretto armonico, dove ogni elemento sembra superare le rigidità e le repulsioni reciproche. E’ in quest’ottica che va letto il progetto di ricerca e promozione culturale ad opera della Compagnia di San Paolo denominato “Torino e le Alpi”, così come la narrazione elaborata dall’associazione Dislivelli alle origini del progetto. Uno degli obiettivi propagandati sarebbe quello di intrecciare il profitto derivante da un nuovo “turismo sostenibile” con il lavoro gratuito o sottopagato dei richiedenti asilo, dislocati nei vari centri di seconda accoglienza dei comuni alpini. Di tutto questo e delle possibili ricadute se ne è parlato a Macerie su Macerie in onda su RadioBlackout.

Accoglienza, esclusione e sfruttamento: un approfondimento.

Fonte: Radio Onda Rossa

Nell’ultima puntata di Silenzio Assordante abbiamo avuto diversi contributi telefonici.

Nel primo audio, con un compagno, vi parliamo del circuito dell’accoglienza e del lavoro gratuito obbligatorio, dispositivo che lo stato vorrebbe rafforzare nei confronti di chi è intrappolato/a nel sistema di richiesta d’asilo (secondo il linguaggio comune).

Il secondo contributo è di un compagno che vive a Borgo Mezzanone, con lui descriviamo il contesto tra CARA, ghetti e il legame tra il sistema di sfruttamento e le leggi per il controllo dell’immigrazione.

L’ultimo audio è un lungo intervento da Potenza. Attraverso questo contributo descriviamo le condizioni pesantissime nelle quali sono costrette a vivere le persone nei centri di accoglienza.

Questi ultimi due contributi sono in inglese e tradotti in italiano.

Con l’auspicio che la solidarietà nelle lotte possa scavalcare la retorica ipocrita sulla “buona accoglienza”, buon ascolto.

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Appunti sulla valorizzazione dei richiedenti asilo

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci: hurriya[at]autistici.org
Qui il documento da scaricare in formato pdf.

Introduzione

Le recenti sortite statistiche parlano di una popolazione nativa europea in una situazione di scompenso demografico molto grave (1). L’abbassamento della fecondità può avere sull’economia conseguenze a lungo termine molto pesanti, portando ad un lento, ma inesorabile rosicchiamento della popolazione lavorativa attiva, con ricadute disastrose sul già comatoso sistema pensionistico e sul Welfare in generale. Insomma, meno nascite significa meno soggetti attivi e, quindi, la perdita di una consistente copertura per il sostentamento dello Stato sociale, già sotto attacco sotto molti fronti. Nonostante la diminuzione numerica dei nativi europei, la popolazione complessiva è comunque aumentata grazie all’apporto migratorio (2).

Secondo alcune voci istituzionali e giornalistiche (3), proprio il fenomeno migratorio sarebbe una vera manna dal cielo per tutto il sistema economico europeo poiché, a causa delle caratteristiche anagrafiche e della disponibilità lavorativa della popolazione migrante, questo aspetto della stabilità economica sarebbe al sicuro. I migranti, cioè, colmerebbero una voragine aperta nel mercato del lavoro e acquieterebbero il divario tra classi d’età. In Italia, secondo i calcoli (4), l’attuale flusso migratorio sarebbe addirittura insufficiente. Allo scopo di mantenere l’attuale livello della popolazione in età lavorativa, infatti, considerando le proiezioni negative del tasso di fecondità, ci sarebbe bisogno di un flusso d’ingressi annui di 157mila migranti in media ogni anno.

Il ruolo che gli stranieri ricoprono nel sistema lavorativo europeo, quindi, è senza dubbio significativo. Un apporto che si esprime attraverso un contributo sostanziale al PIL (in Italia l’8%), ma che si caratterizza sopratutto per gli attributi di questa porzione di classe lavoratrice, caratterizzata da una disponibilità nel ricoprire certe mansioni, attribuibili per lo più ai settori della manodopera non qualificata, e da un alto livello di ricattabilità. Per questo motivo gli stranieri rappresentano per il capitalismo nostrano una variabile non di poco conto. Continua a leggere

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CIE e deportazioni – La libertà è il fuoco della rivolta: perché lottiamo contro Cie, frontiere e accoglienza

Riceviamo e pubblichiamo. Ricordiamo che potete scriverci ed inviarci contributi a hurriya[at]autistici.org.

A seguito delle dichiarazioni del ministro dell’Interno Minniti di voler aprire un CIE in ogni regione, puntando a una capienza complessiva di 1600 posti, i Centri di Identificazione ed Espulsione sono tornati al centro dei riflettori mediatici e della pubblica attenzione.

Le dichiarazioni del governo non ci stupiscono. A seguito degli attentati nel cuore d’Europa, dal Bataclan a Nizza sino al recentissimo attentato di Berlino, la paura di “attacchi terroristici” è divenuta parte del quotidiano. Basti pensare all’agghiacciante vicenda del cinema evacuato a Torino perché madre e figlia sordomute, di origine maghrebina, avevano destato sospetti e scatenato il panico solo perché comunicavano su Whatsapp. I governi d’Europa, artefici e complici dei massacri in medioriente, sfruttano il terrore di ritorno per rafforzare il paradigma dello stato di emergenza permanente e rispolverare le solite armi: contenimento degli stranieri irregolari e potenziamento della macchina delle espulsioni. Continua a leggere

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«Abbiamo rotto l’acciaio per vedere il cielo»: le rivolte che hanno chiuso i CIE.

L’ultima proposta in ordine di tempo per aumentare il numero delle persone da deportare dall’Italia è stata quella del ministro degli interni Minniti, che nei giorni scorsi ha illustrato un piano per riaprire o costruire nuovi “piccoli CIE” in tutte le regioni d’Italia, strutture da massimo 100 posti (per un totale di 1500/1600) rispetto ai 359 ora disponibili nei 4 CIE rimasti aperti (Pian del Lago – Caltanissetta, Brindisi-Restinco, Corso Brunelleschi a Torino con capienza ridotta, la sola sezione femminile del CIE di Ponte Galeria a Roma).

La proposta ha sollevato un dibattito tra i vari schieramenti politici di governo e opposizione, tutti favorevoli comunque ad aumentare le deportazioni. Sono stati pubblicati comunicati e interventi anche dei gruppi e associazioni della sinistra “umanitaria”, incentrati sull’inutilità e l’inefficienza dei CIE nel favorire le espulsioni, sull’antieconomicità degli stessi, sulle distinzioni tra espulsioni “a norma di legge”, quindi legittime, e deportazioni “illegali” da contrastare: come se la stessa reclusione e la conseguente deportazione per non avere documenti in regola non fosse di per sé una barbarie inaccettabile. Nella maggior parte di questi interventi si parla dei CIE che “sono stati chiusi” negli ultimi anni senza specificare come, quasi fosse merito di un cambiamento nelle politiche governative, dell’azione della magistratura o dei controlli, visite e denunce portate avanti dalle associazioni umanitarie. La realtà incontrovertibile è che i CIE sono stati davvero distrutti e forzatamente portati alla chiusura solo grazie al fuoco delle rivolte portate avanti dalle persone recluse.

È per questo motivo che “fuoco ai CIE” non è uno slogan inventato da qualche solidale ma la reale pratica agita dai e dalle reclusx, l’unica finora riuscita a raggiungere l’obiettivo di distruggere questi luoghi di detenzione. Chi, meglio delle persone che vi sono recluse, sa cosa siano i CIE e gli Hotspot? Chi meglio di coloro che hanno lottato da reclusx contro questi moderni lager può raccontarci come siano stati realmente chiusi, e magari suggerire come contrastare quelli esistenti e quelli che verranno?

Ecco dunque una panoramica su quanto avvenuto nei CIE negli ultimi 3 anni in Italia. Continua a leggere

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Egitto e UE cooperano nel blocco e nella repressione delle persone migranti

“La guardia costiera e la polizia di frontiera egiziane hanno fermato più di 12.000 persone migranti di varie nazionalità (nel corso di un totale di 434 operazioni), che tentavano di entrare o uscire illegalmente dal paese nel 2016”, ha fatto sapere il regime qualche giorno fa. Nessuna nuova informazione, invece, è stata data sulla carretta del mare che il 9 aprile di questo anno è affondata al largo delle coste egiziane. Centinaia di persone, tra cui minorenni, sono morte (190 somali, 80 egiziani, 85 fra sudanesi, siriani e altri paesi sono le vittime accertate) in quella che è stata una delle sciagure più letali avvenuta nel Mediterraneo nel 2016.

Nessuno, finora, ha indagato su questa tragedia. Nessuno ha dato corso a indagini serie per accertare se le persone in mare potessero essere salvate. Nessuno ha dato corso alle svariate denunce che accusano le autorità militari egiziane di aver volontariamente ritardato i soccorsi. Non l’Italia, dove la barca era diretta. Non la Grecia o l’Egitto, da dove era partita. Nessuna indagine dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea, dalla Polizia europea, o dalle forze navali europee dispiegate nel Mediterraneo.

Il silenzio è complicità! In effetti, l’Egitto è da sempre al centro degli interessi strategici europei in quanto luogo di origine, transito e arrivo di persone migranti. Lo è diventato ancora di più dal momento che nel 2016 le persone migranti provenienti dall’Egitto, ma di differenti nazionalità, sono state il 17,5% in più rispetto all’anno prima. Molti di questi sono minori e, dunque in quanto tali, a differenza degli adulti non possono essere immediatamente espulsi una volta approdati in Europa (nel 2015, 1830 sono stati gli egiziani effettivamente espulsi su 5490 ordini). Allo stesso tempo il regime egiziano ha bloccato e arrestato 4640 persone migranti (gennaio – settembre 2016) sul punto di lasciare le coste del paese.
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Grecia – Solidarietà con Mohamed A., da un mese in sciopero della fame contro la deportazione

L’egiziano Mohamad Abdelgawad, di Alessandria d’Egitto, aveva raggiunto l’isola di Lesbo lo scorso aprile 2016. Aveva lasciato una prima volta il proprio paese per andare in Francia, dove ha lavorato per 5 anni. Tornato in Egitto dopo la rivolta del 2012 era stato costretto a partire di nuovo dopo aver ricevuto minacce di morte da parte delle autorità, per aver pubblicato dei video che testimoniavano gli omicidi degli attivisti egiziani a opera del regime dittatoriale di Sisi. Arrivato a Lesbo fu portato nell’hotspot-centro di detenzione di Moria, in attesa dell’esame della domanda d’asilo. Il servizio d’asilo greco ha respinto la sua domanda d’asilo e per questo motivo dal 12 dicembre 2016 Mohamed è stato trasferito al dipartimento di polizia di Mitilene, sempre a Lesbo. Qui, con l’ultima arma a sua disposizione, ha scelto di lottare e ha iniziato uno sciopero della fame, rivendicando il diritto di asilo e la cancellazione dell’espulsione. Conosciamo la sua situazione solo perché un compagno, arrestato per la distribuzione del giornale “senza patria”, è venuto in contatto con lui durante la detenzione nella stazione di polizia. Giovedì 12 gennaio, nel 30° giorno di sciopero della fame, è stato trasportato all’ospedale di Mitilene, e venerdì 13 era prevista la sua deportazione, che non è ancora avvenuta. La sua salute è in costante pericolo. Continua a leggere

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UK – Prima morte del 2017 nel centro di detenzione per immigrati a Morton Hall.

Articolo tradotto da unitycentreglasgow.org

Appena un mese dopo le due morti nei centri di detenzione per immigrati ( Morton Hall 2  e Colnbrook 1) del dicembre 2016, un’altra morte si è verificata a Morton Hall. Questa volta per suicidio, avvenuto mercoledì 11 gennaio 2017.

I detenuti attualmente a Morton Hall descrivono l’uomo come un giovane tranquillo, che non dava problemi. Trascorreva il suo tempo a guardare la TV, a giocare e in palestra. Si dice che l’atmosfera nel centro sia molto pesante con le persone malate e stanche di questo luogo. Parlando con ex-detenuti amici di Unity Center emerge come anche l’umore sia basso, nessuno è sorpreso per questa nuova morte, ma i livelli di rabbia sono alti in quanto suicidi e morti all’interno del centro di detenzione continuano e sembrerebbero in aumento. Continua a leggere

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Tentativo di suicidio al Cie di Brindisi – Restinco

Riceviamo e pubblichiamo. Per scriverci: hurriya [at] autistici.org

Si sono spese tante parole sul Cie di Brindisi, l’unico in Puglia ancora attivo nella detenzione ed espulsione di immigrati prelevati dai blitz di polizia nelle città del nord Italia, o qui trasferiti dopo aver scontato una pena in carcere. Pene che trovano continuità in questo lager dell’accoglienza, dove la funzione di controllo su chi è etichettato come irregolare e senza documenti induce i reclusi alla rivolta distruttiva di questi centri nel migliore dei casi, all’annichilimento di sè nel peggiore.

Tramite contatti telefonici con i reclusi nel Cie, abbiamo appreso che un detenuto egiziano in attesa di permesso di soggiorno da 6 mesi ha tentato di suicidarsi stringendosi un lenzuolo intorno al collo. Un atto esasperato per dare fine all’avvilimento quotidiano che quel lager esercita sulle vite dei reclusi. La direzione del centro ha reagito con l’intervento di questurini e guardie di finanza per fermarlo.

Chi dirige luoghi come un Cie ha una grande vocazione ad avvilire i corpi e le menti delle vite, costringendoli a rinunciare alla propria libertà prima ancora di indurli al suicidio. Sempre secondo testimonianze di altri detenuti, il recluso preferiva essere espulso piuttosto che rimanere prigioniero nel lager gestito dalla Cooperativa Auxilium.

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Lotta contro le frontiere: un contributo dalla “London Anarchist Bookfair”

traduzione da rabble

Testo di uno degli interventi introduttivi durante la “London Anarchist Bookfair” su “Anarchismo e Lotta contro le Frontiere” (29 ottobre).

L’invito a questo incontro poneva tre questioni: cercherò di toccarle tutte e tre, collegandole nello specifico ad alcune cose successe a Londra nell’ultimo anno o due.
Una delle domande era: perché la lotta contro il regime delle frontiere è importante per gli/le anarchicx? Se devo riassumere cosa significhi per me l’anarchismo, direi: lottare contro il dominio e l’autorità in tutte le loro forme, in ogni aspetto delle nostre vite, dalle armi alle prigioni dello stato fino alle grette dominazioni presenti ovunque nelle nostre strade, luoghi di lavoro, scuole, case e relazioni personali. E, come hanno detto i/le compagnx, l’anarchia non è uno stato ma una tensione, non una specie di utopia da raggiungere dopo la gloriosa rivoluzione, ma una lotta che viviamo ogni giorno, un cammino che continuiamo a percorrere.
Dunque il dominio assume molte forme, ma penso sia vero dire che una delle forme della dominazione che è molto caratteristica del mondo in cui viviamo oggi, e di cui questa città è un ottimo esempio, è quello che potremmo definire sistema di controllo. Vale a dire che le nostre vite, i nostri spazi, i nostri movimenti, le nostre scelte, sono sempre più monitorate, registrate, dirette e organizzate dalle autorità. Continua a leggere

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Francia – I nuovi piccoli CIE per le deportazioni “volontarie”

I Governi francesi si confrontano, come avviene in Italia, con la gestione di decine di migliaia di persone che le loro stesse leggi hanno deliberatamente definito e reso “irregolari” (da gennaio a settembre 2016, 42910 domande d’asilo respinte, in prima istanza, su 63610 esaminate: il 67%), e con il problema della loro efficiente detenzione ed espulsione.

Nel paese sono presenti 43 centri di detenzione, distinti in 26 C.R.A. ( Centre de rétention administrative – Centro di detenzione amministrativa) dove le persone sono recluse fino a un massimo di 45 giorni, e 17 L.R.A. ( locaux de rétention administrative – strutture di detenzione amministrativa), luoghi di detenzione temporanea, in linea di massima limitata a 48 ore, in attesa di un trasferimento ai C.R.A.

Nel 2015, circa 48000 persone sono state private della loro libertà nei centri e nelle strutture di detenzione amministrativa e, nei primi sei mesi del 2016, 8660 persone sono state espulse dalla Francia.

Incendio del C.R.A. di Vincennes, 1° luglio 2016

Anche in Francia però è quotidiana la lotta delle persone recluse contro la detenzione e le deportazioni: solo nel 2016 sono avvenute rivolte e incendi che hanno danneggiato i C.R.A. di Metz, Mesnil- Amelot, Palaiseau, Plaisir e Vincennes, e fughe ed evasioni a Palaiseau e Nîmes (due volte ciascuno), Tolosa, Vincennes.

Per questo motivo le istituzioni sono alla ricerca di sempre nuovi modelli di gestione per contenere e allontanare le persone considerate “indesiderabili”. Continua a leggere

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